Duemilaquattordici au revoir

Ogni persona vive le sue situazioni pertanto non voglio personalizzare troppo questo post riguardante il concludersi del 2014; anno che a qualche lettore avrà regalato dei momenti felici, ad altri meno, avrà sancito cambiamenti, calcato orme di centinaia di oroscopi, eluso aspettative e via discorrendo.

Come al solito tutti gli editoriali di testate più o meno attendibili proporranno la solita scaletta con le cose buone e meno buone dell’anno trascorso con proseliti astrali, economici e politici riguardanti quello a venire.

Controviaggio non si ferma a guardare indietro e non vuole mettere dei paletti simbolici che altro non fanno che rinviare di anno in anno aspettative che hanno bisogno di lungimiranza e che notempo-lancette-300x238n possono essere racchiuse in un modesto tempo di 365 giorni.

Insomma, chissenefrega del 2014 e dell’anno che verrà.

Non c’è un limite di tempo per essere persone oneste, rispettose e passionevoli, non c’è un termine per commuoversi davanti ad un tramonto, ridere in amicizia o diventare consapevoli del fatto che la vita ci regala soddisfazioni minuto dopo minuto senza l’affannosa ricerca di emozioni materiali.

DSC_0415Il traguardo non può essere annuale e tutti gli anni che sono trascorsi e che arriveranno, apporteranno nei loro diversi aspetti un piccolo tassello che servirà a completare il nostro facile o tortuoso percorso in breve o lungo termine. Il tempo è relativo ed è inutile racchiudere sogni e desideri in uno spazio temporale rischiando di rimanerne delusi come accade praticamente sempre ad ogni scoccare di mezzanotte la notte del 31 dicembre pensando a ciò che è stato.

Controviaggio non augura un felice 2015, ma il raggiungimento di consapevolezza infinita, davvero a tutti.

Consapevolezza che ci porti a compiere azioni costruttive e non distruttive, che ci aiuti a pensare di più alla collettività e non solo a noi stessi, che una volta per tutte renda qualsiasi persona in grado di assumersi le proprie responsabilità civili. C’è davvero tanto bisogno di civiltà, umanità e cultura.

Splendano eternamente di fuochi d’artificio tutte le città in cui abbiamo vissuto, vivremo, che abbiamo visitato o che visiteremo, non solo per una simbolica notte animata da champagne, coriandoli e trenini, ma per sempre.

Insomma, un augurio senza date di scadenza da parte di Controviaggio.

 

La civiltà avrà veramente inizio quando il potere dell’amore sostituirà l’amore del potere.” Richard Aldington

 

Intramontabile mito: Moto Guzzi

Stavo cercando un aforisma appropriato alla Moto Guzzi per poter cominciare questo post ma alla fine l’incipit più adatto è sempre lo stesso, quello che caratterizza l’esistenza dello stesso blog Controviaggio: l’umanità.

La prima Moto Guzzi costruita

La prima Moto Guzzi costruita

Il valore aggiunto della mia visita al Museo Moto Guzzi si chiama Walter, un ex amministratore dell’azienda motoristica di Mandello del Lario, che è praticamente nato e cresciuto nello stabilimento in cui lo stesso padre era stato impiegato. Attualmente in pensione si dedica all’accompagnamento di curiosi ed appassionati tra le file di gloriose due ruote che fanno splendida mostra di loro al Museo in via Emanuele Vittorio Parodi 57 a Mandello del Lario (LC).DSC_0466

Ma facciamo un piccolo passo indietro; lo stabilimento Moto Guzzi dopo i suoi fasti gloriosi ha passato momenti non proprio esaltanti che sono terminati con l’acquisizione da parte del Gruppo Piaggio (2004) che, tra i vari, ha rilevato anche le storiche Aprilia, Gilera, MV Agusta, Laverda e Derbi. Moto Guzzi è uno dei brand trainanti con circa 30 motocicli prodotti al giorno. DSC_0441

DSC_0450Indubbiamente interessante la veste moderna della linea Moto Guzzi che vuole intelligentemente far valere il suo passato con evidenti richiami storici che si abbinano in modo affascinante alle nuove tecnologie facendo trasparire quell’umanità di cui le persone sentono sempre più il bisogno di legarsi. L’avevo scritto nel post del Mugello, moto e motori sono la goccia d’olio che cade dal carter (caratteristica tipica delle vecchie Moto Guzzi), la brugola e la martellata per adattare la bandinella o un soffio nel carburatore per ripulirlo dalle schifezze. Ogni moto parcheggiata nei corridoi del museo ha una sua storia, un suo aneddoto che Walter mi racconta con passione ed orgoglio; storie di persone comuni, di ingegneri che già negli anni 50 hanno avuto idee rivoluzionarie ed impensabili ancora oggi come l’addetto stampa che in sella ad un cinquantino si è girato l’Africa, la moglie di un appassionato belga che alla morte del marito ha donato la sua moto al museo perché orgogliosa di rivederla esposta, alla moto con gli sci laterali costruita specificatamente per la Polizia Norvegese mai ritirata ed abbandonata sotto una pergola a Mandello, anche quest’ultima donata dai proprietari alla Moto Guzzi. DSC_0443

Omobono Tenni

Omobono Tenni

Motori di 12 cilindri assemblati grazie alle onde magnetiche, sistema che 50 anni dopo suona come fantascientifico, il primo prototipo di turbo e piloti come Omobono Tenni, nel 1937 primo pilota non britannico vincitore su Moto Guzzi al Tourist Trophy dell’Isola di Man, che rischiavano la vita quotidianamente alla ricerca di record allora imbattibili su moto decisamente più scomode e complicate rispetto quelle odierne, con sistemi frenanti quasi superflui nella logica di allora. Se ancora oggi chi ha vissuto gli anni migliori della Moto Guzzi, come Walter, è patriottico a discapito di altre case produttrici che han preso spunto (per non dire copiato) con risultati meno brillanti, merito va dato anche alla mentalità dei fondatori dell’omonima fabbrica, l’Ing. Carlo Guzzi ed il pluridecorato aviatore Giorgio Parodi che hanno modellato il sogno grazie alla loro interminabile passione. Forse sono proprio queste componenti che mancano terribilmente nell’Europa voluta dai nuovi burocrati, umanità e passione. Forse è proprio il motivo per cui gli italiani si sentono a disagio in questo sistema così asettico.

DSC_0452In ogni caso l’Ing. Carlo e l’aviatore Giorgio, grazie ad un prestito iniziale di 2000 Lire da parte del padre di quest’ultimo che credeva nel progetto del figlio e del suo amico ingegnere nel 1921 gettarono le fondamenta di quella che sarebbe diventata un mito, la Società omonima Moto Guzzi. In un angolo del museo dedicato alla riproduzione dell’ufficio dell’Ing. Carlo Guzzi è ancora presente la lettera originale dove il padre Emanuele Vittorio Parodi specifica che il prestito sarebbe stato un investimento iniziale in attesa di verificare lo svolgimento del progetto. Il logo sarà un aquila, lo stesso utilizzato dall’Aviazione Navale, dedicato al loro amico e socio Giovanni Ravelli, scomparso in un incidente aereo.   DSC_0444

Moto Guzzi attraverserà in sella buona fetta della storia, tra moto di grande successo, momenti bui e periodi di profonda crisi ma con la filosofia aziendale che ha caratterizzato un altro grande industriale, l’Ing. Adriano Olivetti. Il paese Mandello del Lario si è ampliato grazie alla Moto Guzzi che si è sempre adoperata per portare uno sviluppo a misura d’uomo, dando la possibilità agli allora pescatori e contadini di studiare nelle aule interne, apprendere il funzionamento dei motori per poi esser capaci di progettarne di nuovi, di occuparsi dello svago dei dipendenti come nel caso della Canottieri Guzzi nella sede storica di via Statale e che attualmente si sta riproponendo con iniziative interessanti e costruendo alloggi che potessero agevolare i propri lavoratori.

DSC_0474Ancora adesso il Museo Moto Guzzi è piacevole ed istruttivo da visitare, perché pulsa umanità e passione, elementi fondamentali che rendono gli oggetti animati, che trasmettono carattere alle cose che assieme al sacrifico e volontà superano record impensabili.

Ingresso Museo Moto Guzzi

Ingresso Museo Moto Guzzi

Senza cuore tutto si limiterebbe ad un ammasso di ferraglia colorata.

Ecco perché vien quasi da perdonare le orde di tedesconi carichi di birra quando durante i raduni si portano via i tappi e le cinghie originali dalle moto esposte o addirittura il palo con il nome della via difronte l’ingresso della fabbrica. Forse in sella alla Moto Guzzi anche loro si sentono più umani.DSC_0465

« Preoccupatevi degli interessi del nostro Paese più che del vostro. Non circondatevi di troppi agi; non sottraetevi al servizio militare, né al pagamento delle tasse. Siate indulgenti con gli altri e severi con voi stessi. Prego Iddio che i vostri figli siano la gioia della vostra vita come voi lo siete per me. » (Testamento lasciato ai figli da Giorgio Parodi)

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Steve McCurry a Monza: fotografo d’anime

Il fotografo artista Steve McCurry espone le sue immagini in una mostra di altissimo livello a Monza presso l’altrettanto spettacolare Villa Reale, dal 30 ottobre 2014 al 6 aprile 2015. 20141208_111107I primi scatti professionali di Steve McCurry avvengono all’età 19 anni in qualità di reporter in un piccolo giornale in Pennsylvania e che nessuno, lui compreso, avrebbe immaginato si sarebbero evoluti fino a tal punto. La fantastica parabola ascendente deriva dal fatto che il successo professionale è accompagnato passo dopo passo da quello umano, lato che in ogni sua foto è imprescindibile, in alcuni tratti commovente. L’umiltà e la voglia di mettersi in gioco davanti alle persone ed alle situazioni che ha immortalato scatto dopo scatto durante i suoi innumerevoli reportage, sono stati indispensabili per raggiungere l’eccellenza. IMG-20141208-WA0009Nell’epoca del digitale in cui siamo inflazionati da foto di ogni genere e tipo, tra tanta puerilità e mediocrità presente sui social, è davvero gratificante perdersi nel mondo del McCurry che ci porta per mano, anzi, per occhio, non solo tra i mondi considerati meno fortunati e martoriati da guerre o povertà, ma tra le persone che li popolano, vivono e caratterizzano, facendo notare con discrezione e palpabile garbo i sentimenti contrastanti che essi portano nel cuore e nell’anima. Nelle sale espositive di Palazzo Reale le foto sono esposte senza criterio geografico o temporale ed è davvero piacevole ritrovarsi dall’Afganistan all’India, dallo Yemen al Brasile piuttosto che Giappone, da New York a Roma nel giro di pochi passi. Spaziando nel tempo che i più attenti collocheranno con esattezza storica senza l’ausilio delle targhette identificative (ovviamente presenti) dato che è sufficiente guardare con attenzione la grana della pellicola per distinguere quali furono scattate in Kodachrome da quelle più recenti, digitali. Un abisso tecnologico facilmente riconoscibile. IMG-20141208-WA0007Tra i tanti volti sconosciuti e veri protagonisti della mostra spicca quello stranoto di Robert De Niro, scelto per simboleggiare la città di New York ed immortalato nell’ultima pellicola kodachrome allora disponibile; foto sviluppata e stampata nell’ultimo piccolo laboratorio esistente al mondo che ancora trattava pellicole prima dell’inevitabile estinzione. Un omaggio di Steve McCurry a questa fantastica pellicola prima di concedersi definitivamente alla tecnologia digitale. IMG-20141208-WA0008Per dimostrare che niente è per caso e che Steve è un predestinato, un fuoriclasse del reportage fotografico, rimaniamo proprio a NY, dove nel 2001 in occasione di uno dei più tragici eventi mai accaduti ossia il crollo delle Twin Towers, dove oltre al fatto curioso che possedesse un ufficio con vista sul World Trade Center si aggiunge quello che ci fosse tornato proprio un giorno prima da un lungo viaggio, il 10 settembre; come se l’appuntamento con la documentazione di fatti epocali fosse stato scritto sulla sua agenda vitale e come se il destino aspettasse ogni volta quest’uomo per farsi immortalare un’ultima volta prima di cambiare corso alla storia. Davvero incredibile. 20141208_120740 D’altronde per essere delle persone uniche e speciali, dei fuoriclasse, non basta il talento, la volontà o qualche colpo di fortuna ma un concatenarsi di astri favorevoli ed avvenimenti che attimo dopo attimo si intreccino con la vita del prescelto in un eterna e formidabile unione di azioni e conseguenze esclusive ed irripetibili. 20141208_122610Oltre all’utilità delle audioguide indispensabili in alcune foto per svelare retroscena, significati ed anche prospettive, che per Steve McCurry saranno anche naturali ma per il comune visitatore sarebbero ardue da focalizzare, l’ausilio di brevi resoconti filmati in cui l’autore racconta vari aneddoti e storie da lui vissute risultano essere molto piacevoli ed altrettanto efficaci nello scopo di integrarci completamente con lo spirito dell’interprete e diventare a nostra volta, con una semplicità disarmante, protagonisti delle storie e luoghi riprodotti dal fotografo. 20141208_121924La lezione che ne deriva, indipendentemente se rivolta ad aspiranti fotografi, professionisti o meno è che con l’umiltà, la passione ed il rispetto verso il prossimo, il mondo ramificherà sotto i nostri piedi infinite strade verso il successo che, come in questo caso, faranno apparire quasi come dettaglio ininfluente la Nikon che ha tecnicamente eseguito lo scatto ma che senza l’ausilio di un grande spirito ad indirizzarla nel cogliere il momento ideale, altro non sarebbe che un prezioso ed inutile oggetto. 20141208_114152 Mostra assolutamente da non perdere. Bellissima. “Ho imparato a essere paziente. Se aspetti abbastanza, le persone dimenticano la macchina fotografica e la loro anima comincia a librarsi verso di te“.  (Steve McCurry) Instagram: @McCurryStudios 20141208_120838  20141208_121128

Moto che passione. Mugello.

novembre 14b

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La giusta location per ambientare una storia di passione e motori non può che essere una porta di garage aperta ed uno sparuto gruppo di ragazzini con la maglietta macchiata d’olio che smontano, modificano, rimontano pezzi di motorini che non riescono a mantenere intatte le loro sembianze originali per più di qualche giorno. Tra una martellata e l’altra tanti sorrisi, qualche brugola che cade, accenni di imprecazione in dialetto romagnolo, una passata del braccio a spargere fuliggine di scarico e sudore sul viso e poi ancora in sella a sgasare e testare i mezzi. Le cose che ci fanno innamorare di un pilota non sono l’intervista, la villa, l’auto lussuosa o lo yacht ormeggiato a Montecarlo; è lo sguardo deciso e l’eterna sfida a dimostrare di avere la padronanza del mezzo, sia una Vespa o un go kart, una Porsche o una moto da cross, l’esser capaci di sfidare il tempo, di guardare negli occhi la propria donna e tradirla con il mezzo meccanico nel mentre fa l’occhiolino alla morte, spesso fortunatamente accantonandola, altre volte purtroppo abbracciandola. Le corse amplificano gli eventi della vita soffiandoli poi attorno attraverso il rombo del motore.

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Ingresso Autodromo del Mugello

Questo è quello che si respira al Mugello una domenica mattina come tante altre, senza riflettori delle tv e privi del passo cadenzato delle lunghe gambe delle ragazze ombrellino; la sola presenza di appassionati, quelli che hanno cominciato a smontare un Benelli in un garage di periferia, che a Natale non gradivano una felpa; piuttosto al freddo ma con i risparmi investiti in un silenziatore Polini montato sullo scarico.

DSC_0382Gente non completamente normale che ha trasformato la passione per i motori in uno stile di vita che coinvolge tutta la famiglia. Le moto che sfrecciano sul rettilineo non sono quelle di team ufficiali o frutto di sponsorizzazioni miliardarie; sono sudore e fatica, rinuncia e duro lavoro. Il venerdì sera non ci sono i meccanici a caricare le moto sul carrello, né gli chef a preparare il menù; spesso ci sono le compagne di questi centauri a tenere a bada, come al solito, la minuscola parte razionale di un mondo completamente strampalato, se visto dal di fuori. Madri che dal dover assistere i loro figli al cambio di pannolini si ritrovano a tirare su la zip di una tuta che lì vestirà eternamente. Difficile per la mamma spiegare ad upiccolon bambino che la moto del padre, anche se in gruppo, non combatte per la posizione ma contro il tempo; oggi non ci sono gare, solo prove. Meno difficile farlo divertire facendolo girare in sella ad una mini moto. Al resto della crescita ci penseranno fattori quali l’odore di gomme, olio e carburante che come feromoni diventeranno richiamo di vita per l’ignaro e predestinato fanciullo.

DSC_0377Questa in fondo è la passione italiana, il fascino che scaturisce dalla fantasia ed a volte improvvisazione, un’arte che si tramanda di generazione in generazione. Una domenica come tante altre è bello vedere che nel paddock a fianco della BMW Motorrad ufficiale ed in mezzo a decine di lucidi motorhome ed auto di grossa cilindrata con targa tedesca ci sia una porta di garage con all’interno un gruppo di ragazzini che smontano, modificano, a volte imprecano in romagnolo e rimontano pezzi di superbike. Apparentemente hanno i capelli brizzolati e qualche ruga in più in viso, ma racchiudono un cuore che batte forte e l’animo da ragazzaccio per bene.

Cose da garage.

(Dedicato a mio fratello)DSC_0378

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Bello ed inaspettato. Verona.

novembre 14b

“Deliziosa Verona! Con i suoi bei palazzi antichi e l’incantevole campagna vista in distanza da sentieri praticabili e da solide gallerie con balaustra, Con i suoi tranquilli ponti romani che tracciano la retta via illuminando, nell’odierna luce solare, con tonalità antiche di secoli. Con le chiese marmoree, le alte torri, la ricca architettura che si affaccia sulle antiche e quiete strade nelle quali riecheggiavano le grida dei Montecchi e dei Capuleti

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Mi sarebbe bastato leggere qualcosa in più di Charles Dickens, autore della suddetta frase, per evitare di farmi venire il torcicollo a forza di guardare in giro questa sciccosa città. La bellezza del centro storico è ammaliante, perfetto luogo dove un altro fantastico drammaturgo e poeta, William Shakespeare, ha romanzato uno dei suoi capolavori letterari, Giulietta e Romeo. Costante è il dubbio sulla reale capacità inventiva del narratore britannico quanto percettibile e reale sia la presenza dei due innamorati nell’aria, anime visibili che si inseguono e rimbalzano da un palazzo all’altro attorno a noi; tenendosi per mano, allungando le trasparenti figure e formando delle scie luminose che si dissolvono con la luce del sole per ricomparire da li a poco sulla guglia di una chiesa, o sul cornicione di un palazzo; ci accompagnano costantemente alla scoperta della loro città, Verona.

Tiffany, via Mazzini 6

Tiffany, via Mazzini 6

La mia visita è dovuta a qualcosa che avevo programmato da tempo e che per una serie di casualità mi ha portato nell’incantevole limbo di cui poeti ed artisti han tratto i loro spunti; niente è casuale, una gioielleria Tiffany in via Mazzini non è casuale. “Ecco perché mi piace venire da Tiffany per l’atmosfera tranquilla e serena che si respira non per i gioielli, sinceramente a me non piacciono i gioielli, ma solo i diamanti!” Sosteneva non a caso la signorina Holly Golightly (“Breakfast at Tiffany’s”, 1961, Audrey Hepburn). Tiffany di via Mazzini 6 a Verona si trova all’interno di quello che era l’Hotel Excelsior e che ora, dismessi i panni d’albergo, accoglie numerose marche prestigiose tra cui appunto la gioielleria dall’inconfondibile scatolina turchese. L’attenzione per il cliente è maniacale, indissolubilmente e fedelmente legata all’immagine del cult che ho citato qualche riga fa, Colazione da Tiffany.

E’ impensabile consumare qualche minuto nel centro storico e scappare, perché nella città simbolo dell’amore e degli innamorati questo gesto risulterebbe addirittura volgare, spregiativo, assumerebbe le sembianze di una vigliacca fuga dopo un rapporto consumato in fretta, mercenario. Ci sono dei posti (e delle persone) che lo meritano, non Verona e non l’ennesima giornata di sole che ne esalta tutta la sua bellezza. DSC_0200

Zoo'e

Zoo’e in Vicolo Crocioni 3

Un pranzo al volo diventa una piacevole scoperta in un bellissimo e curato locale, lo Zoo’e di Vicolo Crocioni 3, all’angolo di via Cappello, ristorante dall’aspetto raffinato, accogliente e funzionale come i ragazzi che mi hanno servito i deliziosi bigoli all’anatra. A pochi passi da Piazza Indipendenza dove ho avuto la sfrontata fortuna di trovare parcheggio e che mi ha consentito di muovermi tra Piazza delle Erbe e Piazza dei Signori, Casa di Giulietta ed Arche Scaligere.

Prima di andarmene sono stato trattenuto dal luccichio del fiume Adige e dai suoi ponti che conducono a scorci medievali spettacolari, con la promessa di ritornare a visitare l’Arena, monumento alla bellezza in cui nel lontano 1992 accolse i Dire Straits “in una tappa della lunghissima tournée planetaria, che ebbe inizio il 23 agosto 1991 a Dublino e si concluse, dopo 216 spettacoli, il 9 ottobre 1992 a Saragozza . DSC_0181Il 29 maggio 1992 vennero documentati nell’album On the Night, edito il 10 maggio 1993(*)” (*cit. Wikipedia) e dove ho ancora impressa un’immagine che se fossi riuscito ad imprimere nella mia Ilford 400 probabilmente sarebbe diventata una foto cult. Quella volta la Nikon F801 era rimasta a casa, ma io ero presente.      DSC_0196

Se vi siete fatti coinvolgere fino a qua, decolliamo da Verona con la macchina del tempo ed ascoltiamoci questo meraviglioso brano che alimenterà le mie e le vostre fantasie:

Buona visione!

 

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La porti un bacione a Firenze

novembre 14b

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Firenze è stato un abbraccio ed un affettuoso saluto ad un amico, quelli che si contano sulle dita della mano.

Ci siamo incontrati in Via del Santo Spirito, a pochi metri dal Ponte alla Carraia in uno dei locali che preferisco ogni volta che torno nel capoluogo toscano, Il Santo Bevitore.

Santino

Santino

DSC_0255In realtà i nostri racconti di vita han risuonato tra le mura del piccolo ma gradevolissimo Il Santino, facilmente riconducibile al più ampio fratello maggiore Santo Bevitore situato di fianco, per l’appunto.

In uno dei tre o quattro modesti tavolini dove potersi accomodare i nostri racconti scorrevano piacevolmente come il calice di vino Vermentino che abbiamo scelto di consumare. Un vino bianco particolarmente luminoso come la splendida ed inusuale giornata soleggiata novembrina di cui stavamo godendo.

Il banco dei salumi e formaggi de Il Santino ricorda una vecchia macelleria o, meglio, una salumeria e tutti gli insaccati esposti in vetrina sono invitanti come i profumi, che si librano in una danza olfattiva all’interno del piccolo locale. I formaggi insaporiti dalle conserve intervallavano le nostre parole, a volte dolci, a volte amare, necessarie per descrivere la vita.

Vermentino e formaggi

Vermentino e formaggi

 Ma Firenze non è stato solo l’incontro con un amico, è stato condividere  bellissimi momenti con la mia amata.

La Sorgente di Francesca è stata scelta da Lei, location nella zona alta di Firenze, nel verde delle colline di Fiesole e non proprio vicinissima alla città. Una suggestiva alcova d’amore in una Corte dall’aspetto rassicurante, una Villa dalla storia percettibile e stanze vissute nei quadri, molti dei quali probabilmente dipinti dai padroni di casa.

La Sorgente di Francesca

La Sorgente di Francesca

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Nell’atmosfera un po’ retrò che ho voluto creare nel mio racconto mi riesce enormemente difficile parlare di wifi o segnale del telefono di cui, quasi fortunatamente, abbiamo dovuto fare a meno durante la nostra permanenza nella splendida camera Mimosa.

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Firenze è intimità ma anche condivisione ed aver scelto un locale storico come Fiore (a Scandicci) per sigillare il momento positivo che stiamo vivendo si è dimostrata l’ennesima scelta perfetta, figlia della pazienza e del raziocinio che grazie a dio possediamo entrambi. Ai palati la fiorentina di carne Chianina si è dimostrata una pietanza eccezionale che farebbe vacillare le pupille gustative anche al più convinto dei vegani. Superlativa. Menzionare i contorni, che erano delle verdure cotte, sembra quasi inopportuno ma necessario visto la bontà di pure queste ultime.

Chianina

Chianina

Si è mangiato molto e bene ma si è passeggiato anche nel centro città, dove i rinascimentali monumenti di Piazza Signoria, il Duomo, la Galleria degli Uffizi, Ponte Vecchio, la Cappella dei Medici e la stessa Piazza Santa Maria Novella si sono crogiolati tra i raggi di sole primaverili ed esposti fieri alle migliaia di obiettivi di smartphone e macchine fotografiche puntate, come di consueto, su di loro, le vere Star di questo luogo al centro del mondo.

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Tra un bacio ed uno sguardo intorno, altro non si può fare che sorridere vedendo le decine di ambulanti abusivi tentare di vendere estendibili per smartphone in stile GoPro e pensando che gli antenati delle stesse persone che oggi sono impegnate ad immortalarsi in improbabili selfie sono gli stessi che hanno ideato e costruito ciò che rende Firenze meravigliosamente ed eternamente unica.

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Bellezze a confronto

Bellezze a confronto

Mangia, Prega, Parma

Sono anni che passo di fianco a Parma ma mai avevo avuto occasione di visitarla prima d’ora.

Nel mio immaginario la città ducale aveva un aspetto nitido, regale, giovane, pulito, addirittura snob. L’impatto è stato abbastanza deludente invece, alla stregua di quando andai per la prima volta a Vienna, capitale del romanticismo che mai avrei immaginato subire una crisi d’identità così consistente.

DSC_0391La periferia di Parma offre al visitatore la classica atmosfera della distesa e cruda Pianura Padana, dai colori tradizionalmente sbiaditi ed industrie sparse qua e là quasi a rimarcare la durezza di quel territorio, da sempre solcato dagli aratri di volenterosi contadini e dai sacrifici degli allevatori di bestiame che ancora ci permettono di primeggiare nel mondo intero nel campo agroalimentare.

DSC_0388Ma se le colorazioni ambientali sono quelle che sono, lasciano stupiti le pigmentazioni dei cittadini parmensi che nella mia tranquilla novembrina domenica pomeriggio, risultavano essere alquanto scure, tanto da farmi pensare di essere in un quartiere di Harlem più che in qualche Borgo della città ducale, completamente invasa da cittadini extra europei. Mi limito a fare delle constatazioni ambientali e non riflessioni politiche.

DSC_0395Lasciata alle spalle la periferia e la sagoma dello stadio Tardini dove poche ore prima, fortunatamente senza la mia presenza, si era consumato l’ennesimo scempio di quella che una volta era una squadra di calcio chiamata F.C.Internazionale, si arriva nella zona del centro della città emiliana, irraggiungibile con mezzi propri. Personalmente non mi posso permettere di suggerire una lista di monumenti e chiese dato che la mia visita è stata molto fugace, con lo scatto di poche foto anche a causa di una luce molto impegnativa e poco gratificante. Girando per le vie del centro ci si imbatte comunque nella Chiesa di San Giovanni Evangelista, nel Duomo ed il Battistero. Molto interessante anche Piazza Garibaldi che nel primo pomeriggio ha cominciato a popolarsi. La tappa parmense, come ho da subito ammesso, non è stata approfondita, così dopo aver girovagato a casaccio tra le decine di Chiese, Battisteri e Monasteri, tra un vicolo e l’altro, tra la moltitudine di eleganti palazzi dalle pulsantiere dorate riportanti nomi di avvocati e notai ed altrettanti negozi con le serrande abbassate recanti cartelli vendesi ed affittasi, ecco trovato un luogo non troppo turistico dove assaggiare le molteplici specialità culinarie; a dire il vero di turisti ce ne sono parecchi, ma conforta il fatto di trovare anche molte persone locali.

DSC_0398La trattoria si chiama “Corrieri” in via Conservatorio, il menù offre tutti i piatti tipici emiliani tra cui sottolineo un eccezionale prosciutto crudo di Parma nemmeno lontanamente parente di quello che si acquista nei supermercati. Constatazione degna di Capitan Ovvio, obietterà qualcuno, ma di questi tempi dove gli egiziani fanno la miglior pizza napoletana ed il kebab prende il posto della mortadella, è sempre bene sottolinearlo.

In conclusione, parafrasando il comico Maurizio Crozza mentre imita l’On. Antonio Razzi vien da dire “Bella, ma non ci vivrei”.

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Ricomincio da 10

finish

Alla fine ce l’ho fatta. Traguardo tagliato con enorme soddisfazione personale e dedica a Daniele mantenuta.

L’isola di Rodi da parte sua non ha disatteso le aspettative, regalando ai partecipanti della prima maratona una giornata perfetta. In realtà i termometri hanno registrato qualche linea di troppo a discapito per lo più dei temerari che hanno corso tutti i 42,195km e quelli della mezza maratona (21,097), caldo che sia noi dei 10 km che quelli dei 5 non abbiamo avuto tempo di soffrire più di tanto.

L’organizzazione è stata presente e professionale prima, durante e dopo e sicuramente il fatto di far sentire a proprio agio i partecipanti che si sono cimentati in una gara per la prima volta in vita loro, come nel mio caso, è un merito che va loro attribuito.

Georgios Magkafas ha vinto la maratona in 3:02:09, mentre Cath Mcinally è stata la prima delle donne con il tempo di 4:11:38.

La mezza maratona invece ha visto vincitori Panagiotis Papanikolau in 1:28:03 e Fey Devernau in 1:40:10.

Infine nella gara in cui ho partecipato, la 10 km, il primo della classe è stato Charalampos Stefanis (nella foto) in 38:23, mentre tra le donne compare la mascolina finlandese Maria Miettinen con 40:26.

Il mio rammarico è stato quello di presentarmi all’appuntamento con il polpaccio sinistro contratto ed il sartorio della gamba destra dolorante che di certo non hanno favorito una prestazione ideale, fermando il mio cronometro sui 57:38, 24ma posizione su 32 della categoria maschile e 29mo su 51 runners in generale.

Numeri scritti e lasciati per i followers che amano le statistiche o il gioco del lotto, per me finire questa gara è già stata una mezza impresa.

Ma perché sono arrivato fino a questo punto a 42 anni? Semplicemente perché nella vita bisogna rendersi conto quando arriva il tempo di abbandonare certe cattive abitudini ed intraprendere delle nuove sfide, piccole o grandi che siano.

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