Settembre. Il mese ideale per…
Settembre è il mese della calma, della riflessione.
Forse il mese più adatto all’involontaria semina della nostalgia che germoglierà nei mesi autunnali, quelli più freddi.
A settembre chi ha il privilegio di viaggiare potrà farlo con dei ritmi più rilassanti e costi ragionevoli rispetto a quelli sostenuti dagli affannati turisti del mese precedente.
Il giorno le spiagge si rimodellano lasciando ampi spazi che anche il mare sembra gradire rallentando il suo impeto ondoso.
La sera motorini e schiamazzi scompaiono a beneficio di persone silenziose amanti delle camminate e già muniti di indumenti meno variopinti e più funzionali.
Ecco, settembre si può definire un mese gentile.
Correre diventa più piacevole; con la diminuzione del caos aumentano i percorsi ed anche la temperatura gratifica lo sforzo. Chi avrà resistito ai mesi torridi di piena estate persistendo negli allenamenti raccoglierà i suoi frutti e potrà beneficiarne durante le numerose competizioni che si svolgono in quasi ogni parte del mondo. Chi non partecipa alle gare potrà semplicemente godere di gradazioni fresche ed asciutte che renderanno i movimenti più fluidi e normalizzeranno il respiro durante le attività all’aperto.
Per molte aziende, specie nell’ambito turistico, comincia il tempo dei bilanci e si apre il mercato della compravendita di manager che come calciatori cambiano casacca riciclando i vecchi umori con nuove ambizioni. Figli di lunghe stagioni accumulate qua e là che passano la spugna sulla lavagna di settembre in attesa di riscrivere nuovi versi su quelle dei mesi successivi.
Settembre è tempo di vendemmia e profumo di mosto che può ingannare l’olfatto degli inesperti inebriandoli con il suo profumo corposo e definito, celando in sé un’annata formidabile oppure al contrario un fallimento. In un caso o nell’altro, anno dopo anno, la vigna è la stessa. Su di essa determinano gli eventi trascorsi.
Settembre sono i saluti e le strette di mano a persone che crediamo importanti e che magari per qualche mese lo sono state, ma pronte a svanire nel nulla come le centinaia di teli stesi sul bagnasciuga o gli ombrelloni cui l’ombra non sembra più necessaria nonostante il persistere di caldi raggi solari.
E godere di ciò che rimane e che, al solito, è l’essenza.
September (David Sylvian)
The sun shines high above
The sounds of laughter
The birds swoop down upon
The crosses of old grey churches
We say that we’re in love
While secretly wishing for rain
Sipping coke and playing games
September’s here again
September’s here again
Settembre (David Sylvian)
Il sole splende su, in alto
Il suono delle risa
Gli uccelli si posano
Sulle croci di antiche chiese grigie
Noi diciamo d’essere innamorati
Mentre in segreto speriamo che piova
Sorseggiamo Coca Cola, giochiamo
Settembre è qui, di nuovo
Settembre è qui, di nuovo
Why do you fuckin run?
La domanda è posta da un ragazzo ubriaco trasportato da uno sfuggente pick up nella parte del cassone, in piedi, mentre si regge alla barra metallica posta a ridosso del cabinato: “Why do u fuckin run? Why?” Intuibile il significato, che comunque possiamo tradurre in “Perché minchia corri? Perché?”
L’involontario destinatario è un signore di 42 anni suonati che di corsa sullo stesso versante di strada sta intraprendendo la discesa che coincide con gli ultimi 4 km di percorso appena beatamente e pacificamente svolto.
Non trovano immediata risposta né uno, né l’altro.
Il primo probabilmente già dopo qualche metro avrà evaporato attraverso il suo sguardo ebete l’immagine di un distinto signore con due dita medie alzate a lui rivolte, il secondo, riacquisita la forma più consona agli sportivi che non agli ultrà, ha riflettuto a lungo sul: “Perché corro?”
Naturalmente di primo acchito i pensieri postumi si focalizzano a ripetere la scena con il finale più adeguato, come nei film riguardanti il conflitto tra yankee e viet cong in Vietnam, ad esempio, dove gli americani nella finzione si rimodellano vincitori morali o di battaglie di una guerra che nella realtà hanno sonoramente perso su tutti i fronti. Nello specifico il finale più adeguato sarebbe forse stato un bel “fatti i cazzi tuoi!”.
Anche in questo caso però sarebbe andato perso il piccolo patrimonio concesso da qualcuno che manovra i fili dall’alto e che quella mattina, forse stanco di pensare a cose più impegnative, ha deciso di mettere sulla strada del riservato e silenzioso omino un disturbatore filosofo. (L’omino ultimamente di squinternati ne incontra parecchi tra l’altro)
Se niente è per caso, lo stesso dicasi del meraviglioso libro “L’arte di correre” di Haruki Murakami, che è stato regalato al runner di mezza età da un suo caro amico, con il quale condivide anche questa piccola grande passione e che mai suggerimento di lettura migliore avrebbe potuto fare; perché tra i vari piacevoli e scorrevoli versetti dell’ebook (o libro cartaceo) c’è la chiave per trovare risposta al cerebroleso ubriaco che si è fatto inconscio interprete della domanda che si pongono migliaia di persone; siano esse appassionate di corsa, sportive o meno.
Corro perché mi va. Semplicemente.
Ci possono essere altrettante migliaia di motivazioni per spingerci a correre, ognuno avrà la sua personale.
I più giovani saranno alla ricerca di record da battere o per modellare il proprio fisico, i meno giovani per tenersi in forma, eliminare la pancetta e forse regolarizzare la propria vita, altri ancora lo faranno per avvicinare mete spirituali, chi lo fa per scaricare tensione o per respirare aria pura e via dicendo.
Motivazioni che, condivido con lo scrittore e maratoneta giapponese Haruki Murakami, devono nascere dal profondo di noi stessi.
Ecco perché d’istinto la risposta che scaturisce nei pochi secondi che seguono la domanda dell’ubriaco che te lo chiede alla sprovvista difficilmente sarà diversa da un vaffanculo. Un’autodifesa del nostro ego più profondo che è appena stato colpito e proprio durante il culmine dell’approfondimento.
Ma non è la risposta giusta. Quella corretta è: corro perché mi va.
A differenza della prima cavernicola reazione, questa risposta per se stessa infonde tranquillità, sicurezza e fa sì che appaia anche un sorriso a chi la pronuncia. Sorriso che è consigliato mantenere stampato sulla faccia proprio durante le ultime fatiche di una gara o esercizio in quanto aiuta a rilassare i muscoli del corpo ed inspirare più aria, che è la prima energia vitale del corridore.
Consapevolezza e libertà sono parole di grande intensità e significato ma non tutti colgono occasione per catturare lo stato di forma che questi elementi determinano.
Se ci pensiamo tutti gli uomini sono in eterno movimento spirituale, chi camminando o chi di corsa, tutti quanti percorriamo un percorso lungo e tortuoso dal finale ignoto.
Ognuno è libero di scegliere come arrivare al traguardo. L’esperienza accumulata suggerisce che scorciatoie ed artifizi non portano mai al raggiungimento di grandi risultati, qualcuno prima o poi lo coglie, qualcun altro no. Pazienza.
Se l’ebete ubriaco non poneva la domanda (quando scrivo ebete non si senta coinvolto Renzi), probabilmente l’omino avrebbe continuato a correre senza sapere fondamentalmente il perché, cercando risposte illuminanti che spesso e volentieri si trovano tra i versetti delle frasi a concorso pubblicate nelle riviste specializzate o in qualche aforisma dettato da filosofi della Magna Grecia.
Invece…
“Perché minchia corri? Perché?”
“Perché mi va”
Grexit: Scemo e più Scemo
Alzi la mano chi tra i comuni mortali non ha tifato Grecia durante il tormentone di inizio estate denominato Grexit. Nella partita a poker decisiva che avrebbe potuto far saltare il banco europeo in molti han creduto in Tsipras ed i suoi rilanci, all’all in di Syriza che per qualche attimo ha fatto sobbalzare sulla sedia anche la Merkel ed i suoi compari. Le richieste della Grecia erano chiare e minacciose: o si riducono i debiti pregressi e continuiamo a giocare o facciamo saltare il banco. Il grande bluff per qualche attimo era riuscito a trarre in inganno un pò tutti, tranne i proprietari della bisca Bilderberg che ben sapevano di poter contare su una scala reale di contro ad una semplice e misera coppia di due formata, tra l’altro, da Tsipras e Varoufakis. Come facevano a saperlo? Il mazzo è truccato, le regole sono precise: dalla bisca non si esce vivi senza aver saldato il proprio debito.
Vanno a braccetto gli scemo e più scemo europei che hanno meravigliosamente e forse inconsciamente inscenato il teatrino estivo che ha rafforzato l’idea di folle onnipotenza ed arroganza finanziaria della cupola europeista alla quale in confronto la mafia italica sembra avere i baffetti sporchi di latte.
Avere il privilegio di assistere all’Europoker direttamente dalla Grecia lascia un retrogusto ancor più amaro perché, ce ne fosse ancora necessità, oltre a svelare la miseria di idee e la pochezza di programmi dell’Europa meridionale a fronte di un attacco economico paragonabile ad una ipotetica terza guerra mondiale, conferma la completa maliziosità fuorviante dei mass media, italiani in primis ovviamente, che hanno subissato di notizie invereconde migliaia di concittadini che ancora guardano con la bocca aperta il cielo in attesa del promesso asino che vola mentre il cane gli piscia sulla scarpa.
Scenari apocalittici che in qualche caso si sono rivelati veri nel continente; code ai bancomat e sgomento tra la popolazione che, almeno nelle isole, non ci sono mai state.
Ma questo è il vizietto di molti iscritti all’ordine dei giornalisti a conferma di quanto assistito personalmente a Sharm El Sheik nel 2002 quando appariva sul televisore sintonizzato TG5 un abbronzato e scenicamente sconvolto Carlo Rossella che dal Resort Domina Bay descriveva scenari silenziosi e saturi di sgomento ed incredulità dei turisti dovuti alla caduta di un aereo della Flash nel golfo di Naama Bay (Tiran per la precisione) mentre dalle finestre di camera di chi scrive e che guardavano esattamente nelle vie cui il Dottor Rossella si riferiva, continuava imperterrito il solito ritmo artificioso e pulsante della nota cittadina egiziana con i fastidiosi acuti di trombette disaccordate e tamburelli spremuti al limite della decenza sinfonica.
Certo la situazione in Grecia non è rosea e sicuramente a breve avrà ripercussioni ben più nefaste delle prove di giugno, d’altronde non può essere diversamente. Nelle isole non si pagano le tasse; tutti conoscono tutti, le parentele abbondano ed i favori anche. Lo spirito di comunità non manca e l’attitudine a non rispettare le regole perché protetti dal sistema è più che consolidata abitudine.
Diciamo che è ancora attuale la figura del fatalista, fannullone e spendaccione Zorba il greco che rigetta l’idea del risparmio e della programmazione futura limitandosi a vivere giorno per giorno senza preoccuparsi dell’avvenire.
Interessante punto di vista per chi come Zorba non ha legami o responsabilità alcuna se non le proprie; discutibili e controproducenti se applicate a realtà comunitarie dove il destino di migliaia di persone è a rischio sopravvivenza.
TomTom Runner Special Edition: affidabile compagno di corsa (il test)
Se state leggendo questo post è probabile che siate alla ricerca di informazioni che vi possano aiutare nella scelta di un orologio gps con il quale misurare e confrontare le vostre prestazioni e, altrettanto probabilmente, da runners neofiti o amatoriali, non vi sentite ancora pronti ad affrontare un elevato impegno economico per quello che pensate sia uno strumento d’aiuto che ancora non ritenete indispensabile.
In realtà per godere appieno dell’attività cui stiamo parlando, non c’è un ordine di importanza preciso negli acquisti irrinunciabili a far sì che la corsa sia e rimanga un piacere, seppur faticoso, piuttosto che una progressiva distruzione fisica e mentale. Per correre servono delle scarpe adatte ai propri piedi, calze rinforzate, un abbigliamento confortevole dal materiale non irritante, un orologio gps (cardio ancor meglio); Prima però c’è un investimento, questo sì più importante di tutti quelli elencati, che non si trova nei negozi ma negli ambulatori: una visita dal cardiologo dove fare un test sotto sforzo. Pensate di essere sani come dei pesci? Mentre starete correndo potrete concentrarvi su altro che non sia: “sto bene, ma se ho qualcosa e non lo so?” Ecco, dopo la visita avrete fugato tutti i dubbi e vi concentrerete solo su cose positive.
Fatte queste premesse passiamo ad illustrare il nostro TomTom Runner Special Edition che fino a poco tempo fa l’azienda olandese produceva con il marchio Nike per poi recentemente decidere di proporlo al pubblico dei runners direttamente.
La fascia di prezzo è tra le più interessanti in assoluto visto che, come vedremo, le prestazioni di questo orologetto sono assolutamente sufficienti per le necessità di un corridore amatoriale e forse anche qualcosa di più. Tra tutti quelli visionati è stato l’unico ad avere caratteristiche combinate tali da avvicinarsi di moltissimo al più blasonato Polar M400 che però ha un costo superiore.
La confezione in cui vi verrà consegnato il TomTom è essenziale e pratica come l’oggetto contenuto. All’interno oltre all’orologio ci sono anche un libretto d’istruzioni parecchio ridotto e il cavo per collegarlo al pc ove scaricare i nostri dati e ricaricare il runner che non ci metterà molto ad essere pronto per l’uso. Il cinturino, intercambiabile con la possibilità di acquistarne altri dalle diverse colorazioni è adattabile a tutti i polsi e grazie ai numerosi fori presenti risulta leggero evitando sudorazioni esagerate. Certo parliamo di un oggetto in plastica, ma dalla buonissima traspirabilità e leggerezza.
A differenza del Polar M400, tanto per fare un confronto, è preferibilmente indossabile solo nelle occasioni sportive, vista la colorazione abbastanza vistosa e la struttura dell’orologio stesso.
Il quadrante ha una dimensione interessante sul quale si riesce a leggere perfettamente le informazioni sia durante il giorno che durante la notte grazie all’illuminazione facilmente disponibile con la funzione touch screen presente sullo schermo appunto. I caratteri sono ben visibili e si può scegliere cosa far comparire sul quadrante tra ora, tempo percorso, media velocità, metri percorsi e via dicendo.
Il tasto di navigazione è unico e di una comodità estrema specie negli ultimi passi della nostra corsa dove, a differenza di altri orologi in cui diventa inevitabile mettersi alla ricerca del tasto giusto perdendo concentrazione e secondi inutilmente con il rischio di alterare le nostre prestazioni, basterà premere ripetutamente per due volte il cursore verso sinistra per archiviare i dati a conclusione della prestazione. Premendolo una sola volta il TomTom Runner si posizionerà in pausa.
Sempre con il nostro cursore, inizieremo la regolazione con il tasto di destra che ci porterà alla schermata base ove scegliere tra modalità corsa, tapis roulant o cronometro. Selezionando la modalità corsa, sempre scorrendo verso destra, comparirà un omino stilizzato mentre corre e partirà la ricerca del segnale gps che, per esperienza, si sintonizza molto velocemente. Si leggono recensioni che parlano di problemi di aggancio satellite in caso di nuvolosità o nel mezzo di boschi… Sarà ma finora ha funzionato in ogni condizione. Se con il cursore durante questa schermata andiamo verso sopra entreremo nel calendario dati dove sono registrate le nostre prove da consultare, scorrendo verso il basso tra le opzioni di impostazione dove compariranno le scritte allenamento e metriche. Se nelle seconde potremo scegliere se avere come riferimento miglia o chilometri e cosa visualizzare sullo schermo, nella voce allenamento potremo scegliere tra obiettivi (cioè distanza, tempo o calorie), Intervalli (le famose ripetute facilissime da impostare), giri (anche con funzione manuale), zone e gara.
Quest’ultima funzione interessante perché consente di sfidare se stessi ed i tempi precedentemente effettuati che possono essere aggiunti a quelli già inseriti di default.
Non ci sostituiremo al libricino delle istruzioni perché l’intento è quello di dare un’opinione riguardante il TomTom Runner e nulla di più. Naturalmente non mancano le note stonate e la rilevazione dell’altitudine pare essere una di quelle. Non sempre la rilevazione delle altezze corrisponde a realtà, ma sinceramente ce ne se può fare una ragione.
Molto essenziale anche il software pensato per questo gps che è di facile lettura e contiene tutti i dati necessari per monitorare la propria tabella di allenamenti. Forse qualche soluzione grafica ed interattiva più accattivante non starebbe male. In tal senso il confronto con il Polar M400 vede più brillante la strategia di questi ultimi, senza menzionare Garmin che è indiscutibilmente tra i migliori, se non il migliore, anche dal punto di vista software e connettività con i vari social network.
Comunque sia il TomTom Runner Special Edition, nella sua essenzialità, è un prodotto assolutamente interessante e consigliabile che vale il prezzo richiesto ed anzi offre prestazioni simili o addirittura superiori a gps appartenenti a prodotti di maggiori pretese. Compatibile ed acquistabile come optional la fascia cardio di cui sentiremo parlare sempre meno perché, ad iniziare dai modelli TomTom più evoluti ed emulati da altre case, il sensore cardio è e sarà integrato nella cassa dell’orologio direttamente, eliminando così il fastidioso accessorio toracico.
Kastellorizo: Dedicato a tutti quelli che stanno scappando
“Ci stavano mandando in missione a Megisti, un’isola sperduta dell’Egeo, la più piccola, la più lontana; importanza strategica zero” Queste sono le parole che introducono la storia del film Mediterraneo, girato nell’ormai lontano 1991 dal regista Gabriele Salvatores ed ambientato nell’esistente isola di Castelrosso, Megisti o meglio conosciuta come Kastellorizo.
In quello che di
venterà un film cult per gli amanti della Grecia e che sarà pluripremiato con diversi Oscar, non mancano le inesattezze storiche, verità tralasciate che ad ogni modo non solo non intaccheranno il successo della pellicola ma anzi, contribuiranno a rendere una piccola e davvero sperduta isoletta dell’Egeo meta di pellegrinaggio quasi ossessivo da parte di milioni di italiani.
A distanza di oltre vent’anni resiste il fascino ed il richiamo delle immagini girate sapientemente da Salvatores che ci spingono a voler visitare di persona quell’isola che durante la Seconda Guerra Mondiale ha ospitato un gruppo di goffi, a volte disperati, a tratti goliardici soldati, frutto della fantasia del regista e dell’immaginario collettivo. Un ritratto stereotipato ma innegabile che contraddistingue gli italiani nel mondo: burloni, approssimativi, sbadati, furbetti e romantici; con una forte dose d’umanità.
L’atavica pigrizia dei greci che certo non si contraddistinguono per saper cogliere e sfruttare le occasioni che piovono dal cielo, non facilita il compito del visitatore nello scoprire o identificare i luoghi esatti ove sono state girate le scene più emblematiche di Mediterraneo. A Kastellorizo non esiste nessuna indicazione, targa o cartello turistico ad indicare con esattezza qualche posto riconducibile al film. Certo non ci si aspetta un museo a cielo aperto né tantomeno un parco tematico, ma sarebbe carino riuscire a toccare con mano, o perlomeno credere di farlo, porzioni di isola immortalate nel lungometraggio di cui non c’è più traccia. Eppure Mediterraneo ha trasformato la vita di questa piccola isola che fino ad allora non se la passava molto bene.
Anche i collegamenti con la vicina Rodi sono piuttosto scarsi.
Kastellorizo al di là del passato cinematografico, si sviluppa per lo più attorno al porto principale con le solite classiche casette color pastello affacciate sul mare e decine di tipiche taverne che offrono ai visitatori intensi momenti di rilassatezza. L’isola è molto silenziosa e tranquilla così come gli abitanti che hanno dei ritmi, se possibile, ancor più blandi rispetto agli altri greci. Le ore calde della giornata contribuiscono ad abbassare ulteriormente la pressione così che anche gli ultimi neuroni scalpitanti in cerca di nuove idee finiscano per arrendersi e parcheggiarsi in qualche remoto angolino di cervello.
Buon segno per la salute del mare anche la presenza di tartarughe, che salgono in superficie a respirare quasi con timidezza protette dal loro milionario carapace e che ovviamente diventano interessante preda dei turisti in cerca di foto; tra loro c’è chi usa il richiamo del gatto per farle avvicinare (ma è una tartaruga), altri che buttano pezzi di pane (si nutre di pesci, crostacei, calamari…), altri ancora che cercano di tuffarcisi sopra (e lei si immerge).
Oltre al porticciolo è suggerita la visita al Castello di Kastellorizo, che come tutte le fortezze porta con se una storia ricca di episodi epici. La vista che si prospetta dalla roccaforte è molto suggestiva sia per una visione panoramica del porto sia per il circondario dell’isola pieno di spiagge meravigliose. Tra l’altro, a proposito di spiagge, dal porto principale si possono raggiungere con piccole imbarcazioni taxi proprio alcune delle più caratteristiche come la piccola grotta marina di Saint George.
La vista migliore in ogni caso è il premio dei più audaci, ossia le persone che nonostante le temperature pomeridiane ai massimi livelli intraprendono il cammino su una scala in pietra non proprio agevole che promette di vedere l’antica Kastellorizo, una volta giunti a destinazione. Sarà, ma dopo aver inzuppato la maglietta ad accoglierci ci sarà un paesaggio carsico in un assordante silenzio scandito dall’incessante suono delle cicale. In compenso sarà proprio quello il punto migliore dove scattare foto suggestive e realmente panoramiche.
“In tempi come questi la fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare” si legge nella frase incipit del film Mediterraneo, scritta da Henry Laborit, tra le altre cose filosofo francese e sostenitore del fatto che l’uomo è alla costante ricerca del piacere e con una innata necessità di cambiamento.
Uomo, aggiungiamo noi, che ha sempre più mezzi per comunicare ma sempre meno pensieri da esprimere, partecipe di una società contemporanea basata sul commento e non sulla riflessione.
Il film si conclude con tre reduci facenti parte del gruppo di soldati di stanza a Megiste, che si ritrovano molti anni dopo nello stesso luogo, seduti in una taverna e che, ovviamente stanchi ed invecchiati, tirano le somme della loro vita; amareggiati dagli illusori inganni e false promesse del dopo guerra e certi che l’unico potere di sopravvivenza nelle nostre mani, alla fine dei conti, altro non è che l’incoscienza ed intraprendenza della fugace giovinezza cui tutti abbiamo transitato o stiamo transitando e che ci da la forza di scappare; fino ad arrivare al punto in cui capiremo che forse è proprio da noi stessi che cerchiamo di fuggire.
“Dedicato a tutti quelli che stanno scappando”
p.s.: Caro Gabriele Salvatores, sarebbe davvero bello girare la scena finale del film Mediterraneo vent’anni dopo con gli stessi attori senza dover ricorrere allo stratagemma del trucco per invecchiarli. In fin dei conti quale truccatore migliore se non il tempo stesso?”
Le foto di Kastellorizo su Instagram @controviaggio
I Racconti d’estate: Il Barbiere di Patrasso
Per il periodo estivo e non solo dato che sul blog i post rimangono accessibili ad ogni stagione, potrete fare letture di brevi racconti con comun denominatore un salone da barbiere. Tanto per non perdere l’abitudine ai viaggi, ad ogni storia cambierà il luogo d’ambientazione e di conseguenza la nazionalità del barbiere di turno. Solo il cliente sarà lo stesso ed è lui a scrivere ciò che state leggendo…
Tra intrecci noir e grotteschi, tra invenzione e realtà, non vi rimane altro che incominciare la lettura…
IL BARBIERE DI PATRASSO
Ci sono diversi modi per affrontare la vita, tra questi non decidere di risolvere gli eventi e farsi trasportare dagli stessi o viceversa dare un senso anche alle cose meno simpatiche.
Tra le varie disdicevoli ricorrenze naturali, forse la più trascurabile, per molti addirittura non più esistente, c’è la ricrescita dei capelli.
Chi per svariati motivi è spesso lontano da casa ed è incapace di utilizzare le infernali macchinette tosatrici si ritrova obbligato a rivolgersi di volta in volta a barbieri sconosciuti che, non è un esagerazione, dal momento in cui prendono le forbici al taglio della prima ciocca, suscitano sempre sudori freddi.
Per sdrammatizzare quel fatidico momento generalmente si incominciano delle conversazioni basate su banalità tra domande e risposte viziate da incomprensioni e timori. Spesso è il barbiere che intavola il discorso…
A Patrasso ero appena sbarcato dopo ore di noiosissimo viaggio su uno dei tanti enormi traghetti che fa spola dall’Italia alla Grecia. Le ore di strada che mi separavano al porto del Pireo ad Atene erano nulla rispetto a quelle che avrei dovuto aspettare prima di imbarcare nuovamente la macchina per raggiungere l’isola di destinazione. Sarà stato il caldo o la stanchezza ma avere il capello leggermente fuori misura e disordinato mi fece optare al taglio seduta stante. La ricerca del barbiere a Patrasso non fu così difficile vista l’ora pranzo in cui l’unica bottega con la porta aperta ed apparentemente disponibile pareva essere quella di un signore piuttosto anziano. Indossava un grembiule stile anni sessanta e teneva i capelli bianchi imbrillantinati e solcati da un pettine a denti larghi. Questo signore era di carnagione scura, abbastanza minuto, con il viso un po’ scafato, il naso aquilino; tipico greco, pensai. Probabilmente aveva da poco terminato di servire un cliente dato che armeggiava la scopa per pulire i capelli residui sul pavimento. Mi fece accomodare sulla poltrona dopo avermi salutato in greco con un deciso e forte kalimera. Dopo avermi avvolto con un telo nylon bianco per evitare di riempire di peli gli indumenti che indossavo, diede qualche colpo deciso con il piede alla leva, mi posizionò alla giusta altezza e guardandomi allo specchio che oltre a me rifletteva una pompetta dell’acqua, altre forbici ed una pomata ordinatamente sistemati su di una mensola in legno piuttosto retrò mi chiese che taglio volessi. In greco. Capì ciò che mi disse ma non riuscì a rispondere nella sua lingua che pur parlicchiavo, facendogli però inequivocabilmente intendere la mia provenienza. “Ah, italiano” disse. Lui l’italiano lo parlava dato che aveva vissuto per molti anni in un paesino non ben definito di qualche regione che non capì bene.
Cominciò a raccontare in un italiano approssimativo e con forte accento greco stile “una fazza una razza” che per comodità trascriverò in modo corretto per facilitarne la lettura e la comprensione del senso “Sono stato per molti anni in Italia e la conosco bene. Ci andai da ragazzino, ero povero quella volta”.
-Non sembra ricco manco adesso, pensai maliziosamente
“I miei genitori erano molto poveri. Mio papà lavorava su una piccola barca di pescatori vicino ad Olympia, mentre mia mamma rimaneva a casa a cucinare ed a badare a me ed i miei dodici fratelli. Solo uno è rimasto vivo. Si è trasferito a Salonicco ed aveva dodici figli. Ma solo uno è rimasto vivo. Si è trasferito ad Atene. Mio nipote è sposato e sua moglie è incinta per la dodicesima volta.
Quegli anni erano duri, noi eravamo molto poveri. Aiutavo mio papà a districare le reti e fu proprio durante una di quelle giornate sotto il sole tra il groviglio di fili di cui non venivo a capo che decisi di prendere le forbici e tagliare tutto. Mio padre non la prese bene e per punizione mi chiuse in una cassa di legno per alcuni giorni. Purtroppo i soldi erano pochi e non riuscimmo a ripagare il danno fatto ai pescatori che davano lavoro a mio padre tanto che fummo costretti ad emigrare l’anno dopo. Quando uscì dalla cassa mi stropicciai gli occhi e vidi un paesaggio diverso da quello che ricordavo prima d’esserci entrato. La gente si spostava in groppa agli asini come in Grecia, c’era caldo come in Grecia, resti di templi abbandonati come in Grecia, ma la gente parlava in modo diverso, avevano una lupara a tracolla ed invece del caffè bevevano la granatina. Capì subito che eravamo in Germania. Mio papà trovò lavoro come pescatore anche là. Oltre alla cassa con me dentro probabilmente si era portato dietro anche il diploma da pescatore e quello che rimaneva delle reti che avevo tagliuzzato l’anno precedente. Purtroppo quell’annata non fu delle migliori, il pescato non abbondava ed a casa il cibo cominciava a scarseggiare. I miei dodici fratelli, che ci raggiunsero qualche mese più tardi assieme al mia povera mamma, lavoravano come muratori ed in un anno avevano costruito tre nuovi quartieri finché non venne detto loro che c’erano sei case libere per ogni abitante e sarebbe stato meglio prendersi una breve pausa prima che il paesello di S.Rocco Barbinaceo (quello si capiva…) fosse stato completamente sommerso dal cemento. Le ultime costruzioni che ricordo sono due enormi colonne di sostentamento ad un ponte, proprio in concomitanza con la sparizione di due miei fratelli.
Eravamo molto poveri”.
-Li lasci pure più lunghi sopra, grazie. Mi spiace per i fratelli. Proprio scomparsi?
“Decidemmo di tornare in Grecia, ci mancava.
Fui accolto da uno zio vicino a Salonicco, è da lì che incominciai il mio mestiere. Facevo il garzone nella sua bottega di barbiere…”
-A che età? …circa
“Avevo 25, 36 anni…
Mio zio era una persona molto importante nel paese. Da lui andavano a tagliarsi i capelli il sindaco, il prete ed il capo della polizia. Un giorno mi ricordo che sentì degli spari nel campo dietro alla Chiesa. Accorremmo subito a vedere quello che era successo. Ricordo che in quel preciso istante mio zio stava tagliando le basette proprio al capo della polizia che, sentito gli scoppi, si alzò dalla poltrona con un balzo, diede qualche sorso al caffè ed impugnando l’arma si precipitò ad accertarsi di cosa stava accadendo… Io ero terrorizzato al solo pensiero di quello che poteva essere successo ed infatti non mi sbagliavo. Nella nostra bottega girava voce che la moglie del falegname fosse uscita da sola sul terrazzo e nonostante l’assenza del marito, abbia rivolto lo sguardo al figlio del pastore che in quel momento stava pascolando le pecore. Il figlio del pastore era un bel ragazzo giovane e prestante. La domenica si faceva il bagno e partecipava alla cerimonia religiosa, persona per bene. Il falegname però, che stupido non era, si accorse di tutto e così quel giorno fece una pazzia.
Quando arrivammo sul posto era troppo tardi per fermarlo: gli scoppi che sentimmo erano usciti dallo scarico del furgoncino del falegname che, caricata la moglie e tutte le loro provviste, abbandonò il paese dalla vergogna. Riuscimmo a vedere solo la sagoma del malandato furgoncino azzurro che si allontanava inequivocabilmente in qualche posto lontano dove ricominciare la loro vita”.
- Ah, pensavo ad un finale peggiore sinceramente…
“Oggi giorno i tempi sono cambiati. L’ultimo dei miei dodici figli mi è morto ammazzato da delinquenti l’anno scorso. Gli altri sono morti prima. Aveva solo 34 anni.”
- Pure lui? Ma la sua famiglia non è molto fortunata mi pare di capire… Mi dispiace… Cosa gli è successo?
“Quella mattina ero sceso a lavorare come sempre. Avevo aperto bottega presto e mi ero messo a riordinare. I miei figli fortunatamente non sono nati in una famiglia povera come la mia; hanno trovato una casa, cibo e sono andati a scuola anche fino ai 13 anni. Tutti intelligenti, ma lui speciale. Mi aveva fatto capire, per dire quanto era intelligente, che se lui fosse venuto in bottega ad aiutarmi la gente avrebbe pensato che un giorno sarebbe potuto diventare più bravo di me, in seguito avrebbe aperto un suo salone ed io sarei rimasto senza lavoro perché tutti sarebbero andati da lui. Ma mio figlio, intelligente ed altruista, volle evitare questa situazione e così evitò di venire a lavorare in bottega sforzandosi di fare il mantenuto. Gli costava caro dormire fino alle prime ore del pomeriggio ed uscire la notte ad ubriacarsi con gli amici fino al mattino seguente e vedevo quanto era mortificato ogni volta che passava a trovarmi mentre ero al lavoro per chiedere delle dracme di sostentamento.”
- Ma poi di cosa è morto?
“Una fine stupida, come la maggior parte delle volte che la morte viene a bussare. In modo stupido.
Quella mattina stavano trasferendo uno spazzaneve da Salonicco a Patrasso perché avevano previsto forti nevicate. Ma a Patrasso non nevica mai! Greci idioti!
Mio figlio dopo anni si era svegliato presto ed aveva deciso di andare a cercare un lavoro che non fosse il barbiere. Ho ancora in mente l’immagine che vedevo attraverso il lunotto del maggiolone: un bel ragazzo sorridente con i capelli lunghi neri e la barba incolta, maglietta rossa e con la sigaretta nella mano sinistra e bicchiere di Nescafé e cellulare nella destra mentre parla al telefono con probabilmente la sua ragazza. Come dimenticare il crocifisso che appeso allo specchietto ciondola riflettendo la sua immagine sui suoi occhiali scuri? Non l’avrei mai più rivisto.
Dicono che mentre guidava gli sia caduta della cenere nel caffè e così abbia provato a toglierla dal bicchiere con l’antenna del cellulare e che non si sia accorto che il pitagyros che aveva appoggiato vicino al cambio sia finito proprio sotto al pedale del freno. L’impatto con lo spazzaneve è stato fatale.
Ed a Patrasso non nevica mai”.
- Che sfiga, vero… Bene, quanto le devo?
“30 euro”
- Ah, pensavo meno…
“Eravamo poveri, molto poveri…”
Rodi Cult: Il Porto delle Miserie
Dedicando un post al Parco di Rodini, argomento che ha riscontrato parecchia attenzione tra l’altro date le numerose visite, è stata riproposta la formula iniziale di Controviaggio, ossia il confronto tra il bello ed il brutto, il povero ed il ricco, l’intelligente e l’idiota; delle comparazioni, uno contro l’altro appunto. Chissà che ad evidenziare le cose più tragicomiche dei luoghi non siano a trarne beneficio proprio gli angoli più meritevoli d’esser attenzionati.
Seguendo questo itinerario filosofico ci ritroviamo a commentare un nuovo monumento all’idiozia politica che sta prendendo vita, colata di cemento dopo colata di cemento, sotto forma del Nuovo Porto Commerciale di Rodi. Questo progetto, come la superstrada Rodi-Lindos Avenue (…è in punta di penna un bellissimo post a riguardo) si trova in grembo di geniali burocrati cui principale scopo è, evidentemente, cospargere di progetti metropolitani, grigi e puzzolenti realtà affascinanti e millenarie che nei secoli sono e forse continueranno ad essere il motore dell’economia locale basata, pare, sul turismo.
Il Nuovo Porto Commerciale occupa altre centinaia di metri oltre alla zona già adibita a porto, togliendo così spazio ad un tratto di costa che si sviluppa in una baia non particolarmente interessante, non molto frequentata dai turisti e con qualche barca a vela ormeggiata al largo, ma che pur sempre spiaggia era. La strada che la costeggia è diventata un agglomerato di semafori e di incroci di una complicatezza distorta; pochi anni or sono era una strada piacevolmente trafficabile con piccoli negozi e taverne vista mare che la caratterizzavano. Mentre le attenzioni locali si focalizzano sul nuovo porto, di pari passo e forse più velocemente, continua ad evolversi una baraccopoli sorta pochi anni or sono e che lamiera dopo lamiera, da semplice rifugio occasionale, sta diventando un quartiere periferico. Al momento nessuno ha menzionato di utilizzare le gru per demolirle anche perché a Rodi nessuno indossa mutande verdi o felpe con dedica.
Questo porto nasce per soddisfare le esigenze dei locali che hanno necessariamente bisogno dei traghetti per usufruire dei vari approvvigionamenti che giornalmente sbarcano ben stipati a bordo di mezzi pesanti che si occupano della distribuzione. Come sarà riutilizzata la zona che al momento è adibita a svolgere questo compito non ci è dato saperlo ma i presagi non sono dei migliori. La zona che circonda il nuovo futuristico porto è letteralmente circondata da edifici pericolanti e carcasse di aziende dall’aspetto spettrale che mal si integrano ai nuovi edifici nati sotto la nuova stella edilizia, locali da aperitivo perlopiù.
L’assurdità, ecco il punto, è vedere palazzi storici completamente abbandonati al loro destino e fior di milioni investiti in grandi opere forse socialmente utili, sicuramente non indispensabili. Dietro a questo non c’è programmazione e qualche barlume di buon senso che influenzi chi ha potere decisionale e progettuale, illuminando almeno una parte del piccolo cervello cui sono ignari portatori e che possa trasmettere loro il seguente messaggio: la civiltà si evolve, i mezzi di trasporto si trasformano e le merci grazie alle nuove tecnologie saranno assemblate sul posto, i turisti che portano i soldini sull’isola richiedono maggiori spazi compatibili con le attività culturali e sostenibili cui vanno sempre più praticando. Perché permettere il crollo di strutture che hanno fatto la fortuna dell’isola e sprecare risorse per costruire grandi opere dalla predestinata e vanamente dispendiosa conclusione?
Oltre alla Grecia è sicuramente mal comune di altri Paesi sottosviluppati europei, quali Italia, Albania, Romania, Portogallo e Spagna, constatare lo spolpamento sistematico economico di esausti cittadini che loro malgrado vedono i loro risparmi e sacrifici investiti in cemento, opere assurde ed inutili se non dannose, mentre in contemporanea si assiste inermi allo scrostamento degli intonaci nelle scuole, edifici storici ridotti a pezzi, vie e marciapiedi gruviera e centinaia di piccole attività artigianali costrette ad abbassare le saracinesche perché abbandonate al loro destino.
L’unica via d’uscita a questi orrori è intellettuale, ideata da persone con il cervello in movimento e sgombero da idee diaboliche provocate da una crescita burocratica e metropolitana tumorale. Persone sane di mente che riescano a valorizzare l’impronta originale dell’isola di Rodi che si identifica nelle meravigliose mura medievali e la città vecchia che la contengono, nei mulini a vento presenti nel piccolo Porto di Mandraki a sua volta custode del grande segreto del Colosso di Rodi (e c’è chi ha proposto di ricostruirlo ma ci si augura sia internato nell’Ospedale Psichiatrico a Creta), nelle colonne del Tempio di Apollo sul Monte Smith o in quelle di Lindos che maestose formano il tempio di Atena che vigila le splendide case bianche disposte sul promontorio.
I tesori di civiltà della Grecia si tramandano necessariamente dalle preziose antichità architettoniche cui andrebbe portato il massimo rispetto e la totale concentrazione culturale e paesaggistica.
Rispetto che al momento è latitante in buona parte della fallita Europa.






































