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Parafrasi di terremoto

biciA L’Aquila quasi tutti gli edifici sono coinvolti in opere di ricostruzioni. Alcuni ancora nascosti dalle reti di protezione, altri sostengono complesse impalcature, qualcuno è stato puntellato ed abbandonato a se stesso.

Sembra di camminare all’interno di un grande set cinematografico svuotato dagli attori protagonisti.

Sempre meno presenti, ma esistono ancora luoghi dove il tempo si è fermato pochi istanti dopo i crolli della notte del 6 aprile 2009. Si possono scorgere dei grossi monitor della saletta computer di un bar. La visione ci fa comprendere i passi da gigante che sta facendo la tecnologia, quasi voglia instaurare in rapidità un ampio e netto distacco dal tragico avvenimento.  Affacciandosi alle vetrine di alcuni negozi evacuati si nota la merce giacente disordinata tra scaffali incrinati e pavimenti impolverati.

Camminando tra le vie della città questo è quello che si vede.

impalcaturaLe martellate, le accelerate delle betoniere, lo stridere dei trapani, i richiami tra muratori è quello che invece si sente. Attorniati da un irreale cuscinetto di silenzio.

Il rischio è focalizzarsi su quanto sopra descritto e piangere la parziale dispersione culturale ed architettonica anziché la perdita umana e comunitaria.

L’eruzione del Vesuvio a Pompei provocò la distruzione dell’insediamento umano immobilizzando e cristallizzando nella storia centinaia di persone. Resti a tutt’oggi riconoscibili che ci ricordano gli attimi di sorpresa e sofferenza subiti dagli abitanti. A distanza di duemila anni il ritrovamento di oggetti e resti appartenenti al nostro genere ci ricordano i drammi e le storie vissute all’epoca. Il centro dell’attenzione è rivolta all’uomo.

L’Aquila, a differenza della cittadina campana, sarà ripulita e tirata a lucido pronta per ripresentarsi al mondo come una delle più belle città europee e non solo. Esiste così il rischio che venga celata traccia della sofferenza subita da ogni cittadino. Persona per persona.

Il pericolo più grande è che dopo il caloroso abbraccio umanitario ricevuto in varie forme dagli aquilani, nel caso specifico, le vittime vengano dimenticate o abbandonate per procurata scocciatura. Le richieste d’aiuto protratte nel tempo, pur logicamente legittime, diventano scomode al resto delle comunità integre che non amano protrarsi nelle emergenze. Anche se irrisolte.

internoNella storia il bar non porta i ricordi, ma i ricordi portano inevitabilmente al bar  quello che si cerca di far emergere è il fatto che le cose si possono ricostruire. A tutto c’è una soluzione, tranne che alla morte. Simbolicamente il riferimento a questo detto è la serranda del bar del protagonista del racconto, tornata in asse dopo il sisma. Qualcosa di materiale che in mezzo alla distruzione addirittura si ripara.

Per chi resta in vita non rimane altro che adattarsi ai cambiamenti e confrontarsi con la nuova realtà.

Guardando negli occhi di queste persone si dovrebbe pensare a quello che hanno perso, a ciò che hanno subito. Negli Stati Uniti dopo il crollo doloso delle Twin Towers hanno individuato un nemico contro cui scagliare la loro rabbia. Tutti i desideri di rivalsa all’accaduto li stiamo pagando ancora oggi con l’aggiunta di altre vittime; anche tra uomini dell’esercito riversati nei luoghi dove si radicalizza il male. A loro detta.

Nel caso nostrano non c’è un nemico da affrontare. Esiste chi punta il dito verso le autorità competenti che non hanno prevenuto niente di ciò che si è verificato, gli orfani delle Chiese semidistrutte che evocano punizioni divine, altri che si appellano alla fortuna o sfortuna.

Ciò che è stato è un evento naturale. Vedendolo da un punto di vista naif e fantasioso una scrollatina del globo terrestre forse annoiato nel sopportare milioni e milioni di puntini che lo modificano quotidianamente estraendo minerali, producendo scorie, lasciando residui ovunque e divorando tutto ciò che si muove tra terra, acqua ed aria.

Anche questa teoria però devia la traiettoria dell’intento della storia dell’uomo del bar che, se ancora non si fosse capita, vuole indirizzare l’attenzione alle persone toccate dall’evento e non alle cose.

Le cose sono fatte per essere usate.
Le persone sono fatte per essere amate.
Il mondo va storto perché si usano le persone e si amano le cose.

Il bar non porta i ricordi, ma i ricordi portano inevitabilmente al bar

Alzo la serranda.

Le luci che illuminano il poco che rimane della città sono artificiali.

Intorno a me il silenzio è interrotto dal rumore di qualche latta fatta cadere dai gatti randagi mentre rovistano i cassonetti in cerca di cibo. Sento un breve lontano vociare di ragazzi brilli in conclusione di nottata.

Dentro al bar, sul pavimento, trovo due lettere; una della compagnia telefonica, l’altra di un partito politico.

Le ha infilate il postino sotto la porta d’ingresso.

Raccolgo la corrispondenza e senza aprirla cestino quella del partito politico. Passo con rapide occhiate a verificare la cifra indicata nella fattura di quella telefonica.

Come ogni mattina la prima cosa da fare è accendere la macchina del caffè.aq1

La routine prevede anche di far scattare quattro interruttori ed azionare il riscaldamento.  Lo faccio.

La licenza del bar l’avevo acquisita nel 1996 da E un signore molto anziano che nonostante percepisse la pensione di vecchiaia passava le ore con gli amici seduto ai tavolini a bere, battere a carte e chiacchierare con i suoi clienti o amici che dir si voglia. Sua moglie stava al bar con lui, dietro al banco in realtà. Lui ordinava e lei eseguiva.

Assieme ai lavori di rinnovamento non tardarono ad arrivare le prime lamentele dai clienti che avevo ereditato dalla gestione precedente.

Dopo qualche settimana non entrò più nessuno di quelli, spiazzati dai cambiamenti che il locale aveva subito.

Furono rimpiazzati presto. Anche dai loro stessi familiari più giovani.

Ciò a cui puntavo, a differenza di chi mi aveva preceduto, erano le centinaia di studenti che necessitavano di colazioni golose e pranzi veloci ed economici.

C’ero riuscito. Ormai avevaq6o un nome in città e mi ero creato il giro di clientela fissa.

Sono le 6:45 ed entra il primo cliente della giornata. Saluta, si scrolla il freddo da dosso con alcuni movimenti decisi. Togliendosi i guanti di lana mi ordina un caffè indicando la brioche che gli scalderò.

La radio è ancora spenta. C’è silenzio. Dovrò sentirla per tutto il giorno e decido di non darle parola per il momento. Come il fuochista alimenta la locomotiva anch’io armeggio la mia macchina del caffè tra sbuffi, fischi della leva del vapore e brevi rumorosi scatti della macina. Con lui condivido il compito di mettere in moto qualcosa. Al fuochista spetta muovere il treno, a me la giornata dei clienti.

Negli anni d’oro del bar e della città, la prima persona che varcava l’ingresso del locale era N, un ragazzo di ventisette anni che frequentava mediazione linguistica e culturale all’Università. Il suo sorriso era sempre puntualissimo. Me lo consegnava attraverso la porta della vetrina che si affaccia alla via alcuni minuti prima che aprissi. Con aria indaffarata attendeva girassi la chiave permettendogli di entrare. Non capivo come una persona potesse essere così positiva già di prima mattina. A livello fisiologico intendo.

Non sempre apprezzavo le sue raffiche di parole dalle quali però era molto difficile smarcarsi.

Raramente si sedeva. Appoggiava la sua borsa a tracolla di stoffa verde sul tavolino, sfogliava velocemente il giornale ma senza apparente trasporto.  Preferiva commentare il suo vissuto quotidiano e ciò che lo circaq2ondava anziché perdersi dietro alle cronache altrui. Avevo inteso che i fine settimana li divideva tra un pub come barista ed una pizzeria come cameriere. Aveva molte conoscenze ma dava l’impressione di preferire starsene per le sue. Il suo modo di fare spigliato e l’aspetto fisico importante dovevano risultare particolarmente apprezzati dalle ragazze. Considerava le prime ore del mattino una tregua agli ininterrotti messaggi che riceveva durante il resto della giornata dalle spasimanti. Diceva.

Il cliente che ho servito lascia i soldi sul banco, si rimette i guanti, saluta ed esce.

La porta non fa in tempo a chiudersi dietro a lui che entrano altri due signori. Chiedono un latte macchiato, un caffè ed anche loro mi indicano due brioches da scaldare. Sposto la tazzina usata sul banco, passo lo straccio, la poso nel lavabo, mi rimetto al lavoro.

Guardo distrattamente l’orologio.

Alla fine degli anni novanta questa era l’ora in cui si animava un siparietto tragicomico tra il dottor S, giovane medico del pronto soccorso e l’anziano cav. M accompagnato dalla sua badante.

aq3Il cavaliere non perdeva occasione per esprimere chiaramente, nonostante l’età molto avanzata, la sua posizione netta non certo favorevole alla gestione del Paese. La vittima designata era il povero dottore che, sfruttando le sue origini meridionali, faceva orecchie da mercante sostenendo che questo era il sistema e non avrebbero potuto fare niente per cambiarlo. Nel mentre la badante assisteva disinteressata complici la provenienza straniera e l’impegno nel mangiare l’enorme croissant evitando di macchiarsi gli abiti di zucchero a velo o del ripieno di crema.  La signora era un’entità astratta. Presente fisicamente, mai partecipe.

Ho finito di fare qualche altra colazione, il bar è vuoto ed il numero dell’ultimo scontrino emesso segna tredici.

Approfitto del tempo libero per pulire e riordinare. Nelle ore di lavoro non c’è mai tempo per stare fermi.

Vengo interrotto dall’ingresso di altri tre avventori mentre riordino l’ingresso. Saluto, faccio due passi dietro a loro e riprendo posizione al banco. Ormai è tarda mattinata ed anche gli ordini cominciano a variare. Il signore in giacca, un professionista, ordina un caffè, gli altri due, evidentemente manovali, una bottiglia d’acqua e qualche tartina. Parlano animatamente tra loro.

Questa era l’ora degli studenti. Il quaderno che tenevo vicino alla cassa era carico di pagherò. Non ho più verificato se qualcuno di loro ha lasciato debiti. Da quando hanno smesso di frequentare il mio bar non l’ho più sfogliato.

aq4Lascio ai loro discorsi tecnici i tre uomini e riapro il libricino dei debiti che adesso giace in un cassetto. Aperta la terza pagina vengo travolto da nomi, numeri e cancellature che colpiscono la mia memoria. Le note di inchiostro blu fuoriescono come immagini contenute nei libri animati per bambini. Un turbinio di identità che avevo rimosso. Pagina dopo pagina perdo tempo nell’immedesimarmi nel periodo indicato dalle date. Riaffiorano i dialoghi. L’immaginario brusio delle voci dei ragazzi che si è ricreato in me è talmente forte che non mi accorgo che i tre clienti sono nel frattempo usciti. Arrivo all’ultima pagina stremato come avessi corso una maratona. In effetti c’è una voce che non è stata depennata. Corrisponde ad N, il ragazzo sorridente della mattina. Un cappuccino.

Prima o poi ripasserà. Il cappuccino glielo offrirò io volentieri. Parleremo della sua laurea e delle sue avventure. Chissà dove vive adesso?

L’approfondimento della memoria viene interrotto dallo schiudersi della porta. A varcarla è una avvenente signora accompagnata da un rinomato notaio della città ed un altro signore che non conosco. E’ molto giovanile e curata nell’aspetto. Da giovane sarà stata stupenda, penso. Indossa abiti e gioielli pregiati con disinvoltura e senza mascherare la propria maturità. Sorprende me e gli accompagnatori ordinando una Coca Cola. A disposizione del notaio lascio una tazza d’acqua bollente e delle bustine di tè, mentre l’altro signore ordina un macchiato.

Scambio alcune battute con i clienti. Sorridiamo. Noto che la signora ha un viso visibilmente teso.

Intuisco che hanno appena concluso una compravendita importante e preferisco spostarmi di qualche metro per non infrangere la loro privacy. Riprendo a sfogliare il quaderno cercando di non farmi coinvolgere troppo come in precedenza.

Il notaio, posizionato nel mezzo dei due, sorseggia il tè, il signore alla sua sinistra parla con aria soddisfatta delle sue proprietà alle quali si è aggiunta quest’ultima, la signora non pare coinvolta e,  nel chiedere una salvietta, sofferma lo sguardo sul quaderno degli insoluti. Passano pochi secondi e sale in me un impetuoso  bisogno di parlarle. Accennando un sorriso le dico che il bar, a suo tempo, era molto frequentato dagli studenti. Non sempre avevano contante in tasca così a volte capitava si facessero annotare alcune consumazioni. La signora accenna un sorriso e fa passare qualche minuto prima di dimostrarsi interessata ad intraprendere un breve scambio di parole con me. Anche suo figlio frequentava l’Università, dice.

Le spiego, osservato da fulminei sguardi profondi del notaio evidentemente provato dal logorroico signore accanto a lui, che prima del 6 aprile 2009 il mio bar era un luogo di ritrovo per i ragazzi, adesso ci sono solo tecnici ed addetti alla ricostruzione. Qualche minuto dopo le 3 e 32 di quella notte niente era rimasto come prima tranne la mia casa ed il mio bar. La serranda che fino ad allora facevo fatica ad alzare e richiudere si era rimessa in asse. Un paradosso. Ancora oggi devo capire se il Signore mi ha risparmiato oppure mi ha inflitto una pena maggiore distruggendo tutto ciò che mi circonda. Mi sento imprigionato nel limbo di mezzo tra la fortuna e la maledizione.

La signora ascolta in silenzio. Non tradisce emozioni.aq5

Ritengo adeguato terminare il mio discorso.  In fin dei conti le persone che vengono al bar hanno già i loro problemi e di certo non sono predisposte ad accollarsi pure quelli del barista.

Mi confida inaspettatamente che è costretta a presenziare in città per notificare la cessione di una palazzina. Suo marito, importante diplomatico che vive a Roma, l’aveva acquistata per il figlio che si era iscritto all’Università. Date le ingenti disponibilità familiari l’aveva ritenuta un buon investimento sia per sistemare l’erede che per affittarla ad altri studenti. In realtà suo figlio, confessa, non aveva ottimi rapporti con il padre e scelse di non abitare mai in quella casa. Aveva preferito trovare dei lavori qua e là per mantenersi e dormire in un piccolo appartamento condiviso. Dopo il terremoto la palazzina di loro proprietà era rimasta pressoché integra e nessuno studente aveva fortunatamente riportato ferite, mentre l’abitazione dove risiedeva il figlio era crollata senza lasciare via di scampo a lui ed alla coinquilina, anch’essa studente.

La donna si interrompe e disegna una smorfia con la bocca.

Intuisco di non essere l’unico a coltivare dubbi riguardo la bizzarra selezione divina.

L’emozione tradisce la madre dello studente ed una lacrima si fa spazio tra i segni del viso fino a dissolversi nella salvietta.

Suo figlio, continua, si chiamava N e frequentava la facoltà di mediazione linguistica e culturale all’Università de L’Aquila. Era un bravo ragazzo.

Il terremoto toglie tutto. Anche le forze di sconvolgersi o sorprendersi; non aggiungo nulla infatti e non faccio trapelare niente.

In questo momento sta parlando solo la radio di sottofondo.

Apro il quaderno, cerco la pagina dove è segnato il cappuccino rimasto in sospeso e lo depenno. Butto nel cestino sia il quaderno che la biro.

Il notaio cortesemente invita gli altri due a lasciare il bar dopo che il signore logorroico ha insistito per pagare il conto che ho garbatamente rifiutato di incassare.

Questo giro lo offro io.

Un anno di più

E’ stato un 2016 con la valigia in mano.

Un anno in cui Controviaggio si è guadagnato un’impennata di visite che hanno surclassato quelle degli anni precedenti.

stat

gennaio2016Tutto parte da Gorizia, le origini. Qualcuno dice che le radici sono importanti, nella vita di un uomo, ma noi uomini abbiamo le gambe, non le radici, e le gambe sono fatte per andare altrove. Un maggiore interesse da parte del resto d’Italia  agli avvenimenti storici avvenuti nel piccolo e schiacciato capoluogo friulano renderebbero più facile le letture di confini, valute e diversità etniche. febbraio16Nel periodo natalizio la tappa nella minacciata Bruxelles. La bellissima città fiamminga, continuamente esposta suo malgrado al giudizio politico e morale dalla gente, ha svelato un’identità artistica eccezionale. Nella capitale belga si evidenzia la continuità di stile tra la sofisticatezza barocca e gotica e l’essenzialità più attuale. Il grigio preponderante degli spazi spesso viene scombinato da murales colorati raffiguranti personaggi di fumetti. Da una città grigia politicamente e geograficamente al centro d’Europa, ad un’altra. Grigia s’intende. Circondata da enormi spazi verdi dove si pratica la coltura del riso fa bella mostra di sé Pavia che, come tutte le città italiane, ha molto da raccontare. marzo16Il capoluogo lombardo si dondola sull’altalena che oscilla tra i vantaggi della vicinanza con la metropoli Milano e le zone d’ombra derivanti dalla stessa. aprile16La tappa a Barcellona è stata di tutt’altro taglio rispetto le visite precedenti. Città molto ben organizzata, pulsante e gioiosa, decorata con estrema creatività e fantasia, figlia del genio visionario Gaudì. La prima mezza maratona corsa in un ambiente partecipativo con gli spagnoli sempre preparati nel cogliere la festa in ogni evento.

maggio 16Dalla Spagna al Portogallo la distanza è breve. Porto è cosa non ti aspetti. E’ aprire la porta di un locale affollato, muoversi tra la gente, ammirare e salutare le persone più in vista, congedarsi per un drink ed essere folgorato dallo sguardo penetrante di una persona in penombra. Con tutte le sinuose forme, semi nascosta ed emergente di luce propria. La voce calda, rassicurante. Sorride e ti mette a tuo agio.

giugno16E’ stato poi il turno del martoriato Egitto e quella che potrebbe essere, o forse a modo suo lo è, la splendida Cairo. Schiacciata da interessi internazionali che costringono migliaia di persone alla povertà ed ignoranza nel nome di equilibri che dovrebbero favorire le stesse persone occidentali che ripudiano i conseguenti flussi migratori causati dai loro malgoverni. Un luogo che ad oggi ha l’aspetto di un fazzoletto gettato a terra dopo l’uso. Similitudini con Varsavia ci sono, con la differenluglio16za che la città polacca sta lasciando dietro a sé il proprio passato di tirannie ed invasori spalancando le porte al libero mercato. Con la propria moneta il costo vita e lavoro in Polonia è notevolmente ridotto rispetto agli altri Stati membri, così da diventare meta ideale per aziende che vogliono abbattere spese. Una Disneyland del capitalismo. Seconda mezza maratona corsa in un ambiente diverso rispetto a Barcellona come era ovvio aspettarselo. I polacchi non hanno un senso dell’humor particolarmente sviluppato e le iniziative che propongono assumono un’aurea piuttosto infantile e scolastica.

agosto16L’estate si tinge d’azzurro del mare e del cielo di Tilos. L’isola greca non è raggiunta da orde di turisti, anzi pare un luogo poco frequentato. E’ stata forse la destinazione che ha fatto da pagliericcio alla scintilla scoccata nel raccontare Bruges il mese seguente. Immaginare ed illustrare artisti e scrittori intenti a sviluppare le loro opere lambiti da soffi di vento caldo e distratti dal rumore delle onde più fragorose nella culla degli Dei, ha inconsciamente suggerito un nuovo modo di raccontare i luoghi.settembre16

I luoghi sono persone. Vite quotidiane. Storie da raccontare.

La fiabesca Bruges è stata la scenografia perfetta di una bella ed interminata storia d’amore. Forse mai iniziata.

ottobre16Dopo una confessione d’amore non poteva mancare una dichiarazione d’odio. Gerusalemme è stato il luogo protagonista e contenitore dove vomitare ogni pensiero riguardante la condizione attuale degli ebrei di Israele. Arroganti e supponenti, hanno creato un muro reale per proteggersi dalle loro stesse azioni di guerra ed un muro ideologico per rifiutare ogni ammonimento dalla società pensante. Fino a quando il mondo intero dovrà pagare il retaggio storico della shoah da loro indiscutibilmente subito?

Infine l’anno si conclude con il Tour del Portogallo e la prima maratona corsa a Porto. Non poteva essere diversamente.novembre16b

La frenesia di una Lisbona attraversata dal tram 28 e soffocata dal traffico nei sali e scendi dei quartieri storici, l’infinito orizzonte del mare di Fortaleza di Sagres, il tramonto a Faro e la città grigia di Piodão. Le fortezze e palazzi colorati di Sintra.

 

Questo è stato il 2016

 

Le persone viaggiano per stupirsi delle montagne, dei mari, dei fiumi, delle stelle; e passano accanto a se stessi senza meravigliarsi.
(Sant’Agostino)

 

Sulle orme di Saramago (viaggio tra padre e figlia)

La nostra conversazione telefonica si è appena conclusa.

chitarraioNonostante i molti anni passati, mi sento frastornata dal sentimento di rabbia e d’amore che provo nei suoi confronti. Non riesco a spiegarlo a me stessa ora, figuriamoci da bambina quando vedevo scorrere la mia vita da inconsapevole mutilata d’affetto. Le mie rivoluzioni ormonali le ha dovute subire mia madre; scontri a muso duro, pianti ininterrotti e porte chiuse in faccia alla persona che portava sulle spalle ciò a cui lui aveva rinunciato. Per la musica, avevamo voluto credere entrambe; semplice irresponsabilità la realtà dei fatti.

Il tempo ricuce vecchie ferite, da galantuomo qual è arrotonda gli spigoli, annebbia i ricordi. Le rughe del viso sono file di eserciti arresi al nemico. Sempre più numerosi, evidenti; stremati e raggruppati su campi di battaglia di pelle rosea.

Da poco ho accettato tutto questo e da altrettanto tempo ho caricato nel mio pc le poche fotografie scattate di quando ero piccola. Sorridevano tutti e quasi non riconosco più nessuno di noi.

Mi intenerisce la foto dove lui mi tiene in braccio. L’indice della mia minuta mano sfiora il suo volto. Forse già allora avevo presagito che qualcosa sarebbe andato storto. L’indicavo con innocenza come a voler dire E’ lui. E’ colpa sua. L’interpretazione attuale toglie molto alla realtà di quello scatto. Una semplice famiglia abbracciata e vestita in modo buffo.

dsc_5509Ad ogni apparizione a casa ed alle sue infrequenti sortite si materializzava una specie di eroe. Era lui che più si avvicinava al mio mondo immaginario di giochi e castelli di fantasia. Al cospetto di mia madre, pratica e disillusa, lui portava poesia e musica. Lasciava una scia di polvere luminosa evanescente ad ogni suo, raro, passaggio. Quanto avrei voluto seguirlo nei suoi viaggi, nelle sue avventure. Farmi accompagnare alla scoperta del nostro mondo.

Sono emozionata e sorpresa nel doverci passare qualche giorno assieme. L’invito a seguirlo ad una sua esibizione in Portogallo è nato casualmente; invito intricato da anni in attesa che una mia sciocca domanda lo scardinasse facendolo volare come un palloncino nel cielo.

Le nostre conversazioni sono fredde, distaccate. Ci scambiamo informazioni. Molte delle sue domande sono ripetitive. Quando si accerta delle condizioni di salute di mamma non credo lo faccia con pentimento. Forse è affetto, probabilmente abitudine. Non ha mai chiesto del mio compagno o della sua esistenza; come se le lancette del suo orologio si fossero fermate a quand’ero bambina.

Vivremo dei giorni strani, sicuramente interessanti, imprevedibili.

casaSuonerà a Casa da Musica a Porto, un enorme struttura futuristica a più piani che contiene diverse sale da concerto. Già lo immagino mentre appoggia la sua custodia ed apre con fare sicuro e rituale le clip usurate. Il vecchio legno che modella la sua splendida e lucente chitarra che estrarrà nuovamente è la dimostrazione della sua fedeltà. Tra la fuoriuscita di tante note la parola fedeltà sembra una forzatura di questo brano vissuto, invece è l’ottava sopra.

Mio padre è una coerente testa di cazzo, il titolo che leggo sullo spartito della mia vita.

Non ci sono stati molti abbracci tra me e lui. La sua chitarra era presente anche in quei rari momenti. Ricordo con piacere il calore del suo corpo mentre mi avvolgeva da tergo e posizionava le mie piccole mani sullo strumento, intento ad insegnarmi gli accordi. Una voce profonda e rassicurante accompagnava lo scorrere delle mie minuscole dita tra le metalliche corde di quel complicato arnese. Quante vesciche e quanto dolopidaore.

Passeremo alcuni giorni a Porto e poi andremo a visitare Lisbona, mi ha detto. Nella capitale voglio visitare la Fondazione Saramago, l’unico sogno da adulta che metterò in valigia.

Il mio desiderio di riscoprire azioni infantili è annientato dal suo sorprendente entusiasmo e dal programma di viaggio. Colorato e surreale, come le nostre vite d’altro canto.

Mi ha parlato del piccolo agglomerato di case grigie con gli infissi blu chiamato Pidao. Collocato tra le montagne e nascosto timidamente tra esse al riparo del sole. Lo visiteremo di strada scendendo da nord verso il cdsc_5553entro.

Ci sarà Sintra con i suoi castelli. Varcati i reticolati di cinta ci perderemo dentro giardini, corsi d’acqua, laghetti e fitta boscaglia formata da alberi centenari testimoni delle lunghe e riflessive passeggiate dei nobili feudatari la cui immensa ricchezza non sempre fu sufficiente a riempire incertezze e solitudini. Si dischiuderanno tra le nebbie i caldi e vivaci colori del Palacio da Pena, uno dei castelli più originali mai costruiti.

Approderemo nella capitale lusitana dopo aver percorso una ventina di chilometri brulicanti di antiche ville immerse in verdi parchi e vicoli inerpicanti fino ad approdare alla torre di Belem, ennesima meraviglia portoghese patrimonio dell’Unesco.dsc_5590

Guiderò io la macchina.

Rassegnata al fatto che ancora una volta sarà protagonista la musica; ad inframmezzare le nostre poche parole.

Magari quelle mai dette tra padre e figlia.

 

 

 

Se non sei mai stato odiato da tuo figlio, non sei mai stato genitore.
Bette Davis

Lisbona. Sostiene Pereira

28Ultimi sorsi di .

Accartoccio l’incommestibile della mia colazione e lo butto.

Noto quanto sia davvero spropositato il materiale di scarto intanto che il cestino straborda.

Sono avvolto da un alone di stranezza ed incredulità, affrontare un viaggio adesso forse non è la cosa migliore da fare.

La porta si chiude dietro me, una mandata di chiave, la seconda e sono già sulle scale.

Si spegne la luce sui pochi miei averi e certezze che lascio dentro il mio appartamento. Cala il buio anche sul comodino ed il libro che vi è appoggiato sopra. Sotto la lieve patina di polvere sulla copertina si legge Sostiene Pereira.

Tabucchi inventa e descrive la storia di un protagonista mediocre, giornalista timoroso e passivo di ciò che accade in una Lisbona sotto assedio dittatoriale. E’ ambientato nel 1938.

Magari è causa di quel libro se la meta del viaggio è la capitale lusitana.

Arrivato, tra gli innumerevoli sali scendi e binari del tram ordinatamente adagiati sull’asfalto che li ricoprono, soffro un’aria irrespirabile. Penso sia dovuto al fatto che le case sono costruite una attaccata all’altra. Sembrano franate da una montagna e raggruppate ai bordi dell’Oceano in balia di un infinito istante prima di scivolarci dentro. Un affascinante ammasso colorato.

Chi mi ospita nella capitale è sicuro del fatto che la coltre di smog sia dovuta ai nuovi ambiziosi lavori di riqualifica del centro e dall’immane fatica che devono sostenere i mezzi per inerpicarsi tra le vie di Lisbona.

Mi sembra strano rivedere F dopo tanto tempo. Eravamo rimasti in contatto, sporadico, grazie alla semplificazione tecnologica. In altri tempi una semplicissima leccata al francobollo sarebbe risultata fatale al nostro rapporto.

Non mi colloca nella mia situazione attuale se ci troviamo a mangiare una nata in un rinomato locale in Praça dos Restauradores. Bellissima e ricca zona del centro costruita volutamente dopo il terribile terremoto del 1755 che distrusse tutta la città tranne qualche raro edificio. Mentre ci incamminiamo con goffaggine infantile mi pulisco la mano dagli ultimi residui di crema pasticcera, ripieno generoso della terza nata che ho ingerito. Forse non è il momento più adatto per specchiarmi nelle vetrine dell’Avenida Liberdade. Provo un sentimento più solidale rispetto al pover uomo che chiede l’elemosina a pochi passi dai negozi Burberry e Louis Vuitton, che alla agghindata signora che precede il bellman intento ad aprirle la splendente porta del Tivoli.

verdeCi avviciniamo al Parque Eduardo VII. Nell’attraversare l’Avenida Liberdade le mie vie respiratorie hanno goduto di una tregua, ora che siamo seduti al parco ricomincio a respirare. A spezzarmi dinuovo il fiato è la vista panoramica della città.

Ci raccontiamo pagine sparse delle nostre vite ed associo la mia alla Lisbona martoriata dal terremoto. Dentro di me solo macerie e nessuna visione di viali o parchi costruiti per siglare la rinascita. Troppo presto. D’altronde, mi spiega pazientemente F, ci vollero cent’anni prima che il francese Marchese di Pombal diede il via alla costruzione della Avenida Liberdade.

tram2Condizionato dalle descrizioni mi aspettavo una città più poetica. Magari più artistica. Eppure F è emigrato dall’Italia decenni or sono per impiantare lì il suo studio di pittura. Ero tra quelli che all’epoca lo sottostimava mentre mi concentravo a primeggiare nella competizione del consumismo più sfrenato. Rispetto ai suoi epocali detrattori mi sento meschino e vigliacco. Mi nascondevo dietro persone che dichiaravano con cattiveria, ma in prima linea, il disprezzo nei suoi confronti. Usavo un fasullo sentimento d’amicizia per fargli pesare la mia presunta superiorità. Era alternativo, a modo suo unico e così lo vedo anche adesso mentre con disinvoltura continua a spiegarmi ogni angolo della sua città adottiva guardando fuori dalle finestre del tram 26. Per lui la libertà è qualcosa di naturale. E’ cresciuto libero. La riscoperta di questa libertà mi destabilizza.

Scendiamo dal tram 26. Il percorso è stato sorprendente ed ha svelato la parte più tradizionale di Lisbona. Sento di indossare un sorrisino da ebete mentre osservo il cartello di avviso nel vagone; informa i passeggeri del pericolo di borseggiatori. Non è l’insegna che mi fa sorridere bensì il confronto tra l’accorgimento protettivo adottato dal mezzo pubblico per evitare spiacevoli furti di modesti valori e la totale noncuranza con cui avevo portato al lastrico intere famiglie senza il benché minimo avviso.

fumettoDistolgo lo sguardo dall’intenso azzurro di occhi di donna che colgo nel ordinato intreccio di colori di uno dei quadri dipinti da F. Non riesco a farmi distrarre da niente e vengo completamente coinvolto dalle opere esposte. La mia glaciale scalata al successo aveva chiuso ogni spiraglio all’idea che quel ragazzo senza ambizioni potesse affinare la sua tecnica fino addirittura consentirgli di vivere di arte.

Non sono tutte sue le opere.

Mi racconta che lo studio è frequentato da altri due artisti con i quali ha un rapporto professionale duraturo e fraterno. Ama ospitare ragazzi talentuosi desiderosi di esprimere le loro idee attraverso l’arte. Per partecipare alle sessioni artistiche hanno l’obbligo di pagare una retta che consiste nel portare con sé qualche lattina di birra, qualcosa da mangiare e qualche amico musicista. Spesso impiegano più tempo a discutere, bere e suonare che a dipingere.

Il quartiere storico docolorve ci troviamo si chiama Alfama e non ha un aspetto rassicurante. Per accedere al suo studio siamo entrati da una finestra affacciata sulla strada riadattata all’uso di porta. Viene oscurata per qualche secondo al frequente passaggio del tram.

Nel frattempo si è fatta sera e decide che oggi è un giorno troppo speciale da passare chiusi nel suo laboratorio. Armeggia gli interruttori ed usciamo da una porta secondaria. Si spengono le luci dietro a noi. Attraversiamo l’ampia ed ordinata stanza adiacente dove prevale il colore neutro grigio delle pareti. Le sculture esposte nelle teche hanno uno spot di luce ed una targhetta con la schematica descrizione. Anche l’arte per sopravvivere necessita di una parte meno nobile, commerciale. Penso.

dsc_5755Tra le portate del menù che stiamo consultando su una piccola lavagnetta nel caratteristico locale dove ci troviamo permane ancora dell’imbarazzo. Le ridotte dimensioni della stanza obbligano gli avventori a sedere gomito a gomito anche tra sconosciuti. Diversità compresse in pochi metri quadrati.

Tutto sommato avrei desiderio di parlare di me e di cosa stava accadendo ad F, ma non trovo lo slancio per farlo. Penso alla faccia che farebbe la mia giovane sconosciuta vicina di panca se sentisse e capisse chi sono veramente. La cena invece scorre veloce tra la curiosità d’aver indovinato il cibo ordinato e le scritte sui muri, riesumazioni adolescenziali e commenti sugli altri commensali.

L’indaffarata e cordiale signora che si muove agilmente tra le barriere umane del suo ristorante si appoggia al nostro tavolo e conteggia velocemente su un piccolo block notes quello che dobbiamo lasciare. Intravedo la cifra, onesta, ma non ho il tempo di pagare. Vengo trattenuto da F che scambiando sorrisi e parole portoghesi incomprensibili con l’affabile locandiera salda abilmente il conto. Ringrazio F ma lo obbligo a continuare la serata altrove a mie spese.

I vicoli che attraversiamo sono riflessi nelle pozzanghere d’acqua che l’abbondante piovuta pomeridiana ha lasciato dietro sé.

A Lisbona la musica rimbalza tra le pareti dei muri delle case e trova la sua massima dimensione nei locali di Fado.

veccioSono un broker, fallito come le persone che ho strascinato dentro la follia economica di cui mi assetavo. Non conosco amicizia e sincerità ma solo il lusso dell’inanimato e rapporti pretenziosi ed occasionali. Il suono violento e sordo delle due porte che mi sono state chiuse in faccia in questi ultimi giorni rimbombano continuamente in me. E’ il vuoto che ho dentro alimenta l’eco di questo dolore che pare infinito. Ero e sono drogato di numeri, economia, soldi. Di niente.

Di locali assordanti e ristoranti di prestigio, abiti cuciti su misura, donne a cottimo e polvere bianca. Mal di testa e bruciore agli occhi. Occhi arrossati dall’alcool e dal monitor del mio laptop. Investimenti incoscienti e proposte indecenti nell’emozionante sali scendi della Borsa. Roller Coaster su cui ho volutamente, irresponsabilmente, egoisticamente stipato gente in ogni spazio del treno.

Follia alimentata da persone dalle mani ruvide, camminate stanche, sguardi fiduciosi.

Ho rovinato loro. Ho rovinato me.

Arrivano i nostri drink e non ho seguito nulla della descrizione di F riguardante il Fado. Era assorto nei miei pensieri. Pensieri che continuo a nascondergli.

Nella sala si accende una luce rossa. Segnala l’arrivo del gruppo che da lì a pochi istanti si esibirà per l’intima platea.

Porto il bicchiere alla bocca e Cristiana Águas comincia a cantare.

Ascolteremo questi canti e lascerò Lisbona. Penso.

Domani caricherò il mio pesante fardello e tornerò da dove sono arrivato.

Da dove non c’è domani.

Controviaggio: Qualcosa è cambiato

Meno idee si hanno e meno si è disposti a cambiarle

Michelangelo

Della notte appena trascorsa sotto il temporale erano rimaste solo delle inquietanti nubi nere e pozzanghere tanto vaste e profonde da rallentare il flusso del traffico. Avevo trascurato il fatto che avrei perso parecchio tempo prima di svincolarmi dagli ingorghi e raggiungere l’ufficio. Pagai la disattenzione con circa venti minuti di ritardo ma almeno ebbi tempo di riempirmi un po’ lo stomaco prima di uscire di casa.

Al mio ingresso nella conference room erano già tutti schierati ai bordi del lungo tavolo dove ad ogni sedia  corrispondevano colleghi, fotografi, cameraman ed analisti e davanti a loro report pronti ad essere esposti al grande capo, l’unico in piedi, che nel frattempo si impegnava a pulire la lavagna magnetica da appunti precedenti.

stonesProprio lui, ovviamente, esordì in tono severo “finalmente ci siamo tutti, possiamo incominciare”. Notai qualche sguardo indirizzato nei miei confronti con l’intento evidente di imputarmi l’attesa ma non ebbi tempo di scusarmi perché il direttore non perse tempo nel arrivare al punto: “Colleghi, avremo modo di constatare dati alla mano che le cose non vanno malissimo, ma non basta. Non possiamo accontentarci, non siamo qui per galleggiare. Dobbiamo cambiare linea così rischiamo troppo e tutto” mentre lo diceva si muoveva coprendo con la sua snella e decisa figura i pochi appunti rimasti sul boarding; incalzò “se qualcuno di voi ha delle idee questo è il momento per tirarle fuori. Tutte. Anche quelle che a voi sembrano più idiote potrebbero essere vasi di pandora che ci conducono a qualcosa di grande” Le facce preoccupate fecero presto spazio a sorrisini di compiacimento a chi ricopriva ruoli creativi, come il mio, mentre irrigidirono ulteriormente quelli degli analisti che si sentirono esclusi da questa prima richiesta.

Il primo ad esordire fu S che era sempre la più preparata in questi casi. I pezzi che scriveva erano sempre molto dettagliati e ricchi di informazioni ed il lettore, specie quello femminile, la ripagava con numerose gratificazioni “Personalmente credo ci debba essere più sintonia tra i vari pezzi. Mi spiego, quello che pubblico spesso fa difficoltà ad agganciarsi a quello che scrive lui, ad esempio”. Ancora una volta mi ritrovai tutti gli sguardi addosso, perché “lui” ero io. Erano due i motivi per cui ammiravo S: l’aspetto fisico, cui un certo rigore si opponeva idealmente all’immagine di lei in una sognata intimità e la sua sete di successo che la rendeva implacabile ed impeccabile. Ma senti sta pezza di merda, pensai all’occasione facendo svanire tutti i sogni precedenti e sentendo la fronte raffreddarsi all’improvviso. Non ebbi tempo di rispondere che il primo analista, dopo averle staccato di dosso a fatica lo sguardo incantato, partì con un elenco interminabile riguardante i numeri che effettivamente poteva vantare S.

“Sì d’accordo S. grazie ed anche a lei, ma l’intento di oggi non è quello di perfezionare, ma di stravolgere” tagliò corto il capo. “Noi possiamo sicuramente osare di più” intervenne F, responsabile del canale dedicato su You Tube, prontamente incalzato a continuare dal direttore “abbiamo grossi margini di miglioramento, con interviste più approfondite e d’inchiesta. Dobbiamo coinvolgere più persone, ma non è sempre facile”. I cameraman annuivano mentre seguivano le indicazioni del loro responsabile che invece fece innervosire non poco il big boss che lo interruppe “Facile? E chi cazzo ha mai parlato di cose facili? Qualcuno di voi ha forse avuto facilmente il posto che ricopre? In caso posso prendere informazioni ed altrettanto facilmente vi ritrovereste col culo sul marciapiede di fuori. Qui niente è facile. Entusiasmante, importante, crescente, ma non facile”

Erano passati parecchi minuti di discussione e non sembrava esserci soluzione alle richieste di cambiamento. L’aria si era appesantita nonostante i continui flussi di aria condizionata, quasi inefficaci al cospetto dell’umidità emessa dalle persone all’interno della sala e di quella che si intravedeva dalle finestre che davano sul parco difronte allo stabile.

La segretaria personale del grande capo aveva provvidentemente fatto irruzione nell’ufficio chiamandolo a rispondere al telefono con una certa urgenza, così da permetterci una pausa. Gli analisti si raggrupparono tra loro e cominciarono a snocciolare dati, scartare cibi e sorridere di nuove scoperte nel mondo dei videogame, S aprì la propria borsetta, estrasse lo smartphone e non esitò un istante a digitarci centinaia di parole probabilmente dirette al suo amante o a qualche amica di pettegolo; i fotografi si sedettero sul tavolo in compagnia dei cameraman smaniosi di fumare qualche sigaretta e scambiarsi informazioni sui nuovi viaggi in agenda. Rovistai d’istinto, senza un motivo specifico, nella mia borsa; forse in cerca del tablet. Mi capitò tra le mani un libro che avevo cominciato a leggere ma non ero mai riuscito a portare avanti. Viaggio in Portogallo, di José Saramago. Una guida turistica spirituale, poetica e romanzata del Paese lusitano che aveva dato i natali allo scrittore premio Nobel della letteratura.

Il capo rientro e le persone cominciarono a ricomporsi lasciando da parte almeno apparentemente il clima apatico che si era formato.

“Un romanzo!” esclamai attirando questa volta volutamente gli sguardi “…sembrerà di leggere un romanzo!” Nessuno aveva ancora capito cosa stava balenando tra la mia testa in quel momento, ma ignaro di tutto continuai “la rete è piena stracolma di indirizzi, numeri, prezziari, indicazioni e suggerimenti su cosa fare, come e perché” si era spento anche l’ultimo brusio “mancano indicazioni per raggiungere l’anima, la spiritualità, il carattere dei luoghi.” S sorrise scettica ed accennò una timida interazione che venne sommessa dal capo che mi fece cenno di andare avanti “Ci sono migliaia di siti uguali, diari di viaggiatori che ci raccontano quello che hanno fatto e quello che dobbiamo fare per seguirne le orme. Va bene, grazie, utili. Noi però possiamo offrire qualcosa di diverso evitando di togliere o opacizzare la convinzione del viaggiatore di essere il primo scopritore di ciò che vede. Quella sgradevole sensazione di bere da un bicchiere dove hanno già bevuto altre persone.” “Interessante”, si lasciò scappare F tra lo sguardo esterrefatto degli analisti e quello visibilmente stizzito di S “inutile stare a descrivere le dimensioni del bicchiere e la bevanda che ci puoi versare. Descriverò chi la bevanda l’ha prodotta, come e dove vive, i suoi amori e le sue paure. Ci saranno aneddoti di vita, di speranze, di gioie che alla fine la bevanda nel bicchiere sarà un frullato di sentimenti. Ecco con cosa si asseterà il mio lettore.” S questa volta non riuscì a trattenersi “ma così andiamo a stravolgere tutto!” mettendo sul vassoio d’argento la mia rivincita lavorativa che non tardò ad arrivare per bocca di chi decideva “Quello che avevo chiesto”

La gioia di aver contribuito a trovare la nuova via lasciò da parte inutili rancori e prese ancora più slancio: “e credo che far interagire la parte romanzata con quella informativa e di ricerca possa essere di ulteriore successo. Il lettore vorrà ricalcare le orme del protagonista ed andare a visitare il set”  non tardò la puntualizzazione del capo “Bene S, compito tuo spiegare come arrivarci a questo set

La stanchezza e la staticità mentale papabile fino a prima del mio speech d’improvviso imboccarono la via della creatività e da lì a poco la lavagna diventò un campo di battaglia carica di informazioni, collegamenti e sottolineature.

Minuto dopo minuto si intensificava frenetico il lavoro di restauro della nostra opera.

Nel frattempo però accadde qualcosa di strano ed inspiegabile: i colleghi cominciarono uno ad uno a sbiadirsi, disperdersi tra le luci della stanza, scomparire lentamente, come anime libere che si introducevano ed incastravano nel progetto che assimilava queste forze per ingigantirsi, colorarsi, prendere vita.  Rimasi lì, a guardare ciò che stava accadendo, quasi incredulo che fossi proprio io la causa di tutto ciò. Le persone con le quali avevo ideato questa nuova formula erano scomparse ed anche la lavagna, il tavolo e l’ufficio si scomposero in tanti piccoli pezzi che volarono all’orizzonte lasciandomi solo in mezzo al nulla.

Solo, con le mie fantasie ed un nuovo progetto tra le mani.