Una serata allo stadio Meazza

elDopo aver avuto la fortuna d’esser stati spettatori di una partita di calcio nello stadio più blasonato al mondo, ossia il Maracanà di Rio di Janeiro, non poteva certo sfuggire occasione di assistere ad un incontro valido per la Europe League presso lo stadio Meazza a Milano, la Scala del calcio.

DSC_1089La giornata è soleggiata e tutto sommato gradevole nonostante sia ancora stagione di freddo inverno, di conseguenza la tappa di ritrovo inevitabile diventa la Stazione Centrale con destinazione Duomo, dove nel primo pomeriggio anche i tifosi ospiti si sono dati appuntamento.

Tifosi ospiti al Duomo

Tifosi ospiti al Duomo

Fortunatamente il raduno delle maglie biancoverdi sorvegliate a vista dalle forze dell’ordine, nell’occasione inoperose, si limita ad offrire agli altri turisti folcloristici canti da stadio e bottiglie di birra abbandonate qua e là. Il calcio è uno sport popolare e pretendere dalla massa totale equilibro e controllo spesso è utopia; troppe volte abbiamo visto come possono degenerare certe situazioni e capitolare in scene da guerriglia urbana nelle più rosee tra le disgrazie.

Non sarà questo il caso e visto lo scorrere delle lancette verso il fischio d’inizio cominciamo l’avvicinamento in zona San Siro. A Rio De Janeiro basta salire sulla metro e scendere alla fermata Maracanà per raggiungere in pochi minuti lo stadio, a Milano sarà altrettanto semplice? Ovviamente no. La ricerca in internet del modo più semplice per raggiungere lo stadio ci suggerisce di prendere un tram prima ed un autobus poi. Non ci dice dove trovare i biglietti per salire a bordo e così non rimane che chiedere a bar ed edicole fino a che si compie il primo step: regolarizzare la corsa, che a biglietti acquistati scopriremo essere gratuita grazie un tacito condono per tifosi. In pratica più gente c’è ad usufruire dei mezzi pubblici meno le aziende guadagnano. Buon inizio. Il percorso verso lo stadio si compie in compagnia di alcuni membri delle tifoserie opposte che si limitano ad infastidire acusticamente gli altri occupanti del bus che attraversano il centro città verso le loro defilate destinazioni. In Italia parlare la stessa lingua aiuta e così, internet a parte, grazie alle indicazioni dell’autista riusciamo ad arrivare in prossimità dello stadio dato che il capolinea non è esattamente davanti al Meazza.DSC_1098

Tanto per non annoiare il lettore in seguito con la descrizione delle peripezie avvenute per fare ritorno alla Stazione Centrale, diciamo solo che dopo mezz’ora di viaggio con il bus preso fuori l’uscita dello stadio ci siamo visti attraversare la strada da tifosi che a piedi avevano impiegato lo stesso tempo per fare l’identico percorso.

Il primo impatto con la struttura è decisamente notevole, sia dal punto di vista architettonico che per quello storico: lo rimarcano numerose targhe commemorative affisse che ricordano gli innumerevoli trofei vinti dalle squadre locali.cop

Una delle principali paure, ossia il divieto di portare con sé l’immancabile Nikon ed ottiche varie nonostante la richiesta effettuata giorni prima, viene presto allontanata dato che il controllo degli steward risulta essere parecchio sommario e discreto. Giustamente si focalizzano maggiormente in settori dove i tifosi hanno un aspetto più esagitato rispetto a semplici spettatori da tribuna con evidenti intenzioni più che pacifiche. Passato il tornello non senza imprevisti di lettura del chip del ticket d’ingresso, interminabili gradini ci portano alla nostra postazione a fianco della zona riservata alla sala stampa, il pubblico presente intona qualche canto per evitare di essere completamente sovrastato da quelli degli encomiabili ed ubriachi ospiti, partono gli inni e la partita ha inizio.

FC Internazionale

FC Internazionale

Tra un lancio a vuoto e qualche azione che suscita applausi di un pubblico di casa apatico forse perché deluso dall’andamento della partita, i ricordi tornano inesorabili al Maracanà dove per due ore i tifosi del Vasco da Gama, in lotta per non retrocedere, hanno cantato e ballato movimentando la torcida in un clima di festa quasi surreale.

Durante l’intervallo non troviamo agevole raggiungere il bar dove passare il quarto d’ora di pausa gioco rimanendo così al proprio posto.

La domanda è lecita: possibile che una partita di calcio della durata complessiva di circa due ore possa impegnare inutilmente in trasferimenti lo spettatore per un pomeriggio intero? Qualcuno penserà che magari siamo noi degli impediti. Anche se fosse non è giustificabile: poter accedere ad una manifestazione ed alle iniziative che ne fanno parte deve essere a prova di qualsiasi inefficienza umana. In teoria anche un bambino auto sufficiente da pochi giorni dovrebbe essere messo in grado di raggiungere in massima tranquillità e sicurezza lo stadio.

US Airways Center

US Airways Center Phoenix AZ (USA)

Ultimamente pure in Italia si sono accorti che la struttura può e deve essere non solo utilizzata per le partite ma anche per attività commerciali; non nascondiamo il fatto di sentirci scopritori del concetto alla stregua di Cristoforo Colombo quando scoprì i nuovi continenti dato che, a quanto pare, fino ad oggi nessuno sia mai sbarcato negli States dove, nel lontano 2000 in seguito ad una visita a Phoenix presso l’America West Arena (adesso US Airways) come spettatore di una partita di play off tra Suns e Sacramento Kings, già mi chiedevo il perché non si seguisse il modello degli stadi americani dove tutto avviene con una logica imbarazzante rispetto all’approssimazione italiana.

Vero è che l’educazione sportiva degli americani è concettualmente lontana anni luce da quella nostrana, però sperare di educare il tifoso ammassandolo in strutture superate e poco funzionali è come pretendere dagli alunni il rispetto delle istituzioni mentre i calcinacci si staccano franando, nel migliore dei casi, sulle loro teste.

Al popolo di Santi, poeti e navigatori l’idea di essere anche dei copioni non va proprio a genio, così rimaniamo in attesa che anche in patria nasca l’inventore del pallottoliere mentre nei Paesi più evoluti i bambini girano con i tablet.

Fortunatamente pare esser sbarcato sulla penisola proveniente da lontani Oceani qualcuno in grado di guidare il progetto San Siro verso lidi più internazionali e civili rispetto gli standard richiesti dalla lega calcistica italiana, attualmente allo sbando come di consueto protocollo mafioso. Riuscirà nel suo complicato intento?

Per ora accontentiamoci di una serata allo Stadio Meazza.

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« Grandi giocatori esistevano già al mondo, magari più tosti e continui di lui, però non pareva a noi che si potesse andar oltre le sue invenzioni improvvise, gli scatti geniali, i dribbling perentori e tuttavia mai irridenti, le fughe solitarie verso la sua smarrita vittima di sempre, il portiere avversario» (Gianni Brera descrive il giocatore Giuseppe Meazza)

Com’è bello ciaspolar

Amanti della montagna contro estimatori del mare, due partiti che generalmente apprezzano o una cosa o l’altra.

In realtà i canoni fissi delle emozioni riguardano le sensazioni positive o negative che ogni individuo percepisce dal momento e dal luogo che frequenta, indipendentemente quale.

cusioCon la giusta compagnia ed una piccola dose di buona volontà capita così di ritrovarsi in fila indiana su sentieri innevati ad ammirare incantati bianchi paesaggi illuminati dalla luna piena, interrompendo la passeggiata di tanto in tanto per immortalare momenti unici o semplicemente per scambiare qualche parola. Già, proprio quel tipo di approccio umano che a causa della dirompente tecnologia social è sempre più raro da trovare e che mal si sposa con la filosofia montana che, gelosa delle sue tradizioni, scherma ed annulla ogni segnale wifi o telefonico che sia, proteggendo invece la sacralità del luogo. DSC_1014

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Ciaspole storiche

Smettiamo però di filosofeggiare ed indossiamo le ciaspole che, per chi non lo sapesse, altro non sono che racchette da neve. Una volta fissate ai piedi consentono di aumentare la superficie calpestata e di conseguenza distribuire il proprio peso in modo da consentirci il galleggiamento sulla neve fresca che è lo stesso principio cui si basano anche i fachiri.

Giocatore Subbuteo

Giocatore del Subbuteo

Come con tutti gli attrezzi indossati la prima volta bisogna adattarsi agli ingombri che in un primo momento donano incerte movenze stile piedistallo giocatore da subbuteo, ma prendere dimestichezza con le racchette da neve è passo breve. Di passi in effetti se ne possono fare pochi o tanti per raggiungere le tappe intermedie dei nostri percorsi e che ci vedono ospiti di case montane riscaldate da calorose stufe a legna e dall’ospitalità delle persone presenti, sempre alle prese con vin brulé, salsicce arrostite su scoppiettanti griglie e polente in imponenti pentole fumanti.

DSC_1021Dopo le breve parentesi ristoratrici ci si rimette al cammino, galvanizzati dai primi traguardi ed incoraggiati dall’aumento di grado alcolico che sicuramente aiuta lo spirito ed in parte camuffa la fatica. Ovviamente in un contesto iperprotettivo ed attività di quasi esclusivo carattere ludico e leggermente sportivo, tutto proporzionale al livello di difficoltà delle iniziative: aperitivo ciaspolando o ciaspolata con cena evidentemente sono strutturate con scopi mangerecci e beverecci e non certo per raggiungere quote ove piantare bandierine e respirare con la maschera dell’ossigeno… Riescono comunque a dare sapore di grande impresa ai partecipanti più piccoli che dimostrano caparbietà e forza nello scalare le salite che non di rado lasciano il fiatone agli adulti, dimostrando così ancora una volta che i limiti che ci poniamo spesso sono mentali e non fisici. I bambini non hanno pensieri temporali definiti per cui camminano effettivamente fino a che il fisico regge senza attivare i blocchi psicologici auto conservativi di cui gli adulti invece ricorrono perlopiù inconsapevolmente.

Piccoli grandi scalatori

Piccoli grandi scalatori

Blocchi psicologici o meno, impronta su impronta, di già o finalmente, la fila di persone e le loro lampade da testa che illuminano gli ultimi tornanti tra le torce infuocate e che accendono a loro volta l’ombrosa e fitta boscaglia, si snoda fino al comparire dell’ultimo rifugio che consacra la riuscita finale. DSC_1037

Tra una rincuorante ed amichevole pacca sulla spalla e l’altra si riprende fiato e ci si scambiano le prime opinioni su quella che è stata un’esperienza gratificante e che è destinata a rinvigorire il proprio appeal tra le panche di una calda stanza, dove a breve sui tavoli verranno accomodati rustici piatti di goulash, ossubuchi, polenta, crostate e chi più ne ha più ne metta con abbondanti annaffiature di vino fino all’immancabile grappa ed i conseguenti cori alpini praticati da signoroni in camicia con il naso rosso ed il calice alzato. DSC_1026

Alla fine che sia mare o montagna quel che conta e trovare equilibrio con se stessi e con le persone che ci circondano che inevitabilmente e nuovamente inciteranno la nostra mente a filosofeggiare ed a pensare che in fondo la vita è così bella nella sua semplicità.

Sulle montagne si trova la libertà! Il mondo è perfetto ovunque, salvo quando l’uomo arriva con i propri tormenti” (Friedrich von Schiller)

Cosa aspettarsi da Expo 2015

logo_expoAppurato il fatto che in Italia ogni grande opera è abbeveratoio di risorse per mafie e malaffare che costituiscono lo scheletro del Paese è piuttosto scontato preventivare conseguenze piuttosto turbolente per il dopo Expo 2015.

Per una volta evitiamo facili conclusioni ideologiche e proviamo invece ad immaginare quali effettivamente potrebbero essere i vantaggi e punti deboli della manifestazione soprattutto una volta terminata la kermesse.

La disorganizzazione ed approssimazione che caratterizzano il Bel Paese non faciliteranno di certo lo spostamento dei visitatori che, una volta giunti negli aeroporti lombardi o nelle stazioni ferroviarie, avranno il loro bel da fare per raggiungere i padiglioni senza disagi. Dallo smarrimento delle rette vie di Dante Alighieri ad oggi è cambiato ben poco con ritardi cronici, lavori in corso o semplici disattenzioni che da sempre contraddistinguono il settore trasporti italico. Se mai le opere stradali saranno terminate il giorno prima dell’inaugurazione inoltre, non lasceranno tempo a nessun collaudo o modifica dell’ultimo minuto, sospese tra le preghiere dei progettisti e le speranze, sempre mal riposte, dei cittadini. La politica saprà trarne giovamento in ogni caso: strade deserte saranno interpretate come “ingorghi evitati”, caotiche colonne di vetture come “affluenza al di sopra di ogni previsione”. Farlo comprendere a rassegnati giapponesi, incazzosi tedeschi e masticanti americani non sarà influente ai fini elettorali.

DSC_1082Al solito bisognerà fare i conti con la pessima ramificazione statale ed anacronistiche visioni burocratiche che andranno a scontrarsi con una manifestazione che dovrebbe guardare al futuro e che sarà fondamentalmente sostenuta solo da colossi multinazionali intenti a fagocitare altre fette di mercato, conditi da aziendine speranzose di entrare nel giro che conta. La cosa che preoccupa e fa riflettere i milanesi riguarda proprio il loro futuro, che sarà fulcro di discussione ad Expo 2015 e che non presenta nessuna programmazione post se stesso. I padiglioni ove si esporrà la merce con l’ulteriore singolare intento di regolare “la fame nel mondo” avranno nobile scopo solo per la durata dell’evento che una volta terminato lascerà dietro a sé strutture fantasma che tra pochi decenni saranno fonte di ispirazioni giornalistiche rivolte ai soliti sperperi italiani.

Qualcuno ha fatto inoltre un’analisi impeccabile per quanto riguarda i posti di lavoro che questo circo porterà in dote: elargendo ai cittadini i soldi spesi fin’ora, c’avrebbero guadagnato tutti i lombardi. Senza nemmeno indossare la tuta da lavoro, tra l’altro.

Per il resto ci sarà la solita confusione dove regnerà il tutto ed il niente, un luna park mediatico dove AD, marketing manager e Presidenti del Consiglio misti a chef di lustro televisivo potranno fare bella mostra di sé esaltando prodotti che non cambieranno le sorti dell’umanità ma più probabilmente le casse delle aziende che li producono.

DSC_1068Un primo assaggio lo si è avuto alla Fiera di Erba (Como) con il RistoExpo che in un programma fittissimo ha ospitato i soliti chef di gran nome (…anzi, qualcuno ha visto Davide Scabin per caso?) e le solite aziende disseminate in vari stand espositivi che di innovativo hanno esposto ben poco. Certo si può uscire istruiti da nuove esperienze come l’utilizzo del vapore del ferro da stiro per la cottura delle pietanze che però oltre alla chiacchierata al bar poco può arricchire a livello pratico e professionale.

Il life style milanese capace di elevare in pezzo glamour anche la pannocchia arrostita sicuramente avrà la capacità di illudere i partecipanti di far parte di qualcosa di unico ed inestimabile sovrastimando la merce ma, tolte paillettes e chiffon, rimane ben poco di questa enorme bolla di sapone, ad iniziare dal logo che è stato pensato talmente futuristico che odora di vecchio già adesso. Per non parlare della mascotte che è inquietante… 670_400_1_94051_20131216_120615.jpeg

Ancora una volta la scarsa lungimiranza, dopo averci illuso e promesso di allietarci con la visione di un celestiale viso sapientemente truccato avvolto in capelli perfettamente acconciati, svelerà il vero volto oscuro senza parrucca, con il mascara cadente da occhi lacrimanti ed il rossetto sbordato. Si sarà consumata l’ennesima commedia alla Totò mentre registi, sceneggiatori, truccatori e parrucchieri si staranno già occupando di aggraziare la mafiosa Italia alle Olimpiadi 2024, beffandosi del futuro e delle nostre belle speranze.

Scusate ma parlare di Expo senza cadere in facili conclusioni ideologiche è praticamente impossibile; d’altronde sarà la vetrina d’Italia nel mondo…

expo infografica

Siamo tutti MasterChef

MasterChef_HotFlameCMYKChissà se Franc Roddam, regista inglese autore del format Master Chef, mai avrebbe immaginato di raggiungere un successo simile con il suo programma di cucina che ormai coinvolge gli spettatori a livelli epidemici.

Se di conseguenza le cucine casalinghe hanno subito un’impennata di creatività ed entusiasmo culinario impensabili, i professionisti del settore, persone già di loro difficilmente gestibili, hanno raggiunto livelli di ego ed onnipotenza altrettanto notevoli.

Chi ha avuto a che fare con la gestione di un ristorante senza avere la capacità e titolo per permettersi di lavorare in autonomia dietro i fornelli ben saprà di quanto sia difficile gestire un cuoco cui, di fatto, si è eterni ostaggi.

DSC_0725Nelle migliaia di trasmissioni culinarie cui la tv ci sottopone quotidianamente lo spettacolo è il protagonista indiscusso, pertanto le reti non lesinano di certo i centesimi nell’acquisto degli ingredienti più disparati che servono a comporre piatti complessi e d’effetto, ma nella realtà spesso sia la disponibilità del ristoratore che la reperibilità dei prodotti non consente voli troppo pindarici nella realizzazione del piatto. Lo scopo primario del locale è quello di realizzare utili e non soltanto di ricevere applausi, benché una cosa non escluderebbe l’altra.

DSC_1073bLo scopo di un cuoco, o chef che sia, è quello di ottimizzare i costi ed allestire menù adeguati ed accattivanti. Ecco perché l’ideale sarebbe che il proprietario sia cuoco lui stesso, persona in grado di programmare gli acquisti ed elaborarli in seguito; chi meglio del proprietario fa attenzione alle spese? Certo negli hotel o ristoranti particolarmente grandi la scelta di cuochi e chef ricade su persone decisamente più preparate rispetto a quello che può capitare in piccole realtà dove l’unico cuoco può letteralmente cambiare le sorti del locale. Acquisti che non tengono conto dei prezzi e della stagionalità, consistenti rimanenze di cibo ed un approccio errato con il cliente possono mandare gambe all’aria il locale in men che non si dica. Si impiegano tante forze e risorse per fare una pubblicità positiva ma basta uno schiocco di dita per amplificare la nomea negativa.

DSC_1071bForti del mestiere che, come detto, al momento è tra i più modaioli, i cuochi mediocri si sentono autorizzati ancora di più nelle loro malsane idee di acquisti a detta loro indispensabili e pretese scolastiche per poter esercitare la loro indubbiamente difficile professione, lasciando margini ridottissimi all’adattabilità. Senza i giusti fuochi non possono cucinare, senza un abbattitore non si può lavorare, la famosa macchina per la pasta fresca che riduce i costi poi rimane parcheggiata in un angolo per continuare ad usare la pasta confezionata, altri soldi per brasiere e forni di ultima generazione perché altrimenti la cucina è inadeguata. Somme di scuse infinite che portano ad un’unica prevedibile conclusione: fallimento.

DSC_0774nInsomma, il rischio di vedere in cucina il cuoco in pose da Masterchef con le braccia conserte e lo sguardo nel vuoto anziché chino sui fuochi a spadellare è decisamente elevato, con la concreta possibilità che ad ogni osservazione o dovuto rimprovero non scaraventi coltelli o grembiuli in aria lasciando il posto di lavoro con decine di commensali in attesa di riempire lo stomaco che rimarrà inesorabilmente vuoto.

La realtà si avvicina quindi di gran lunga a “Cucine da incubo” più che a “Masterchef

DSC_1078Fatto sta che le scuole alberghiere hanno subito un’impennata di adesioni non perché finalmente la massa ha accettato e capito che uno chef italiano può trovare lavoro in qualsiasi posto del mondo con facilità e velocità estreme e con guadagni pari o superiori a quelli di affermate figure professionali scaturite da studi universitari, ma grazie al martellamento mediatico culinario ossessivo compulsivo dei vari format dalle padelle fumanti e concorrenti impegnati.

L’abito farà anche il monaco ma alla fine, come in tutte le cose, la differenza tra un cuoco mediocre ed uno chef d’alto livello la fanno la dedizione, lo studio, la passione e la consapevolezza, a maggior ragione in cucina dove più che d’arte si dovrebbe parlare di culto vero e proprio. Chissà se le scuole alberghiere italiane approcciano i ragazzi in modo corretto alla professione, magari come descritto dalla scrittrice Banana Yoshimoto nel suo meraviglioso racconto “Kitchen” dove la cucina appunto è al centro spirituale della protagonista.

In attesa di scoprirlo, siamo tutti Masterchef.

 

6704710949_30cb6cea7c_z“Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina. Non importa dove si trova, com’è fatta: purché sia una cucina, un posto dove si fa da mangiare, io sto bene. Se possibile le preferisco funzionali e vissute. Magari con tantissimi strofinacci asciutti e puliti e le piastrelle bianche che scintillano.” (Tratto dal libro “Kitchen” di Banana Yoshimoto)

 

Ferie e Maratona a Rodi in aprile

marathonFinalmente siamo entrati e viviamo l’epoca della green culture che andrà a sostituire quella del petrolio e cemento che, come colpo di coda prima di congedarsi definitivamente di scena, presenta un conto salato a partire dalle fastidiose nuove allergie sempre più diffuse, al cancro; che di certo non ha bisogno di ulteriori chiarimenti e che sempre più spesso colpisce le nostre famiglie.

Questa premessa impegnativa ci permette di guardare l’evento cui leggerete in seguito con uno slancio più positivo e come ulteriore passo verso un mondo più verde e sostenibile.

Parliamo infatti della possibilità di svolgere la propria passione, la corsa, che ultimamente conta sempre più seguaci, in un luogo dove il sole ed il mare assicurano la buona riuscita anche delle proprie ferie: a Rodi in Grecia.

controviaggio14v15sportLa moda della Green Economy avanza a passi di gigante riempiendo le tasche delle aziende che convergono in quella direzione proponendo i loro prodotti ecosostenibili, alimentando di conseguenza la giostra del marketing che spinge sempre più la linea verde, convincendo anche sempre più persone ad uscire di casa e fare attività all’aria aperta supportati da tecnologie portatili ed abbigliamento performante. Questa volta l’odore dei soldi non porta malessere e cadaveri ma fortunatamente qualcosa di più utile e costruttivo dimostrando che le buone idee solari e divertenti sono anche più fruttuose e redditizie del grigio e tenebroso malaffare. (Il fatto poi che ancora oggi alcune grandi aziende per farci indossare le nostre belle scarpine colorate o magliettine dryfit sfruttino il lavoro minorile e sottopagato è un altro discorso).

DSC_0015Tornando a noi, l’idea sottoposta è alquanto semplice: perché non unire la propria passione ad una settimana di ferie? Tutto questo si può fare proprio in Grecia, nella bellissima isola di Rodi che il 26 aprile propone la seconda edizione della Maratona classica RoadstoRhodes che è completata dalla 10 km e 5 km (quest’ultima ha sostituito la maratonina).

Il giorno d’arrivo in Grecia, stando ai voli disponibili, è il martedì 21 aprile, l’alloggio il Rodos Palace, struttura 5 stelle situata esattamente sul bellissimo percorso di gara e lungomare dove sarà quindi possibile svolgere i propri allenamenti in attesa di partecipare alla manifestazione vera e propria che si svolge la domenica 26 aprile. Il rientro in Italia è previsto il martedì 28 che permette quindi anche un adeguato defaticamento.

marMa perché proprio la Maratona di Rodi quando ce ne sono centinaia d’altre? L’affluenza è ancora sostenibile quindi i professionisti vedrebbero aumentare a dismisura le probabilità di salire sul podio e tornare a casa con qualche trofeo da sistemare sopra il caminetto, così come per i semi professionisti o corridori amatoriali che potrebbero ambire a posizioni finali più stimolanti rispetto al 679mo posto di una Stramilano, ad esempio. (che si corre il 29 marzo 2015)

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Podio 10km ed.2014

Alloggiare difronte al percorso e poter visitare l’isola o semplicemente limitarsi a prendere il sole e fare il bagno tra un allenamento e l’altro sono altri motivi validi.

Nel ricordare a tutti che Controviaggio è un semplice blog senza scopo di lucro e non una agenzia di viaggio, né un tour operator e non un’associazione sportiva e che niente ha a che fare con l’organizzazione della Maratona, l’aiuto che potrete ricevere è di tipo informativo per poter organizzare la vostra settimana ed un amichevole sostegno in loco dove possiamo concordare con l’hotel un menù dedicato agli atleti ed eventuali prezzi scontati per chi usufruirà del centro massaggi.

Coltivare la propria passione durante le ferie assieme alla propria famiglia o assieme all’associazione sportiva di cui si fa parte è sicuramente qualcosa di unico e piacevole. Perché allora non farlo a Rodi?

http://www.roadstorhodes.com/       https://it.mynextrun.com/run/search?q=Rhodes

Isis: Ciak si gira!

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Sarà, eppure qualcosa non quadra…

Parliamo del nuovo spauracchio dell’Occidente, ossia un gruppo di fanatici che si fan chiamare Isis e che giorno dopo giorno sventolando bandiere nere inneggianti la grandezza di Allah arruolano tra le loro linee un crescendo di seguaci rivoluzionari provenienti da tutto il mondo.

Le forti perplessità che dietro a questa minacciosa entità che ha dichiarato guerra al resto del mondo islamico, e non, ci sia una regia occidentale sono piuttosto consistenti. Saranno anche allucinanti supposizioni probabilmente derivate da tutti i telefilm che quotidianamente le tv ci propinano ad ogni ora con i buoni sorridenti ed armati fino ai denti che lottano e distruggono i cattivi incazzati ed armati fino ai denti, ma comunque meritano essere discusse, tanto per fugare ogni ragionevole dubbio.

guantI PRIGIONIERI E LE TUTE ARANCIONI: Partendo dal presupposto che i popoli arabi sono storicamente popoli nomadi e pertanto non inquadrati, piuttosto disordinati e confusionari anche in ambito militare dove l’aspetto è considerato importante ma non a livello maniacale come in Occidente, spesso a causa delle scarse risorse economiche su cui possono contare, viene da pensare sul perché i prigionieri dell’Isis indossino delle tute arancioni stile Guantanamo e non delle semplici Galabeia come tra l’altro hanno indossato le due ragazze italiane rapite in Siria e poi rilasciate dopo il pagamento del riscatto richiesto, Vanessa Marzullo e Greta Ramelli. Magari ci sarà scappato qualcosa, eppure tutta questa attenzione nella cura dei prigionieri, nessuno con barba incolta (il Corano non gradisce la rasatura completa, tra l’altro) o segni dovuti alla trascuratezza cui i popoli del medio oriente ci hanno abituati, se non altro per le circostanze ambientali, può far sorgere qualche dubbio.

videoRIPRESE VIDEO PERFETTE: E’ sorprendente il fatto che tutti i video siano girati senza il minimo intoppo. Chi ha lavorato nel Medio Oriente in luoghi poveri dove si presume siano di istanza i militanti dell’Isis, anche perché il paesaggio circostante il luogo delle esecuzioni non ricorda certo il centro di Dubai o Abu Dabi, sa bene quante difficoltà si debbano affrontare giornalmente a causa della scarsezza dei materiali e dell’approssimazione dei tecnici locali. Poter realizzare dei video professionali in luoghi aridi e senza nessun appoggio tecnologico adeguato nelle vicinanze è pressoché impossibile per un reporter amatoriale, completamente impensabile per un operatore originario del luogo. Non un incertezza nelle riprese, nessun riflesso sbagliato. Una delle più grandi difficoltà che può incontrare un fotografo o un videomaker è lavorare nel deserto con il sole a picco ed una ristrettezza di orari utili impressionante. L’Isis prima di intraprendere il percorso guerrigliero avrà pensato di partecipare a qualche corso di fotografia o avrà arruolato tra le proprie fila dei registi e cineoperatori. Preoccupandosi, tra un Kalashnikov e l’altro, di acquistare Canon, Sony, Go Pro e schede di memoria.

rapGLI ARRUOLAMENTI E GLI INFILTRATI: Questo sicuramente è il dubbio più importante. Ma è mai possibile che i potenti ed onnipresenti servizi americani coadiuvati in loco da quelli forse più invasivi e preparati al mondo israeliani non riescano non solo ad individuare le postazioni del presunto nemico ma nemmeno ad infiltrare un qualsiasi dei loro uomini super addestrati? Le tecniche tanto utilizzate e sbandierate per sgominare le bande criminali e spacciatori incalliti in questo caso non valgono? Riescono ad arruolarsi nell’Isis ex rapper diciannovenni inglesi e mogli infelici albanesi risiedenti nel lecchese e non delle spie di gruppi speciali? Questo è forse il punto che più lascia perplessi sulla reale provenienza ed autenticità dell’Isis.

B87y9-yIgAACFIO.jpg largeIL PILOTA GIORDANO ARSO VIVO MAAZ AL KASSASBEH: Nessuno mette in dubbio la veridicità dei decessi dei martiri decapitati o, nel caso, brutalmente arsi vivi, bensì si tratta di comprendere la reale provenienza e motivazioni degli spietati esecutori. Il video in questione apre numerosi quesiti: il primo deriva dal fatto che ancora una volta si nota una scena del delitto in stile telefilm americano, che più che un’organizzazione di terroristi reale ricorda quelle messe in scena in McGyver dove però il finale è più gioviale grazie alla solita molletta per i capelli ed il chewing gum esplosivo. Il plotone di esecuzione è perfettamente fermo ed allineato, con divise mimetiche ricercatamente uguali ed in ordine, passamontagna identici e, cosa ancor più sorprendente per la provenienza di quei popoli, in silenzio. Osservano in silenzio. Come dire che ad un tratto Papa Francesco si mettesse a ballare il tuca tuca a San Pietro durante l’omelia. La gabbia dove è tenuto il povero ostaggio è saldata perfettamente, non presenta alcun difetto ed anche in questo caso assistiamo a delle riprese video magistrali, un’esecuzione senza intoppi nonostante la difficoltà nel poter appiccare il fuoco e fargli seguire un percorso prestabilito senza che questo si spenga o che insorgano contrattempi, ripeto, molto frequenti da quelle parti. Una volta incenerito il corpo del povero martire giordano Maaz Al Kassasbeh ecco che compare un Caterpillar per seppellire sotto un manto di pietre quel che di lui resta e la gabbia che lo conteneva da vivo. Ribadiamo il concetto: tutta questa perfezione non appartiene alla cultura di quei popoli, approssimativi e pasticcioni nel dna.

Dulcis in fundo, l’Isis che combatte perché mossa dal più profondo credo fanatico religioso e che non tollera l’ignoranza religiosa, brucia viva una persona disubbidendo così all’indicazione del Corano che vieta espressamente la cremazione e facendo infuriare pure il non certo moderato e diplomatico Ahmed Al Tayeb, Grande Imam della Moschea Al Azhar del Cairo.

imagesLE MOTIVAZIONI: Naturalmente per difenderci dal nemico la soluzione è quella proposta giorno dopo giorno, ora dopo ora, minuto dopo minuto nelle centinaia di film, telefilm e videogiochi d’oltre Oceano che ci indottrinano ad armarci fino ai denti e combattere contro i cattivi. Così mentre gli occidentali subiscono un lavaggio di cervello più o meno virtuale ed i musulmani ne subiscono uno religioso altrettanto alienante, si creano situazioni favorevoli al commercio di armi e tecnologie che permettono di mantenere sempre vivo e redditizio il giro di milioni di dollari che ci gira intorno. Il continuo stato di tensione in cui viviamo è appositamente confezionato per alimentare le nostre paure e giustificare qualsiasi attacco e morte a scopo non solo difensivo ma molto spesso anche preventivo. Quest’ultima motivazione frequentemente usata dagli ebrei che con la scusa degli attacchi terroristici hanno invaso un territorio e sterminato il popolo che lo abitava, nonché utilizzata dagli Stati Uniti per bombardare indistintamente luoghi e popoli del Medio Oriente. Pure gli alleati naturalmente necessitano di rinforzare le proprie difese in vista della minaccia imminente e così anche l’Italia è giustificata nell’acquisto di cacciabombardieri F16 che dovrebbero contrastare gli imminenti attacchi terroristici.

D’altronde le guerre sono l’anima del commercio.

Nel frattempo prima che qualche esponente dell’Isis decapiti anche le nostre teste, suggeriamo di usarle un po’ meglio…

A Como va in scena l’Artifisciò

Prendiamo una caserma, emblema di ordine e disciplina, apriamo le porte ad artisti di strada ed hippie pazzerelli e mettiamoli su di un palco all’interno di un ex circolo ufficiali. Immaginiamo cosa potrebbe succedere. Per vederlo, senza immaginarlo, basta recarsi alla Caserma de Cristoforis di Como che, dopo un bando di concorso ha deciso di ospitare gli artisti del Centro Culturale Artificio.

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Ogni secondo venerdì del mese va quindi in scena uno spettacolo che registra puntualmente il tutto esaurito pur non annoverando tra le proprie fila personaggi illustri o famosi. La modesta stanza che li ospita si riempie in pochi minuti creando un’atmosfera da vecchi e rimpianti tempi quando la televisione lasciava ancora spazio a teatri ed avanspettacolo. Assistere ad uno spettacolo di Artifisciò significa essere coinvolti in un turbinio di emozioni, energia e sinergia con questi eccellenti saltimbanchi e giocolieri che con umiltà e forza di volontà si innalzano ad indiscussi protagonisti sostenuti dalla loro passione, caparbietà ed entusiasmo del pubblico presente.

Rasta Lele ed il suo monociclo

Rasta Lele ed il suo monociclo

Artifisciò è uno di quei progetti predestinato ad un successo esponenziale che nemmeno gli stessi ideatori immaginano vista la loro innocente e spontanea vena artistica che prevarica qualsiasi trama economica o carrieristica.

E’ significativo, ad esempio, il fatto che sul palco non siano granchè graditi i cabarettisti perché considerati un po’ troppo snob e poco portati al lavoro di gruppo, cosa che personalmente confermo avendo io stesso un passato da aspirante cabarettista con presenze al Zelig Lab dove di laboratorio c’è ben poco; ognuno pensa a se stesso con atteggiamenti da prima donna solo perché è nella cerchia del mondo Zelig che in realtà lascia ben poco spazio alle nuove leve con attenzioni principalmente rivolte al commerciale. L’esatto contrario di Artifisciò che rappresenta quello che rappresentava il Derby di Milano, icona proprio nell’ambito del cabaret, locale diventato in seguito Zelig da cui poi è nato tutto il movimento fino ai giorni attuali. Ma Iannacci, Gaspare e Zuzzurro, Diego Abatantuono e via dicendo mai avrebbero pensato che un giorno sarebbero diventati quello che sono ed erano; proponevano avanspettacolo, puro. Regalavano emozioni a poche decine di fortunati spettatori che tornavano a casa con argomenti più o meno seri sui quali riflettere e discutere con il sorriso sul volto.

L'illusionista Rossita

L’illusionista Rossita con una “cavia”

Chi ha fatto spettacolo percepisce le tensioni, preoccupazioni e paure che si creano prima di ogni esibizione, adrenalina pura che come una molla si carica fino a fine corsa per poi esplodere davanti al pubblico che ne rimane rapito, ammaliato. Sensazioni che sono amplificate all’ennesima potenza proprio tra i debuttanti o artisti poco abituati ad esporsi al pubblico e che creano una sorta di effetto solidarietà anziché quel maledetto meccanismo di giudizio che è ormai timbro di fabbrica della televisione e le continue e nauseanti sfide di ogni genere che questa propone all’insegna del vinca il migliore, senza scrupoli e spesso senza che sia il migliore a vincere.

Alessandro "Cenni" Cinelli

Alessandro “Cenni” Cinelli

In realtà ad Artifisciò può scapparci qualche sporadica trascuratezza nella cura dei particolari che solo i più pignoli possono eventualmente notare, ma la regia e la conduzione sono a tutti gli effetti professionali e decisamente ben articolate. Oltre a giocolieri, illusionisti, saltimbanchi, cantautori e folkloristiche band è davvero interessante ed intelligente lo spazio dedicato alla notizia del mese tratta dal quotidiano La Provincia di Como dove a raccontarla sono proprio i protagonisti stessi. Un breve talk show che arricchisce ed ampia le vedute dei presenti che possono così verificare la notizia dalla voce degli interpreti.

Le news della "Provinicia"

I temi live da “La Provincia di Como”

Ad Artifisciò viene inoltre concesso uno spazio a chi vuole fare quel saltino dalla sedia della galleria, al palco, offrendo così allo spettatore una breve parentesi teatrale da protagonista o l’inizio di un percorso che tanti artisti ormai imprescindibili dallo spettacolo hanno affrontato.

Una citazione la meritano anche i bravissimi e professionali volontari baristi indaffarati quanto gli artisti e forse di più nello smistare bicchieri di vino, birra e cibarie autoprodotte che contribuiscono a scaldare l’ambiente. Tra di loro anche dei ragazzi particolarmente attivi ed un po’ pestiferi che avrete piacere di conoscere nel loro operato.

Percussioni etniche Kuku Fighters

Percussioni etniche Kuku Fighters

Insomma, se avete in mente di passare per Como prenotatevi con largo anticipo (molto arduo trovare posti liberi anche con la prenotazione, impossibile senza) e passate una serata davvero coinvolgente ed appassionante tra i ragazzi dell’Artifisciò che a fine serata passeranno a chiedere una libera offerta “a cappello” in cambio dello spettacolo che vi hanno offerto.

Altro che canone Rai

I protagonisti

Tutti i protagonisti sul palco