La Maratona di Siviglia

La maratona di Siviglia grazie ad un percorso particolarmente veloce ed una meravigliosa città organizzatrice dal clima mite, si pone tra le più appetibili in campo europeo.

La vicinanza dall’aeroporto e le strutture ricettive a prezzi competitivi facilitano gli spostamenti dei runners che desiderano passare un weekend fuori mura, sfruttando al meglio la vocazione al turismo e le politiche ecologiche del capoluogo andaluso.

L’unico mezzo che transita tra le soleggiate vie del centro è un moderno tram, mentre gli amanti del romanticismo per visitare la città spagnola possono usufruire delle caratteristiche carrozze trainate da cavalli; queste ultime naturalmente a scopo prettamente turistico. Anche se fortemente sconsigliato in prossimità della gara, l’atleta visitatore avrà modo di fare lunghe passeggiate e scoprire così anche parte del percorso che dovrà affrontare a breve. La costante presenza di piste ciclabili inoltre facilitano lo spostamento in bicicletta, anche se è necessario acquistare un abbonamento nel caso in cui se ne usufruisse ed il prezzo non è molto conveniente. Per i runners le suddette piste ciclabili diventano anche preziosi spazi d’allenamento di rifinitura.

Nel periodo in cui si svolge la maratona anche il clima è decisamente favorevole, con l’umidità ridotta ai minimi termini e con temperature primaverili.

Il pre-gara culinario è favorito dalle centinaia di locali per tutti i gusti e tasche ed anche le panetterie pasticcerie offrono numerose soluzioni per la corretta assunzione di tutti i valori proteici necessari senza stravolgere le proprie abitudini alimentari. Sempre che, chi legge, segua una cucina mediterranea.

La partenza avviene in modo abbastanza ordinato presso la Avenida Carlos III mentre il guardaroba è situato presso lo Stadio Olimpico de La Cartuja

La Maratona di Siviglia è particolarmente spinta dagli organizzatori per la sua velocità e le percentuali di completamento molto alte ma attenzione soprattutto al primo incentivo in quanto si rischia davvero grosso. Vero è che in moltissimi corridori hanno superato la linea del traguardo ma al 35K, se non prima, parecchi hanno alzato bandiera bianca per proseguire camminando o addirittura fermandosi del tutto. La tentazione è quella di partire particolarmente veloci per poi trovarsi a metà gara con tempi molto bassi ma con un dispendio di energie che al fatidico muro rischiano di penalizzare il runner in modo significativo.

Nei punti ristoro simpatica l’iniziativa di far partecipare dei bambini nella distribuzione delle bevande e cibi vari, ma fortemente penalizzante la scelta di servire l’acqua in bicchieri di plastica e non in bottiglie. Riuscire ad ingerire una sufficiente quantità d’acqua, specie per favorire l’assunzione dei gel, è un’impresa biblica. Esperienza disastrosa.

In compenso il clima di gara è davvero piacevole specie negli ultimi 10K con il coinvolgimento di un pubblico molto numeroso, cui sostegno è costante dalla meravigliosa Plaza de Espana in poi.

Attraversando le vie centrali si sente ormai il profumo del traguardo che avviene all’interno dello stadio che offre un colpo d’occhio ragguardevole, anche in questo caso grazie alle tribune affollate che non si risparmiano certo in applausi ed incoraggiamenti rivolti ai corridori intenti a percorrere gli ultimi metri.

Con un fulmineo e banale click si ferma il nostro crono ed il nostro slancio. Il percorso che porta all’uscita è un lungo sotterraneo con numerosi punti di ristoro e l’incrementarsi di atleti ricoperti da coperte termiche rendono l’ambiente quasi surreale. La legnosità delle gambe connota inquietanti aspetti zombeschi ai maratoneti che si accingono a raggiungere i loro cari presso l’uscita.

Sfoggiando la meritata medaglia, naturalmente.

Nel complesso quindi è un’esperienza assolutamente positiva, sia per chi è alla ricerca di un significativo risultato sportivo che per chi vuole semplicemente portare a termine una maratona senza prestare particolare attenzione ai tempi.

Il percorso infatti è quasi esclusivamente pianeggiante (il più pianeggiante d’Europa) con addirittura qualche ingannevole discesa che incentiva ad aumentare i ritmi salvo poi pentirsene, come detto, alla fine.

La ragazza che progetta ponti

Quella mattina per A sarebbe stato un giorno un po’ diverso rispetto al solito.

Si era data appuntamento con le sue tre amiche alla stazione degli autobus al capolinea di Plaza de Armas.

Con la mano sinistra trascinava il suo piccolo trolley lungo la ciclabile che costeggia il Guadalquivir, fiume che bagna la città di Siviglia. Con l’altra mano reggeva un quaderno, la sua immancabile rapidograph 0,30 ed un biglietto di un volo low cost per Madrid.

disegno da web

L’orologio della stazione segnava le 18:01 ed A fu la l’unica puntuale del gruppetto. Le altre ragazze si presentarono in sequenza scandendo i tre minuti seguenti le 18:06

Quel inizio settimana avevano deciso di cambiare un po’ aria, nonostante il legame che nutrivano per la movimentata città andalusa che, studi permettendo, offriva molti svaghi ed attrazioni.

Una volta salite sulla navetta, dopo essersi divincolate dai turisti di rientro dal loro weekend ed aver occupato una fila di posti liberi, non tardarono nell’erompere la loro sfrontata indole giovanile sotto forma di urletti, battute e sciocchi sorrisi; per quanto sorridere non sia mai cosa sciocca.

L’atteggiamento delle amiche, titubanti nell’affrontare il mondo circostante, non aveva coinvolto la taciturna A che non aveva perso tempo nel aprire il suo quaderno dalle cui pagine erano facilmente intuibili schizzi a china di opere di ingegneria civile. Progetti di ponti arredati da specifiche tecniche ben congeniate.

Distolse lo sguardo dalle sue creazioni in concomitanza della prima fermata dell’autobus che nel frattempo aveva intrapreso la sua corsa verso il non troppo lontano aeroporto. Si concentrò ad ammirare la Torre dell’Oro e poco più avanti il Palazzo Reale Alcazar. Quella è una zona particolarmente ricca di storia ed opere architettoniche d’importante valore, come il Teatro de la Maestranza, costruito in prossimità del Rio Guadalquivir. Puntò nuovamente gli occhi sul quaderno e la sua mano ricominciò a tracciare inchiostro sul foglio.

Il panorama artistico di Siviglia è particolarmente affascinante grazie ad una perfetta integrazione tra stili apparentemente incompatibili dovuti a profonde distanze temporali o parallele filosofie culturali. Il Palazzo Reale di Alcazar, ad esempio, con le sue meravigliose stanze ricamate da superbi ornamenti in stile islamico attorniato da giardini fiabeschi e risalente a metà del XIII secolo, convive con la moderna struttura ad alveare Metropol Parasol,  che ha rimpiazzato il vecchio mercato di Plaza de la Encarnazion e diventando una rappresentativa opera di rottura terminata nel 2011.

I sabati sera le quattro amiche, come centinaia di altri ragazzi e turisti, passeggiano tra le affollate vie centrali di Siviglia con il fare precipitoso che contraddistingue le ragazze di quell’età. Chiacchierano del più e del meno, scherzando a vicenda con infruttuose spedizioni commerciali nei numerosi negozi di cosmetici ed abbigliamento. Grazie all’apparentemente armonioso coordinamento tra start up, negozi tradizionali e vicoli sfacciatamente turistici è raro trovare locali in svendita come di consuetudine europea. Le quattro passano spesso davanti alla Cattedrale di Siviglia dove è inevitabile non alzare lo sguardo, anche per qualche secondo, per contemplare la Torre Giralda, in lontana origine un minareto e la simbolica statua del Girardillo. Anche in questo caso un esempio di integrazione architettonica tra il mondo islamico e quello cristiano dovuto al fatto che i governanti  che si sono succeduti a Siviglia hanno preferito semmai inglobare l’arte esistente piuttosto che distruggerla.

Fino a qualche settimana prima di questo viaggio nessuna delle amiche aveva mai posto la domanda ad A del perché avesse scelto di progettare proprio dei ponti; passione piuttosto inusuale per una ragazza.

Un tardo pomeriggio, durante una divertente navigazione con le piccole barcarole a remi presenti a Plaza de España fu C a rivolgerle il quesito. La risposta fu spontanea e sincera come i disegni che giorno dopo giorno riempivano le pagine del suo prezioso quaderno.

Il ponte, a differenza del muro, unisce, collega. Grazie ai ponti è stato ed è possibile oltrepassare il fiume Guadalquivir. Il ponte di Isabella II, altro esempio, unisce uno dei quartieri più caratteristici di Siviglia, Triana, al resto della città. Siviglia stessa senza ponti non sarebbe esistita. Il ponte rappresenta l’apertura tra le culture, scambi commerciali e conoscenze. Il ponte, per definizione, serve a superare gli ostacoli.

Una società organizzata, civile, attiva, giovanile e multiculturale difficilmente partorirà figli con attitudini diverse da quelle di costruire ponti e disinvolti nel percorrerli. Ad A, come ad altre impavide persone della sua generazione, Siviglia con il suo retaggio storico ha fornito gli strumenti per oltrepassare gli ostacoli e costruire il futuro.

Pace: ponte avente comuni estremità (Elena Nicoletta Garbujo )

 

 

L’Italia che non stanca

Quella che segue è una semplice storia di ragazzi qualunque…

VASTO, (ABRUZZO) 1991

Lu Cacciunelle, così chiamato dai suoi compagni delle medie visto l’aspetto minuto ed apparentemente gracile, stava seduto sulla scalinata a fianco della casa natale del fu poeta Gabriele Rossetti.

Lui questo lo ignorava.

Dopo qualche anno e qualche febbre da cavallo Lu Cacciunelle cambiò aspetto, ma il soprannome rimase quello. Non era più un bambino. Le dita affusolate rovistavano tra le tasche del giaccone in cerca di cartine e tabacco, le sue lunghe  gambe si distendevano sulle scale, mentre lo sguardo era rivolto al primo piano di una casa poco distante. Aspettava speranzoso come ogni giorno l’arrivo di S. un’attraente ragazzina che a quell’ora abitualmente faceva ritorno da scuola. Non si erano mai conosciuti, ma nelle tante ore libere a disposizione anche un innamoramento platonico lo aiutava ad ingannare il tempo. Bastava vederla rientrare a casa per fantasticare l’inizio di una storia da film.

Puntuali come le incertezze che viveva quotidianamente Lu Cacciunelle erano i suoi tre amici che ogni giorno, di rientro anch’essi dalla scuola durante l’ora di pranzo, lo raggiungevano sulle scalinate. Lui aveva abbandonato gli studi ed era in cerca, si fa per dire, di un lavoro.

Una volta radunati il punto di ritrovo della combriccola diventava  una delle panchine che si affacciano sul lungomare. Da lì commentavano la spiaggia dove in estate gli schiamazzi dei bambini paiono arrampicarsi tra le mura antiche prima di disperdersi nel vuoto e nel calore. Gli incontri in quella parte della città duravano il tempo di qualche chiacchiera ed una sigaretta. Un saluto veloce e poi tutti a casa dove ad aspettarli c’era il pranzo.

Il primo pomeriggio Lu Cacciunelle raggiungeva l’amico B periodicamente  intento nello smontare e rimontare la sua grossa motocicletta. Il padre si era rassegnato a rinunciare al garage che aveva l’aspetto di un’officina più che di un’autorimessa. Pur passando molte ore nell’ingegnarsi ad escogitare metodi per potenziare la sua moto, B non trascurava gli impegni scolastici portando a casa soddisfacenti risultati che gli consentivano di mantenere integre le grazie del permissivo papà. Venivano raggiunti più tardi, da G che frequentava il liceo e pertanto con meno tempo libero a disposizione. Tutti e tre si concentravano sulle motociclette mentre la giovane età soffiava ininterrottamente su di loro sogni e sfrenate fantasie sfocianti in un futuro surreale. La spinta motivazionale di B nel modificare gli allestimenti della moto e potenziarne il motore proveniva dalla voglia di partecipare ad una gara di enduro regionale che si sarebbe svolta dopo qualche mese ed alla quale non avrebbe mai partecipato. G invece si dedicava giorno e notte ad improbabili calcoli ingegneristici mentre Lu Cacciunelle rimbalzava i suoi pensieri all’interno di un’immaginaria stanza bianca e vuota.

Durante una di queste paradossali superflue giornate scattò la scintilla che accese ulteriormente le fantasie dei tre ragazzi. L’insofferenza d’esser legati alle catene d’immobilità del paese scaturì l’affascinante e strampalata idea di progettare qualcosa di fortemente adrenalinico. Non poteva che nascere nella testa della persona più annoiata e slegata dalla realtà che infatti d’un tratto aprì bocca e la propose agli altri: una rapina! Lu Cacciunelle in un primo momento fu seppellito dalle risate degli altri due che però, tra una stretta di bullone ed una limata al carburatore cominciarono a considerare l’idiota proposta del loro amico. Una volta gettato il pagliericcio ad accendere il fiammifero ci pensò sorprendentemente G che scartò l’idea ridicola di infilarsi un passamontagna e fare irruzione nella banca come ipotizzato gogliardicamente in un primo momento dai tre ragazzi, ma di organizzare qualcosa di importante prendendo spunto da un libro che aveva recentemente letto. La Grande Rapina di Nizza, di Ken Follet. Ignari dell’esistenza del romanzo basato su fatti realmente accaduti, spettò a G riassumerne brevemente il concetto. Questa volta ad esser seppellito dalle risate fu lui. Eppure ridendo e scherzando in pochi minuti si era già delineata una prima folle strategia. L’obiettivo prefissato era diventata la filiale di banca dove aveva lavorato per qualche tempo come impiegato il padre di un loro ex compagno delle scuole medie. Il motivo perché si persero di vista era proprio dovuto al trasferimento del genitore presso la sede a L’Aquila. Forse il loro amichetto sarebbe potuto esser d’aiuto in qualche modo.

Nonostante il passare dei giorni non solo nessuno accennava ripensamenti, anzi, la malsana idea si gonfiava di nuove proposte e stratagemmi per evitare il peggio. Il gioco si stava trasformando in qualcosa di tremendamente reale.

Dentro ad una casa, un’anziana signora, impastava la farina e le uova. Tradizione che si trasmette da tempo immemorabile e che la nonna della bella ragazzina S compiva con abile maestria. La finestra della sua piccola cucina ospitava un vasetto di basilico profumatissimo che pareva completamente disinteressato all’inverno. Da quella stessa finestra era da qualche giorno che non si vedeva più sedere sui gradini il ragazzino che ogni giorno verso quell’ora compariva sulla scalinata.

Erano diverse mattine infatti che Lu Cacciunelle si concentrava su cose che in quel momento a lui parevano piuttosto serie. Dagli appostamenti che stavano compiendo, la banda di aspiranti criminali avrebbero tratto tutte le informazioni utili per portare a compimento il piano. Il direttore della banca non si presentava mai puntualissimo in filiale ma era abitudinario nei movimenti. Seduto al tavolino del caffè Lu Cacciunelle vide arrivare il funzionario con una Mercedes marrone chiaro. La macchina era vissuta ma con lucide e riflettenti cromature. Una volta parcheggiata s’impegnò nel far uscire dalla vettura il suo ingombrante corpo per poi incamminarsi verso l’ingresso. Teneva la giacca aperta, la cravatta allentata e la camicia sbottonata che evidenziava un largo collo. In una mano aveva una valigetta di pelle mentre nell’altra un fazzoletto di tessuto bianco che utilizzava per tergersi il sudore ed aggiustarsi gli occhiali dall’ingombrante montatura nera. Siamo in inverno e questo signore soffre già il caldo in questo modo; pensò Lu Cacciunelle mentre sorseggiava il terzo caffè della mattinata. Il direttore di banca raggiunse affannosamente l’ingresso per poi affondare la propria ingombrante sagoma nella penombra dell’ufficio.

Dopo pochi minuti fu il turno dell’impiegato, che guidava una Renault 11 beige e che sistemò ordinatamente nel posto difronte al parcheggio riservato al suo responsabile. Indossava un cappotto cammello, un completo spezzato ed un Borsalino che agli occhi degli sconosciuti potevano farlo sembrare un gangster più che un bancario.

Lu Cacciunelle attese l’arrivo dell’ultima occupante dell’ufficio che tra l’altro era una lontana parente da parte di sua madre. La signora parcheggiò la sua Y10 nel cortile riservato ai dipendenti della banca come avevano fatto in precedenza i suoi colleghi. Prima di abbandonare l’auto passò il rossetto sulle labbra guardandosi nello specchietto retrovisore, si sistemò velocemente i capelli, scese dalla vettura e percorse a piedi il breve tratto che la separava dal posto di lavoro.

L’idea dei ragazzi, affascinante quanto irrealistica, era quella di intrufolarsi nella banca la notte dalle fognature per poi svignarsela la mattina seguente prima dell’arrivo del personale.

Nel mentre della stesura del piano che avvenne in una trattoria di Vasto davanti ad un abbondante piatto Sagne e fasciul B si era detto certo nel riuscire a recuperare un furgone da camuffare da mezzo di riparazioni del manto stradale o cose simili. G dal suo canto srotolò sul tavolino con ingenuità una mappa dettagliata dell’impianto fognario della zona di Corso Mazzini che aveva recuperato da un suo zio impiegato al Comune con mansioni catastali. Il piano scorreva liscio come gli arrosticini ed il Cerasuolo che nel frattempo pareva evaporare.

Riassumendo: il giorno prestabilito alle 02.00 Lu Cacciunelle con l’aiuto di G si sarebbe dovuto trovare difronte la banca in prossimità del tombino nel vicoletto a fianco del bar. G l’avrebbe aiutato ad aprire e richiudere il tombino sopra a sé mentre lui si sarebbe intrufolato nella fognatura fino al raggiungimento della banca dove, in teoria, al di là di un muro ci sarebbe stato il caveau. Una volta dentro ed eseguito il colpo ad attenderlo per portare fuori il bottino ci sarebbero stati i due complici che nel frattempo avrebbero posizionato il furgone pronti per fuggire con il malloppo.

Totò e Peppino non sarebbero riusciti a pensarla meglio.

La vigilia di quello che era stato ideato come un gran colpo Lu Cacciunelle non chiuse occhio, girandosi e rigirandosi nel letto. Il suo incubo si materializzava in una buia cella senza finestre. Non avrebbe più potuto attendere la sua amata immaginaria S oppure semplicemente chiacchierare con i suoi amici con lo sguardo rivolto al mare. Nel bene o nel male avrebbe dovuto rinunciare ai sapori d’Abruzzo, della sua piccola e noiosa, ma tanto amata, Vasto. Le pallotte cace e ove di sua nonna e le camminate sul lungo mare con i cugini.

Il giorno della rapina B, che non riuscì a trovare nessun furgone, passò la nottata nel garage per sistemare la moto in previsione di una gara alla quale non avrebbe mai partecipato. Di G si persero le tracce per qualche giorno dato che si era rinchiuso in casa per prepararsi ad un tour de force di interrogazioni.

Le fragili fantasiose fondamenta erano crollate trascinando con sé la fantomatica rapina del secolo.

Lu Cacciunelle aveva cambiato mentalità, ma il soprannome era rimasto quello. Ancora una volta le dita affusolate rovistavano tra le tasche del giaccone in cerca di cartine e tabacco, le sue lunghe  gambe si distendevano sulle scale, mentre lo sguardo era rivolto al primo piano di una casa poco distante. Aspettò speranzoso come ogni giorno l’arrivo di S. un’attraente ragazzina che a quell’ora abitualmente faceva ritorno da scuola. Quel giorno finalmente la conobbe.

Passò poco tempo che Lu Cacciunelle trovò anche lavoro presso l’edicola di un suo caro cugino. La strampalata idea della rapina era svanita completamente nel nulla sostituita dalla più concreta voglia di passare le vacanze assieme alla sua ragazza S. Erano le prime luci dell’alba quando espose la civetta che intitolava: Arrestato il socialista Mario Chiesa.

 

La libertà deriva dalla consapevolezza, la consapevolezza deriva dalla conoscenza, la conoscenza deriva (anche) dall’informazione, dallo studio e dalla lettura senza pregiudizi.

Nonna: genitore, amica, insegnante

(Questa storia è stata ideata qui)

01

Appena arrivata, la bambina non perse tempo nel contemplare il paesaggio che ormai conosceva piuttosto bene.

Spalancò il portone che infranse il silenzio fino ad allora rotto solo dall’abbaiare dei cani e corse dritta verso la porta a vetri appannata d’ingresso. Realizzò d’esser circondata da imponenti e maestose montagne dalle bianche vette e vestite da brulli colori autunnali, ma in quel momento la sua attenzione era rivolta altrove. Nel breve tragitto che percorse a gambe levate, con un certo affanno e l’equilibrio messo in costante pericolo dai due pastori tedeschi che le saltavano attorno festosi e scodinzolanti, riconobbe solo il secchio metallico appeso al muro e contenente fiori gialli che la guardavano dall’alto, fieri della loro bellezza. 2Il loro vanto, per chi crede nell’intelligenza vegetale, era dovuto alla consapevolezza d’esser cresciuti sfidando il freddo, il ghiaccio e la neve. Erano sopravvissuti stringendosi l’uno all’altro, ammiccando i raggi di sole in attesa della ancora lontana primavera. Il viale di pietre dove ora si stavano mosaicando l’insieme d’impronte lasciate dalla bambina e dagli animali a quattro zampe, spesso nel passato fu macchiato da piccole macchioline di sangue, dovute all’immolazione infantile che avviene durante la fase esplorativa della vita, dove tutto è gioco; dove le cose sussurrano, si muovono, a tua insaputa ti spingono o sgambettano. Dio solo sa in montagna quanti sono gli imprevisti e quante ginocchia ha sbucciato quella bambina sulle pietre, sui sentieri e sulle ampie colline circostanti.

Il grido di Nonna, nonna, sono arrivata! aveva fatto innalzare in volo un previdente passerotto ed attirata l’attenzione del capriolo nascosto tra le sterpaglie più in basso.

3La porta a vetri era appannata dal calore del camino acceso e dal vapore emanato dalle pentole sul fuoco. Le rassicuranti movenze di un mestolo di legno che affonda tra la carne di spezzatino di cinghiale erano dirette da una anziana signora che aveva sorriso nuovamente alla vita sentendo il trambusto causato dalla sua nipotina. Questa fece altri due giri di mestolo prima di appoggiarlo sul ripiano a fianco delle spezie. Non ebbe il tempo di voltarsi completamente che la piccola peste era già entrata in casa portando con sé, oltre ad una profumata scia di freddo, anche le due, meno profumate, festanti bestiole. La corsa della bambina si concluse nel caloroso abbraccio con la nonna, affettuosamente goffa ed impreparata nel accogliere a sé quella furia. La bambina schiacciando il nasino sul grembiule della nonna assaporava gli odori della cucina, sforzandosi ad allargare le braccia il più possibile così da contenere ogni centimetro di amore, saggezza e protezione che la signora suscitava. Dall’altro canto l’incontro tra le ruvide mani dell’anziana donna e quelle della bimba, piccole e fragili, simboleggiavano uno scambio generazionale.

Sciolto l’abbraccio né susseguì ulteriore trambusto nel cercare di far fuoriuscire i cani che nel frattempo si erano comodamente posizionati davanti al camino. La nipotina si occupava frettolosamente nel redarguirli nel mentre gironzolava freneticamente attorno al tavolo. Apriva e chiudeva con energia i cassetti del mobile attiguo alla ricerca di dolci o sfiziosità cui4 la nonna l’aveva smodatamente viziata. Il ciclone che durante le visite si riversava nella casa sconvolgeva ogni singolo protagonista della quotidianità che al cospetto della ragazzina si trasformava in compiacente misera comparsa. Anche i ritratti della nonna durante gli anni della giovane spensieratezza scorrevano veloci alla vista della bambina, impegnata nello sbrigativo attraversamento dei piani superiori alla conquista della sua cameretta. In quella stanza il legno pareva soffiare più forte il proprio odore, come a voler salutare l’arrivo della sua vecchia giovane conoscenza che non esitava a salire la rustica scaletta e scivolare dentro al suo rifugio che altro non era che un ampio materasso incassato nel sottotetto.

5Passata l’eccitazione e smarrite un po’ delle eccessive energie iniziali, non tardava il momento in cui, spesso il pomeriggio, l’anziana signora e la nipotina si sedavano assieme sull’ampio divano posizionato tra le pareti di pietra, ingegnosi intagli di legno ed uno schermo nero della televisione spenta che rifletteva mestamente il fuoco del camino mentre scoppiettante scandiva il ritmo delle giornate. Si sforzava di sognare ad occhi aperti resistendo a malapena alla tentazione di chiuderli mentre le soavi parole della nonna disegnavano nell’aria scenari lontani rispetto alla realtà in cui vivevano. Avrebbe dovuto passare qualche anno prima che la piccola testimone dei meravigliosi racconti della nonna diventasse consapevole che, quasi sempre, la realtà supera l’immaginazione. Le storie descrivevano lontani momenti dove l’arte erano macchie di colore su una tela o curve e consumate scarpe da ballerina. Era il brusio delle platee interrotte da tre tocchi di bacchetta di un esigente direttore d’orchestra ed abbaglianti lampadine di uno specchio in angusti camerini. L’arte era l’attraversamento di strade buie e bagnate, riflettenti luci colorate intermittenti di teatri e fast food, alla ricerca di fuggitive e brevi avventure amorose. Ma anche aerei, musica, cielo infinito e capienti tazze di caffè. Questo era stato.

6In montagna l’arte sono le cime innevate, un cespuglio di ginestre o lo sguardo fulmineo di una marmotta. La musica degli scarponi che spostano le pietre dei sentieri o la neve tagliata dalle lame dello sci. Lo sbuffo di vapore ad ogni parola pronunciata d’inverno all’aria aperta.

La bambina si addormentò sognando un bizzarro mondo lontano.

La nonna sistemò premurosamente un ribelle ciuffo di capelli dal viso della bimba passandole una mano sul capo, certa che il giorno in cui la nipotina avrebbe afferrato i suoi desideri sarebbe giunto a breve.

Protetta dalla nonna e dalle montagne. Ovunque essa andasse.

Una nonna è un po’ genitore, un po’ insegnante, e un po’ il migliore amico.

Parafrasi di terremoto

biciA L’Aquila quasi tutti gli edifici sono coinvolti in opere di ricostruzioni. Alcuni ancora nascosti dalle reti di protezione, altri sostengono complesse impalcature, qualcuno è stato puntellato ed abbandonato a se stesso.

Sembra di camminare all’interno di un grande set cinematografico svuotato dagli attori protagonisti.

Sempre meno presenti, ma esistono ancora luoghi dove il tempo si è fermato pochi istanti dopo i crolli della notte del 6 aprile 2009. Si possono scorgere dei grossi monitor della saletta computer di un bar. La visione ci fa comprendere i passi da gigante che sta facendo la tecnologia, quasi voglia instaurare in rapidità un ampio e netto distacco dal tragico avvenimento.  Affacciandosi alle vetrine di alcuni negozi evacuati si nota la merce giacente disordinata tra scaffali incrinati e pavimenti impolverati.

Camminando tra le vie della città questo è quello che si vede.

impalcaturaLe martellate, le accelerate delle betoniere, lo stridere dei trapani, i richiami tra muratori è quello che invece si sente. Attorniati da un irreale cuscinetto di silenzio.

Il rischio è focalizzarsi su quanto sopra descritto e piangere la parziale dispersione culturale ed architettonica anziché la perdita umana e comunitaria.

L’eruzione del Vesuvio a Pompei provocò la distruzione dell’insediamento umano immobilizzando e cristallizzando nella storia centinaia di persone. Resti a tutt’oggi riconoscibili che ci ricordano gli attimi di sorpresa e sofferenza subiti dagli abitanti. A distanza di duemila anni il ritrovamento di oggetti e resti appartenenti al nostro genere ci ricordano i drammi e le storie vissute all’epoca. Il centro dell’attenzione è rivolta all’uomo.

L’Aquila, a differenza della cittadina campana, sarà ripulita e tirata a lucido pronta per ripresentarsi al mondo come una delle più belle città europee e non solo. Esiste così il rischio che venga celata traccia della sofferenza subita da ogni cittadino. Persona per persona.

Il pericolo più grande è che dopo il caloroso abbraccio umanitario ricevuto in varie forme dagli aquilani, nel caso specifico, le vittime vengano dimenticate o abbandonate per procurata scocciatura. Le richieste d’aiuto protratte nel tempo, pur logicamente legittime, diventano scomode al resto delle comunità integre che non amano protrarsi nelle emergenze. Anche se irrisolte.

internoNella storia il bar non porta i ricordi, ma i ricordi portano inevitabilmente al bar  quello che si cerca di far emergere è il fatto che le cose si possono ricostruire. A tutto c’è una soluzione, tranne che alla morte. Simbolicamente il riferimento a questo detto è la serranda del bar del protagonista del racconto, tornata in asse dopo il sisma. Qualcosa di materiale che in mezzo alla distruzione addirittura si ripara.

Per chi resta in vita non rimane altro che adattarsi ai cambiamenti e confrontarsi con la nuova realtà.

Guardando negli occhi di queste persone si dovrebbe pensare a quello che hanno perso, a ciò che hanno subito. Negli Stati Uniti dopo il crollo doloso delle Twin Towers hanno individuato un nemico contro cui scagliare la loro rabbia. Tutti i desideri di rivalsa all’accaduto li stiamo pagando ancora oggi con l’aggiunta di altre vittime; anche tra uomini dell’esercito riversati nei luoghi dove si radicalizza il male. A loro detta.

Nel caso nostrano non c’è un nemico da affrontare. Esiste chi punta il dito verso le autorità competenti che non hanno prevenuto niente di ciò che si è verificato, gli orfani delle Chiese semidistrutte che evocano punizioni divine, altri che si appellano alla fortuna o sfortuna.

Ciò che è stato è un evento naturale. Vedendolo da un punto di vista naif e fantasioso una scrollatina del globo terrestre forse annoiato nel sopportare milioni e milioni di puntini che lo modificano quotidianamente estraendo minerali, producendo scorie, lasciando residui ovunque e divorando tutto ciò che si muove tra terra, acqua ed aria.

Anche questa teoria però devia la traiettoria dell’intento della storia dell’uomo del bar che, se ancora non si fosse capita, vuole indirizzare l’attenzione alle persone toccate dall’evento e non alle cose.

Le cose sono fatte per essere usate.
Le persone sono fatte per essere amate.
Il mondo va storto perché si usano le persone e si amano le cose.

Il bar non porta i ricordi, ma i ricordi portano inevitabilmente al bar

Alzo la serranda.

Le luci che illuminano il poco che rimane della città sono artificiali.

Intorno a me il silenzio è interrotto dal rumore di qualche latta fatta cadere dai gatti randagi mentre rovistano i cassonetti in cerca di cibo. Sento un breve lontano vociare di ragazzi brilli in conclusione di nottata.

Dentro al bar, sul pavimento, trovo due lettere; una della compagnia telefonica, l’altra di un partito politico.

Le ha infilate il postino sotto la porta d’ingresso.

Raccolgo la corrispondenza e senza aprirla cestino quella del partito politico. Passo con rapide occhiate a verificare la cifra indicata nella fattura di quella telefonica.

Come ogni mattina la prima cosa da fare è accendere la macchina del caffè.aq1

La routine prevede anche di far scattare quattro interruttori ed azionare il riscaldamento.  Lo faccio.

La licenza del bar l’avevo acquisita nel 1996 da E un signore molto anziano che nonostante percepisse la pensione di vecchiaia passava le ore con gli amici seduto ai tavolini a bere, battere a carte e chiacchierare con i suoi clienti o amici che dir si voglia. Sua moglie stava al bar con lui, dietro al banco in realtà. Lui ordinava e lei eseguiva.

Assieme ai lavori di rinnovamento non tardarono ad arrivare le prime lamentele dai clienti che avevo ereditato dalla gestione precedente.

Dopo qualche settimana non entrò più nessuno di quelli, spiazzati dai cambiamenti che il locale aveva subito.

Furono rimpiazzati presto. Anche dai loro stessi familiari più giovani.

Ciò a cui puntavo, a differenza di chi mi aveva preceduto, erano le centinaia di studenti che necessitavano di colazioni golose e pranzi veloci ed economici.

C’ero riuscito. Ormai avevaq6o un nome in città e mi ero creato il giro di clientela fissa.

Sono le 6:45 ed entra il primo cliente della giornata. Saluta, si scrolla il freddo da dosso con alcuni movimenti decisi. Togliendosi i guanti di lana mi ordina un caffè indicando la brioche che gli scalderò.

La radio è ancora spenta. C’è silenzio. Dovrò sentirla per tutto il giorno e decido di non darle parola per il momento. Come il fuochista alimenta la locomotiva anch’io armeggio la mia macchina del caffè tra sbuffi, fischi della leva del vapore e brevi rumorosi scatti della macina. Con lui condivido il compito di mettere in moto qualcosa. Al fuochista spetta muovere il treno, a me la giornata dei clienti.

Negli anni d’oro del bar e della città, la prima persona che varcava l’ingresso del locale era N, un ragazzo di ventisette anni che frequentava mediazione linguistica e culturale all’Università. Il suo sorriso era sempre puntualissimo. Me lo consegnava attraverso la porta della vetrina che si affaccia alla via alcuni minuti prima che aprissi. Con aria indaffarata attendeva girassi la chiave permettendogli di entrare. Non capivo come una persona potesse essere così positiva già di prima mattina. A livello fisiologico intendo.

Non sempre apprezzavo le sue raffiche di parole dalle quali però era molto difficile smarcarsi.

Raramente si sedeva. Appoggiava la sua borsa a tracolla di stoffa verde sul tavolino, sfogliava velocemente il giornale ma senza apparente trasporto.  Preferiva commentare il suo vissuto quotidiano e ciò che lo circaq2ondava anziché perdersi dietro alle cronache altrui. Avevo inteso che i fine settimana li divideva tra un pub come barista ed una pizzeria come cameriere. Aveva molte conoscenze ma dava l’impressione di preferire starsene per le sue. Il suo modo di fare spigliato e l’aspetto fisico importante dovevano risultare particolarmente apprezzati dalle ragazze. Considerava le prime ore del mattino una tregua agli ininterrotti messaggi che riceveva durante il resto della giornata dalle spasimanti. Diceva.

Il cliente che ho servito lascia i soldi sul banco, si rimette i guanti, saluta ed esce.

La porta non fa in tempo a chiudersi dietro a lui che entrano altri due signori. Chiedono un latte macchiato, un caffè ed anche loro mi indicano due brioches da scaldare. Sposto la tazzina usata sul banco, passo lo straccio, la poso nel lavabo, mi rimetto al lavoro.

Guardo distrattamente l’orologio.

Alla fine degli anni novanta questa era l’ora in cui si animava un siparietto tragicomico tra il dottor S, giovane medico del pronto soccorso e l’anziano cav. M accompagnato dalla sua badante.

aq3Il cavaliere non perdeva occasione per esprimere chiaramente, nonostante l’età molto avanzata, la sua posizione netta non certo favorevole alla gestione del Paese. La vittima designata era il povero dottore che, sfruttando le sue origini meridionali, faceva orecchie da mercante sostenendo che questo era il sistema e non avrebbero potuto fare niente per cambiarlo. Nel mentre la badante assisteva disinteressata complici la provenienza straniera e l’impegno nel mangiare l’enorme croissant evitando di macchiarsi gli abiti di zucchero a velo o del ripieno di crema.  La signora era un’entità astratta. Presente fisicamente, mai partecipe.

Ho finito di fare qualche altra colazione, il bar è vuoto ed il numero dell’ultimo scontrino emesso segna tredici.

Approfitto del tempo libero per pulire e riordinare. Nelle ore di lavoro non c’è mai tempo per stare fermi.

Vengo interrotto dall’ingresso di altri tre avventori mentre riordino l’ingresso. Saluto, faccio due passi dietro a loro e riprendo posizione al banco. Ormai è tarda mattinata ed anche gli ordini cominciano a variare. Il signore in giacca, un professionista, ordina un caffè, gli altri due, evidentemente manovali, una bottiglia d’acqua e qualche tartina. Parlano animatamente tra loro.

Questa era l’ora degli studenti. Il quaderno che tenevo vicino alla cassa era carico di pagherò. Non ho più verificato se qualcuno di loro ha lasciato debiti. Da quando hanno smesso di frequentare il mio bar non l’ho più sfogliato.

aq4Lascio ai loro discorsi tecnici i tre uomini e riapro il libricino dei debiti che adesso giace in un cassetto. Aperta la terza pagina vengo travolto da nomi, numeri e cancellature che colpiscono la mia memoria. Le note di inchiostro blu fuoriescono come immagini contenute nei libri animati per bambini. Un turbinio di identità che avevo rimosso. Pagina dopo pagina perdo tempo nell’immedesimarmi nel periodo indicato dalle date. Riaffiorano i dialoghi. L’immaginario brusio delle voci dei ragazzi che si è ricreato in me è talmente forte che non mi accorgo che i tre clienti sono nel frattempo usciti. Arrivo all’ultima pagina stremato come avessi corso una maratona. In effetti c’è una voce che non è stata depennata. Corrisponde ad N, il ragazzo sorridente della mattina. Un cappuccino.

Prima o poi ripasserà. Il cappuccino glielo offrirò io volentieri. Parleremo della sua laurea e delle sue avventure. Chissà dove vive adesso?

L’approfondimento della memoria viene interrotto dallo schiudersi della porta. A varcarla è una avvenente signora accompagnata da un rinomato notaio della città ed un altro signore che non conosco. E’ molto giovanile e curata nell’aspetto. Da giovane sarà stata stupenda, penso. Indossa abiti e gioielli pregiati con disinvoltura e senza mascherare la propria maturità. Sorprende me e gli accompagnatori ordinando una Coca Cola. A disposizione del notaio lascio una tazza d’acqua bollente e delle bustine di tè, mentre l’altro signore ordina un macchiato.

Scambio alcune battute con i clienti. Sorridiamo. Noto che la signora ha un viso visibilmente teso.

Intuisco che hanno appena concluso una compravendita importante e preferisco spostarmi di qualche metro per non infrangere la loro privacy. Riprendo a sfogliare il quaderno cercando di non farmi coinvolgere troppo come in precedenza.

Il notaio, posizionato nel mezzo dei due, sorseggia il tè, il signore alla sua sinistra parla con aria soddisfatta delle sue proprietà alle quali si è aggiunta quest’ultima, la signora non pare coinvolta e,  nel chiedere una salvietta, sofferma lo sguardo sul quaderno degli insoluti. Passano pochi secondi e sale in me un impetuoso  bisogno di parlarle. Accennando un sorriso le dico che il bar, a suo tempo, era molto frequentato dagli studenti. Non sempre avevano contante in tasca così a volte capitava si facessero annotare alcune consumazioni. La signora accenna un sorriso e fa passare qualche minuto prima di dimostrarsi interessata ad intraprendere un breve scambio di parole con me. Anche suo figlio frequentava l’Università, dice.

Le spiego, osservato da fulminei sguardi profondi del notaio evidentemente provato dal logorroico signore accanto a lui, che prima del 6 aprile 2009 il mio bar era un luogo di ritrovo per i ragazzi, adesso ci sono solo tecnici ed addetti alla ricostruzione. Qualche minuto dopo le 3 e 32 di quella notte niente era rimasto come prima tranne la mia casa ed il mio bar. La serranda che fino ad allora facevo fatica ad alzare e richiudere si era rimessa in asse. Un paradosso. Ancora oggi devo capire se il Signore mi ha risparmiato oppure mi ha inflitto una pena maggiore distruggendo tutto ciò che mi circonda. Mi sento imprigionato nel limbo di mezzo tra la fortuna e la maledizione.

La signora ascolta in silenzio. Non tradisce emozioni.aq5

Ritengo adeguato terminare il mio discorso.  In fin dei conti le persone che vengono al bar hanno già i loro problemi e di certo non sono predisposte ad accollarsi pure quelli del barista.

Mi confida inaspettatamente che è costretta a presenziare in città per notificare la cessione di una palazzina. Suo marito, importante diplomatico che vive a Roma, l’aveva acquistata per il figlio che si era iscritto all’Università. Date le ingenti disponibilità familiari l’aveva ritenuta un buon investimento sia per sistemare l’erede che per affittarla ad altri studenti. In realtà suo figlio, confessa, non aveva ottimi rapporti con il padre e scelse di non abitare mai in quella casa. Aveva preferito trovare dei lavori qua e là per mantenersi e dormire in un piccolo appartamento condiviso. Dopo il terremoto la palazzina di loro proprietà era rimasta pressoché integra e nessuno studente aveva fortunatamente riportato ferite, mentre l’abitazione dove risiedeva il figlio era crollata senza lasciare via di scampo a lui ed alla coinquilina, anch’essa studente.

La donna si interrompe e disegna una smorfia con la bocca.

Intuisco di non essere l’unico a coltivare dubbi riguardo la bizzarra selezione divina.

L’emozione tradisce la madre dello studente ed una lacrima si fa spazio tra i segni del viso fino a dissolversi nella salvietta.

Suo figlio, continua, si chiamava N e frequentava la facoltà di mediazione linguistica e culturale all’Università de L’Aquila. Era un bravo ragazzo.

Il terremoto toglie tutto. Anche le forze di sconvolgersi o sorprendersi; non aggiungo nulla infatti e non faccio trapelare niente.

In questo momento sta parlando solo la radio di sottofondo.

Apro il quaderno, cerco la pagina dove è segnato il cappuccino rimasto in sospeso e lo depenno. Butto nel cestino sia il quaderno che la biro.

Il notaio cortesemente invita gli altri due a lasciare il bar dopo che il signore logorroico ha insistito per pagare il conto che ho garbatamente rifiutato di incassare.

Questo giro lo offro io.

Un anno di più

E’ stato un 2016 con la valigia in mano.

Un anno in cui Controviaggio si è guadagnato un’impennata di visite che hanno surclassato quelle degli anni precedenti.

stat

gennaio2016Tutto parte da Gorizia, le origini. Qualcuno dice che le radici sono importanti, nella vita di un uomo, ma noi uomini abbiamo le gambe, non le radici, e le gambe sono fatte per andare altrove. Un maggiore interesse da parte del resto d’Italia  agli avvenimenti storici avvenuti nel piccolo e schiacciato capoluogo friulano renderebbero più facile le letture di confini, valute e diversità etniche. febbraio16Nel periodo natalizio la tappa nella minacciata Bruxelles. La bellissima città fiamminga, continuamente esposta suo malgrado al giudizio politico e morale dalla gente, ha svelato un’identità artistica eccezionale. Nella capitale belga si evidenzia la continuità di stile tra la sofisticatezza barocca e gotica e l’essenzialità più attuale. Il grigio preponderante degli spazi spesso viene scombinato da murales colorati raffiguranti personaggi di fumetti. Da una città grigia politicamente e geograficamente al centro d’Europa, ad un’altra. Grigia s’intende. Circondata da enormi spazi verdi dove si pratica la coltura del riso fa bella mostra di sé Pavia che, come tutte le città italiane, ha molto da raccontare. marzo16Il capoluogo lombardo si dondola sull’altalena che oscilla tra i vantaggi della vicinanza con la metropoli Milano e le zone d’ombra derivanti dalla stessa. aprile16La tappa a Barcellona è stata di tutt’altro taglio rispetto le visite precedenti. Città molto ben organizzata, pulsante e gioiosa, decorata con estrema creatività e fantasia, figlia del genio visionario Gaudì. La prima mezza maratona corsa in un ambiente partecipativo con gli spagnoli sempre preparati nel cogliere la festa in ogni evento.

maggio 16Dalla Spagna al Portogallo la distanza è breve. Porto è cosa non ti aspetti. E’ aprire la porta di un locale affollato, muoversi tra la gente, ammirare e salutare le persone più in vista, congedarsi per un drink ed essere folgorato dallo sguardo penetrante di una persona in penombra. Con tutte le sinuose forme, semi nascosta ed emergente di luce propria. La voce calda, rassicurante. Sorride e ti mette a tuo agio.

giugno16E’ stato poi il turno del martoriato Egitto e quella che potrebbe essere, o forse a modo suo lo è, la splendida Cairo. Schiacciata da interessi internazionali che costringono migliaia di persone alla povertà ed ignoranza nel nome di equilibri che dovrebbero favorire le stesse persone occidentali che ripudiano i conseguenti flussi migratori causati dai loro malgoverni. Un luogo che ad oggi ha l’aspetto di un fazzoletto gettato a terra dopo l’uso. Similitudini con Varsavia ci sono, con la differenluglio16za che la città polacca sta lasciando dietro a sé il proprio passato di tirannie ed invasori spalancando le porte al libero mercato. Con la propria moneta il costo vita e lavoro in Polonia è notevolmente ridotto rispetto agli altri Stati membri, così da diventare meta ideale per aziende che vogliono abbattere spese. Una Disneyland del capitalismo. Seconda mezza maratona corsa in un ambiente diverso rispetto a Barcellona come era ovvio aspettarselo. I polacchi non hanno un senso dell’humor particolarmente sviluppato e le iniziative che propongono assumono un’aurea piuttosto infantile e scolastica.

agosto16L’estate si tinge d’azzurro del mare e del cielo di Tilos. L’isola greca non è raggiunta da orde di turisti, anzi pare un luogo poco frequentato. E’ stata forse la destinazione che ha fatto da pagliericcio alla scintilla scoccata nel raccontare Bruges il mese seguente. Immaginare ed illustrare artisti e scrittori intenti a sviluppare le loro opere lambiti da soffi di vento caldo e distratti dal rumore delle onde più fragorose nella culla degli Dei, ha inconsciamente suggerito un nuovo modo di raccontare i luoghi.settembre16

I luoghi sono persone. Vite quotidiane. Storie da raccontare.

La fiabesca Bruges è stata la scenografia perfetta di una bella ed interminata storia d’amore. Forse mai iniziata.

ottobre16Dopo una confessione d’amore non poteva mancare una dichiarazione d’odio. Gerusalemme è stato il luogo protagonista e contenitore dove vomitare ogni pensiero riguardante la condizione attuale degli ebrei di Israele. Arroganti e supponenti, hanno creato un muro reale per proteggersi dalle loro stesse azioni di guerra ed un muro ideologico per rifiutare ogni ammonimento dalla società pensante. Fino a quando il mondo intero dovrà pagare il retaggio storico della shoah da loro indiscutibilmente subito?

Infine l’anno si conclude con il Tour del Portogallo e la prima maratona corsa a Porto. Non poteva essere diversamente.novembre16b

La frenesia di una Lisbona attraversata dal tram 28 e soffocata dal traffico nei sali e scendi dei quartieri storici, l’infinito orizzonte del mare di Fortaleza di Sagres, il tramonto a Faro e la città grigia di Piodão. Le fortezze e palazzi colorati di Sintra.

 

Questo è stato il 2016

 

Le persone viaggiano per stupirsi delle montagne, dei mari, dei fiumi, delle stelle; e passano accanto a se stessi senza meravigliarsi.
(Sant’Agostino)