Lisbona. Sostiene Pereira
Accartoccio l’incommestibile della mia colazione e lo butto.
Noto quanto sia davvero spropositato il materiale di scarto intanto che il cestino straborda.
Sono avvolto da un alone di stranezza ed incredulità, affrontare un viaggio adesso forse non è la cosa migliore da fare.
La porta si chiude dietro me, una mandata di chiave, la seconda e sono già sulle scale.
Si spegne la luce sui pochi miei averi e certezze che lascio dentro il mio appartamento. Cala il buio anche sul comodino ed il libro che vi è appoggiato sopra. Sotto la lieve patina di polvere sulla copertina si legge Sostiene Pereira.
Tabucchi inventa e descrive la storia di un protagonista mediocre, giornalista timoroso e passivo di ciò che accade in una Lisbona sotto assedio dittatoriale. E’ ambientato nel 1938.
Magari è causa di quel libro se la meta del viaggio è la capitale lusitana.
Arrivato, tra gli innumerevoli sali scendi e binari del tram ordinatamente adagiati sull’asfalto che li ricoprono, soffro un’aria irrespirabile. Penso sia dovuto al fatto che le case sono costruite una attaccata all’altra. Sembrano franate da una montagna e raggruppate ai bordi dell’Oceano in balia di un infinito istante prima di scivolarci dentro. Un affascinante ammasso colorato.
Chi mi ospita nella capitale è sicuro del fatto che la coltre di smog sia dovuta ai nuovi ambiziosi lavori di riqualifica del centro e dall’immane fatica che devono sostenere i mezzi per inerpicarsi tra le vie di Lisbona.
Mi sembra strano rivedere F dopo tanto tempo. Eravamo rimasti in contatto, sporadico, grazie alla semplificazione tecnologica. In altri tempi una semplicissima leccata al francobollo sarebbe risultata fatale al nostro rapporto.
Non mi colloca nella mia situazione attuale se ci troviamo a mangiare una nata in un rinomato locale in Praça dos Restauradores. Bellissima e ricca zona del centro costruita volutamente dopo il terribile terremoto del 1755 che distrusse tutta la città tranne qualche raro edificio. Mentre ci incamminiamo con goffaggine infantile mi pulisco la mano dagli ultimi residui di crema pasticcera, ripieno generoso della terza nata che ho ingerito. Forse non è il momento più adatto per specchiarmi nelle vetrine dell’Avenida Liberdade. Provo un sentimento più solidale rispetto al pover uomo che chiede l’elemosina a pochi passi dai negozi Burberry e Louis Vuitton, che alla agghindata signora che precede il bellman intento ad aprirle la splendente porta del Tivoli.
Ci avviciniamo al Parque Eduardo VII. Nell’attraversare l’Avenida Liberdade le mie vie respiratorie hanno goduto di una tregua, ora che siamo seduti al parco ricomincio a respirare. A spezzarmi dinuovo il fiato è la vista panoramica della città.
Ci raccontiamo pagine sparse delle nostre vite ed associo la mia alla Lisbona martoriata dal terremoto. Dentro di me solo macerie e nessuna visione di viali o parchi costruiti per siglare la rinascita. Troppo presto. D’altronde, mi spiega pazientemente F, ci vollero cent’anni prima che il francese Marchese di Pombal diede il via alla costruzione della Avenida Liberdade.
Condizionato dalle descrizioni mi aspettavo una città più poetica. Magari più artistica. Eppure F è emigrato dall’Italia decenni or sono per impiantare lì il suo studio di pittura. Ero tra quelli che all’epoca lo sottostimava mentre mi concentravo a primeggiare nella competizione del consumismo più sfrenato. Rispetto ai suoi epocali detrattori mi sento meschino e vigliacco. Mi nascondevo dietro persone che dichiaravano con cattiveria, ma in prima linea, il disprezzo nei suoi confronti. Usavo un fasullo sentimento d’amicizia per fargli pesare la mia presunta superiorità. Era alternativo, a modo suo unico e così lo vedo anche adesso mentre con disinvoltura continua a spiegarmi ogni angolo della sua città adottiva guardando fuori dalle finestre del tram 26. Per lui la libertà è qualcosa di naturale. E’ cresciuto libero. La riscoperta di questa libertà mi destabilizza.
Scendiamo dal tram 26. Il percorso è stato sorprendente ed ha svelato la parte più tradizionale di Lisbona. Sento di indossare un sorrisino da ebete mentre osservo il cartello di avviso nel vagone; informa i passeggeri del pericolo di borseggiatori. Non è l’insegna che mi fa sorridere bensì il confronto tra l’accorgimento protettivo adottato dal mezzo pubblico per evitare spiacevoli furti di modesti valori e la totale noncuranza con cui avevo portato al lastrico intere famiglie senza il benché minimo avviso.
Distolgo lo sguardo dall’intenso azzurro di occhi di donna che colgo nel ordinato intreccio di colori di uno dei quadri dipinti da F. Non riesco a farmi distrarre da niente e vengo completamente coinvolto dalle opere esposte. La mia glaciale scalata al successo aveva chiuso ogni spiraglio all’idea che quel ragazzo senza ambizioni potesse affinare la sua tecnica fino addirittura consentirgli di vivere di arte.
Non sono tutte sue le opere.
Mi racconta che lo studio è frequentato da altri due artisti con i quali ha un rapporto professionale duraturo e fraterno. Ama ospitare ragazzi talentuosi desiderosi di esprimere le loro idee attraverso l’arte. Per partecipare alle sessioni artistiche hanno l’obbligo di pagare una retta che consiste nel portare con sé qualche lattina di birra, qualcosa da mangiare e qualche amico musicista. Spesso impiegano più tempo a discutere, bere e suonare che a dipingere.
Il quartiere storico do
ve ci troviamo si chiama Alfama e non ha un aspetto rassicurante. Per accedere al suo studio siamo entrati da una finestra affacciata sulla strada riadattata all’uso di porta. Viene oscurata per qualche secondo al frequente passaggio del tram.
Nel frattempo si è fatta sera e decide che oggi è un giorno troppo speciale da passare chiusi nel suo laboratorio. Armeggia gli interruttori ed usciamo da una porta secondaria. Si spengono le luci dietro a noi. Attraversiamo l’ampia ed ordinata stanza adiacente dove prevale il colore neutro grigio delle pareti. Le sculture esposte nelle teche hanno uno spot di luce ed una targhetta con la schematica descrizione. Anche l’arte per sopravvivere necessita di una parte meno nobile, commerciale. Penso.
Tra le portate del menù che stiamo consultando su una piccola lavagnetta nel caratteristico locale dove ci troviamo permane ancora dell’imbarazzo. Le ridotte dimensioni della stanza obbligano gli avventori a sedere gomito a gomito anche tra sconosciuti. Diversità compresse in pochi metri quadrati.
Tutto sommato avrei desiderio di parlare di me e di cosa stava accadendo ad F, ma non trovo lo slancio per farlo. Penso alla faccia che farebbe la mia giovane sconosciuta vicina di panca se sentisse e capisse chi sono veramente. La cena invece scorre veloce tra la curiosità d’aver indovinato il cibo ordinato e le scritte sui muri, riesumazioni adolescenziali e commenti sugli altri commensali.
L’indaffarata e cordiale signora che si muove agilmente tra le barriere umane del suo ristorante si appoggia al nostro tavolo e conteggia velocemente su un piccolo block notes quello che dobbiamo lasciare. Intravedo la cifra, onesta, ma non ho il tempo di pagare. Vengo trattenuto da F che scambiando sorrisi e parole portoghesi incomprensibili con l’affabile locandiera salda abilmente il conto. Ringrazio F ma lo obbligo a continuare la serata altrove a mie spese.
I vicoli che attraversiamo sono riflessi nelle pozzanghere d’acqua che l’abbondante piovuta pomeridiana ha lasciato dietro sé.
A Lisbona la musica rimbalza tra le pareti dei muri delle case e trova la sua massima dimensione nei locali di Fado.
Sono un broker, fallito come le persone che ho strascinato dentro la follia economica di cui mi assetavo. Non conosco amicizia e sincerità ma solo il lusso dell’inanimato e rapporti pretenziosi ed occasionali. Il suono violento e sordo delle due porte che mi sono state chiuse in faccia in questi ultimi giorni rimbombano continuamente in me. E’ il vuoto che ho dentro alimenta l’eco di questo dolore che pare infinito. Ero e sono drogato di numeri, economia, soldi. Di niente.
Di locali assordanti e ristoranti di prestigio, abiti cuciti su misura, donne a cottimo e polvere bianca. Mal di testa e bruciore agli occhi. Occhi arrossati dall’alcool e dal monitor del mio laptop. Investimenti incoscienti e proposte indecenti nell’emozionante sali scendi della Borsa. Roller Coaster su cui ho volutamente, irresponsabilmente, egoisticamente stipato gente in ogni spazio del treno.
Follia alimentata da persone dalle mani ruvide, camminate stanche, sguardi fiduciosi.
Ho rovinato loro. Ho rovinato me.
Arrivano i nostri drink e non ho seguito nulla della descrizione di F riguardante il Fado. Era assorto nei miei pensieri. Pensieri che continuo a nascondergli.
Nella sala si accende una luce rossa. Segnala l’arrivo del gruppo che da lì a pochi istanti si esibirà per l’intima platea.
Porto il bicchiere alla bocca e Cristiana Águas comincia a cantare.
Ascolteremo questi canti e lascerò Lisbona. Penso.
Domani caricherò il mio pesante fardello e tornerò da dove sono arrivato.
Da dove non c’è domani.
Algarve. Alla ricerca della fine
Erano passati pochi giorni da quando scelsero la meta dove trascorrere del tempo assieme cercando di lasciare alle spalle, consapevoli che ciò non sarebbe mai potuto accadere, quello che era capitato e che sembrava lontano anni luce dalle loro vite. Allo scopo, pensò P, sarebbe servito un luogo superficiale, condito da un po’ di storia che non guasta, ma predisposto al divertimento ed ai sorrisi. Anche se di circostanza o d’interesse. A letto immersi tra le lenzuola stropicciate ed il volto semiscoperto da un grande piumone avevano sfogliato riviste, cataloghi, litigato con i cavi della ricarica dei loro smartphone e tablet scorrendo immagini che si riflettevano colorate sui loro volti ed alla fine avevano deciso per il Portogallo. L’Algarve per la precisione.
Dalle informazioni né risultava una regione molto poco frequentata in quel periodo dell’anno ed orientata ad un turismo frivolo piuttosto che culturale. La stagione non avrebbe permesso di usufruire delle poche spiagge presenti ed anche il mare, l’imponente Oceano Atlantico, non sembrava particolarmente avvezzo a ricevere visite se non quelle degli scalmanati surfisti.
Nei minuti che seguirono la scelta definitiva un’ulteriore scorta di futili informazioni, cui viaggiatori più esperti farebbero ben volentieri a meno, riempì i loro pensieri ed i libricino di appunti di E.
Forse l’esser giovani richiede un pegno quantificato in piccole stupidità quotidiane da compiere. Chissà che la vecchiaia non cominci proprio al rifiuto di farlo.
Arrivati, il primo impatto non fu dei migliori, complice una giornata anonima che aveva alimentato ulteriori incertezze nei ragazzi che però non si scoraggiarono ma anzi, trovarono un posto suggestivo dove fare colazione e pianificare le ore seguenti. Le loro parole scorrevano come l’acqua del Rio Gilao che attraversava Tavira, cittadina abituata a ricevere turisti ma altresì storica ed affascinante. I loro smartphone una volta rassicurati i premurosi genitori e consultato Google Map vennero utilizzati solo per fare foto, come al caratteristico ponte romano di Tavira. Prima di lasciare il locale avevano riempito di domande il figlio della proprietaria, loro coetaneo, che con grande pazienza ed abilità linguistica aveva illustrato i luoghi più interessanti, a suo avviso, da visitare. Dopo aver esplorato un breve tratto del corso del fiume ed aver osservato le numerose piccole imbarcazioni di pescatori ormeggiate, attraversarono il verde Jardim Publico prima e la Camara Municipal poi per ritrovarsi in pochi minuti a salire i gradini che li avrebbe visti ospiti del castello che guarda la città dall’alto. Le alte mura della fortezza servirono ai due giovani intraprendenti a realizzare foto panoramiche che in seguito sarebbero orgogliosamente finite sui social. Tra le tante ci fu anche una che li ritraeva entrambi, scattata da una turista spagnola di passaggio. L’unica in cui E pareva realmente felice.
La giornata scorse veloce tra momenti scherzosi ed obbligate parentesi spirituali al cospetto delle Chiese de Santa Maria do Castelo e de Santiago dove sui bianchi muri cominciò a riflettere una timida luce che pareva voler intrufolarsi tra le goliardiche iniziative della coppia, facendosi spazio tra le indifferenti ed antipatiche nuvole scure e grassocce intente nel loro lineare cammino. La mattinata a Tavira trascorse serena e solo l’amorevole percezione di P nei confronti della sua compagna e della stanchezza che la stava malvagiamente artigliando interruppe altre ore di spensieratezza. Lei dormì profondamente per tutto il pomeriggio, P invece si diede silenziosamente da fare per cercare di sorprenderla al suo risveglio. Si prodigò a ricercare un ristorante dove passare la sera.
A tavola ancora una volta liquidarono al telefono i loro genitori con frasi sbrigative che il padre di lei interpretò, giustamente, che i ragazzi non desiderassero interferenze durante i loro momenti di svago. La madre di E mantenne le sue ansie e continuò a ripeterle premurosamente di riguardarsi e di assumere i medicinali.
I due intanto si stavano godendo una bottiglia di Soalheiro Allo. La scelta di questo vinho verde portoghese era stata suggerita da un’intuizione che non c’entrava nulla con la reale origine del nome. P si era ritrovato a sfogliare la lista vini come se il sesso forte sia condannato ad esser conoscitore degli uvaggi per forza, ma non ci pensò nemmeno un istante a nascondere la sua impreparazione agli occhi di E, che tra l’altro non avrebbe potuto nemmeno berlo, scegliendo una bottiglia a casaccio tra i nomi più affascinanti e fugaci sguardi al prezzo. Avevano optato per il vinho verde perché un vino verde, effettivamente, non l’avevano mai visto. Quando arrivò la bottiglia del Soalheiro si resero conto che un vino verde mai l’avrebbero visto né tantomeno bevuto. Il riferimento non era dovuto alla pigmentazione della bevanda, che risultava paglierina come un qualsiasi vino bianco, bensì un misto tra vino giovane e vino maturo. Va consumato non più tardi di un anno dopo l’imbottigliamento si informò ulteriormente P su wikipedia.
Verde era riferito alla maturazione quindi e non al colore. Senza saperlo avevano scelto il vino più adatto per brindare alla loro condizione.
Stavano bene. Il locale era pieno di persone e la confusione avrebbe procurato fastidio a chiunque cercasse un po’ di quiete. Eppure loro si sentivano soli tra la gente. Continuarono a parlare dei loro progetti che crescevano in proporzione al vino consumato.
Colline ricoperte da un interminabile manto verde, alberi dall’aspetto centenario, bovini liberi di pascolare tra le praterie fu il paesaggio che accompagnò i due nel pezzo di autostrada che stavano percorrendo il mattino seguente per raggiungere uno dei punti più estremi dell’Europa Occidentale. Raggiunsero in poco più di un’ora Fortaleza de Sagres, palcoscenico illuminato adeguatamente dal benevolo sole. L’Oceano, abitualmente agitato dal vento, si presentava piatto come una pennellata azzurra sulla tela di un dipinto.
I ragazzi non persero tempo ad esplorare quell’incredibile costone di terra che aveva probabilmente ispirato centinaia di artisti; sicuramente il poeta tra i più significativi di lingua portoghese, Fernando Pessoa.
Ammirarono intor
no, E si sentiva come i pescatori sul ciglio del precipizio che intanto si notavano spuntare tra i faraglioni. Fissava l’infinito appoggiata ad un parapetto in legno distratta solo da qualche apparizione volutamente goffa del suo compagno P, allontanatosi nel frattempo e che in modo affettuoso le faceva sentire la sua presenza, concedendole però l’intimità cui stava cercando. Se un letto o un’opprimente stanza d’ospedale non sono certo stabili riferimenti per capire lo scopo del nostro cammino terreno, figuriamoci quell’enorme distesa blu, il volo libero di decine di specie d’uccelli, la minuscola scia lasciata da un peschereccio all’orizzonte, tanti puntini neri sulle loro minuscole tavole da surf dondolati dalla noiosa fluttuazione di un mare restio ad ergersi nuovamente a protagonista. Lei riprese a camminare confusa dalle immagini cui bellezza parevano torturarla all’idea che tutto sarebbe potuto finire. Troppo presto.
Finché non si fermò nuovamente davanti ad una targa che recita una poesia di Pessoa, Orizzonte
Mare anteriore a noi, le tue paure
corallo e spiagge e alberete.
Sbendate la notte e la caligine,
le tormente passate e il mistero
si apriva in fiore la Lontananza, e il Sud siderale
splendeva sulle navi dell’iniziazione.
Linea severa della riva remota –
quando la nave si approssima, s’alza la costa
in alberi ove la Lontananza nulla aveva;
più vicino, s’apre la terra in suoni e colori:
e, allo sbarco, ci sono uccelli, fiori,
ove era solo, di lontano, l’astratta linea.
Il sogno è vedere le forme invisibili
della distanza imprecisa, e, con sensibili
movimenti della speranza e della volontà,
cercare sulla linea fredda dell’ orizzonte
l’albero, la spiaggia, il fiore, l’uccello, la fonte –
i baci meritati della Verità.
Quella giornata terminò con il sole trasformato in una grossa palla di fuoco arancione che i due videro a Faro, città sulla via del ritorno verso Tavira.
Erano entrambi felici di quello che era accaduto e non si preoccuparono di dare spiegazioni, cercare motivi o di preoccuparsi di quello che gli aspettava.
A lei riuscì solo di dire grazie. Lui le appoggiò il braccio sulle spalle e la portò a sé mentre rimasero a fissare lo spegnersi del tramonto.
Quelli che si lamentano di più, sono quelli che soffrono meno. (Publio Cornelio Tacito)
Controviaggio: Qualcosa è cambiato
Meno idee si hanno e meno si è disposti a cambiarle
Michelangelo
Della notte appena trascorsa sotto il temporale erano rimaste solo delle inquietanti nubi nere e pozzanghere tanto vaste e profonde da rallentare il flusso del traffico. Avevo trascurato il fatto che avrei perso parecchio tempo prima di svincolarmi dagli ingorghi e raggiungere l’ufficio. Pagai la disattenzione con circa venti minuti di ritardo ma almeno ebbi tempo di riempirmi un po’ lo stomaco prima di uscire di casa.
Al mio ingresso nella conference room erano già tutti schierati ai bordi del lungo tavolo dove ad ogni sedia corrispondevano colleghi, fotografi, cameraman ed analisti e davanti a loro report pronti ad essere esposti al grande capo, l’unico in piedi, che nel frattempo si impegnava a pulire la lavagna magnetica da appunti precedenti.
Proprio lui, ovviamente, esordì in tono severo “finalmente ci siamo tutti, possiamo incominciare”. Notai qualche sguardo indirizzato nei miei confronti con l’intento evidente di imputarmi l’attesa ma non ebbi tempo di scusarmi perché il direttore non perse tempo nel arrivare al punto: “Colleghi, avremo modo di constatare dati alla mano che le cose non vanno malissimo, ma non basta. Non possiamo accontentarci, non siamo qui per galleggiare. Dobbiamo cambiare linea così rischiamo troppo e tutto” mentre lo diceva si muoveva coprendo con la sua snella e decisa figura i pochi appunti rimasti sul boarding; incalzò “se qualcuno di voi ha delle idee questo è il momento per tirarle fuori. Tutte. Anche quelle che a voi sembrano più idiote potrebbero essere vasi di pandora che ci conducono a qualcosa di grande” Le facce preoccupate fecero presto spazio a sorrisini di compiacimento a chi ricopriva ruoli creativi, come il mio, mentre irrigidirono ulteriormente quelli degli analisti che si sentirono esclusi da questa prima richiesta.
Il primo ad esordire fu S che era sempre la più preparata in questi casi. I pezzi che scriveva erano sempre molto dettagliati e ricchi di informazioni ed il lettore, specie quello femminile, la ripagava con numerose gratificazioni “Personalmente credo ci debba essere più sintonia tra i vari pezzi. Mi spiego, quello che pubblico spesso fa difficoltà ad agganciarsi a quello che scrive lui, ad esempio”. Ancora una volta mi ritrovai tutti gli sguardi addosso, perché “lui” ero io. Erano due i motivi per cui ammiravo S: l’aspetto fisico, cui un certo rigore si opponeva idealmente all’immagine di lei in una sognata intimità e la sua sete di successo che la rendeva implacabile ed impeccabile. Ma senti sta pezza di merda, pensai all’occasione facendo svanire tutti i sogni precedenti e sentendo la fronte raffreddarsi all’improvviso. Non ebbi tempo di rispondere che il primo analista, dopo averle staccato di dosso a fatica lo sguardo incantato, partì con un elenco interminabile riguardante i numeri che effettivamente poteva vantare S.
“Sì d’accordo S. grazie ed anche a lei, ma l’intento di oggi non è quello di perfezionare, ma di stravolgere” tagliò corto il capo. “Noi possiamo sicuramente osare di più” intervenne F, responsabile del canale dedicato su You Tube, prontamente incalzato a continuare dal direttore “abbiamo grossi margini di miglioramento, con interviste più approfondite e d’inchiesta. Dobbiamo coinvolgere più persone, ma non è sempre facile”. I cameraman annuivano mentre seguivano le indicazioni del loro responsabile che invece fece innervosire non poco il big boss che lo interruppe “Facile? E chi cazzo ha mai parlato di cose facili? Qualcuno di voi ha forse avuto facilmente il posto che ricopre? In caso posso prendere informazioni ed altrettanto facilmente vi ritrovereste col culo sul marciapiede di fuori. Qui niente è facile. Entusiasmante, importante, crescente, ma non facile”
Erano passati parecchi minuti di discussione e non sembrava esserci soluzione alle richieste di cambiamento. L’aria si era appesantita nonostante i continui flussi di aria condizionata, quasi inefficaci al cospetto dell’umidità emessa dalle persone all’interno della sala e di quella che si intravedeva dalle finestre che davano sul parco difronte allo stabile.
La segretaria personale del grande capo aveva provvidentemente fatto irruzione nell’ufficio chiamandolo a rispondere al telefono con una certa urgenza, così da permetterci una pausa. Gli analisti si raggrupparono tra loro e cominciarono a snocciolare dati, scartare cibi e sorridere di nuove scoperte nel mondo dei videogame, S aprì la propria borsetta, estrasse lo smartphone e non esitò un istante a digitarci centinaia di parole probabilmente dirette al suo amante o a qualche amica di pettegolo; i fotografi si sedettero sul tavolo in compagnia dei cameraman smaniosi di fumare qualche sigaretta e scambiarsi informazioni sui nuovi viaggi in agenda. Rovistai d’istinto, senza un motivo specifico, nella mia borsa; forse in cerca del tablet. Mi capitò tra le mani un libro che avevo cominciato a leggere ma non ero mai riuscito a portare avanti. Viaggio in Portogallo, di José Saramago. Una guida turistica spirituale, poetica e romanzata del Paese lusitano che aveva dato i natali allo scrittore premio Nobel della letteratura.
Il capo rientro e le persone cominciarono a ricomporsi lasciando da parte almeno apparentemente il clima apatico che si era formato.
“Un romanzo!” esclamai attirando questa volta volutamente gli sguardi “…sembrerà di leggere un romanzo!” Nessuno aveva ancora capito cosa stava balenando tra la mia testa in quel momento, ma ignaro di tutto continuai “la rete è piena stracolma di indirizzi, numeri, prezziari, indicazioni e suggerimenti su cosa fare, come e perché” si era spento anche l’ultimo brusio “mancano indicazioni per raggiungere l’anima, la spiritualità, il carattere dei luoghi.” S sorrise scettica ed accennò una timida interazione che venne sommessa dal capo che mi fece cenno di andare avanti “Ci sono migliaia di siti uguali, diari di viaggiatori che ci raccontano quello che hanno fatto e quello che dobbiamo fare per seguirne le orme. Va bene, grazie, utili. Noi però possiamo offrire qualcosa di diverso evitando di togliere o opacizzare la convinzione del viaggiatore di essere il primo scopritore di ciò che vede. Quella sgradevole sensazione di bere da un bicchiere dove hanno già bevuto altre persone.” “Interessante”, si lasciò scappare F tra lo sguardo esterrefatto degli analisti e quello visibilmente stizzito di S “inutile stare a descrivere le dimensioni del bicchiere e la bevanda che ci puoi versare. Descriverò chi la bevanda l’ha prodotta, come e dove vive, i suoi amori e le sue paure. Ci saranno aneddoti di vita, di speranze, di gioie che alla fine la bevanda nel bicchiere sarà un frullato di sentimenti. Ecco con cosa si asseterà il mio lettore.” S questa volta non riuscì a trattenersi “ma così andiamo a stravolgere tutto!” mettendo sul vassoio d’argento la mia rivincita lavorativa che non tardò ad arrivare per bocca di chi decideva “Quello che avevo chiesto”
La gioia di aver contribuito a trovare la nuova via lasciò da parte inutili rancori e prese ancora più slancio: “e credo che far interagire la parte romanzata con quella informativa e di ricerca possa essere di ulteriore successo. Il lettore vorrà ricalcare le orme del protagonista ed andare a visitare il set” non tardò la puntualizzazione del capo “Bene S, compito tuo spiegare come arrivarci a questo set”
La stanchezza e la staticità mentale papabile fino a prima del mio speech d’improvviso imboccarono la via della creatività e da lì a poco la lavagna diventò un campo di battaglia carica di informazioni, collegamenti e sottolineature.
Minuto dopo minuto si intensificava frenetico il lavoro di restauro della nostra opera.
Nel frattempo però accadde qualcosa di strano ed inspiegabile: i colleghi cominciarono uno ad uno a sbiadirsi, disperdersi tra le luci della stanza, scomparire lentamente, come anime libere che si introducevano ed incastravano nel progetto che assimilava queste forze per ingigantirsi, colorarsi, prendere vita. Rimasi lì, a guardare ciò che stava accadendo, quasi incredulo che fossi proprio io la causa di tutto ciò. Le persone con le quali avevo ideato questa nuova formula erano scomparse ed anche la lavagna, il tavolo e l’ufficio si scomposero in tanti piccoli pezzi che volarono all’orizzonte lasciandomi solo in mezzo al nulla.
Solo, con le mie fantasie ed un nuovo progetto tra le mani.
In viaggio 9 mesi pagato (tanto). Vuoi?
Ti piacerebbe fare il blogger di professione viaggiando il mondo per 9 mesi profumatamente pagato?
Sei disposto «a testare i prodotti e le attrezzature nei posti più selvaggi del pianeta»? Sapresti documentare il tutto con racconti avvincenti e foto accattivanti? Proposta valida per due persone, 35.000 euro più benefit.
Difficile che il lettore continui a leggere la seconda riga di questi post senza essersi già scaraventato con lo sguardo alla ricerca di un modulo di iscrizione o indirizzo email dove mandare la propria candidatura.
Trattasi in realtà di una economica e funzionale trovata pubblicitaria che chiaramente attira su di sé migliaia di utenti a costo praticamente nullo, fosse anche vero che alla fine qualcuno sarà pagato per fare quanto sopra descritto. L’azienda che propone questa formula produce abbigliamento sportswear , è americana ed ha lanciato la sfida sul proprio territorio. Le date delle audizioni dove presentare la candidatura prevedono al momento solo Stati a stelle e strisce; date e luoghi da intercettare seguendo il profilo Instagram della stessa azienda con l’obbligo naturalmente di diventare follower. Mentre scrivo né conta 121K.
La prima clamorosa trovata del genere va attribuita all’Ente del Turismo Australiano che nel 2009 annunciava di voler assumere un addetto/a per praticare mansioni che variavano dal monitorare le rotte delle balene, al rifornire di cibo le tartarughe, nonché attendere il servizio postale; il tutto per 75.000 usd in sei mesi di lavoro con tanto di villa e confort a disposizione. Naturalmente le candidature furono milioni da tutto il mondo e l’Ente Turismo fu sommerso da cv e video di ogni genere e tipo, facendo rimbalzare la notizia in qualsiasi angolo del mondo, riuscendo così nell’intento dichiarato di promuovere il reef. Al di sopra di ogni aspettativa a dirla tutta.
Se in questi casi la pubblicità è mirata ad alimentare i sogni di ognuno di noi senza necessariamente provocare grosse delusioni perché è evidente che per la legge dei grandi numeri le probabilità di essere coinvolto in questi progetti sono nulle, più fastidiosi sono i moltissimi annunci apparentemente abbordabili dove i lavori proposti non sono certo esotici o irraggiungibili. Attenzione, perché ad oggi i dati personali contano quanto e forse più del denaro e per un’azienda di ricerca avere a disposizione migliaia di cv settoriali significa intascare parecchi soldini. Naturalmente tutto questo sarebbe vietato dalla legge ma tenuto conto che spesso non arrestano delinquenti per reati ben più invasivi e fisici, figuriamoci chi si mette a perseguire realtà virtuali e fittizie.
Così come molti blog e siti italiani hanno furbescamente utilizzato il titolo “In viaggio per 9 mesi pagati 35mila euro: ci state?” evidentemente con il solo scopo di attirare lettori, cambiando la valuta originale, dollari, in euro e tralasciando qualsiasi tipo di vera informazione a riguardo, ossia che si tratta di uno spot commerciale focalizzato al mercato americano.
Uno specchietto per le allodole, come ce ne sono tante in rete, travestite da notizie curiose, che fanno aumentare le visite ed i click sui banner pubblicitari ed incidono negativamente sul senso della realtà nelle persone. Ma ormai, pare che l’etica del giornalista sia rara quanto i prescelti delle campagne pubblicitarie.
Non stai pagando per questo prodotto, perché il prodotto sei tu.



















