Polac…chi?
Nell’ipotetico ed irreale incontro storico tra i giorni nostri e gli anni ’50 d.C. , un viaggiatore e cronista dei tempi quale era Plinio il Vecchio, avrebbe probabilmente descritto i polacchi come “uomini poco inclini al sarcasmo, dalle rotondità del capo pronunciate e chiari grandi occhi come sesterzi a guardare il loro mondo”. Naturalmente l’ipocrita benpensantismo attuale non avrebbe di certo accolto le parole che assurdamente ed ipoteticamente abbiamo messo in bocca, ad ovvia insaputa, dell’illustre predecessore.
Fatto sta che i polacchi, ci scusino lo stereotipo, sono un popolo piuttosto particolare, vuoi per il freddo che devono sopportare per lunghi mesi, vuoi soprattutto per le vicende storiche che hanno profondamente condizionato il loro essere. La Polonia, trovandosi in una posizione strategica, è sempre stata terra di conquista, tra l’altro facile, da parte di Paesi oppressori che non hanno mai rispettato la cultura esistente con l’apice storico in cui prima della ritirata nazista, Varsavia venne rasa al suolo dai tedeschi, con l’Armata russa a pochi metri ferma a guardare l’ennesimo scempio perpetrato.
L’azzeramento dello sense of humor e l’attaccamento alla bottiglia sono probabilmente conseguenze storiche che i polacchi si portano dietro. Così come l’onda incerta tra la voglia di emergere e l’alone oscurantista che copre le velleità di rivalsa di questa nazione fondamentalmente poco considerata dal resto del mondo.
Eppure sono passati i tempi in cui le autostrade ospitavano goffe famiglie a bordo di sbuffanti e squadrate automobili sovraccariche, dalle giganti targhe nere con grandi numeri bianchi e gli adesivi PL in bella mostra sul vetro posteriore; oggi, come già detto, la new economy ha riversato il suo danaroso sguardo sulla Polonia, cambiando molte delle abitudini e concedendo loro nuove risorse. Certo dal punto di vista turistico, nonostante le tantissime cose interessanti da visitare, il Paese non sembra raggiungere il desiderato appeal e malgrado sia facilmente raggiungibile con voli low cost che come torce nelle tenebre aprono spiragli di luce su luoghi di indiscusso interesse storico come Varsavia o Cracovia.
Luce divina quella invece riversata sul Paese dal promoter più importante della Polonia, il Santo che pasteggiava a champagne, Papa Giovanni Paolo II all’anagrafe Carol Woytila, che dal 1978 al 2005 ha sicuramente contribuito in modo esorbitante a far conoscere a milioni di seguaci i suoi luoghi di provenienza, incrementando a dismisura se non altro il turismo religioso, ancora oggi propenso a pellegrinaggi in terra papale.
Ed è la voce del Santo Padre ad echeggiare tra le mura delle case e dei palazzi in occasione del anniversario della scomparsa, il 2 aprile, divulgata dagli altoparlanti delle chiese cattoliche e dai numerosi megafoni posti ai sit in organizzati nelle piazze tra fiori, lumini ed immagini proiettate sulle facciate.
L’intrinseca freddezza espressa nei palazzi di regime così come nella permalosità diffusa delle persone però mal si incontrano con le esigenze del turista mediterraneo, più propenso alla festa ed al dialogo, spesso futile tra l’altro, rispetto alla sorta di muro che si è costretti ad affrontare ad ogni affondo umano.
Poco umane anche le condizioni su cui si basa e fiorisce il nuovo mercato libero che, come detto, trova terra fertile nella terra polacca grazie al carattere storicamente sottomesso dei suoi cittadini, rivali in miseria di altri impiegati mediterranei, abbandonati in braghe di tela dalla fuga dei loro datori di lavoro; importanti aziende familiari, acquistate da multinazionali, smembrate e ricollocate in Paesi più flessibili tra cui la Polonia appunto.
Di questo sarebbe stato bello parlarne con qualche polacco a Controviaggio Channel sul canale You Tube ma purtroppo è più facile trovare un quadrifoglio nel deserto di Wadi Rum che un polacco disponibile.
Egitto: un fallimento annunciato
L’Egitto fa parte di uno dei tanti Paesi che, nonostante le risorse geo-culturali illimitate, non garantisce alla popolazione un tenore di vita adeguato.
La sofferenza dello Stato che per anni è stato forse forzatamente considerato il cuscinetto tra il mondo cattolico occidentale e quello musulmano medio orientale, sta provocando enormi scompensi nelle abitudini dei turisti per lo più facenti parte dell’Europa mediterranea e di conseguenza alle tasche dei Tour Operator che negli anni avevano investito fortemente nella terra dei Faraoni.
L’embrione del fallimento annunciato nasce nel corso degli anni dove le interferenze politiche internazionali hanno sempre prevaricato il volere del popolo egiziano, alla fine incapace di avere una visione democratica del proprio destino. I generali, istruiti per far fronte alla guerra, o ad idearne di nuove, con attitudini emergenziali a discapito di quelle programmatiche, sicuramente sono le persone più adatte per sopprimere ogni segnale di scontento ma anche le più inopportune per favorire lo sviluppo.
La mancanza di investimenti nell’istruzione, ridotta ormai fondamentalmente allo studio del Corano, nonché nella ricerca, nel sostegno all’artigianato, alla reale conservazione e riprogettazione dei siti archeologici e la completa inosservanza o esistenza dei piani urbanistici specie nelle nuove realtà recentemente sviluppate ad uso esclusivamente turistico, hanno mandato a picco un Paese che di suo possiede già tutto.
Se da un lato la noncuranza e l’approssimazione hanno mantenuto i prezzi decisamente cheap rispetto al vicinato, tra cui primeggiano le simboliche sfarzose Dubai ed Abu Dabi, paradossalmente accaparrandosi di fatto frotte di turisti low cost, dall’altro hanno lentamente strascinato l’economia turistica sempre più in basso fino all’esasperazione e nell’oggettiva impossibilità di investimento in manodopera qualificata e rimodernamento delle strutture, particolarmente fragili ed in balia dei componenti climatici per lo più corrosivi quali sabbia e salsedine.
La crisi che sta attanagliando l’Egitto non sarà passeggera ed i segnali che lo confermano sono evidenti: in primo luogo la mancanza di investimento nell’educazione ha creato una voragine, colmabile in non meno di vent’anni, tra una risicata e forzata classe dirigente ed i comuni cittadini che al momento si ritrovano in balia degli eventi senza né arte né parte, spavaldamente inconsapevoli e con la sola possibilità di reinventarsi; la fuga degli investitori non sarà fulminea, in quanto le aziende hanno bisogno di piani di rientro a lungo termine che l’Egitto così com’è non può garantire; il lento ma inesorabile cambio d’abitudine del flusso turistico degli affezionati che giorno dopo giorno sembra essersi messo il cuore in pace optando per destinazioni apparentemente simili ma più accoglienti.
Eppure questo disastro politico non è da attribuire esclusivamente ai dittatori che hanno governato il Paese e continuano a farlo, ma andrebbero rivisitati alcuni punti di vista storici propagandistici che alla fine si stanno rivelando dei boomerang che l’Occidente sta pagando con gli interessi. La pace e la ricchezza a discapito di altre realtà, lontane o vicine esse siano, sono transitorie. Gli scompensi che paghiamo oggi sono frutto dei tempi non troppo lontani in cui Churchill divideva le pacifiche etnie beduine con l’ausilio di un righello o la creazione dello Stato fantasma di Israele che si sarebbe in futuro rivelato una sorta di cancro per le popolazioni arabe, tutt’ora coinvolte in un vortice d’odio, intolleranza e distruzione.
Andrebbe forse ricusato il vanto anglosassone d’aver insegnato la civiltà a popolazioni considerate barbare perché incapaci di utilizzare la forchetta. In fondo, pur non godendo dei privilegi consumistici le tribù beduine adottano ferree regole basate sul profondo rispetto del prossimo, della comunità e di poche, ma inviolabili, leggi sacrosante che dall’altra parte sembrano invece lontani ricordi del dignitoso vivere.
Kastellorizo: Dedicato a tutti quelli che stanno scappando
“Ci stavano mandando in missione a Megisti, un’isola sperduta dell’Egeo, la più piccola, la più lontana; importanza strategica zero” Queste sono le parole che introducono la storia del film Mediterraneo, girato nell’ormai lontano 1991 dal regista Gabriele Salvatores ed ambientato nell’esistente isola di Castelrosso, Megisti o meglio conosciuta come Kastellorizo.
In quello che di
venterà un film cult per gli amanti della Grecia e che sarà pluripremiato con diversi Oscar, non mancano le inesattezze storiche, verità tralasciate che ad ogni modo non solo non intaccheranno il successo della pellicola ma anzi, contribuiranno a rendere una piccola e davvero sperduta isoletta dell’Egeo meta di pellegrinaggio quasi ossessivo da parte di milioni di italiani.
A distanza di oltre vent’anni resiste il fascino ed il richiamo delle immagini girate sapientemente da Salvatores che ci spingono a voler visitare di persona quell’isola che durante la Seconda Guerra Mondiale ha ospitato un gruppo di goffi, a volte disperati, a tratti goliardici soldati, frutto della fantasia del regista e dell’immaginario collettivo. Un ritratto stereotipato ma innegabile che contraddistingue gli italiani nel mondo: burloni, approssimativi, sbadati, furbetti e romantici; con una forte dose d’umanità.
L’atavica pigrizia dei greci che certo non si contraddistinguono per saper cogliere e sfruttare le occasioni che piovono dal cielo, non facilita il compito del visitatore nello scoprire o identificare i luoghi esatti ove sono state girate le scene più emblematiche di Mediterraneo. A Kastellorizo non esiste nessuna indicazione, targa o cartello turistico ad indicare con esattezza qualche posto riconducibile al film. Certo non ci si aspetta un museo a cielo aperto né tantomeno un parco tematico, ma sarebbe carino riuscire a toccare con mano, o perlomeno credere di farlo, porzioni di isola immortalate nel lungometraggio di cui non c’è più traccia. Eppure Mediterraneo ha trasformato la vita di questa piccola isola che fino ad allora non se la passava molto bene.
Anche i collegamenti con la vicina Rodi sono piuttosto scarsi.
Kastellorizo al di là del passato cinematografico, si sviluppa per lo più attorno al porto principale con le solite classiche casette color pastello affacciate sul mare e decine di tipiche taverne che offrono ai visitatori intensi momenti di rilassatezza. L’isola è molto silenziosa e tranquilla così come gli abitanti che hanno dei ritmi, se possibile, ancor più blandi rispetto agli altri greci. Le ore calde della giornata contribuiscono ad abbassare ulteriormente la pressione così che anche gli ultimi neuroni scalpitanti in cerca di nuove idee finiscano per arrendersi e parcheggiarsi in qualche remoto angolino di cervello.
Buon segno per la salute del mare anche la presenza di tartarughe, che salgono in superficie a respirare quasi con timidezza protette dal loro milionario carapace e che ovviamente diventano interessante preda dei turisti in cerca di foto; tra loro c’è chi usa il richiamo del gatto per farle avvicinare (ma è una tartaruga), altri che buttano pezzi di pane (si nutre di pesci, crostacei, calamari…), altri ancora che cercano di tuffarcisi sopra (e lei si immerge).
Oltre al porticciolo è suggerita la visita al Castello di Kastellorizo, che come tutte le fortezze porta con se una storia ricca di episodi epici. La vista che si prospetta dalla roccaforte è molto suggestiva sia per una visione panoramica del porto sia per il circondario dell’isola pieno di spiagge meravigliose. Tra l’altro, a proposito di spiagge, dal porto principale si possono raggiungere con piccole imbarcazioni taxi proprio alcune delle più caratteristiche come la piccola grotta marina di Saint George.
La vista migliore in ogni caso è il premio dei più audaci, ossia le persone che nonostante le temperature pomeridiane ai massimi livelli intraprendono il cammino su una scala in pietra non proprio agevole che promette di vedere l’antica Kastellorizo, una volta giunti a destinazione. Sarà, ma dopo aver inzuppato la maglietta ad accoglierci ci sarà un paesaggio carsico in un assordante silenzio scandito dall’incessante suono delle cicale. In compenso sarà proprio quello il punto migliore dove scattare foto suggestive e realmente panoramiche.
“In tempi come questi la fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare” si legge nella frase incipit del film Mediterraneo, scritta da Henry Laborit, tra le altre cose filosofo francese e sostenitore del fatto che l’uomo è alla costante ricerca del piacere e con una innata necessità di cambiamento.
Uomo, aggiungiamo noi, che ha sempre più mezzi per comunicare ma sempre meno pensieri da esprimere, partecipe di una società contemporanea basata sul commento e non sulla riflessione.
Il film si conclude con tre reduci facenti parte del gruppo di soldati di stanza a Megiste, che si ritrovano molti anni dopo nello stesso luogo, seduti in una taverna e che, ovviamente stanchi ed invecchiati, tirano le somme della loro vita; amareggiati dagli illusori inganni e false promesse del dopo guerra e certi che l’unico potere di sopravvivenza nelle nostre mani, alla fine dei conti, altro non è che l’incoscienza ed intraprendenza della fugace giovinezza cui tutti abbiamo transitato o stiamo transitando e che ci da la forza di scappare; fino ad arrivare al punto in cui capiremo che forse è proprio da noi stessi che cerchiamo di fuggire.
“Dedicato a tutti quelli che stanno scappando”
p.s.: Caro Gabriele Salvatores, sarebbe davvero bello girare la scena finale del film Mediterraneo vent’anni dopo con gli stessi attori senza dover ricorrere allo stratagemma del trucco per invecchiarli. In fin dei conti quale truccatore migliore se non il tempo stesso?”
Le foto di Kastellorizo su Instagram @controviaggio














