Sulle orme di Saramago (viaggio tra padre e figlia)

La nostra conversazione telefonica si è appena conclusa.

chitarraioNonostante i molti anni passati, mi sento frastornata dal sentimento di rabbia e d’amore che provo nei suoi confronti. Non riesco a spiegarlo a me stessa ora, figuriamoci da bambina quando vedevo scorrere la mia vita da inconsapevole mutilata d’affetto. Le mie rivoluzioni ormonali le ha dovute subire mia madre; scontri a muso duro, pianti ininterrotti e porte chiuse in faccia alla persona che portava sulle spalle ciò a cui lui aveva rinunciato. Per la musica, avevamo voluto credere entrambe; semplice irresponsabilità la realtà dei fatti.

Il tempo ricuce vecchie ferite, da galantuomo qual è arrotonda gli spigoli, annebbia i ricordi. Le rughe del viso sono file di eserciti arresi al nemico. Sempre più numerosi, evidenti; stremati e raggruppati su campi di battaglia di pelle rosea.

Da poco ho accettato tutto questo e da altrettanto tempo ho caricato nel mio pc le poche fotografie scattate di quando ero piccola. Sorridevano tutti e quasi non riconosco più nessuno di noi.

Mi intenerisce la foto dove lui mi tiene in braccio. L’indice della mia minuta mano sfiora il suo volto. Forse già allora avevo presagito che qualcosa sarebbe andato storto. L’indicavo con innocenza come a voler dire E’ lui. E’ colpa sua. L’interpretazione attuale toglie molto alla realtà di quello scatto. Una semplice famiglia abbracciata e vestita in modo buffo.

dsc_5509Ad ogni apparizione a casa ed alle sue infrequenti sortite si materializzava una specie di eroe. Era lui che più si avvicinava al mio mondo immaginario di giochi e castelli di fantasia. Al cospetto di mia madre, pratica e disillusa, lui portava poesia e musica. Lasciava una scia di polvere luminosa evanescente ad ogni suo, raro, passaggio. Quanto avrei voluto seguirlo nei suoi viaggi, nelle sue avventure. Farmi accompagnare alla scoperta del nostro mondo.

Sono emozionata e sorpresa nel doverci passare qualche giorno assieme. L’invito a seguirlo ad una sua esibizione in Portogallo è nato casualmente; invito intricato da anni in attesa che una mia sciocca domanda lo scardinasse facendolo volare come un palloncino nel cielo.

Le nostre conversazioni sono fredde, distaccate. Ci scambiamo informazioni. Molte delle sue domande sono ripetitive. Quando si accerta delle condizioni di salute di mamma non credo lo faccia con pentimento. Forse è affetto, probabilmente abitudine. Non ha mai chiesto del mio compagno o della sua esistenza; come se le lancette del suo orologio si fossero fermate a quand’ero bambina.

Vivremo dei giorni strani, sicuramente interessanti, imprevedibili.

casaSuonerà a Casa da Musica a Porto, un enorme struttura futuristica a più piani che contiene diverse sale da concerto. Già lo immagino mentre appoggia la sua custodia ed apre con fare sicuro e rituale le clip usurate. Il vecchio legno che modella la sua splendida e lucente chitarra che estrarrà nuovamente è la dimostrazione della sua fedeltà. Tra la fuoriuscita di tante note la parola fedeltà sembra una forzatura di questo brano vissuto, invece è l’ottava sopra.

Mio padre è una coerente testa di cazzo, il titolo che leggo sullo spartito della mia vita.

Non ci sono stati molti abbracci tra me e lui. La sua chitarra era presente anche in quei rari momenti. Ricordo con piacere il calore del suo corpo mentre mi avvolgeva da tergo e posizionava le mie piccole mani sullo strumento, intento ad insegnarmi gli accordi. Una voce profonda e rassicurante accompagnava lo scorrere delle mie minuscole dita tra le metalliche corde di quel complicato arnese. Quante vesciche e quanto dolopidaore.

Passeremo alcuni giorni a Porto e poi andremo a visitare Lisbona, mi ha detto. Nella capitale voglio visitare la Fondazione Saramago, l’unico sogno da adulta che metterò in valigia.

Il mio desiderio di riscoprire azioni infantili è annientato dal suo sorprendente entusiasmo e dal programma di viaggio. Colorato e surreale, come le nostre vite d’altro canto.

Mi ha parlato del piccolo agglomerato di case grigie con gli infissi blu chiamato Pidao. Collocato tra le montagne e nascosto timidamente tra esse al riparo del sole. Lo visiteremo di strada scendendo da nord verso il cdsc_5553entro.

Ci sarà Sintra con i suoi castelli. Varcati i reticolati di cinta ci perderemo dentro giardini, corsi d’acqua, laghetti e fitta boscaglia formata da alberi centenari testimoni delle lunghe e riflessive passeggiate dei nobili feudatari la cui immensa ricchezza non sempre fu sufficiente a riempire incertezze e solitudini. Si dischiuderanno tra le nebbie i caldi e vivaci colori del Palacio da Pena, uno dei castelli più originali mai costruiti.

Approderemo nella capitale lusitana dopo aver percorso una ventina di chilometri brulicanti di antiche ville immerse in verdi parchi e vicoli inerpicanti fino ad approdare alla torre di Belem, ennesima meraviglia portoghese patrimonio dell’Unesco.dsc_5590

Guiderò io la macchina.

Rassegnata al fatto che ancora una volta sarà protagonista la musica; ad inframmezzare le nostre poche parole.

Magari quelle mai dette tra padre e figlia.

 

 

 

Se non sei mai stato odiato da tuo figlio, non sei mai stato genitore.
Bette Davis

Lisbona. Sostiene Pereira

28Ultimi sorsi di .

Accartoccio l’incommestibile della mia colazione e lo butto.

Noto quanto sia davvero spropositato il materiale di scarto intanto che il cestino straborda.

Sono avvolto da un alone di stranezza ed incredulità, affrontare un viaggio adesso forse non è la cosa migliore da fare.

La porta si chiude dietro me, una mandata di chiave, la seconda e sono già sulle scale.

Si spegne la luce sui pochi miei averi e certezze che lascio dentro il mio appartamento. Cala il buio anche sul comodino ed il libro che vi è appoggiato sopra. Sotto la lieve patina di polvere sulla copertina si legge Sostiene Pereira.

Tabucchi inventa e descrive la storia di un protagonista mediocre, giornalista timoroso e passivo di ciò che accade in una Lisbona sotto assedio dittatoriale. E’ ambientato nel 1938.

Magari è causa di quel libro se la meta del viaggio è la capitale lusitana.

Arrivato, tra gli innumerevoli sali scendi e binari del tram ordinatamente adagiati sull’asfalto che li ricoprono, soffro un’aria irrespirabile. Penso sia dovuto al fatto che le case sono costruite una attaccata all’altra. Sembrano franate da una montagna e raggruppate ai bordi dell’Oceano in balia di un infinito istante prima di scivolarci dentro. Un affascinante ammasso colorato.

Chi mi ospita nella capitale è sicuro del fatto che la coltre di smog sia dovuta ai nuovi ambiziosi lavori di riqualifica del centro e dall’immane fatica che devono sostenere i mezzi per inerpicarsi tra le vie di Lisbona.

Mi sembra strano rivedere F dopo tanto tempo. Eravamo rimasti in contatto, sporadico, grazie alla semplificazione tecnologica. In altri tempi una semplicissima leccata al francobollo sarebbe risultata fatale al nostro rapporto.

Non mi colloca nella mia situazione attuale se ci troviamo a mangiare una nata in un rinomato locale in Praça dos Restauradores. Bellissima e ricca zona del centro costruita volutamente dopo il terribile terremoto del 1755 che distrusse tutta la città tranne qualche raro edificio. Mentre ci incamminiamo con goffaggine infantile mi pulisco la mano dagli ultimi residui di crema pasticcera, ripieno generoso della terza nata che ho ingerito. Forse non è il momento più adatto per specchiarmi nelle vetrine dell’Avenida Liberdade. Provo un sentimento più solidale rispetto al pover uomo che chiede l’elemosina a pochi passi dai negozi Burberry e Louis Vuitton, che alla agghindata signora che precede il bellman intento ad aprirle la splendente porta del Tivoli.

verdeCi avviciniamo al Parque Eduardo VII. Nell’attraversare l’Avenida Liberdade le mie vie respiratorie hanno goduto di una tregua, ora che siamo seduti al parco ricomincio a respirare. A spezzarmi dinuovo il fiato è la vista panoramica della città.

Ci raccontiamo pagine sparse delle nostre vite ed associo la mia alla Lisbona martoriata dal terremoto. Dentro di me solo macerie e nessuna visione di viali o parchi costruiti per siglare la rinascita. Troppo presto. D’altronde, mi spiega pazientemente F, ci vollero cent’anni prima che il francese Marchese di Pombal diede il via alla costruzione della Avenida Liberdade.

tram2Condizionato dalle descrizioni mi aspettavo una città più poetica. Magari più artistica. Eppure F è emigrato dall’Italia decenni or sono per impiantare lì il suo studio di pittura. Ero tra quelli che all’epoca lo sottostimava mentre mi concentravo a primeggiare nella competizione del consumismo più sfrenato. Rispetto ai suoi epocali detrattori mi sento meschino e vigliacco. Mi nascondevo dietro persone che dichiaravano con cattiveria, ma in prima linea, il disprezzo nei suoi confronti. Usavo un fasullo sentimento d’amicizia per fargli pesare la mia presunta superiorità. Era alternativo, a modo suo unico e così lo vedo anche adesso mentre con disinvoltura continua a spiegarmi ogni angolo della sua città adottiva guardando fuori dalle finestre del tram 26. Per lui la libertà è qualcosa di naturale. E’ cresciuto libero. La riscoperta di questa libertà mi destabilizza.

Scendiamo dal tram 26. Il percorso è stato sorprendente ed ha svelato la parte più tradizionale di Lisbona. Sento di indossare un sorrisino da ebete mentre osservo il cartello di avviso nel vagone; informa i passeggeri del pericolo di borseggiatori. Non è l’insegna che mi fa sorridere bensì il confronto tra l’accorgimento protettivo adottato dal mezzo pubblico per evitare spiacevoli furti di modesti valori e la totale noncuranza con cui avevo portato al lastrico intere famiglie senza il benché minimo avviso.

fumettoDistolgo lo sguardo dall’intenso azzurro di occhi di donna che colgo nel ordinato intreccio di colori di uno dei quadri dipinti da F. Non riesco a farmi distrarre da niente e vengo completamente coinvolto dalle opere esposte. La mia glaciale scalata al successo aveva chiuso ogni spiraglio all’idea che quel ragazzo senza ambizioni potesse affinare la sua tecnica fino addirittura consentirgli di vivere di arte.

Non sono tutte sue le opere.

Mi racconta che lo studio è frequentato da altri due artisti con i quali ha un rapporto professionale duraturo e fraterno. Ama ospitare ragazzi talentuosi desiderosi di esprimere le loro idee attraverso l’arte. Per partecipare alle sessioni artistiche hanno l’obbligo di pagare una retta che consiste nel portare con sé qualche lattina di birra, qualcosa da mangiare e qualche amico musicista. Spesso impiegano più tempo a discutere, bere e suonare che a dipingere.

Il quartiere storico docolorve ci troviamo si chiama Alfama e non ha un aspetto rassicurante. Per accedere al suo studio siamo entrati da una finestra affacciata sulla strada riadattata all’uso di porta. Viene oscurata per qualche secondo al frequente passaggio del tram.

Nel frattempo si è fatta sera e decide che oggi è un giorno troppo speciale da passare chiusi nel suo laboratorio. Armeggia gli interruttori ed usciamo da una porta secondaria. Si spengono le luci dietro a noi. Attraversiamo l’ampia ed ordinata stanza adiacente dove prevale il colore neutro grigio delle pareti. Le sculture esposte nelle teche hanno uno spot di luce ed una targhetta con la schematica descrizione. Anche l’arte per sopravvivere necessita di una parte meno nobile, commerciale. Penso.

dsc_5755Tra le portate del menù che stiamo consultando su una piccola lavagnetta nel caratteristico locale dove ci troviamo permane ancora dell’imbarazzo. Le ridotte dimensioni della stanza obbligano gli avventori a sedere gomito a gomito anche tra sconosciuti. Diversità compresse in pochi metri quadrati.

Tutto sommato avrei desiderio di parlare di me e di cosa stava accadendo ad F, ma non trovo lo slancio per farlo. Penso alla faccia che farebbe la mia giovane sconosciuta vicina di panca se sentisse e capisse chi sono veramente. La cena invece scorre veloce tra la curiosità d’aver indovinato il cibo ordinato e le scritte sui muri, riesumazioni adolescenziali e commenti sugli altri commensali.

L’indaffarata e cordiale signora che si muove agilmente tra le barriere umane del suo ristorante si appoggia al nostro tavolo e conteggia velocemente su un piccolo block notes quello che dobbiamo lasciare. Intravedo la cifra, onesta, ma non ho il tempo di pagare. Vengo trattenuto da F che scambiando sorrisi e parole portoghesi incomprensibili con l’affabile locandiera salda abilmente il conto. Ringrazio F ma lo obbligo a continuare la serata altrove a mie spese.

I vicoli che attraversiamo sono riflessi nelle pozzanghere d’acqua che l’abbondante piovuta pomeridiana ha lasciato dietro sé.

A Lisbona la musica rimbalza tra le pareti dei muri delle case e trova la sua massima dimensione nei locali di Fado.

veccioSono un broker, fallito come le persone che ho strascinato dentro la follia economica di cui mi assetavo. Non conosco amicizia e sincerità ma solo il lusso dell’inanimato e rapporti pretenziosi ed occasionali. Il suono violento e sordo delle due porte che mi sono state chiuse in faccia in questi ultimi giorni rimbombano continuamente in me. E’ il vuoto che ho dentro alimenta l’eco di questo dolore che pare infinito. Ero e sono drogato di numeri, economia, soldi. Di niente.

Di locali assordanti e ristoranti di prestigio, abiti cuciti su misura, donne a cottimo e polvere bianca. Mal di testa e bruciore agli occhi. Occhi arrossati dall’alcool e dal monitor del mio laptop. Investimenti incoscienti e proposte indecenti nell’emozionante sali scendi della Borsa. Roller Coaster su cui ho volutamente, irresponsabilmente, egoisticamente stipato gente in ogni spazio del treno.

Follia alimentata da persone dalle mani ruvide, camminate stanche, sguardi fiduciosi.

Ho rovinato loro. Ho rovinato me.

Arrivano i nostri drink e non ho seguito nulla della descrizione di F riguardante il Fado. Era assorto nei miei pensieri. Pensieri che continuo a nascondergli.

Nella sala si accende una luce rossa. Segnala l’arrivo del gruppo che da lì a pochi istanti si esibirà per l’intima platea.

Porto il bicchiere alla bocca e Cristiana Águas comincia a cantare.

Ascolteremo questi canti e lascerò Lisbona. Penso.

Domani caricherò il mio pesante fardello e tornerò da dove sono arrivato.

Da dove non c’è domani.

La maratona di Porto

Attendo l’apertura del gate d’uscita per imbarcarmi sul volo diretto a Porto.

E’ mattina presto, sono seduto, guardo in giro, osservo.

medalportoIl mio sguardo punta verso il basso alla ricerca di indizi per riconoscere altre persone che hanno scelto la città lusitana per correre la maratona. Passo in rassegna la tipologia e la marca delle scarpe, carta d’identità pressoché infallibile del corridore. Ce ne sono parecchie, indossate anche da insospettabili e fisicamente impreparate persone. Almeno apparentemente.  Magari quelli percorreranno i 15K.

E’ lo stesso gruppo di amici che commenta l’arrivo di alcuni ragazzi cui non serve guardare le scarpe. Hanno la pelle nera come la notte appena trascorsa. Magrolini e spaesati, dallo sguardo fragile ed insicuro. In fila tra le tante persone che prenderanno quel modesto volo low cost da lì a poco. Sicuramente kenioti. Gli africani sono fenomenali nelle competizioni di questo genere.

Dal mio sedile ho modo di rivederli in piedi nel corridoio dell’aereo; spontanei nello scattarsi alcune foto subito dopo aver riposto i bagagli nelle cappelliere. Giovani e sconosciuti ma forse abituati ad avere gli occhi sempre puntati addosso. Sezionando le loro diversità c’è chi li contempla perché immagina siano dei fuoriclasse, chi li osserva preoccupato perché pensa siano emigrati o clandestini in fuga, chi semplicemente perché negri.

Le assistenti di volo si prodigano nell’indicare ai passeggeri tutte le norme di sicurezza vigenti, le turbine del velivolo iniziano a rombare a fasi alterne spingendo la macchina verso la pista di decollo. In quei momenti riavvolgo il nastro dei sei mesi precedenti, come una persona che sta cadendo da un grattacielo al quale si illuminano intermittenti finestre di memoria. Sono sicuro di essere pronto a terminare una gara descritta come mentalmente e fisicamente impegnativa. Diciamo.

Mi sono allenato duramente e costantemente davanti ad ogni ostacolo ed avversità meteorologica, fisica e mentale. Ho sfiorato i miei limiti, ho avanzato i miei traguardi giorno dopo giorno. Ma i dubbi rimangono.

Cominciano a rimpicciolirsi le case e da lì a poco finiremo inghiottiti tra le nuvole. Non posso che insistere a pensare all’evoluzione che ho assimilato durante questo periodo di preparazione. Dall’alone di perplessità iniziale, all’influenza di riviste ed articoli redatti per meri fini commerciali, alla consapevolezza di essere pronto. A pensarci adesso la stessa sensazione che mi attanagliava gli istanti prima di calcare il palcoscenico. La certezza di aver studiato la parte da recitare, il tremore iniziale che accada qualcosa d’improvviso che te la faccia dimenticare, l’improbabile predizione di accadimenti esterni che possano modificare l’evento così come te lo immagini.

Chiudo gli occhi, respiro profondamente. Lentamente. C’è il silenzio più totale.

Porto le mani al volto. Le dita sono intrecciate. L’indice di entrambe mi aiutano a mantenere le palpebre chiuse; appoggio il mento sui pollici. Il buio, il vento, il mio battito, i miei respiri.

Giù le mani, gli occhi si riaprono; decimi di secondo in cui il silenzio è dissipato da rumori ovattati; si fanno sempre più consistenti. Uno sparo. I primi passi tra la confusione e la musica. Si corre. Tra migliaia di persone e le nostre storie di vita raggruppate ma quel solo giorno, forse, da condividere.

Incrocio l’ultima volta i ragazzi kenioti con la quale avevo condiviso parte del viaggio. Vederli correre è uno spettacolo. Mantengono tempi impensabili. Spogliatisi delle loro tute, vestono una semplice canottiera e pantaloncini come invincibili guerrieri indossano corazze e come loro guardano davanti senza esitazioni. Sono istanti in cui posso notare la metamorfosi dei loro sguardi mentre volano leggeri e decisi sull’asfalto.

Scorrono portando con sé anche la mia invidia sportiva che lascia spazio all’ammirazione ed al realismo. Loro sono giovani professionisti. Io né uno né l’altro.

Sono preparato a portare a termine questa maratona e lo sto facendo in modo inaspettatamente disinvolto, senza l’aiuto di integratori, barrette e tutto ciò che il marketing vuole farci credere indispensabili. Ogni 10K assumerò l’acqua che perdo. Gli ultimi 15 aiuterò la spinta con del gel energetico. Questo è quanto.

Comincio a sospettare, ribaltando le parti, che i campionissimi incrociandoci abbiano pensato alla stranezza di noi dilettanti. Instancabili e di fretta nel marasma quotidiano delle nostre metropoli dove sacrifichiamo affetti e sentimenti pur di non rimanere indietro nella corsa allo sviluppo; lenti e molli sulle gambe nel vivo della competizione quando troviamo pure il tempo di goderci i paesaggi.

Mi piace correre, conosco la città e me la riguardo. Il Parque de Cidade nell’elegante Matosinhos è ormai alle spalle, inizio ad avvicinarmi al Ponte di Sant Louis. La cadenza della mia corsa ricorda lo scorrere dei vecchi rumorosi proiettori a bobina mentre irradiano immagini. Sequenze di Oceano Atlantico, barche a vela, raggi di sole e persone che incitano ai lati della strada. Reverenzialmente mi accodo ad una atleta professionista almeno nell’aspetto. Mi sento rallentato. Riprendo la mia cadenza e la lascio dietro. Così accadrà anche nelle salite che affronterò dall’altra parte del Rio Douro ed una volta riattraversato il Ponte Louis intorno al 25mo km dove cercherò inutilmente di trovare qualcuno che faccia da traino. Non accuso stanchezza, perlomeno non tale da impedirmi di continuare senza cali, eppure vedo moltissime persone in grande difficoltà. Comincio a ripensare agli esercizi, al caldo soffocante ed alle salite massacranti che mi hanno sì preparato fisicamente, ma anche messo a dura prova mentalmente.

_20161108_224208Sono ripagato da un allenamento impegnativo e costante.

Attraverso il traguardo ed è una soddisfazione che non sfocia in pianti liberatori o accasciamenti dovuti alla mancanza di forze. Non sento nemmeno crampi nonostante abbia sprintato gli ultimi 3K.

Indosso la mia prima maglia finisher ma la testa è già alla prossima maratona dove mi sento in dovere di abbassare il tempo.

Eppure il primo amore non si scorda mai.

Bellissima Maratona di Porto, non ti scorderò mai.

Algarve. Alla ricerca della fine

costoneErano passati pochi giorni da quando scelsero la meta dove trascorrere del tempo assieme cercando di lasciare alle spalle, consapevoli che ciò non sarebbe mai potuto accadere, quello che era capitato e che sembrava lontano anni luce dalle loro vite. Allo scopo, pensò P, sarebbe servito un luogo superficiale, condito da un po’ di storia che non guasta, ma predisposto al divertimento ed ai sorrisi. Anche se di circostanza o d’interesse. A letto immersi tra le lenzuola stropicciate ed il volto semiscoperto da un grande piumone avevano sfogliato riviste, cataloghi, litigato con i cavi della ricarica dei loro smartphone e tablet scorrendo immagini che si riflettevano colorate sui loro volti ed alla fine avevano deciso per il Portogallo. L’Algarve per la precisione.

Dalle informazioni né risultava una regione molto poco frequentata in quel periodo dell’anno ed orientata ad un turismo frivolo piuttosto che culturale. La stagione non avrebbe permesso di usufruire delle poche spiagge presenti ed anche il mare, l’imponente Oceano Atlantico, non sembrava particolarmente avvezzo a ricevere visite se non quelle degli scalmanati surfisti.

Nei minuti che seguirono la scelta definitiva un’ulteriore scorta di futili informazioni, cui viaggiatori più esperti farebbero ben volentieri a meno, riempì i loro pensieri ed i libricino di appunti di E.

Forse l’esser giovani richiede un pegno quantificato in piccole stupidità quotidiane da compiere. Chissà che la vecchiaia non cominci proprio al rifiuto di farlo.

ponteromanoArrivati, il primo impatto non fu dei migliori, complice una giornata anonima che aveva alimentato ulteriori incertezze nei ragazzi che però non si scoraggiarono ma anzi, trovarono un posto suggestivo dove fare colazione e pianificare le ore seguenti. Le loro parole scorrevano come l’acqua del Rio Gilao che attraversava Tavira, cittadina abituata a ricevere turisti ma altresì storica ed affascinante. I loro smartphone una volta rassicurati i premurosi genitori e consultato Google Map vennero utilizzati solo per fare foto, come al caratteristico ponte romano di Tavira.  Prima di lasciare il locale avevano riempito di domande il figlio della proprietaria, loro coetaneo, che con grande pazienza ed abilità linguistica aveva illustrato i luoghi più interessanti, a suo avviso, da visitare. Dopo aver esplorato un breve tratto del corso del fiume ed aver osservato le numerose piccole imbarcazioni di pescatori ormeggiate, attraversarono il verde Jardim Publico prima e la Camara Municipal poi per ritrovarsi in pochi minuti a salire i gradini che li avrebbe visti ospiti del castello che guarda la città dall’alto. Le alte mura della fortezza servirono ai due giovani intraprendenti a realizzare foto panoramiche che in seguito sarebbero orgogliosamente finite sui social. Tra le tante ci fu anche una che li ritraeva entrambi, scattata da una turista spagnola di passaggio. L’unica in cui E pareva realmente felice.

chiesaLa giornata scorse veloce tra momenti scherzosi ed obbligate parentesi spirituali al cospetto delle Chiese de Santa Maria do Castelo e de Santiago dove sui bianchi muri cominciò a riflettere una timida luce che pareva voler intrufolarsi tra le goliardiche iniziative della coppia, facendosi spazio tra le indifferenti ed antipatiche nuvole scure e grassocce intente nel loro lineare cammino. La mattinata a Tavira trascorse serena e solo l’amorevole percezione di P nei confronti della sua compagna e della stanchezza che la stava malvagiamente artigliando interruppe altre ore di spensieratezza. Lei dormì profondamente per tutto il pomeriggio, P invece si diede silenziosamente da fare per cercare di sorprenderla al suo risveglio. Si prodigò a ricercare un ristorante dove passare la sera.

A tavola ancora una volta liquidarono al telefono i loro genitori con frasi sbrigative che il padre di lei interpretò, giustamente, che i ragazzi non desiderassero interferenze durante i loro momenti di svago. La madre di E mantenne le sue ansie e continuò a ripeterle premurosamente di riguardarsi e di assumere i medicinali.

I due intanto si stavano godendo una bottiglia di Soalheiro Allo. La scelta di questo vinho verde portoghese era stata suggerita da un’intuizione che non c’entrava nulla con la reale origine del nome. P si era ritrovato a sfogliare la lista vini come se il sesso forte sia condannato ad esser conoscitore degli uvaggi per forza, ma non ci pensò nemmeno un istante a nascondere la sua impreparazione agli occhi di E, che tra l’altro non avrebbe potuto nemmeno berlo, scegliendo una bottiglia a casaccio tra i nomi più affascinanti e fugaci sguardi al prezzo. Avevano optato per il vinho verde perché un vino verde, effettivamente, non l’avevano mai visto. Quando arrivò la bottiglia del Soalheiro si resero conto che un vino verde mai l’avrebbero visto né tantomeno bevuto. Il riferimento non era dovuto alla pigmentazione della bevanda, che risultava paglierina come un qualsiasi vino bianco, bensì  un misto tra vino giovane e vino maturo. Va consumato non più tardi di un anno dopo l’imbottigliamento si informò ulteriormente P su wikipedia.

Verde era riferito alla maturazione quindi e non al colore. Senza saperlo avevano scelto il vino più adatto per brindare alla loro condizione.

Stavano bene. Il locale era pieno di persone e la confusione avrebbe procurato fastidio a chiunque cercasse un po’ di quiete. Eppure loro si sentivano soli tra la gente. Continuarono a parlare dei loro progetti che crescevano in proporzione al vino consumato.

Colline ricoperte da un interminabile manto verde, alberi dall’aspetto centenario, bovini liberi di pascolare tra le praterie fu il paesaggio che accompagnò i due nel pezzo di autostrada che stavano percorrendo il mattino seguente per raggiungere uno dei punti più estremi dell’Europa Occidentale. Raggiunsero in poco più di un’ora Fortaleza de Sagres, palcoscenico illuminato adeguatamente dal benevolo sole. L’Oceano, abitualmente agitato dal vento, si presentava piatto come una pennellata azzurra sulla tela di un dipinto.

I ragazzi non persero tempo ad esplorare quell’incredibile costone di terra che aveva probabilmente ispirato centinaia di artisti; sicuramente il poeta tra i più significativi di lingua portoghese, Fernando Pessoa.

Ammirarono intorpescano, E si sentiva come i pescatori sul ciglio del precipizio che intanto si notavano spuntare tra i faraglioni. Fissava l’infinito appoggiata ad un parapetto in legno distratta solo da qualche apparizione volutamente goffa del suo compagno P, allontanatosi nel frattempo e che in modo affettuoso le faceva sentire la sua presenza, concedendole però l’intimità cui stava cercando. Se un letto o un’opprimente stanza d’ospedale non sono certo stabili riferimenti per capire lo scopo del nostro cammino terreno, figuriamoci quell’enorme distesa blu, il volo libero di decine di specie d’uccelli, la minuscola scia lasciata da un peschereccio all’orizzonte, tanti puntini neri sulle loro minuscole tavole da surf dondolati dalla noiosa fluttuazione di un mare restio ad ergersi nuovamente a protagonista. Lei riprese a camminare confusa dalle immagini cui bellezza parevano torturarla all’idea che tutto sarebbe potuto finire. Troppo presto.

Finché non si fermò nuovamente davanti ad una targa che recita una poesia di Pessoa, Orizzonte

 

insegnaMare anteriore a noi, le tue paure

corallo e spiagge e alberete.

Sbendate la notte e la caligine,

le tormente passate e il mistero

si apriva in fiore la Lontananza, e il Sud siderale

splendeva sulle navi dell’iniziazione.

 

Linea severa della riva remota –

quando la nave si approssima, s’alza la costa

in alberi ove la Lontananza nulla aveva;

più vicino, s’apre la terra in suoni e colori:

e, allo sbarco, ci sono uccelli, fiori,

ove era solo, di lontano, l’astratta linea.

 

Il sogno è vedere le forme invisibili

della distanza imprecisa, e, con sensibili

movimenti della speranza e della volontà,

cercare sulla linea fredda dell’ orizzonte

l’albero, la spiaggia, il fiore, l’uccello, la fonte –

i baci meritati della Verità.

 

Quella giornata terminò con il sole trasformato in una grossa palla di fuoco arancione che i due videro a Faro, città sulla via del ritorno verso Tavira.

Erano entrambi felici di quello che era accaduto e non si preoccuparono di dare spiegazioni, cercare motivi o di preoccuparsi di quello che gli aspettava.

A lei riuscì solo di dire grazie. Lui le appoggiò il braccio sulle spalle e la portò a sé mentre rimasero a fissare lo spegnersi del tramonto.

tramonto

Quelli che si lamentano di più, sono quelli che soffrono meno.  (Publio Cornelio Tacito)

Controviaggio: Qualcosa è cambiato

Meno idee si hanno e meno si è disposti a cambiarle

Michelangelo

Della notte appena trascorsa sotto il temporale erano rimaste solo delle inquietanti nubi nere e pozzanghere tanto vaste e profonde da rallentare il flusso del traffico. Avevo trascurato il fatto che avrei perso parecchio tempo prima di svincolarmi dagli ingorghi e raggiungere l’ufficio. Pagai la disattenzione con circa venti minuti di ritardo ma almeno ebbi tempo di riempirmi un po’ lo stomaco prima di uscire di casa.

Al mio ingresso nella conference room erano già tutti schierati ai bordi del lungo tavolo dove ad ogni sedia  corrispondevano colleghi, fotografi, cameraman ed analisti e davanti a loro report pronti ad essere esposti al grande capo, l’unico in piedi, che nel frattempo si impegnava a pulire la lavagna magnetica da appunti precedenti.

stonesProprio lui, ovviamente, esordì in tono severo “finalmente ci siamo tutti, possiamo incominciare”. Notai qualche sguardo indirizzato nei miei confronti con l’intento evidente di imputarmi l’attesa ma non ebbi tempo di scusarmi perché il direttore non perse tempo nel arrivare al punto: “Colleghi, avremo modo di constatare dati alla mano che le cose non vanno malissimo, ma non basta. Non possiamo accontentarci, non siamo qui per galleggiare. Dobbiamo cambiare linea così rischiamo troppo e tutto” mentre lo diceva si muoveva coprendo con la sua snella e decisa figura i pochi appunti rimasti sul boarding; incalzò “se qualcuno di voi ha delle idee questo è il momento per tirarle fuori. Tutte. Anche quelle che a voi sembrano più idiote potrebbero essere vasi di pandora che ci conducono a qualcosa di grande” Le facce preoccupate fecero presto spazio a sorrisini di compiacimento a chi ricopriva ruoli creativi, come il mio, mentre irrigidirono ulteriormente quelli degli analisti che si sentirono esclusi da questa prima richiesta.

Il primo ad esordire fu S che era sempre la più preparata in questi casi. I pezzi che scriveva erano sempre molto dettagliati e ricchi di informazioni ed il lettore, specie quello femminile, la ripagava con numerose gratificazioni “Personalmente credo ci debba essere più sintonia tra i vari pezzi. Mi spiego, quello che pubblico spesso fa difficoltà ad agganciarsi a quello che scrive lui, ad esempio”. Ancora una volta mi ritrovai tutti gli sguardi addosso, perché “lui” ero io. Erano due i motivi per cui ammiravo S: l’aspetto fisico, cui un certo rigore si opponeva idealmente all’immagine di lei in una sognata intimità e la sua sete di successo che la rendeva implacabile ed impeccabile. Ma senti sta pezza di merda, pensai all’occasione facendo svanire tutti i sogni precedenti e sentendo la fronte raffreddarsi all’improvviso. Non ebbi tempo di rispondere che il primo analista, dopo averle staccato di dosso a fatica lo sguardo incantato, partì con un elenco interminabile riguardante i numeri che effettivamente poteva vantare S.

“Sì d’accordo S. grazie ed anche a lei, ma l’intento di oggi non è quello di perfezionare, ma di stravolgere” tagliò corto il capo. “Noi possiamo sicuramente osare di più” intervenne F, responsabile del canale dedicato su You Tube, prontamente incalzato a continuare dal direttore “abbiamo grossi margini di miglioramento, con interviste più approfondite e d’inchiesta. Dobbiamo coinvolgere più persone, ma non è sempre facile”. I cameraman annuivano mentre seguivano le indicazioni del loro responsabile che invece fece innervosire non poco il big boss che lo interruppe “Facile? E chi cazzo ha mai parlato di cose facili? Qualcuno di voi ha forse avuto facilmente il posto che ricopre? In caso posso prendere informazioni ed altrettanto facilmente vi ritrovereste col culo sul marciapiede di fuori. Qui niente è facile. Entusiasmante, importante, crescente, ma non facile”

Erano passati parecchi minuti di discussione e non sembrava esserci soluzione alle richieste di cambiamento. L’aria si era appesantita nonostante i continui flussi di aria condizionata, quasi inefficaci al cospetto dell’umidità emessa dalle persone all’interno della sala e di quella che si intravedeva dalle finestre che davano sul parco difronte allo stabile.

La segretaria personale del grande capo aveva provvidentemente fatto irruzione nell’ufficio chiamandolo a rispondere al telefono con una certa urgenza, così da permetterci una pausa. Gli analisti si raggrupparono tra loro e cominciarono a snocciolare dati, scartare cibi e sorridere di nuove scoperte nel mondo dei videogame, S aprì la propria borsetta, estrasse lo smartphone e non esitò un istante a digitarci centinaia di parole probabilmente dirette al suo amante o a qualche amica di pettegolo; i fotografi si sedettero sul tavolo in compagnia dei cameraman smaniosi di fumare qualche sigaretta e scambiarsi informazioni sui nuovi viaggi in agenda. Rovistai d’istinto, senza un motivo specifico, nella mia borsa; forse in cerca del tablet. Mi capitò tra le mani un libro che avevo cominciato a leggere ma non ero mai riuscito a portare avanti. Viaggio in Portogallo, di José Saramago. Una guida turistica spirituale, poetica e romanzata del Paese lusitano che aveva dato i natali allo scrittore premio Nobel della letteratura.

Il capo rientro e le persone cominciarono a ricomporsi lasciando da parte almeno apparentemente il clima apatico che si era formato.

“Un romanzo!” esclamai attirando questa volta volutamente gli sguardi “…sembrerà di leggere un romanzo!” Nessuno aveva ancora capito cosa stava balenando tra la mia testa in quel momento, ma ignaro di tutto continuai “la rete è piena stracolma di indirizzi, numeri, prezziari, indicazioni e suggerimenti su cosa fare, come e perché” si era spento anche l’ultimo brusio “mancano indicazioni per raggiungere l’anima, la spiritualità, il carattere dei luoghi.” S sorrise scettica ed accennò una timida interazione che venne sommessa dal capo che mi fece cenno di andare avanti “Ci sono migliaia di siti uguali, diari di viaggiatori che ci raccontano quello che hanno fatto e quello che dobbiamo fare per seguirne le orme. Va bene, grazie, utili. Noi però possiamo offrire qualcosa di diverso evitando di togliere o opacizzare la convinzione del viaggiatore di essere il primo scopritore di ciò che vede. Quella sgradevole sensazione di bere da un bicchiere dove hanno già bevuto altre persone.” “Interessante”, si lasciò scappare F tra lo sguardo esterrefatto degli analisti e quello visibilmente stizzito di S “inutile stare a descrivere le dimensioni del bicchiere e la bevanda che ci puoi versare. Descriverò chi la bevanda l’ha prodotta, come e dove vive, i suoi amori e le sue paure. Ci saranno aneddoti di vita, di speranze, di gioie che alla fine la bevanda nel bicchiere sarà un frullato di sentimenti. Ecco con cosa si asseterà il mio lettore.” S questa volta non riuscì a trattenersi “ma così andiamo a stravolgere tutto!” mettendo sul vassoio d’argento la mia rivincita lavorativa che non tardò ad arrivare per bocca di chi decideva “Quello che avevo chiesto”

La gioia di aver contribuito a trovare la nuova via lasciò da parte inutili rancori e prese ancora più slancio: “e credo che far interagire la parte romanzata con quella informativa e di ricerca possa essere di ulteriore successo. Il lettore vorrà ricalcare le orme del protagonista ed andare a visitare il set”  non tardò la puntualizzazione del capo “Bene S, compito tuo spiegare come arrivarci a questo set

La stanchezza e la staticità mentale papabile fino a prima del mio speech d’improvviso imboccarono la via della creatività e da lì a poco la lavagna diventò un campo di battaglia carica di informazioni, collegamenti e sottolineature.

Minuto dopo minuto si intensificava frenetico il lavoro di restauro della nostra opera.

Nel frattempo però accadde qualcosa di strano ed inspiegabile: i colleghi cominciarono uno ad uno a sbiadirsi, disperdersi tra le luci della stanza, scomparire lentamente, come anime libere che si introducevano ed incastravano nel progetto che assimilava queste forze per ingigantirsi, colorarsi, prendere vita.  Rimasi lì, a guardare ciò che stava accadendo, quasi incredulo che fossi proprio io la causa di tutto ciò. Le persone con le quali avevo ideato questa nuova formula erano scomparse ed anche la lavagna, il tavolo e l’ufficio si scomposero in tanti piccoli pezzi che volarono all’orizzonte lasciandomi solo in mezzo al nulla.

Solo, con le mie fantasie ed un nuovo progetto tra le mani.

In viaggio 9 mesi pagato (tanto). Vuoi?

Ti piacerebbe fare il blogger di professione viaggiando il mondo per 9 mesi profumatamente pagato?

Sei disposto «a testare i prodotti e le attrezzature nei posti più selvaggi del pianeta»? Sapresti documentare il tutto con racconti avvincenti e foto accattivanti? Proposta valida per due persone, 35.000 euro più benefit.

Difficile che il lettore continui a leggere la seconda riga di questi post senza essersi già scaraventato con lo sguardo alla ricerca di un modulo di iscrizione o indirizzo email dove mandare la propria candidatura.

schermata-2016-09-15-alle-11-56-12-e1473933397727

Trattasi in realtà di una economica e funzionale trovata pubblicitaria che chiaramente attira su di sé migliaia di utenti a costo praticamente nullo, fosse anche vero che alla fine qualcuno sarà pagato per fare quanto sopra descritto. L’azienda che propone questa formula produce abbigliamento sportswear , è americana ed ha lanciato la sfida sul proprio territorio. Le date delle audizioni dove presentare la candidatura prevedono al momento solo Stati a stelle e strisce;  date e luoghi da intercettare seguendo il profilo Instagram della stessa azienda con l’obbligo naturalmente di diventare follower. Mentre scrivo né conta 121K.

La prima clamorosa trovata del genere va attribuita all’Ente del Turismo Australiano che nel 2009 annunciava di voler assumere un addetto/a per praticare mansioni che variavano dal monitorare le rotte delle balene, al rifornire di cibo le tartarughe, nonché attendere il servizio postale; il tutto per 75.000 usd in sei mesi di lavoro con tanto di villa e confort a disposizione. Naturalmente le candidature furono milioni da tutto il mondo e l’Ente Turismo fu sommerso da cv e video di ogni genere e tipo, facendo rimbalzare la notizia in qualsiasi angolo del mondo, riuscendo così nell’intento dichiarato di promuovere il reef. Al di sopra di ogni aspettativa a dirla tutta.

Se in questi casi la pubblicità è mirata ad alimentare i sogni di ognuno di noi senza necessariamente provocare grosse delusioni perché è evidente che per la legge dei grandi numeri le probabilità di essere coinvolto in questi progetti sono nulle, più fastidiosi sono i moltissimi annunci apparentemente abbordabili dove i lavori proposti non sono certo esotici o irraggiungibili. Attenzione, perché ad oggi i dati personali contano quanto e forse più del denaro e per un’azienda di ricerca avere a disposizione migliaia di cv settoriali significa intascare parecchi soldini. Naturalmente tutto questo sarebbe vietato dalla legge ma tenuto conto che spesso non arrestano delinquenti per reati ben più invasivi e fisici, figuriamoci chi si mette a perseguire realtà virtuali e fittizie.

Così come molti blog e siti italiani hanno furbescamente utilizzato il titolo “In viaggio per 9 mesi pagati 35mila euro: ci state?” evidentemente con il solo scopo di attirare lettori, cambiando la valuta originale, dollari, in euro e tralasciando qualsiasi tipo di vera informazione a riguardo, ossia che si tratta di uno spot commerciale focalizzato al mercato americano.

Uno specchietto per le allodole, come ce ne sono tante in rete, travestite da notizie curiose, che fanno aumentare le visite ed i click sui banner pubblicitari ed incidono negativamente sul senso della realtà nelle persone. Ma ormai, pare che l’etica del giornalista sia rara quanto i prescelti delle campagne pubblicitarie.

Non stai pagando per questo prodotto, perché il prodotto sei tu.

Gerusalemme: a cena con il nemico

Vivere nell’ombra dell’olocausto ed aspettarsi di essere perdonati di ogni cosa che fanno, a motivo della loro sofferenza passata, mi sembra un eccesso di pretese. Evidentemente non hanno imparato molto dalla sofferenza dei loro genitori e dei loro nonni

Josè Saramago, premio Nobel per la letteratura 1998

 

Il buffet dal quale mi ero servito era essenziale, ma di qualità e pulito.

wallA tavola sarei stato raggiunto da lì a poco dalla guida J. che durante la giornata mi aveva accompagnato a visitare Gerusalemme.  Era impegnato a scegliere le pietanze; si muoveva con disinvoltura tra battute ai camerieri ed ammiccamenti ai turisti, palesando il fatto che quella che per me era un’esperienza unica e speravo, irripetibile, per lui fosse routine. L’ulteriore conferma, ce ne fosse stato bisogno, giunse durante il primo scambio di parole a biglie ferme, ossia quando anch’io gli porsi domande fuori dagli schemi che altrimenti la visita guidata impone di seguire.

Il suo fare superficialmente simpatico e minimizzatore era alquanto irritante al cospetto di una persona che tende a ragionare sui perché anziché subire tesi precotte che, in Israele, sono la specialità della casa.

Chiesi se c’era la possibilità di avere del vino, in risposta mi sentì dire da J. che Israele era un Paese democratico e che non c’erano alcune restrizioni in tal merito. Anzi, il vino era molto buono a detta degli esperti. Lui era astemio ovviamente e la mia domanda era una richiesta specifica e non un quesito sulle abitudini locali dato che le bottiglie ben esposte evidentemente erano in vendita.

muropiantoLa stanchezza che cominciava a salire non era dovuta allo sforzo fisico delle camminate per le caotiche vie della Gerusalemme antica della giornata appena trascorsa, quanto per la violenza psicologica subita durante gli estenuanti controlli il giorno prima, quando proveniente dalla Giordania attraversai il ponte confine Allenby/Re Hussein. Un nutrito gruppo di post adolescenti, uomini e donne, perlopiù in servizio di leva in abiti civili con interi arsenali bellici ornamentali, mi riempirono di domande, perquisendo ogni angolo della mia essenziale borsa da viaggio. Il sorriso stampato sulla loro faccia, apparentemente cortese, era espressione di baldanzeria. Persi moltissimo tempo, nulla in confronto ai palestinesi transfrontalieri.

L’avevo fatto presente a J. ancor prima che sul tavolo comparisse la bottiglia di Yatir Sirah del 2009 che nel frattempo avevo ordinato, provocando la prima reazione infastidita dell’uomo; questa era la conseguenza dovuta agli attacchi terroristici che Israele subiva giornalmente. La sua opinione.

L’aria che si respirava era pesante alla pari del profumo dozzinale impregnato tra la folla che ero costretto a respirare in quei giorni di visita, quindi decisi di allentare per qualche istante la pressione ripercorrendo nei ricordi le immagini della via Dolorosa, meglio conosciuta come via Crucis, il percorso che fu costretto a fare Gesù Cristo per raggiungere il luogo dove sarebbe stato crocifisso. La Sua storia è nota a quasi tutti.

crucisAnche in quel caso non riuscì a fingere e nascondere la delusione per l’esperienza vissuta. Non sono un credente ma la formazione ricevuta in ambienti scolastici ecclesiastici, mio malgrado, decontestualizzava la realtà in cui mi trovavo. Immaginare Gesù Cristo camminare con una croce in spalla tra le vie del suq, tra bancarelle e gente urlante sapendo che in una stazione della via Crucis oggi sorge una pizzeria armena ed in un’altra un internet point, mi lasciava perplesso. Il Golgota, Calvario, brulla e desertica collina cui sabbia vide scorrere il sangue di Cristo, è ora inglobata da una cattedrale con un intensità sacrale pari al parco giochi Epcot ad Orlando. Luogo della crocifissione, Sudario e Sacro Sepolcro tutte circoscritte in pochi metri; è quello il posizionamento originario o si è semplificato per sfruttamento commerciale?

Quest’ultima logica aveva contribuito ad aumentare la soglia di sopportazione nei miei confronti di J. che, da buon ebreo, si dimostrava poco coinvolto nel discorso mirato alle falde cattoliche, molto più intento a tingere nello zattar il suo marqūq; gli unici suoi inserimenti nel mio ragionamento si riferivano al fatto che Gerusalemme era un’ottima fonte di guadagno per molti, indipendentemente dal credo. Annuì.

mall-busLa conversazione si concentrò nuovamente sul cibo ma il vino che stavo bevendo cominciò a picconare sempre più violentemente il muro di ritegno che mi ero ripromesso di conservare nei confronti di J.; frantumato il mio muro eccone servito un altro, pensai: la barriera di separazione israeliana. Così chiamata in gergo politicamente corretto, migliaia di palestinesi vivono le loro vite rinchiusi in un lembo di terra circondato da mura di cinta alte 8 metri con restrittivi orari di ingresso ed uscita. Un campo di concentramento, fondamentalmente, delimitato dal muro della vergogna o apartheid e lungo ben 730km. Ingloba oltre alle persone, terreni coltivabili e pozzi d’acqua togliendo ancora una volta risorse a quelli che gli ebrei considerano i nemici arabi. La giustificazione di J. a ciò che stavo esponendo in modo piuttosto diretto e provocatorio, fu la stessa di prima: Israele era stata costretta a costruire quella protezione per difendersi dagli attacchi dei terroristi arabi. L’atteggiamento di J. cominciò a cambiare quando gli feci presente che anche l’ONU aveva condannato questa misura di sicurezza come fortemente penalizzante per la comunità araba del territorio e che se avessero liberato i territori occupati forse anche gli attacchi nei loro confronti sarebbero terminati. Negli atteggiamenti di J. spuntò all’improvviso la tipica autodifesa ebraica che sfocia nel vittimismo, con sospetti di antisemitismo rivolti all’interlocutore e tacita pretesa di inviolabilità intellettuale.

Si alzò quindi con fare seccato e si recò al buffet. Anch’io feci lo stesso, appesantito dal vino ma nello stesso tempo alleggerito dal rospo che gli avevo sputato nel piatto poco prima. Ripreso il nostro posto a tavola ci fu un prolungato silenzio che comunque non mi indusse in dovere di porgere le mie scuse; J., d’altro canto, mi parve troppo schiavo della sua storia e della sua ottusità per permettersi di indietreggiare.

Volli disintegrare completamente l’ultimo barlume di diplomazia rimasto, tanto dopo la frutta del dolce avrei anche fatto a meno e J. non l’avrei più rivisto, speravo. Adottai una nuova strategia per convincere il baldanzoso cicerone a scendere in battaglia dialettica. Nel frattempo che affilavo le armi feci lodi sperticate al pompelmo di Jaffa che stavo tastando con l’intento di dimostrare volontà di tregua. Certo, il rapporto era compromesso, ma la sua professionalità lo costrinse ad indossare i panni della persona accondiscendente, a recitare la parte e di portare a casa il salvabile. Ero pur sempre un ospite. Gli feci notare di quanta prosperità ci fosse nello Stato di Israele, davvero una terra prescelta tenuto conto che tutto attorno c’era il deserto. La bontà dei frutti e l’importanza che assumono nella voce export. A J. gli si illuminarono gli occhi; partì con un’ultima filippica riguardante l’ingegneria israeliana, vanto internazionale.

Quasi mi dispiacque far scattare la ghigliottina che da lì a poco avrebbe definitivamente staccato ogni nostro rapporto; gli chiesi se era a conoscenza del fatto che Israele aveva lasciato senza acqua la Giordania attingendo dalle acque del lago Tiberiade prosciugando di giorno in giorno il fiume Giordano che conseguentemente stava riducendo di diversi metri all’anno la profondità del Mar Morto in cui affluiva.

Non credo fosse rimasto fino a mia conclusione, sono invece sicuro che mi ritrovai a ristudiare l’etichetta della bottiglia ormai vuota di Sirah completamente solo.

_20160915_024327Mi diedi una pulita alla bocca, lasciai un ultimo segno sul tovagliolo bianco ed uscì dalla sala. Prima di andarmene però il mio occhio cadde su una tavola che era stata poco prima abbandonata da un gruppetto di ragazzi ebrei ; evidenziava un enorme spreco di cibo mischiato e disordinatamente abbandonato su tutto il tavolo. Decine di piatti accatastati l’uno sul altro, sostanze colanti e residui sul pavimento. Tra tutto questo schifo fu la quantità enorme di pane abbandonato e scalfito con ditate e coltellate che più mi infastidì. Il nostro pane quotidiano, recita la preghiera.

Forse quelli erano nipoti o figli degli stessi che durante la seconda guerra mondiale sopravvissero mangiando briciole raccolte tra le fessure dei pavimenti di legno dei campi di sterminio.

Sempre vittime; dell’involuzione della specie, questa volta.

Pensai.