Egitto: un fallimento annunciato
L’Egitto fa parte di uno dei tanti Paesi che, nonostante le risorse geo-culturali illimitate, non garantisce alla popolazione un tenore di vita adeguato.
La sofferenza dello Stato che per anni è stato forse forzatamente considerato il cuscinetto tra il mondo cattolico occidentale e quello musulmano medio orientale, sta provocando enormi scompensi nelle abitudini dei turisti per lo più facenti parte dell’Europa mediterranea e di conseguenza alle tasche dei Tour Operator che negli anni avevano investito fortemente nella terra dei Faraoni.
L’embrione del fallimento annunciato nasce nel corso degli anni dove le interferenze politiche internazionali hanno sempre prevaricato il volere del popolo egiziano, alla fine incapace di avere una visione democratica del proprio destino. I generali, istruiti per far fronte alla guerra, o ad idearne di nuove, con attitudini emergenziali a discapito di quelle programmatiche, sicuramente sono le persone più adatte per sopprimere ogni segnale di scontento ma anche le più inopportune per favorire lo sviluppo.
La mancanza di investimenti nell’istruzione, ridotta ormai fondamentalmente allo studio del Corano, nonché nella ricerca, nel sostegno all’artigianato, alla reale conservazione e riprogettazione dei siti archeologici e la completa inosservanza o esistenza dei piani urbanistici specie nelle nuove realtà recentemente sviluppate ad uso esclusivamente turistico, hanno mandato a picco un Paese che di suo possiede già tutto.
Se da un lato la noncuranza e l’approssimazione hanno mantenuto i prezzi decisamente cheap rispetto al vicinato, tra cui primeggiano le simboliche sfarzose Dubai ed Abu Dabi, paradossalmente accaparrandosi di fatto frotte di turisti low cost, dall’altro hanno lentamente strascinato l’economia turistica sempre più in basso fino all’esasperazione e nell’oggettiva impossibilità di investimento in manodopera qualificata e rimodernamento delle strutture, particolarmente fragili ed in balia dei componenti climatici per lo più corrosivi quali sabbia e salsedine.
La crisi che sta attanagliando l’Egitto non sarà passeggera ed i segnali che lo confermano sono evidenti: in primo luogo la mancanza di investimento nell’educazione ha creato una voragine, colmabile in non meno di vent’anni, tra una risicata e forzata classe dirigente ed i comuni cittadini che al momento si ritrovano in balia degli eventi senza né arte né parte, spavaldamente inconsapevoli e con la sola possibilità di reinventarsi; la fuga degli investitori non sarà fulminea, in quanto le aziende hanno bisogno di piani di rientro a lungo termine che l’Egitto così com’è non può garantire; il lento ma inesorabile cambio d’abitudine del flusso turistico degli affezionati che giorno dopo giorno sembra essersi messo il cuore in pace optando per destinazioni apparentemente simili ma più accoglienti.
Eppure questo disastro politico non è da attribuire esclusivamente ai dittatori che hanno governato il Paese e continuano a farlo, ma andrebbero rivisitati alcuni punti di vista storici propagandistici che alla fine si stanno rivelando dei boomerang che l’Occidente sta pagando con gli interessi. La pace e la ricchezza a discapito di altre realtà, lontane o vicine esse siano, sono transitorie. Gli scompensi che paghiamo oggi sono frutto dei tempi non troppo lontani in cui Churchill divideva le pacifiche etnie beduine con l’ausilio di un righello o la creazione dello Stato fantasma di Israele che si sarebbe in futuro rivelato una sorta di cancro per le popolazioni arabe, tutt’ora coinvolte in un vortice d’odio, intolleranza e distruzione.
Andrebbe forse ricusato il vanto anglosassone d’aver insegnato la civiltà a popolazioni considerate barbare perché incapaci di utilizzare la forchetta. In fondo, pur non godendo dei privilegi consumistici le tribù beduine adottano ferree regole basate sul profondo rispetto del prossimo, della comunità e di poche, ma inviolabili, leggi sacrosante che dall’altra parte sembrano invece lontani ricordi del dignitoso vivere.
Turismo: le stagioni son come quelle di una volta?
Lavoro precario e turismo sono un binomio ormai consolidato visto l’inevitabile impiego stagionale, almeno nella stragrande maggioranza dei casi.
Nessun Governo da quando è esploso il fenomeno animazione (e simili) che ha visto e vede impiegati migliaia di giovani (ed ultimamente anche ex giovani) ha mai speso nessuna parola a riguardo né tantomeno si è preoccupato di tutelare queste persone. Ormai il cittadino è rassegnato in tal senso.
Chi sceglie di intraprendere un’esperienza nel campo turistico in ambito stagionale viene visto come qualcuno che cerca di prolungare il fancazzismo post studio o pre impiego serio ma la realtà è spesso ben diversa da come viene interpretata dai comuni mortali.
Innanzi tutto i ruoli stagionali sono molteplici e non necessariamente tutti gli operatori sono rinchiusi in villaggi turistici a fare animatori alla Fiorello che oltre alla sua insindacabile bravura ha avuto la fortuna di lavorare con staff e materiali illimitati negli anni in cui tutto si pensava tranne che al risparmio o alla crisi che stiamo vivendo adesso. I tempi sono cambiati: se prima si contavano sulle dita della mano i club-villaggi (veri e propri) con formula all inclusive venduti a prezzi non accessibili a tutti, dalla qualità decisamente alta, con tanto di chef e cuochi rigorosamente italiani come i prodotti offerti, decine di ragazzi d’animazione specializzati con attrezzature diurne fornitissime e costumerie in cui perdersi, oggi giorno anche la pensione Mariuccia ha almeno un animatore per ogni stella che offre. Quindi uno o due.
Premesso che chi scrive ha cominciato la carriera come animatore con regole ferree ma decisamente indispensabili per rimanere illeso nell’ostico ambiente, (e che non è più animatore dal 1999 visto che probabilmente neanche i miei genitori capiscono la differenza tra assistenza ed animazione) gradirebbe portare un po’ di luce nel tunnel dell’ignoranza che avvolge l’ambiente.
Chi sceglie di partire per fare la stagione, ed ha la fortuna di capitare in un luogo consono circondato da persone serie, si deve rendere conto della missione che sta per affrontare, quasi religiosa dal punto di vista sacrificale. Prima differenza dal lavoro tradizionale sotto casa è il fatto che proprio casa non c’è più, famiglia neppure, vecchi amici men che meno. La volontà apre le porte della partenza, la determinazione e l’umiltà quelle d’arrivo. Nonostante la frequenza giornaliera con ragazzi (o meno) alla stregua del Grande Fratello è necessario ricordarsi d’essere colleghi di lavoro e non amici. Si può condividere la stanza da letto, il bagno, ciò non toglie quanto appena detto. Chiaro che tra colleghi (che pur umani sono) possono nascere amicizie inossidabili ed anche qualcosa di più in taluni casi, ma gelosie o permalosità devono essere lasciate fuori dall’ambito lavorativo; ed in stagione si lavora sempre.
Conseguentemente nasce il luogo comune del “tutta questa fatica per guadagnare così poco”. Altra analisi doverosa da fare è che, qualcuno dall’alto dovrebbe preoccuparsi di tutelare maggiormente i precari ma torniamo punto a capo; premesso (nuovamente) questo bisogna valutare il contesto ed il soggetto: c’è chi paga fior di quattrini per affrontare corsi PNL e quant’altro quando l’esperienza maturata in una stagione spesso è altamente formativa ed utile anche in prospettiva futura ed in altri ambiti, in più remunerata. Non è vero inoltre che i guadagni sono da pezzenti come molti credono (…ma lasciamoglielo credere) semplicemente ci sono dei tempi e ruoli diversi. In un supermercato la cassiera ha uno stipendio, il direttore un altro, il capoarea un altro ancora, fino ad arrivare all’amministratore delegato ed al proprietario. Personalmente la mia mini carriera l’ho fatta, il mio stipendio negli anni è cresciuto, spesso non proporzionalmente, ma per mie scelte. (che rifarei)
E poi, santo dio, possibile che tutto e comunque debba sempre girare intorno ai soldi?
Anche in questo campo infatti si può scegliere la via più facile e più breve, dove con un po’ di faccia tosta ed egoismo si possono costruire molti ponti di legno che permettono di far arrivare in cascina diverse quintalate di grano. Questo obiettivo però può essere inseguito o da persone mediocri ed ingorde con una scarsa visione del futuro e con indole malavitosa o da altre che non hanno intenzione di rimanere nell’ambiente a lungo nel segno di “o la va o la spacca”. Oppure ci sono quelli che hanno avuto la fortuna di essere cresciuti in ambienti sani e con valori particolarmente solidi come i loro piccoli ponticelli, costruiti con fatica in pietra e ben cementati che non sono miseramente crollati alla prima alta marea.
Tanto alla fine, specie nel turismo dove si ha a che fare con migliaia di persone, le magagne saltano fuori.
(Renato)






























Tripadvisor: megafono per repressi
L’ultima volta che ho utilizzato Tripadvisor per esprimere un’ opinione sul cibo che avevo appena mangiato, un gelato per l’esattezza, ho scatenato un putiferio. Il gelataio, evidentemente risentito dal fatto che non avessi per niente apprezzato il suo prodotto scadente, è presto risalito alla pagina Facebook di Controviaggio ed ha cominciato a minacciarmi ed insultarmi coinvolgendo soci, parenti, amici in una sorta di effetto palla di neve, anzi di gelato per stare in tema, che da piccina piccina a forza di rotolare a valle si è trasformata in una valanga. In questo caso non specifico di cosa. Con tanto di telefonate dove si menzionavano storie di mogli, figli e quant’altro. Premesso che bisognerebbe sempre prestare attenzione a chi vanno rivolti i suggerimenti, specie nel caso degli italiani all’estero che, non sempre ovvio, troppo spesso però hanno un atteggiamento da piccolo boss mafiosetto locale anziché da commerciante, ho realizzato d’aver commesso un errore. L’ho pensato mentre rimuovevo lo scritto di tre righe per la gioia momentanea del gelataio.
Il mio commento era det
tato fondamentalmente dal esser rimasto deluso da un prodotto che ero abituato a consumare altrove, in un ambiente differente e con ingredienti molto più genuini o, se non altro, meglio amalgamati. A cosa sarebbe servito tra l’altro? Avrei forse salvato lo stomaco di qualche altro ignaro avventore? Il gestore del locale avrebbe cambiato abitudini? No.
Semplicemente ero capitato in un luogo non compatibile alle mie richieste ed aspettative dove, senza commentare pubblicamente, avrei dovuto tenermi la terribile digestione in corso e non tornarci più. La giustizia divin commerciale avrebbe fatto il resto.
Ecco riassunto il concetto di base di Trip Advisor dove i commenti troppo spesso nascono da persone represse, aspettative non rispettate ed occasioni perse.
Avere un megafono per mandare un po’ di persone a fanculo risulta terapeutico per chi lo fa e frustrante per chi lo riceve. Sempre che, quest’ultimo, abbia la coscienza pulita.
Un altro recente esempio è quello di una ragazza che ha smarrito una gonna dall’incommensurabile valore affettivo ed ha incolpato l’hotel di averla persa nei meandri della lavanderia perché forse rimasta ingrovigliata nelle lenzuola della camera. Partiamo dal presupposto che se una persona ci tiene ad un oggetto dovrebbe prestare molta attenzione a non lasciarlo incustodito o abbandonato al suo destino, se la stessa persona lo perde, è lei in difetto e non chi l’aiuta a ritrovarlo. Soprattutto, come nel caso specifico, non si può scaricare ogni colpa a chi semplicemente non è riuscito nell’intento pur avendo ogni interesse nel farlo per professionalità e ritorno di immagine.
Ecco quindi giungere fiumi di pixel riversati nel casellario Trip Advisor ad incolpare ed insultare tutto il personale dell’hotel di cui, tra l’altro, non si ha prova certa sia responsabile dell’accaduto. Così entra in gioco anche il ricatto in stile anonima sequestri: se non fai quello che io dico, ti scrivo una recensione dissacrante.
D’altro canto esistono anche strutture che se ne infischiano ampiamente delle varie opinioni che si aggrappano alle loro scarse stelle facendole crollare giorno dopo giorno, disconoscendo i commenti sprezzanti e privi di fondamento da quelli ben articolati e costruttivi. I direttori di queste strutture ricettive risultano arroganti e spesso, diciamolo, sudici come le strutture che rappresentano.
Tirando le somme credo che come al solito un po’ di tolleranza e buonsenso risultano ingredienti fondamentali per dare effettivo valore alle proprie dimostranze, giungano queste da avventori delusi o gestori poco adempienti.
Se non troppo tempo fa chiedere era lecito e rispondere era cortesia, oggi giorno vige il pretendere è d’obbligo e ricevere un vaffanculo in risposta è trendy. Anche grazie a siti come Trist-advisor…