Nashville. Senza titolo

Se sapessi scrivere probabilmente racconterei la storia di una donna seduta in una tavola calda mentre sorseggia il suo caffè e legge una rivista al riparo dalla pioggia. Certo prendendo spunto da Tom’s diner, canzone di Susanne Vega. Nella sua ordinaria e semplice storia e con poche parole come solo i poeti sono capaci di fare, descrive preziosi gesti di gente comune. Chi scuote l’ombrello prima di entrare nel locale, chi si specchia nella vetrina alzandosi la gonna ed aggiustandosi le calze pensando di non essere vista dalla persona seduta dall’altra parte.

Avessi questo dono prezioso, abbinato alla pazienza degli osservatori, chissà come descriverei bene la città di  Nashville e con quale storia riuscirei ad appassionare i miei lettori. Snellendo i periodi da tanti inutili particolari, mi concentrerei sui protagonisti, descriverei i luoghi. Le loro vicende le narrerei  così, come realmente accadute oppure con qualche ritocco di fantasia, come fossero pennellate di colore in un quadro dalle tinte scure. Il fiume Cumberland continuerebbe a scorrere  ma con l’aggiunta delle parole giuste riuscirei a ridare luce alla forza della natura così spesso banalizzata dai nostri egoismi.

Nashville è città abituata ad esibire moderni menestrelli con il cappello da cowboy, cresciuti con la chitarra tra le mani soffianti aria e polvere nelle pulsanti armoniche. Il loro cammino di cantastorie è geneticamente solcato. Riassumono in pochi versi sentimenti che non riescono a contenere intere biblioteche.

Avessi questa abilità avvolgerei il lettore tra le luci soffuse di un locale mettendolo a sedere davanti ad un palco da dove potrebbe percepire la battuta del tempo scandita dallo stivale del cantante. Riuscirei ad essere romantico nel descrivere la bionda e bella ragazza al banco del bar mentre protesa in avanti con i suoi jeans attillati, le natiche sode e la tshirt scollata, si lascia trasportare dalle promesse poetiche della canzone e dal suo cantante preferito.  

Quante cose potrei raccontare se solo ne avessi la capacità.

Come l’atmosfera contadina della leggendaria Grand Ole Opry House, luogo sacro in cui si sono esibiti e continuano a farlo i migliori talenti della musica country.

Un teatro in cui si riversano centinaia di persone come in una festa di paese. Richiamati dai loro idoli che per qualche ora canteranno e suoneranno novelle che si insinueranno nell’arida quotidianità rendendola soave e profumata. Se fossi uno scrittore mi soffermerei anche ad osservare le mani degli spettatori in attesa del overture  attraverso la trasparenza della plastica di bicchieri riempiti di birra fino all’orlo che intanto scorre dalle spine come il fiume Cumberland. Magari inventerei il gioco vita dura, vita facile contrapponendo l’apparenza di mani tozze e callose a quelle più curate ed affusolate. Farei di ognuno rassegna dell’abbigliamento, delle scarpe e dell’atteggiamento. Non per giudicare, per descrivere.

Non credo basterebbe nemmeno questo a rendere i miei scritti interessanti, coinvolgenti. E’ l’inesistente che i poeti riescono a concretizzare in uno scarabocchio di lettere.  Riescono a dare momentanea sostanza all’invisibile energia. I sentimenti. Ma come faccio a coglierli dentro a tutte quelle persone corazzate dentro camicie a quadri e lunghi abiti ricamati? Dai volti nascosti sotto ad ampi cappelli da cowboy o da appuntiti stivali in cuoio? Come faccio a perforare tutto quel tessuto ed insinuarmi tra i loro cuori? Ho tanta voglia di imparare, di conoscere il metodo per farlo, ma mi sembra tutto così inutile. Non saper scrivere è frustrante. Non riuscire ad espletare i propri sentimenti è frustrante.

Caro lettore, che dispiacere non esser stato in grado di descriverti Nashville. Di aver omesso protagonisti, luci, ombre, vento gelido, stivali giganti e chitarre appese, di non essere riuscito a farti sorseggiare una birra assieme a me al tavolo del Lucky Bastard Saloon con la vetrina affacciata sulla Broadway. Quanti versi strozzati che mi porterò dentro.

Così anziché aver scritto di Nashville ciò che avrei voluto, mi ritrovo con un’altra accozzaglia di parole senza titolo.

Il poeta è poeta, non oratore o predicatore, non filosofo, non istorico, non maestro, non tribuno o demagogo, non uomo di stato o di corte. E nemmeno è, sia con pace del maestro, un artiere che foggi spada e scudi e vomeri; e nemmeno, con pace di tanti altri, un artista che nielli e ceselli l’oro che altri gli porga. A costituire il poeta vale infinitamente più il suo sentimento e la sua visione, che il modo col quale agli altri trasmette l’uno e l’altra.

(Giovanni Pascoli)

Avete vinto voi

Ebbene sì, avete vinto voi.

Chi pensava che la pandemia avesse in qualche modo alzato di qualche centimetro il senso della collettività si sbaglia di grosso. 

Ormai è evidente che l’effetto è stato opposto, un libera tutti dalla quale non si vede la fine in fondo al tunnel.

In questa estate italiana 2021 con intermittente parvenza post pandemica, scorrazzano baldanzose intere famiglie alla ricerca di raggi di sole ed acque incontaminate tra località turistiche nostrane ormai costrette ad una sorta di prostituzione professionale pur di racimolare gli ultimi spicci derivanti da bonus vacanze e redditi di cittadinanza. La professionalità si è ristretta come un maglioncino di lana lavato a 180 gradi e centrifugato a 1200 giri. E’ circoscritta nelle zone considerate vip, dove solo pochi eletti possono accedere e sono, guarda caso, gli idoli degli idioti instagrammati che provano ad emularne le gesta. Bottiglie di champagne stappate con sorrisi e scioltezza a bordo di inavvicinabili yacht da categorie di persone che nulla hanno a che spartire con il popolino cafone se non, spesso, le loro origini e la cafoneria stessa.

Locali, ristoranti, alberghi sono costretti a lavorare con un numero ridotto di personale alle prime armi e frequentemente sotto pagato. Quasi impossibile trovare e remunerare i professionisti, già evasi all’estero anni or sono alla ricerca di commisurati riconoscimenti. Quelli rimasti a casa preferiscono giustamente il divano ed un reddito regalato che, seppur minimo, supera le offerte di mercato.

Le persone che nei decenni passati si incontravano nei corridoi degli alberghi e con le quali ci si scambiava un cordiale cenno di saluto che poi silenziosamente si ritiravano nelle loro stanze, sono state sostituite da frotte di bambini urlanti dalle infradito usate come zampe palmate di papere fuori habitat e nocche addestrate a picchiare le rimbombanti porte di legno in attesa che qualche genitore apra loro l’uscio. Non esistono più le ore di silenzio che in un hotel dovrebbero essere h24.

Lunghe carovane di individui fuori forma vocianti e strascicanti coinvolti in strenue battaglie alla ricerca di sedie e tavoli liberi in quelli che una volta erano ristoranti ed oggi sono semplici mense. Lunghe code di canottiere e pantaloncini corti, che sia pranzo o cena, al buffet da svaligiare di turno. Facce scure deluse dalle privazioni della vacanza dei loro sogni e con un buco nero nello stomaco capace di ingurgitare quantità industriale di cibo che nemmeno il rutto conclusivo riuscirà ad addolcire le loro monotone vite.

Infanti annichiliti dai cartoni sparati sugli smartphone posizionati sul tavolo con volumi da drive in. I richiami da metri di distanza tra i componenti delle varie tribù familiari per urlarsi il superfluo. Sedie stridenti trascinate come corpi morti e porte sbattute in faccia al buon senso.

Questa pochezza ha riempito tutti gli spazi lasciati colpevolmente vuoti dalla gratitudine e dalle regolette base della buona educazione. Sventola alta e fiera la bandiera del io ho pagato a giustifica di tutte le nefandezze intellettuali commesse quotidianamente dal turista moderno, un po’ come accade ad Israele* che ad ogni accusa si nasconde dietro all’evergreen antisemitismo.  (*sì, è una mia ossessione e tale rimarrà finché la Palestina non avrà giustizia)

Domina incontrastato un pensiero unico globale che si è conformato allo spartito scritto dai vari Amazon, Netflix e tutto ciò che si può comprare. Come se il bon-ton fosse in vendita sugli scaffali virtuali dei grandi magazzini.

Così va oggi il mondo, compresso e ridotto al minimo non indispensabile, addobbato da una marea di plastica e cazzate.

Ben inseriti in una società che non tiene conto delle persone più vulnerabili. Marciapiedi e piste ciclo pedonabili progettate con enfasi e contributi europei, realizzate con fastidio, abbandonate e violentate da suv e furgoni dittatori incontrastati della strada.

La prevalenza della costante rumorosità di pensiero, confusione mentale urlata in ogni occasione ormai da tutti, non più da molti idioti auto eletti.

Quindi maleducati ed ignoranti, anche se mai sarete consapevoli di questo, sappiate che avete vinto voi. Avete portato al trionfo il menefreghismo, la puerilità, l’arroganza, la meschinità, il nulla.

Sono d’accordo col fatto che nel mondo non ci sia equità; le persone maleducate infatti sono molto più numerose di quelle ben educate. (Salvatore Cutrupi)

Invenzioni

Il Prof. J.B. nacque a Lafayette il 2 marzo 1833.

La sua vita per lunghi anni fu monotona e solitaria.

Ogni mattina si recava nella sua scuola dove insegnava storia da quasi 40 anni.

In una di queste mattine del 1888, il Professore si presentò in aula come sempre e, dopo aver aperto il registro delle presenze, cominciò a fare il solito appello. Qualche alunno ricorda d’esser stato chiamato con un nome sbagliato quel giorno, così come per tutta la durata dell’anno scolastico. Ma c’era da capire, il professore era ormai vecchio e stanco. Era anche deluso di quello che fin’ora la vita gli aveva riservato.

Ai tempi dell’Università J.B. era forte e robusto, oltre che a scuola era considerato un primo della classe anche negli sport.

Egli praticava il calcio, nuoto, corsa, salto in alto ed in lungo e qualche volta si dilettava in qualche torneo di pindul pandul. Alto, moro, dal fisico scolpito, era un ragazzo molto ambito dalle sue coetanee e non.

Così, all’età di 20 anni s’innamorò perdutamente di C.O., una ragazzina di Youngsville che frequentava il suo stesso corso di letteratura presso l’Università di Lafayette. Anche per lei sbocciò l’amore ma per i due fu impossibile frequentarsi. I genitori di lei l’avrebbero voluta a fianco di un uomo dello spettacolo, possibilmente un pagliaccio, mentre i genitori di J.B. lo costringevano a studiare giorno e notte per diventare un professore stimato e ricercato come il padre W., direttore di una scuola elementare e come la madre S.T., insegnante di storia presso il liceo.

La distanza tra Lafayette e Youngsville fece il resto.

J.B. rimase solo fino a 58 anni, mentre si dice che la povera C.O. morì a 24 anni investita da un autobus di linea guidato da un autista ubriaco. (Si dice messicano)

Persi in seguito anche i genitori, anche loro investiti da un autobus di linea, si dedicò anima e corpo agli studi.

Viveva da solo nella buia casa ereditata dai compianti e passava ore intere a correggere i compiti nell’ampio salone dove tutto era rimasto identico per lunghi anni. Gli stessi mobili, gli stessi quadri, le stesse foto. Amava ascoltare musica classica di sovente e raramente invitava qualche studentessa nella sua abitazione per dare ripetizioni. Dicono fosse davvero bravo. Preferiva accogliere studentesse minorenni, le quali, dopo qualche lezione, passavano gli esami con voti stratosferici.

Una di queste rimase addirittura incinta durante degli studi di anatomia. Tutti gridarono al miracolo, in quanto la ragazza era vergine e single.

Il tempo intanto passava, il mondo si evolveva, cominciavano delle guerre e finivano delle altre.

Accanto a lui, la sera, davanti al camino, riposava la sua amata gatta Greta (in onore di Greta Garbo). Un gatto nero che più di una volta era scampata al peggio. Per ben due volte finì infatti investita dall’autobus di linea, ma ne uscì miracolosamente illesa.

In una di queste sere, mentre il professore rileggeva un suo scritto, avvenne la svolta.

Greta infatti miagolava ripetutamente fino al punto di infastidire il docente. Cercò di farla smettere dando lei del cibo, ma la gatta non ne volle sapere. Il professore allora la mise in una bacinella, con la speranza di farla addormentare. Nulla. Escogitò allora un altro sistema. Prese uno scatolone e ci ripose all’interno la bacinella con la gatta dentro. Poi chiuse.

I miagolii erano finiti.

J.B. però si preoccupò di tutto quel silenzio e volle accertarsi che la gatta si fosse effettivamente addormentata. Ritagliò allora nella scatola un foro abbastanza grande da poterne vedere l’interno e lo chiuse con una lastra di vetro per far si che il gatto non uscisse. Poi ripiegò la bacinella in verticale in modo tale da poter vedere il gatto.

Il gioco era fatto. Aveva scoperto un modo per isolare i miagolii del gatto, pur vedendolo dall’oblò ricavato nella scatola. Passarono i minuti, le ore e il professore si addormentò.

Il suo risveglio fu angosciante. Greta non dava segni di vita. Cercò di scuotere la scatola ma niente. Urlò forte e disperato il nome del gatto, ma ancora niente. Prese allora una caraffa d’acqua e la gettò all’interno dello scatolone.

La gatta si svegliò all’improvviso e dalla paura cominciò a correre come una forsennata cercando una via d’uscita. La scena che si presentò agli occhi del professore fu racapricciante: la gatta rinchiusa in una scatola che faceva roteare la bacinella come i criceti e lui inerme, che assisteva alla scena che gli si presentava nell’oblò.

Greta dalla paura lasciò uscire dal suo corpo qualche escremento e questo fu il lampo di genio.

Il professore si accorse che, nonostante tutto, la gatta era sempre più pulita. Giro dopo giro il nero di Greta era di un nero mai visto prima.

Ho inventato un lavagatti, pensò soddisfatto il vecchio professore. Pensò anche ad un nome da dare alla sua invenzione. Lavagatti era banale e scontato, ci voleva qualcosa di diverso. La sua Greta, la sua Greta Garbo, la sua meravigliosa attrice aveva ispirato tutto questo. Chiamò allora l’invenzione lava-attrice.

Il prof. J.B. cercò di brevettare l’idea, ma ricevette solo risate e derisioni anziché proposte di sviluppo e lavoro. Così fino alla fine dei suoi giorni, quando spirò in un bar vicino alla stazione degli autobus di linea di Lafayette. Correva il 1891 quando fu colpito da un infarto. Un presente, si dice messicano, avrebbe omesso di chiamare i soccorsi.

Solo anni dopo qualcuno si accorse che la scatola lava-attrice avrebbe cambiato le abitudini di milioni di persone. Non dovette far altro che sostituire i gatti con panni sporchi.

Si mormora sia stata proprio una delle ex allieve del professore a fare fortuna. Ulteriore indizio il fatto che riferendosi alla temperatura dell’acqua da mettere nello scatolone, la studentessa avrebbe dichiarato agli esperti: al professore piaceva a 90.

Infine l’errore nella trascrizione di lava-attrice che, omesse le doppie per ignoranza del responsabile brevetti, fu denominata lavatrice.

Non credo che la necessità sia la madre delle invenzioni – le invenzioni, a mio parere, nascono direttamente dall’inattività, probabilmente anche dall’ozio, forse addirittura da una certa pigrizia. Per risparmiarci fastidi.”

Agata Christie

Turismo è…

Arriva la pandemia che tutto il turismo porta via.

Nonostante l’evento catastrofico abbia modificato in peggio la qualità della vita dell’intero globo terrestre, il pensiero di molti, espresso apertamente, è stato ed è “chissenefrega delle vacanze, ci sono cose più importanti a cui pensare”

Pensiero parrebbe condiviso, tra l’altro, prima dal Governo Conte (quello della bodenza di fuoco)  con il pluriministro Franceschini  inerme ed incompetente e dal Governo Draghi dopo, con l’istituzione di un Ministero autonomo di fatto annullato dal Ministero della Salute.

Morale della favola un cortocircuito perfetto che ha disintegrato l’intero comparto turistico.

Ma cos’è il turismo? Le menti deficitarie che non l’hanno capito sono fondamentalmente due: chi pensa che il turismo si limiti ad una sciabattata in spiaggia, un bagno in mare ed una effimera abbronzatura fini a se stessi e chi crede che il territorio italiano vada privilegiato a scapito di quello straniero.

Cominciamo dal secondo punto: l’essenza del turismo è l’abbattimento dei confini. Voler privilegiare un territorio, ovunque esso si trovi, a discapito di altri è come affermare di voler aiutare prima i poveri di casa nostra e poi gli altri. I poveri vanno possibilmente aiutati. Punto. Indipendentemente dal luogo o dalla nazionalità. Se l’argomento povertà non convince i nazionalisti, allora c’è l’aspetto opposto da valutare, la ricchezza. Pecunia non olet dicevano i latini, qualunque sia la provenienza denaro rimane sempre, o solo, denaro.

Quando un connazionale varca un confine per godere delle meritate ferie non significa che tutti i suoi risparmi finiscano all’estero, anzi. Spiegando questa fase possiamo anche ricollegarci e rispondere al primo punto sopra menzionato, ossia il turismo è una rinunciabile sciabattata in spiaggia.

La signora Luisa, moglie del sig. Mario, vede su Instagram una foto bellissima di una spiaggia greca. Il paesaggio la colpisce talmente tanto che l’idea di passare qualche settimana d’estate sotto un sole garantito, acque limpide e cristalline prende forma giorno dopo giorno.

Entrambi esausti dalle limitazioni, dalle pressioni e dallo stress, si convincono che staccare momentaneamente la spina sia la scelta migliore.

Non se la sentono di organizzare il viaggio autonomamente perché vogliono evitare ulteriori pensieri che si andrebbero ad accumulare a quelli già presenti. Si affidano così ad una agenzia di viaggi di fiducia. A prendersi carico delle loro richieste è direttamente il proprietario che offre loro diverse possibilità. Valuta che le date siano compatibili con le varie offerte sul mercato proposte dai tour operator, si informa sulla qualità delle strutture, le preferenze sul cibo; tra l’altro uno dei due è celiaco. I due signori fanno la loro scelta mettendo in moto la fase organizzativa numero due. L’agenzia effettua la prenotazione presso il tour operator che da adesso in poi si prende carico dei due clienti. Prenota i posti sul volo di andata e ritorno che li porterà a destinazione, organizza il trasferimento dall’aeroporto alla struttura, comunica all’hotel la tipologia di stanza richiesta, nelle note fa presente che uno dei due ospiti è celiaco. Ad aspettarli, una volta arrivati nel luogo dei loro sogni, c’è un assistente che, essendo loro connazionale, parla la stessa lingua e rappresenterà dall’inizio alla fine il tour operator accertandosi quotidianamente che la vacanza del signor Mario e della signora Luisa si svolga come pattuito.

Intervenendo  tempestivamente in caso di necessità, come quando i due, cadendo da fermi con lo scooter, si slogano polso e caviglia. Li accompagna in ospedale, attiva l’assicurazione, indica loro un medico e la farmacia più vicina. Tutto risolto in poche ore, la vacanza non subisce nessun contrattempo. I due signori si godono le giornate al mare ma apprezzano particolarmente il fatto che, essendo italiani, la pasta a pranzo non manca mai. C’è addirittura un cuoco che la salta in padella al momento. I camerieri sono disponibili e sorridenti ed anche il maitre di sala vigila costantemente che il cibo del signor Mario sia glutin free. I coniugi giorno dopo giorno ritrovano il sorriso e sono sempre più rilassati tant’è che dopo aver aderito a tutte le iniziative dello staff di animazione decidono di esplorare l’isola usufruendo di una delle tante escursioni guidate. Via terra, via mare… C’è né per tutti i gusti. Comprano dei souvenir ed a volte cenano in qualche taverna tipica assaporando con curiosità i prodotti locali che sicuramente cercheranno di acquistare in qualche supermercato ben fornito una volta tornati a casa.

Arriviamo alla conclusione: Mario e Luisa sono andati in Grecia, vero. La maggior parte del loro investimento è però rimasto in Italia. Com’è possibile? L’agenzia di viaggi è italiana, il tour operator è italiano, la compagnia aerea che hanno utilizzato potrebbe essere italiana. L’equipaggio italiano. All’andata hanno fatto colazione nel bar dell’aeroporto italiano e sono stati serviti da una simpatica barista italiana. Quando hanno lasciato il tavolino dove erano seduti è passata una signora delle pulizie che lavora in una ditta italiana. Parte del personale della struttura in cui soggiornano in Grecia è italiano, molti prodotti che trovano al buffet sono italiani. La padella in cui viene saltata la pasta è costruita in Italia. Il caffè è importato dall’Italia; così come il formaggio grana, le mozzarelle ed il prosciutto crudo. L’assistente che si prende cura di loro, è italiano. Lo staff di animazione con cui si sono divertiti comprende diversi elementi italiani. Due receptionist sono italiani, altri due hanno studiato in Italia. Anche il dottore che li ha presi in cura ha conseguito la laurea in Italia ed ha prescritto loro dei medicinali prodotti nel Belpaese e di cui è rifornita la farmacia. La guida che li ha accompagnati in escursione ha studiato in Italia.

Grazie alle risorse che i turisti portano all’estero, tutti i beneficiari della filiera sono grati ed interessati alla cultura italiana tant’è che durante i mesi invernali scelgono di spendere le loro ferie o indirizzare i loro studi proprio in Italia. Mario e Luisa non lo sanno, ma chiacchierando con i locali quale il barista, il ristoratore, l’autista del bus, si sono resi ambasciatori della cultura italiana che, va sottolineato, spesso ha più rilevanza dell’esportazione dell’inciviltà.

Le persone partecipi  nel viaggio dei nostri simbolici coniugi non si riescono a contare. Non c’è un settore lavorativo che non sia coinvolto direttamente o indirettamente dal movimento turistico che è cuore pulsante ed indispensabile dell’economia mondiale.  

Se in qualche modo è giustificabile sentire affermazioni decerebrate scaturite da individui dalla conoscenza circoscritta, è preoccupante l’atteggiamento istituzionale nei confronti del turismo che fino all’arrivo della pandemia si è saputo muovere autonomamente.

Il turismo è arricchimento globale.

Se vuoi essere migliore di noi, caro amico, viaggia.

(Goethe)

Siena. Il campioncino

Il protagonista della storia nacque a Siena,

da una famiglia di umili commercianti, nei primi anni ’50, quando le leggende viventi Gino Bartali e Fausto Coppi erano al tramonto delle loro sfavillanti carriere. La forte passione di suo padre per il ciclismo rimase soffocata fino al suo concepimento che avvenne dopo diversi tentativi. Precedentemente e per ben nove volte, fu esposto un fiocco rosa sull’uscio di casa. A quell’epoca solo poche donne potevano concedersi il lusso di praticare dello sport, a maggior ragione le corse in bicicletta.

Non ancora in fasce il bambino venne alimentato con una borraccia di latta, cimelio ritrovato dai familiari durante una passeggiata primaverile nei campi attornianti la suggestiva città toscana. Si sosterrà in seguito che questo fu il motivo per il quale al bimbo i primi denti di latte spuntarono durante l’adolescenza.

Il piccolo campioncino crebbe ed all’età di sei anni cominciò a dividersi tra la scuola elementare e la piccola bottega d’ortofrutta di famiglia. Il padre sosteneva che solo con un duro allenamento suo figlio potesse diventare un ciclista alla stregua dei grandi campioni. Impose al bambino un duro programma di allenamento. Oltre al tempo impiegato allo studio ed al lavoro, avrebbe dovuto dedicare fino a dieci ore al giorno a pedalare. Ma il padre non tenne conto di un fattore non certo secondario: suo figlio era sprovvisto della bicicletta. Essere attorniato dalla madre e nove sorelle stava inoltre pregiudicando la sua mascolinità tant’è che alcuni amici di famiglia, molti anni a seguire, giureranno d’averlo visto per almeno due occasioni con in mano una bambolina di pezza. Particolare da non trascurare. Il primo velocipede gli fu regalato da uno zio falegname specializzato nella fabbricazione di casse da morto e che glielo costruì su misura. La gioia di disporre di un proprio mezzo di locomozione si trasformò ben presto in una sorte di lenta agonia: il padre gli impose fin da subito durissimi allenamenti. Oltre alle ore di fatica passate sulla bici ricavata da un tronco di faggio si aggiunse un ulteriore fattore che in un primo momento poteva sembrare trascurabile: anche la sella e le ruote erano fatte in legno. Queste ultime poi, erano quadrate. L’infanzia scolastica fu parecchio travagliata, vuoi per il poco tempo che poteva dedicare ai compiti, ritenuti perdita di tempo dal padre che in gioventù rimase deluso dal finale della storia della forza gravitazionale di Newton a tal punto da abbandonare gli studi in prima elementare, vuoi perché vittima del bullismo dei suoi compagni che lo prendevano in giro a causa della sua famiglia composta praticamente da sole donne. In realtà, come sembrerebbe dalle testimonianze avvenute molti anni a seguire da amici di famiglia, i suoi compagni di classe erano invidiosi della sua bicicletta più che dei suoi atteggiamenti sessuali equivoci. Con pazienza e dedizione infatti, il piccolo campioncino si era dedicato all’alleggerimento del mezzo, smussando con pialla e scalpello le parti eccedenti del telaio. Non solo: con ingegno ed innata maestria era riuscito a montare delle ruote circolari che gli permettevano di guadagnare parecchia velocità in più rispetto a quelle quadrate. Anche le vibrazioni sul manubrio erano notevolmente diminuite.

L’apice della sua tristezza si materializzò in una tempestosa  giornata autunnale quando al suonare della campanella di corsa all’uscita della scuola dinanzi ai suoi occhi si presentò l’episodio che lo segnerà per tutta la vita. Qualcuno, forse proprio uno dei suoi compagni di classe, incendiò la sua bicicletta. Il Preside sbrigò presto l’accaduto giustificandolo come l’opera di un fulmine, ma i dubbi sulla realtà dei fatti ancora oggi attanagliano i ricercatori. Moltissimi anni dopo da alcuni amici di famiglia trapelerà che sia stato proprio un suo compagno di classe a compiere quel gesto meschino.  Dopo aver appiccato l’incendio avrebbe commentato “Volevi la bici in carbonio? Intanto usa questa carbonizzata” In realtà fonti più autorevoli smentiscono categoricamente questa versione in quanto la prima apparizione delle bici con quel materiale avverrà solo alla fine degli anni ’80.

All’età di undici anni avvenne un’altra svolta nella sua vita quando, la sorella più grande, tornò a fare visita alla famiglia dopo un lungo esilio a Milano dove trovò lavoro come centralinista prima e come prostituta d’alto borgo in seguito. Raccontò al fratello che al nord circolavano biciclette di un metallo chiamato alluminio e con le ruote simili a quelle delle motociclette. Non solo, dalla tasca della pelliccia estrasse anche una foto di un ciclista professionista a bordo di quel mezzo così tecnologicamente avanzato. Il ragazzo alla sola vista ebbe un sussulto. Sua sorella glielo lesse negli occhi ed amorevolmente lo consigliò di intraprendere una professione che gli avrebbe consentito un tenore di vita tale da potersi concedere un mezzo simile. Il fratello ringraziò per il prezioso consiglio ma in un primo momento rifiutò di prostituirsi.

Il tempo passava e finalmente si presentò per lui l’occasione di far parte di una squadra di ciclismo. Narra la leggenda infatti che un giorno non ben precisato, si presentò nella bottega direttamente dalla lontana Torino un signore distinto alla ricerca di nuovi talenti da iniziare allo sport agonistico. Ormai le voci sulle capacità del giovane circolavano insistenti non solo in città, ma in tutta la regione. Piano piano erano sconfinate sul territorio nazionale fino a sibilare nelle orecchie dei più attenti commissari tecnici delle varie squadre. Il sogno si stava avverando. Con la maturità fisica cominciarono ad arrivare le prime soddisfazioni sportive, in ambito scolastico grazie a quella mentale. Con l’offerta di prendere parte della squadra ciclistica allora chiamata Fratelli Bondi Parrucchieri già Campioni del Mondo, il padre lo mise davanti ad una scelta. Le risorse non erano molte e la lattuga era rincarata. Sette delle sue nove sorelle avevano scelto di chiudersi in un convento, la già citata si era data alla prostituzione  mentre l’ultima rimanente era rimasta a dare un aiuto in bottega. La scelta da prendere fu tra continuare con il ciclismo, frequentare l’Università, portare avanti l’attività familiare o prostituirsi.

La decisione fu coraggiosa: tranne la prostituzione decise di coltivare tutte queste opportunità ed anche il campo di patate a cui il padre dovette rinunciare per problemi alla schiena. Non solo: vinse addirittura una borsa di studio che gli spalancò le porte dell’Università di Bologna.

Gli anni a seguire furono intensi e dispendiosi in termine di fatica: la mattina all’alba dopo una sommaria lavata della faccia si dedicava a scaricare con celerità i camion di frutta e verdura. Terminato il lavoro montava in sella alla sua bici cromata in comodato d’uso grazie alla Fratelli Bondi Parrucchieri già Campioni del Mondo ed a tutta velocità da Siena partiva alla volta di Bologna per presenziare alle lezioni del dottorato dell’Università in prima mattinata. Saltava il pranzo per non perdere tempo e ripartiva quindi alla volta di Torino dove nel pomeriggio si svolgevano gli allenamenti allievi della squadra Fratelli Bondi Parrucchieri già Campioni del Mondo. La sera, prima di rientrare a casa a Siena, passava a trovare la sorella a Milano che nel frattempo si era completamente inserita nella comunità tanto da fare un uso costante di cocaina. Molti anni dopo alcuni amici di famiglia sosterranno che anche lui fu costretto a far uso di qualche sostanza per poter sostenere i frenetici ritmi quotidiani, ma i ricercatori smentiranno queste tesi in quanto dalle foto risalenti all’epoca incriminata non si nota alcun buco sull’avanbraccio sinistro dell’atleta.

La notte a Siena, anziché godere del meritato riposo, si dedicava alla raccolta delle patate. Dormiva una mezz’oretta al mese. Le preoccupazioni però spesso gli toglievano anche quel momento di relax facendolo girare e rigirare nel letto.

Le fatiche si fecero sempre più insostenibili fino a quando a metà anni ’60 in un caldo pomeriggio di Giugno durante gli allenamenti con la Fratelli Bondi Parrucchieri già Campioni del Mondo ebbe un mancamento e cadde a terra rimanendo senza sensi per alcune ore. Si risvegliò all’ospedale solo un mese dopo attorniato dai suoi genitori, le sue sorelle, i compagni di squadra e gli amici di famiglia che solo molto anni dopo sveleranno che la stanza dell’ospedale era molto capiente. La diagnosi che fece il medico curante non lascò spazio a dubbi: lo svenimento era dovuto all’allergia dei pollini. In seguito però il caso fu studiato anche da ricercatori di diverse Università d’oltre Oceano e tra le ipotesi che più contrastano il verdetto del dottore spuntarono possibili fattori di stanchezza. Non si saprà mai con esattezza.

Durante la sua permanenza in ospedale avvenne una concomitanza terribile: sua madre infatti scomparve a causa di una malattia incurabile. Stranamente la sua reazione non fu catastrofica, probabilmente perché in questa storia la sua genitrice non viene mai menzionata per faccende rilevanti. D’altronde all’epoca ogni decisione spettava al padre che, pochi mesi dopo, lasciò anche lui il mondo terreno per un infarto occorsogli durante lo scarico di un bilico di cocomeri. Agonizzante sul letto, come testimonieranno molti anni dopo amici di famiglia, avrebbe pronunciato le seguenti parole “Dov’è la matita che tenevo sull’orecchio?”

Il campioncino ormai ventenne e ad un passo dal firmare un contratto con una squadra professionistica di ciclismo rimase molto scosso dalla vicenda tant’è che non solo rifiutò il passaggio nel mondo del professionismo, ma non salì mai più su una bicicletta per il resto della sua vita. L’epilogo non fu glorioso in quanto decise dedicarsi anima e corpo alla prostituzione grazie agli aiuti di sua sorella molto inserita nell’ambiente. Solamente negli anni a seguire alcuni amici di famiglia riveleranno che avrebbe dichiarato che dopo tutti quei chilometri percorsi sul sellino anche il lato più impegnativo del suo nuovo lavoro era meno doloroso.

Del campioncino non si ebbero più notizie certe e si persero le tracce. Ancora oggi circolano voci che ipotizzano la sua scelta di cambiare sesso, anche per svariate volte.

Gli ex amici di famiglia intanto sono alle prese con alcune denunce per diffamazione inspiegabilmente esposte da una vecchia transessuale brasiliana che abita a Milano ma di cui si ignora ogni collegamento.

“La bicicletta è stata, per la donna, subito accessibile, senza divieti, senza remore di puritanesimo, senza scomuniche.”
Adriano De Zan