Kastellorizo: Dedicato a tutti quelli che stanno scappando

1“Ci stavano mandando in missione a Megisti, un’isola sperduta dell’Egeo, la più piccola, la più lontana; importanza strategica zero” Queste sono le parole che introducono la storia del film Mediterraneo, girato nell’ormai lontano 1991 dal regista Gabriele Salvatores ed ambientato nell’esistente isola di Castelrosso, Megisti o meglio conosciuta come Kastellorizo.

In quello che di3venterà un film cult per gli amanti della Grecia e che sarà pluripremiato con diversi Oscar, non mancano le inesattezze storiche, verità tralasciate che ad ogni modo non solo non intaccheranno il successo della pellicola ma anzi, contribuiranno a rendere una piccola e davvero sperduta isoletta dell’Egeo meta di pellegrinaggio quasi ossessivo da parte di milioni di italiani.

A distanza di oltre vent’anni resiste il fascino ed il richiamo delle immagini girate sapientemente da Salvatores che ci spingono a voler visitare di persona quell’isola che durante la Seconda Guerra Mondiale ha ospitato un gruppo di goffi, a volte disperati, a tratti goliardici soldati, frutto della fantasia del regista e dell’immaginario collettivo. Un ritratto stereotipato ma innegabile che contraddistingue gli italiani nel mondo: burloni, approssimativi, sbadati, furbetti e romantici; con una forte dose d’umanità.

18L’atavica pigrizia dei greci che certo non si contraddistinguono per saper cogliere e sfruttare le occasioni che piovono dal cielo, non facilita il compito del visitatore nello scoprire o identificare i luoghi esatti ove sono state girate le scene più emblematiche di Mediterraneo. A Kastellorizo non esiste nessuna indicazione, targa o cartello turistico ad indicare con esattezza qualche posto riconducibile al film. Certo non ci si aspetta un museo a cielo aperto né tantomeno un parco tematico, ma sarebbe carino riuscire a toccare con mano, o perlomeno credere di farlo, porzioni di isola immortalate nel lungometraggio di cui non c’è più traccia. Eppure Mediterraneo ha trasformato la vita di questa piccola isola che fino ad allora non se la passava molto bene.

Anche i collegamenti con la vicina Rodi sono piuttosto scarsi.16

8Kastellorizo al di là del passato cinematografico, si sviluppa per lo più attorno al porto principale con le solite classiche casette color pastello affacciate sul mare e decine di tipiche taverne che offrono ai visitatori intensi momenti di rilassatezza. L’isola è molto silenziosa e tranquilla così come gli abitanti che hanno dei ritmi, se possibile, ancor più blandi rispetto agli altri greci. Le ore calde della giornata contribuiscono ad abbassare ulteriormente la pressione così che anche gli ultimi neuroni scalpitanti in cerca di nuove idee finiscano per arrendersi e parcheggiarsi in qualche remoto angolino di cervello. 23Buon segno per la salute del mare anche la presenza di tartarughe, che salgono in superficie a respirare quasi con timidezza protette dal loro milionario carapace e che ovviamente diventano interessante preda dei turisti in cerca di foto; tra loro c’è chi usa il richiamo del gatto per farle avvicinare (ma è una tartaruga), altri che buttano pezzi di pane (si nutre di pesci, crostacei, calamari…), altri ancora che cercano di tuffarcisi sopra (e lei si immerge).

12Oltre al porticciolo è suggerita la visita al Castello di Kastellorizo, che come tutte le fortezze porta con se una storia ricca di episodi epici. La vista che si prospetta dalla roccaforte è molto suggestiva sia per una visione panoramica del porto sia per il circondario dell’isola pieno di spiagge meravigliose. Tra l’altro, a proposito di spiagge, dal porto principale si possono raggiungere con piccole imbarcazioni taxi proprio alcune delle più caratteristiche come la piccola grotta marina di Saint George.

La vista migliore in ogni caso è il premio dei più audaci, ossia le persone che nonostante le temperature pomeridiane ai massimi livelli intraprendono il cammino su una scala in pietra non proprio agevole che promette di vedere l’antica Kastellorizo, una volta giunti a destinazione. Sarà, ma dopo aver inzuppato la maglietta ad accoglierci ci sarà un paesaggio carsico in un assordante silenzio scandito dall’incessante suono delle cicale. In compenso sarà proprio quello il punto migliore dove scattare foto suggestive e realmente panoramiche.11

In tempi come questi la fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare” si legge nella frase incipit del film Mediterraneo, scritta da Henry Laborit, tra le altre cose filosofo francese e sostenitore del fatto che l’uomo è alla costante ricerca del piacere e con una innata necessità di cambiamento.

Uomo, aggiungiamo noi, che ha sempre più mezzi per comunicare ma sempre meno pensieri da esprimere, partecipe di una società contemporanea basata sul commento e non sulla riflessione.

22Il film si conclude con tre reduci facenti parte del gruppo di soldati di stanza a Megiste, che si ritrovano molti anni dopo nello stesso luogo, seduti in una taverna e che, ovviamente stanchi ed invecchiati, tirano le somme della loro vita; amareggiati dagli illusori inganni e false promesse del dopo guerra e certi che l’unico potere di sopravvivenza nelle nostre mani, alla fine dei conti, altro non è che l’incoscienza ed intraprendenza della fugace giovinezza cui tutti abbiamo transitato o stiamo transitando e che ci da la forza di scappare; fino ad arrivare al punto in cui capiremo che forse è proprio da noi stessi che cerchiamo di fuggire.

Dedicato a tutti quelli che stanno scappando

p.s.: Caro Gabriele Salvatores, sarebbe davvero bello girare la scena finale del film Mediterraneo vent’anni dopo con gli stessi attori senza dover ricorrere allo stratagemma del trucco per invecchiarli. In fin dei conti quale truccatore migliore se non il tempo stesso?”

 

Le foto di Kastellorizo su Instagram @controviaggio

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Slow Food Greco: Questo era, Questo è.

La globalizzazione che senza mezze misure sta conformando costumi, culture e tradizioni mondiali non guarda in faccia nessuno tantomeno la Grecia che, come risaputo, non sta passando di certo dei momenti spensierati all’interno della Comunità Europea e le austere leggi finanziarie che ne conseguono.

Ristorante Kontiki Rodi

Per divulgare il verbo dell’eguaglianza commerciale le lobby mondiali utilizzano principalmente come megafono delle loro campagne la vecchia cara televisione che ultimamente ha uniformato i programmi televisivi più seguiti in format di successo che lasciano ben poco spazio ad ideazioni locali. Tra i vari hanno raggiunto un boom inaspettato quelli riguardanti cuochi, chef e cucina che hanno letteralmente invaso gli schermi piatti (nipoti dei tubi catodici) che fanno compagnia a milioni e milioni di spettatori, nord e sud americani, italiani, tedeschi, greci, cinesi, australiani e chi più ne ha più ne metta.

Tutta questa premessa serve a capire come in questi ultimissimi anni la cucina greca sia stata influenzata da questi format televisivi e come si presenta oggi sulle tavole di caratteristiche taverne e ristoranti ellenici.

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Cucina greca che in quanto a varietà non regge il minimo confronto con quella italiana e francese che invece sono caratterizzate da un’infinita scelta e diversità dovute alla frammentazione regionale e provinciale che hanno contribuito ad arricchire e caratterizzare ogni singolo piatto.

Nonostante la monotonia dei menù ellenici i greci, alla stregua degli italiani in pizzeria, passano decine di minuti a consultare e sfogliare le pagine della lista per alla fine ordinare sempre le stesse cose, esattamente come chi appurata l’esistenza di 23 pizze differenti ordina le solite due varianti da 30 anni.

Prima però di parlare dell’attuale offerta culinaria greca sarà bene ricordare ciò che la storica filosofia mangereccia di questo Paese ha offerto e continua ad offrire ai suoi abitanti e visitatori: se la loro vita è scandita da tempi piuttosto lazy come d’altronde in tutta la fascia mediterranea, altrettanto dicasi dei pasti completi che sono tradizionalmente piuttosto lunghi; essendo tutto slow, ovviamente anche il food non poteva diversificarsi, trasformandosi in fast solo nell’occasione in cui ci si rifocilla con del pitagyros che in Italia viene smerciato dai nord africani come kebab; nome che i greci, visto il non proprio idilliaco rapporto con i turchi, non digeriscono proprio; tanto per stare in tema.

Foto Kontiki Rodi

Il pranzo e la cena sono posticipati rispetto agli orari di riferimento del nord Europa ed inevitabilmente sono di durata infinita. Il primo comune errore che compie lo straniero, in particolar modo l’italiano, che non conosce la metrica del pasto greco è quella di mangiare con troppa velocità le pietanze che sono servite in contemporanea e che riempiendo la tavola provocano un certo disagio iniziale e l’impressione che non si riuscirà mai a finirle per tempo. I greci dal canto loro non si curano del tempo abitualmente, figuriamoci quando mangiano.

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Taverna a Kalavarda

Le molteplici porzioni che sono servite a mitraglia ad inizio pasto si chiamano mezedès e sono l’antipasto di quello che sarà il piatto principale. Tanti assaggi di numerose bontà quasi sempre fresche e genuine quali la feta, le dolmades, halloumi, pitaroudia, anthothiro, koriatiki, tsatsiki, olive, patate, dakos e via di questo passo, condite da fiumi di olio extra vergine d’oliva di qualità e pane casereccio di sovente abbrustolito. Il vino della casa generalmente ha un’acidità piuttosto elevata e non sempre viene gradito dai commensali forestieri. Stessa cosa dicasi per il caratteristico vino resinato Retsina che o piace tantissimo oppure viene scartato senza appello. Rimanendo in tema bevande l’acqua minerale gassata non fa parte della tradizione greca e, nelle taverne più semplici e caratteristiche, è molto difficile trovarla se non sotto forma di lattina Tuborg Soda che però contiene tanta di quell’anidride carbonica da dover necessitare di mezza foresta amazzonica per assorbirla.

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Terminato il primo round che spesso decreta il k.o. di numerosi frettolosi ed ingordi avventori, ecco che arriva il piatto principale che può suddividersi in carne, pesce o sfornati di pasta quale la moussaka. Naturalmente contornati da altri ingredienti classici quali insalata, legumi, patate fritte o al forno, tsatsiki e via dicendo. L’italiano naturalmente predilige il pesce che viene pescato anche durante la stessa giornata come nel caso dei disgraziati polpi, ma anche la carne è di eccelsa qualità dato che è praticamente impossibile che provenga da allevamenti intensivi. Letta da vegetariani e vegani non è certo una bella prospettiva la mattanza culinaria appena descritta ma anche i cultori della non violenza potranno sfogare le loro umane frustrazioni su zucchine, cetrioli, pomodori, melanzane, carote, cipolle che arrivano da coltivazioni realmente biologiche, allevate e raccolte probabilmente dalla stessa persona che le ha cucinate e ve le sta servendo.

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Questo è lo storico della cucina greca che ancora si trova in moltissimi luoghi tradizionali come a Rodi parte est nella pratica Faliraki presso la Taverna Mousikorama a gestione familiare, molto pulita e curata nei particolari, con prezzi decisamente bassi e piatti sfiziosi.

Come anticipato all’inizio post i format televisivi e la moda della cucina ricercata hanno portato cambiamenti ed in taluni casi miglioramenti rispetto a quella che si spera rimarrà la cucina tradizionale che possiamo trovare a costi molto bassi nelle numerose taverne.

Kontiki by Night

I locali di gran moda ad Atene e Salonicco o nelle isole particolarmente glamour sullo stile di Mykonos e Santorini hanno saputo evolversi ed offrire un prodotto finalmente adatto anche alle persone più esigenti che apprezzano sì la serata in amicizia nella taverna tradizionale, ma che ricercano anche la giusta riservatezza ed atmosfera in occasioni più formali. In questo tipo di ristoranti il menù dei vini ovviamente prende una piega decisamente più adeguata ai palati istruiti che intendono godere degli abituali prodotti locali intrecciando nuove combinazioni di gusti e sapori che li rendono gradevoli, delicati ed esclusivi.

Foto Kontiki Rodos

L’accostamento che viene in mente scrivendo queste righe è sicuramente uno dei numerosi antipasti composto dalla noiosamente immancabile feta trasformata in prelibatezza dal sapore unico solo perché presentata con una dorata pané con pennellate di miele. Inutile dire che anche la presentazione del cibo è adeguata alla qualità e proporzionale all’abilità dello chef che la propone.

Un piatto può essere rivisitato senza perdere la sua tradizione, la cucina è fantasia, ma ci vuole sempre tecnica e studio per creare una personale variante” (Alessandro Borghese)

 

 

 

 

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Foto Kontiki Rodi

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Foto Kontiki Rodi

I Racconti d’estate: Il Barbiere di Patrasso

Per il periodo estivo e non solo dato che sul blog i post rimangono accessibili ad ogni stagione, potrete fare letture di brevi racconti con comun denominatore un salone da barbiere. Tanto per non perdere l’abitudine ai viaggi, ad ogni storia cambierà il luogo d’ambientazione e di conseguenza la nazionalità del barbiere di turno. Solo il cliente sarà lo stesso ed è lui a scrivere ciò che state leggendo…

Tra intrecci noir e grotteschi, tra invenzione e realtà, non vi rimane altro che incominciare la lettura…

 

IL BARBIERE DI PATRASSO

Ci sono diversi modi per affrontare la vita, tra questi non decidere di risolvere gli eventi e farsi trasportare dagli stessi o viceversa dare un senso anche alle cose meno simpatiche.

Tra le varie disdicevoli ricorrenze naturali, forse la più trascurabile, per molti addirittura non più esistente, c’è la ricrescita dei capelli.

Chi per svariati motivi è spesso lontano da casa ed è incapace di utilizzare le infernali macchinette tosatrici si ritrova obbligato a rivolgersi di volta in volta a barbieri sconosciuti che, non è un esagerazione, dal momento in cui prendono le forbici al taglio della prima ciocca, suscitano sempre sudori freddi.

Per sdrammatizzare quel fatidico momento generalmente si incominciano delle conversazioni basate su banalità tra domande e risposte viziate da incomprensioni e timori. Spesso è il barbiere che intavola il discorso…

A Patrasso ero appena sbarcato dopo ore di noiosissimo viaggio su uno dei tanti enormi traghetti che fa spola dall’Italia alla Grecia. Le ore di strada che mi separavano al porto del Pireo ad Atene erano nulla rispetto a quelle che avrei dovuto aspettare prima di imbarcare nuovamente la macchina per raggiungere l’isola di destinazione. Sarà stato il caldo o la stanchezza ma avere il capello leggermente fuori misura e disordinato mi fece optare al taglio seduta stante. La ricerca del barbiere a Patrasso non fu così difficile vista l’ora pranzo in cui l’unica bottega con la porta aperta ed apparentemente disponibile pareva essere quella di un signore piuttosto anziano. Indossava un grembiule stile anni sessanta e teneva i capelli bianchi imbrillantinati e solcati da un pettine a denti larghi. Questo signore era di carnagione scura, abbastanza minuto, con il viso un po’ scafato, il naso aquilino; tipico greco, pensai. Probabilmente aveva da poco terminato di servire un cliente dato che armeggiava la scopa per pulire i capelli residui sul pavimento. Mi fece accomodare sulla poltrona dopo avermi salutato in greco con un deciso e forte kalimera. Dopo avermi avvolto con un telo nylon bianco per evitare di riempire di peli gli indumenti che indossavo, diede qualche colpo deciso con il piede alla leva, mi posizionò alla giusta altezza e guardandomi allo specchio che oltre a me rifletteva una pompetta dell’acqua, altre forbici ed una pomata ordinatamente sistemati su di una mensola in legno piuttosto retrò mi chiese che taglio volessi. In greco. Capì ciò che mi disse ma non riuscì a rispondere nella sua lingua che pur parlicchiavo, facendogli però inequivocabilmente intendere la mia provenienza. “Ah, italiano” disse. Lui l’italiano lo parlava dato che aveva vissuto per molti anni in un paesino non ben definito di qualche regione che non capì bene.

Cominciò a raccontare in un italiano approssimativo e con forte accento greco stile “una fazza una razza” che per comodità trascriverò in modo corretto per facilitarne la lettura e la comprensione del senso “Sono stato per molti anni in Italia e la conosco bene. Ci andai da ragazzino, ero povero quella volta”.

-Non sembra ricco manco adesso, pensai maliziosamente

“I miei genitori erano molto poveri. Mio papà lavorava su una piccola barca di pescatori vicino ad Olympia, mentre mia mamma rimaneva a casa a cucinare ed a badare a me ed i miei dodici fratelli. Solo uno è rimasto vivo. Si è trasferito a Salonicco ed aveva dodici figli. Ma solo uno è rimasto vivo. Si è trasferito ad Atene. Mio nipote è sposato e sua moglie è incinta per la dodicesima volta.

Quegli anni erano duri, noi eravamo molto poveri. Aiutavo mio papà a districare le reti e fu proprio durante una di quelle giornate sotto il sole tra il groviglio di fili di cui non venivo a capo che decisi di prendere le forbici e tagliare tutto. Mio padre non la prese bene e per punizione mi chiuse in una cassa di legno per alcuni giorni. Purtroppo i soldi erano pochi e non riuscimmo a ripagare il danno fatto ai pescatori che davano lavoro a mio padre tanto che fummo costretti ad emigrare l’anno dopo. Quando uscì dalla cassa mi stropicciai gli occhi e vidi un paesaggio diverso da quello che ricordavo prima d’esserci entrato. La gente si spostava in groppa agli asini come in Grecia, c’era caldo come in Grecia, resti di templi abbandonati come in Grecia, ma la gente parlava in modo diverso, avevano una lupara a tracolla ed invece del caffè bevevano la granatina. Capì subito che eravamo in Germania. Mio papà trovò lavoro come pescatore anche là. Oltre alla cassa con me dentro probabilmente si era portato dietro anche il diploma da pescatore e quello che rimaneva delle reti che avevo tagliuzzato l’anno precedente. Purtroppo quell’annata non fu delle migliori, il pescato non abbondava ed a casa il cibo cominciava a scarseggiare. I miei dodici fratelli, che ci raggiunsero qualche mese più tardi assieme al mia povera mamma, lavoravano come muratori ed in un anno avevano costruito tre nuovi quartieri finché non venne detto loro che c’erano sei case libere per ogni abitante e sarebbe stato meglio prendersi una breve pausa prima che il paesello di S.Rocco Barbinaceo (quello si capiva…) fosse stato completamente sommerso dal cemento. Le ultime costruzioni che ricordo sono due enormi colonne di sostentamento ad un ponte, proprio in concomitanza con la sparizione di due miei fratelli.

Eravamo molto poveri”.

-Li lasci pure più lunghi sopra, grazie. Mi spiace per i fratelli. Proprio scomparsi?

“Decidemmo di tornare in Grecia, ci mancava.

Fui accolto da uno zio vicino a Salonicco, è da lì che incominciai il mio mestiere. Facevo il garzone nella sua bottega di barbiere…”

-A che età? …circa

“Avevo 25, 36 anni…

Mio zio era una persona molto importante nel paese. Da lui andavano a tagliarsi i capelli il sindaco, il prete ed il capo della polizia. Un giorno mi ricordo che sentì degli spari nel campo dietro alla Chiesa. Accorremmo subito a vedere quello che era successo. Ricordo che in quel preciso istante mio zio stava tagliando le basette proprio al capo della polizia che, sentito gli scoppi, si alzò dalla poltrona con un balzo, diede qualche sorso al caffè ed impugnando l’arma si precipitò ad accertarsi di cosa stava accadendo… Io ero terrorizzato al solo pensiero di quello che poteva essere successo ed infatti non mi sbagliavo. Nella nostra bottega girava voce che la moglie del falegname fosse uscita da sola sul terrazzo e nonostante l’assenza del marito, abbia rivolto lo sguardo al figlio del pastore che in quel momento stava pascolando le pecore. Il figlio del pastore era un bel ragazzo giovane e prestante. La domenica si faceva il bagno e partecipava alla cerimonia religiosa, persona per bene. Il falegname però, che stupido non era, si accorse di tutto e così quel giorno fece una pazzia.

Quando arrivammo sul posto era troppo tardi per fermarlo: gli scoppi che sentimmo erano usciti dallo scarico del furgoncino del falegname che, caricata la moglie e tutte le loro provviste, abbandonò il paese dalla vergogna. Riuscimmo a vedere solo la sagoma del malandato furgoncino azzurro che si allontanava inequivocabilmente in qualche posto lontano dove ricominciare la loro vita”.

  • Ah, pensavo ad un finale peggiore sinceramente…

“Oggi giorno i tempi sono cambiati. L’ultimo dei miei dodici figli mi è morto ammazzato da delinquenti l’anno scorso. Gli altri sono morti prima. Aveva solo 34 anni.”

  • Pure lui? Ma la sua famiglia non è molto fortunata mi pare di capire… Mi dispiace… Cosa gli è successo?

“Quella mattina ero sceso a lavorare come sempre. Avevo aperto bottega presto e mi ero messo a riordinare. I miei figli fortunatamente non sono nati in una famiglia povera come la mia; hanno trovato una casa, cibo e sono andati a scuola anche fino ai 13 anni. Tutti intelligenti, ma lui speciale. Mi aveva fatto capire, per dire quanto era intelligente, che se lui fosse venuto in bottega ad aiutarmi la gente avrebbe pensato che un giorno sarebbe potuto diventare più bravo di me, in seguito avrebbe aperto un suo salone ed io sarei rimasto senza lavoro perché tutti sarebbero andati da lui. Ma mio figlio, intelligente ed altruista, volle evitare questa situazione e così evitò di venire a lavorare in bottega sforzandosi di fare il mantenuto. Gli costava caro dormire fino alle prime ore del pomeriggio ed uscire la notte ad ubriacarsi con gli amici fino al mattino seguente e vedevo quanto era mortificato ogni volta che passava a trovarmi mentre ero al lavoro per chiedere delle dracme di sostentamento.”

  • Ma poi di cosa è morto?

“Una fine stupida, come la maggior parte delle volte che la morte viene a bussare. In modo stupido.

Quella mattina stavano trasferendo uno spazzaneve da Salonicco a Patrasso perché avevano previsto forti nevicate. Ma a Patrasso non nevica mai! Greci idioti!

Mio figlio dopo anni si era svegliato presto ed aveva deciso di andare a cercare un lavoro che non fosse il barbiere. Ho ancora in mente l’immagine che vedevo attraverso il lunotto del maggiolone: un bel ragazzo sorridente con i capelli lunghi neri e la barba incolta, maglietta rossa e con la sigaretta nella mano sinistra e bicchiere di Nescafé e cellulare nella destra mentre parla al telefono con probabilmente la sua ragazza. Come dimenticare il crocifisso che appeso allo specchietto ciondola riflettendo la sua immagine sui suoi occhiali scuri? Non l’avrei mai più rivisto.

Dicono che mentre guidava gli sia caduta della cenere nel caffè e così abbia provato a toglierla dal bicchiere con l’antenna del cellulare e che non si sia accorto che il pitagyros che aveva appoggiato vicino al cambio sia finito proprio sotto al pedale del freno. L’impatto con lo spazzaneve è stato fatale.

Ed a Patrasso non nevica mai”.

  • Che sfiga, vero… Bene, quanto le devo?

“30 euro”

  • Ah, pensavo meno…

“Eravamo poveri, molto poveri…”

Rodi Cult: Il Porto delle Miserie

Dedicando un post al Parco di Rodini, argomento che ha riscontrato parecchia attenzione tra l’altro date le numerose visite, è stata riproposta la formula iniziale di Controviaggio, ossia il confronto tra il bello ed il brutto, il povero ed il ricco, l’intelligente e l’idiota; delle comparazioni, uno contro l’altro appunto. Chissà che ad evidenziare le cose più tragicomiche dei luoghi non siano a trarne beneficio proprio gli angoli più meritevoli d’esser attenzionati.DSC_2620

Seguendo questo itinerario filosofico ci ritroviamo a commentare un nuovo monumento all’idiozia politica che sta prendendo vita, colata di cemento dopo colata di cemento, sotto forma del Nuovo Porto Commerciale di Rodi. Questo progetto, come la superstrada Rodi-Lindos Avenue (…è in punta di penna un bellissimo post a riguardo) si trova in grembo di geniali burocrati cui principale scopo è, evidentemente, cospargere di progetti metropolitani, grigi e puzzolenti realtà affascinanti e millenarie che nei secoli sono e forse continueranno ad essere il motore dell’economia locale basata, pare, sul turismo.

DSC_2616Il Nuovo Porto Commerciale occupa altre centinaia di metri oltre alla zona già adibita a porto, togliendo così spazio ad un tratto di costa che si sviluppa in una baia non particolarmente interessante, non molto frequentata dai turisti e con qualche barca a vela ormeggiata al largo, ma che pur sempre spiaggia era. La strada che la costeggia è diventata un agglomerato di semafori e di incroci di una complicatezza distorta; pochi anni or sono era una strada piacevolmente trafficabile con piccoli negozi e taverne vista mare che la caratterizzavano. Mentre le attenzioni locali si focalizzano sul nuovo porto, di pari passo e forse più velocemente, continua ad evolversi una baraccopoli sorta pochi anni or sono e che lamiera dopo lamiera, da semplice rifugio occasionale, sta diventando un quartiere periferico. Al momento nessuno ha menzionato di utilizzare le gru per demolirle anche perché a Rodi nessuno indossa mutande verdi o felpe con dedica.DSC_2635

Questo porto nasce per soddisfare le esigenze dei locali che hanno necessariamente bisogno dei traghetti per usufruire dei vari approvvigionamenti che giornalmente sbarcano ben stipati a bordo di mezzi pesanti che si occupano della distribuzione. Come sarà riutilizzata la zona che al momento è adibita a svolgere questo compito non ci è dato saperlo ma i presagi non sono dei migliori. La zona che circonda il nuovo futuristico porto è letteralmente circondata da edifici pericolanti e carcasse di aziende dall’aspetto spettrale che mal si integrano ai nuovi edifici nati sotto la nuova stella edilizia, locali da aperitivo perlopiù. DSC_2636L’assurdità, ecco il punto, è vedere palazzi storici completamente abbandonati al loro destino e fior di milioni investiti in grandi opere forse socialmente utili, sicuramente non indispensabili. Dietro a questo non c’è programmazione e qualche barlume di buon senso che influenzi chi ha potere decisionale e progettuale, illuminando almeno una parte del piccolo cervello cui sono ignari portatori e che possa trasmettere loro il seguente messaggio: la civiltà si evolve, i mezzi di trasporto si trasformano e le merci grazie alle nuove tecnologie saranno assemblate sul posto, i turisti che portano i soldini sull’isola richiedono maggiori spazi compatibili con le attività culturali e sostenibili cui vanno sempre più praticando. Perché permettere il crollo di strutture che hanno fatto la fortuna dell’isola e sprecare risorse per costruire grandi opere dalla predestinata e vanamente dispendiosa conclusione?port

Oltre alla Grecia è sicuramente mal comune di altri Paesi sottosviluppati europei, quali Italia, Albania, Romania, Portogallo e Spagna, constatare lo spolpamento sistematico economico di esausti cittadini che loro malgrado vedono i loro risparmi e sacrifici investiti in cemento, opere assurde ed inutili se non dannose, mentre in contemporanea si assiste inermi allo scrostamento degli intonaci nelle scuole, edifici storici ridotti a pezzi, vie e marciapiedi gruviera e centinaia di piccole attività artigianali costrette ad abbassare le saracinesche perché abbandonate al loro destino.

factoryL’unica via d’uscita a questi orrori è intellettuale, ideata da persone con il cervello in movimento e sgombero da idee diaboliche provocate da una crescita burocratica e metropolitana tumorale. Persone sane di mente che riescano a valorizzare l’impronta originale dell’isola di Rodi che si identifica nelle meravigliose mura medievali e la città vecchia che la contengono, nei mulini a vento presenti nel piccolo Porto di Mandraki a sua volta custode del grande segreto del Colosso di Rodi (e c’è chi ha proposto di ricostruirlo ma ci si augura sia internato nell’Ospedale Psichiatrico a Creta), nelle colonne del Tempio di Apollo sul Monte Smith o in quelle di Lindos che maestose formano il tempio di Atena che vigila le splendide case bianche disposte sul promontorio.DSC_2640

I tesori di civiltà della Grecia si tramandano necessariamente dalle preziose antichità architettoniche cui andrebbe portato il massimo rispetto e la totale concentrazione culturale e paesaggistica.

Rispetto che al momento è latitante in buona parte della fallita Europa.

 

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Rodi Cult: Salviamo il Parco di Rodini

Il Parco di Rodini è uno dei luoghi più simbolici presente sull’isola di Rodi che dimostra la totale incapacità di programmazione e gestione turistica da parte di chi dovrebbe occuparsene. Come in Italia dove le infinite, esclusive e variegate risorse naturali, storiche ed artistiche non bastano a tenere a galla un Paese, che non per niente condivide le peggiori statistiche con la Grecia per l’appunto, anche a Rodi si possono constatare delle contraddizioni assurde.

Mia faza mia raza, una faccia una razza. Stessa incoscienza culturale, vien da aggiungere.

DSC_2585Viene utilizzato dai residenti come ottimo punto di riferimento stradale: abito vicino al parco, presente dove c’è il parco, prosegui dopo il parco. Nessuno sa o fa cenno di quello che offre questo parco al suo interno. Tenuto praticamente nascosto dagli enti turistici, forse per vergogna per lo stato di abbandono e degrado cui sono artefici, non viene minimamente preso in considerazione dai corrispondenti locali che non vengono sfiorati dal pensiero di portarci qualche turista.

La chiusura e la morbosità del possesso del territorio, prerogativa di molti isolani, creano non pochi ostacoli ad un turismo consapevole che dovrebbe essere senza ombra di dubbio il volano di un’isola dalle enormi potenzialità come Rodi che paradossalmente è stata invece recentemente spolpata e snaturata da orde di russi poi scomparsi nel nulla e che han lasciato dietro a sé locali per lap dance, innumerevoli pelliccerie ormai inutili e debiti su debiti. L’illusionismo del soldo facile.

Fatto tutto questo preambolo che a chi scrive serve a smaltire l’incazzatura e rivolto al lettore cui obiettivo è l’esatto opposto, cioè aumentarla, entriamo finalmente nel benedetto Parco di Rodini.DSC_2583

Si trova all’ingresso della città nuova di Rodi, a pochi chilometri dalla Chiesa Cattolica di San Francesco, quest’ultima facilmente riconoscibile proprio per la presenza della statua del Santo; in corrispondenza dell’inizio della trafficata Rodi-Lindos Avenue.

Già esternamente l’area verde è un bellissimo colpo d’occhio, per chi lo coglie.

Ci si accorge d’essere effettivamente all’interno del parco dopo aver oltrepassato una casettina di legno che presumibilmente sarà servita o sarebbe dovuta servire a contenere un omino che, stipendiato, incassava il denaro dei visitatori elargendo loro un biglietto d’ingresso. Usanza tipica dei paesi perlopiù civilizzati. Il nostro invece è a casa, senza stipendio, che guarda la tv ed ascolta i programmi elettorali.DSC_2596

Fatto sta che da italiani è impossibile non scorgere lo stile romano già dai primi giochi d’acqua sapientemente elaborati nel paesaggio esistente. Si nota qualche panchina abbandonata al suo destino che, come usanza dei paesi civilizzati, sarebbe potuta servire ad ospitare qualche studente concentrato a leggere il suo libro o tablet che sia, confortato dal silenzio, riparato da millenari e magnifici alberi che rendono il clima anche nelle ore più calde decisamente piacevole e fresco. Il nostro invece è a casa sua sul divano con l’aria condizionata accesa.

A fianco della panchina giacciono abbandonati una busta in plastica rossa ed una rivista che nei paesi civilizzati non sarebbero mai stati abbandonati e, nel caso, prontamente raccolti da un addetto alla pulizia. Il nostro è a casa, senza stipendio, che guarda la tv ed ascolta i programmi elettorali. E sono due.

DSC_2591Tra i versi dei numerosi animali che sfruttano questo lembo di prospera natura ci sono anche gli schiamazzi di piccolissimi bambini innocenti che con le loro mamme, zie o tate queste siano, vengono introdotti al mondo moderno con giochi istruttivi che ben si prestano al luogo circostante; passano alcune ore infatti al fresco e protetti dalla calura a schizzarsi con l’acqua dei ruscelli artificiali, ripetiamo, risalenti all’epoca romana e spinti dalla vena creativa delle badanti fanno navigare dei bicchieri in plastica con relativi coperchi, una volta contenitori di Nescafé cui i greci van ghiotti, tra i rivoli d’acqua limpida. Poco importa se alla fine dei giochi uno dei coperchi azzurri rimane a far bella mostra di sé ai prossimi visitatori, l’importante è che i bimbi si siano divertiti.

Giocandoci il bonus fantasia riusciamo a fare un salto indietro nei secoli e non riesce difficile godere appieno dell’effetto che ci offre il Parco di Rodini che svela i suoi scorci con metodica bellezza. Quasi a trovare un palcoscenico dietro l’altro, che una volta aperto svela un inestimabile valore storico e naturale. Anche per i più ignoranti, come chi scrive, è facile distinguere le opere edificate in Epoca Romana da quelle moderne: le prime stanno ancora in piedi, le ultime sono a pezzi. Ovviamente i piccoli ruscelli convergono in un corso d’acqua principale. Canale dove con una breve ricerca si evince che, alcuni decenni or sono, piccole imbarcazioni a remi lo navigavano trasportando estasiati turisti intenti a guardare meravigliosi colonnati che altro non sono che acquedotti romani. DSC_2589Meraviglie culturali che a Rodi sono abbandonate al loro destino non fosse per qualche impalcatura d’emergenza e che in altri luoghi sarebbero considerate inestimabile patrimonio fosse solo per il fatto che probabilmente parliamo di uno dei primi parchi naturali mai realizzati al mondo. La passeggiata diventa avventurosa nell’attraversamento dei ponticelli di legno sopravvissuti al degrado e percorsi resi inaccessibili dalla vegetazione incolta. In un paese civilizzato cinque omini si sarebbero occupati della manutenzione accompagnando i richiami esotici della fauna con il deciso rumore delle forbici, il graffio del rastrello ed un momentaneo ma costante battito del martello sul legno. I nostri si ritrovano in una taverna, davanti ad un bicchiere di vino, che discutono sull’operato del Governo. Disoccupati. E sono sette. Sempre che uno di loro non sia rimasto seppellito vivo sotto una frana che ha sommerso mezza panchina situata sul percorso.DSC_2588

Anche le ochette e paperelle alle quali era stato dato in comodato d’uso un abitazione condominiale in legno in prossimità di una piccola diga di cui non fanno usufrutto, sembrano piuttosto incazzose, tant’è che una in particolar modo soffiando fa intendere che è meglio starle alla larga.

Sicuramente non sono le sole specie animali ad abitare il luogo che, stando ad informazioni prese alla meno peggio, sarebbe o potrebbe essere stato una riserva protetta del cervo di cui però non si è vista nemmeno l’ombra. Rimane pur sempre il simbolo di Rodi. In un paese civilizzato tutti questi animali sarebbero costantemente vigilati e protetti da almeno tre persone specializzate. E siamo a dieci.

Un po’ come avviene in Egitto dove il dubbio che l’egiziano moderno non sia lontanamente parente dei creatori della civiltà faraonica e per par condicio degli italiani con l’antica civiltà romana, stessa cosa dicasi per i nostri pigri amici greci che da culla della civiltà si sono evoluti in triciclo della sensatezza e che però muovono i loro passi su un territorio che lascia strabilianti testimonianze architettoniche come l’ennesimo riferimento presente nel parco quale la tomba dei Tolomei circondata da 21 semicolonne doriche. Non bastasse, ma qui andiamo ad intuizione vista la scarsità di informazioni reperibili a riguardo, un albero secolare probabilmente sostenuto da colonne risalenti all’epoca fascista che, ricordiamo, hanno imposto la loro presenza dal 1921 al 1943 e cui tracce sono quasi ovunque sull’isola.DSC_2591

Questo è , nonostante la trascuratezza, il bellissimo Parco di Rodini che in un paese civile darebbe lavoro ad almeno dieci persone e che le guide turistiche sarebbero fiere di esibire ai visitatori che già così ne rimangono estasiati. Un sito dedicato, l’immancabile app, un luogo di ristoro, un piccolo store ove acquistare gadget quali magliette, tazze e via dicendo, sviluppo di aree adibite a riserva naturale di svariate specie animali e vegetali, ripristino della navigazione a bordo di piccole imbarcazioni a remi ed altre innumerevoli soluzioni da sviluppare con il coinvolgimento delle Università e di realtà giovanili, culturali e turistiche; questo potrebbe essere: una sicura fonte di benessere per la collettività che invece subisce inerte ed impassibile la bieca ignoranza di amministratori ignoranti ed incapaci di chiedere briciole di sovvenzioni agli Enti Europei preposti allo sviluppo. #safeRodiniParkDSC_2598DSC_2594DSC_2587

True colors in SriLanka. La natura. (Terzo Capitolo di Tre)

DSC_2162Quello che i primi colonizzatori hanno trovato sull’isola una volta sbarcati in Sri Lanka è parte di cui si può vedere ancora oggi.

In tempi non lontanissimi i popoli europei sulle rotte di terre inesplorate da conquistare non si facevano certo scrupoli a distruggere e modificare civiltà e morfologie preesistenti; ciò che tutt’ora avviene ma con mezzi più subdoli ed ingannevoli. La differenza tra ieri ed oggi sta semplicemente nel fatto che gli inglesi durante la loro presenza non erano sufficientemente tecnologici per radere al suolo tutto; i danni al territorio sono stati così limitati. Tra l’800 ed i primi del ‘900 non esistevano abbastanza automobili e risorse per poter pensare di costruire un’autostrada simile a quella che giorno dopo giorno, in questo momento, consuma verde prezioso; né tantomeno c’era la necessità di edificare eco mostri innalzati dal niente come quelli che hanno recentemente dato vita a città fittizie come Dubai ed Abu Dabi e che stanno per svilupparsi anche nei centri cittadini cingalesi più evoluti economicamente. Difficile scrollarsi di dosso l’esempio emblematico delle Maldive, quando l’ospite viene esortato dal pinneggiare sulla barriera corallina per non rovinarla ed a pochi metri ruspe scavano e distruggono l’eco sistema per aprire canali che permettano alle barche di attraccare a pochi centimetri dai Resorts.DSC_1673

In gran parte dello Sri Lanka fortunatamente la natura la fa da padrone e quando i governanti cingalesi capiranno che la loro vera risorsa è proprio quella, indirizzando l’offerta turistica nella direzione puramente ecologica, potranno raccogliere risultati ancora più sorprendenti di quelli che ora offrono al visitatore enormi foreste difficili da esplorare, ettari di campi coltivati o lasciati incolti, parchi e riserve naturali.

DSC_2068Il clima tropicale favorisce naturalmente lo svilupparsi di migliaia di tipologie di piante differenti. Se nel caso degli animali il più simbolico potrebbe essere l’elefante, difficile non affidare lo scettro alla palma di cocco per quanto riguarda il settore faunistico. Riconoscimento dato più che altro per il largo uso che questa pianta offre alle esigenze dell’essere umano. I cingalesi la paragonano al nostro detto “del maiale non si butta via niente” riferendosi alla palma e non al suino chiaramente.DSC_1793

Non può mancare una citazione ai centinaia di ettari di terra utilizzati per le rinomate piantagioni di . Bevanda di largo uso e consumo, il famoso tè di Ceylon (traslitterazione inglese del nome dell’isola oggi Sri Lanka allora Ceilão appioppata dai portoghesi nel 1505, ennesimi colonialisti) e bevanda completamente diversa da quella che beviamo comunemente nelle nostre tazze. Ma questo è un capitolo a sé che probabilmente approfondiremo sul blog più avanti…

DSC_2113Ciò di cui l’uomo necessita lo si trova in natura e così lo Sri Lanka brulica di aziende botaniche che elaborano prodotti ayurvedici per qualsiasi esigenza, da quella medica a quella fisica. Certo che la chimica in taluni casi è indispensabile per sperare e raggiungere una completa guarigione, ma è anche vero che l’uso di farmaci comuni, spesso sfociante in abuso che creano assuefazione ed anche impercettibile avvelenamento, potrebbe essere completamente sostituito da prodotti naturali.  DSC_2071

Chimica o naturale parte fondamentale della malattia o della guarigione è la nostra mente così che tra le fitte boscaglie, oltre a diverse specie di animali che abbiamo descritto in questo post https://controviaggio.wordpress.com/2015/05/13/true-colors-in-srilanka-gli-animali-secondo-capitolo-di-tre/ sbucano luoghi di culto nati con tale rispetto ed armoniosità che riescono quasi ad ammorbidire gli impervi paesaggi circostanti. Non contrastano la natura perché già nell’antichità furono scavati o ricavati dalla roccia, arricchiti con strutture in legno per lo più scomparse e distrutte dai secoli, dipinti con tenui affreschi in calce, miele d’ape, sabbia e succhi d’erbe, in taluni casi arricchiti da ingegnosi giochi d’acqua, difficilmente riproducibili anche ai giorni nostri. Come nel caso della fortezza di Sygiria risalente al V secolo.DSC_1490

Stesse bellezze anche a Polonnarua tra le rovine della seconda capitale, quello che rimane del Palazzo Reale, la piscina di Kumar Popuna ed il Tempio Indù di Shiva con statue realizzate in marmo, quarzo e calce. Questo significa muoversi tra la natura dello Sri Lanka, tra templi e rovine semi nascoste che diventano parte integrante del paesaggio; Immancabile naturalmente le raffigurazioni del Budda come al Tempio d’Oro a Dambulla ove si erge una statua di 30 metri, o le 5 grotte contenenti altri 152 rilievi raffiguranti la divinità costruite tra il I sec. a/C* (*che significa Primo secolo avanti Cristo e non 1 secondo di aria condizionata per chi non lo sapesse ancora) ed il 1939 dove addirittura un capitano dell’esercito occupante inglese si dedicò alla realizzazione di una grotta dedicata al Budda.DSC_1476

Forse è proprio menzionando questo capitano inglese che si trova la fine più consona ai nostri pochi racconti del magnifico Sri Lanka; una persona sbarcata sull’isola con il compito di istruire ed inculcare la arrogante e saccente cultura europea ai popoli indigeni scoprendo invece in quei luoghi ed in quelle persone, allora come forse oggi, l’armonia e la serenità che appartiene solo a chi è capace di rispettare il prossimo.

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True colors in SriLanka. Gli animali. (Secondo Capitolo di Tre)

Incominciare una soleggiata e calda giornata facendo colazione all’aperto, sorseggiando il , spalmando il miele di palma sulle fette biscottate mentre a pochi metri osservi sui rami degli alberi uno scoiattolo freneticamente intento a procurarsi le sue provviste mangerecce non è scenografia abituale per molte persone, abituate a caffè e brioches al volo nel bar della stazione, con quest’ultima pietanza consumata nelle migliori delle ipotesi. DSC_1347La meraviglia che suscitano nel collettivo gli animali nostrani è ridotta ormai alla discutibile simpatia di veder qualche cane di piccola taglia forzatamente indossare il classico cappottino o gli ormai sdoganati vestitini di svariati tagli e cucito. Fatto sta che la tendenza umana ad avere sempre e comunque tutto sotto controllo ha praticamente annientato gran parte della natura selvaggia ed incontaminata dove gli animali si comportano da tali, aggressività e pericolosità annessi e non da creature della Walt Disney che nel umanizzarle si è resa costretta ad eliminarne tutti i comportamenti nella nostra cultura considerati violenti, censurando così nell’immaginario dei bambini le abituali e crude scene faunistiche che altro non sono che leggi di sopravvivenza.

Scimmia sorridente

Scimmia sorridente

Aquila Reale

Aquila

Tornando alle prime righe in cui il miele scorreva sulle fette biscottate e lo scoiattolo zompettava all’apparenza spensierato sul ramo dell’albero, la sedia su cui il nostro culino stava poggiando era situata su territorio cingalese, per la cronaca. Per il viaggiatore una delle tante attrazioni dello Sri Lanka sono le numerose specie di animali in libertà che condividono con le persone questa spettacolare isola immersa nel verde e bagnata dall’Oceano Indiano, fauna che si erge spesso a protagonista di rilievo durante le esplorazioni e le visite. Come nel caso delle scimmie, presenti quasi ovunque, ai bordi delle strade o nei templi buddisti, arrampicate sui cavi del telefono nelle città, raggruppate nei parchi o semi nascoste sugli alberi. Per chi non ha l’abitudine di vedere saltare scimmie sul tetto di casa o nel proprio giardino, i primi due giorni di permanenza in Sri Lanka sono sorprendenti; non la pensa così la guida costretta a fermare l’auto ogni un per due per far sì che esigenti visitatori possano scattare delle foto a primati di cui il Paese è fortunatamente stracolmo. DSC_1364Nel nord dello Sri Lanka in particolare, laddove l’autostrada non è ancora arrivata, sul ciglio delle strade è facile incontrare iguane e varani dalle notevoli dimensioni, alcuni dei quali innocui è già sulla via dell’addomesticamento a scopo turistico. Per ora non capiterà stessa sorte alle innumerevoli specie di volatili, tra cui il colorato Martin Pescatore, la maestosa Aquila o le volpi volanti indiane, enormi pipistrelli che si nutrono di solo frutta nonostante l’aspetto tenebroso ed inquietante facciaDSC_1564 temere il peggio. Tra il verde delle coltivazioni è invece facile imbattersi in buffali di allevamento, mentre nella boscaglia se si è fortunati è possibile l’incontro con i caprioli adulti ed i loro cuccioli, conosciuti disneianamente come Bambi. Animali sicuramente più facili da vedere anche in luoghi meno esotici ma non per questo l’incontro casuale con loro è meno emozionante. Come premesso non sempre la natura è accondiscendente con lo spirito di conquista umano ed i cingalesi non troppo di rado ne fanno le spese, pagando con la loro vita incontri con serpenti velenosi di diverso genere tra cui il famigerato cobra. DSC_1708Purtroppo proprio durante la nostra presenza si è consumata una tragedia capitata ad un signore anziano intento a coltivare il suo orticello, morso da un serpente velenoso di cui si sono perse le tracce. Fosse stato un cobra la causa della morte del pover uomo, non si sarebbe allontanato più di tanto dal corpo della vittima a differenza di altre specie che invece si disperdono velocemente nel verde circostante. Non è raffigurato sulla bandiera nazionale dove troneggia un leone con in pugno una sciabola, ma l’elefante è l’animale più simbolico e ricercato in assoluto. DSC_1941Gli enormi pachidermi dallo sguardo mansueto ma alquanto irritabili, si possono osservare in diverse versioni e, manco ci fosse il bisogno di ripeterlo, possono essere cavalcati in una passeggiata che, se non dal punto di vista del profitto per il proprietario delle bestie, azzera ogni legame con la scintillante e competitiva plasticosa vita occidentale cui apparteniamo. DSC_1883Tappa obbligata è l’Orfanotrofio degli Elefanti che accoglie centinaia di esemplari, oltretutto facilmente avvicinabili. Come si evince dal nome questi animali sono stati prelevati dopo che la solita avidità umana gli ha tolto loro i genitori, probabilmente salvandoli dallo stesso destino. Sinceramente l’ambiente è più stile circense che scientifico ed il trattamento che ricevono è discutibile. In taluni casi incatenati o costretti al contatto con gli umani che si divertono ad allungare loro caschi di banane, i pachidermi accettano loro malgrado l’offerta, sicuramente coscienti del fatto che se si trovano in quella situazione è proprio perché le persone intorno, che strillano e fan foto a raffica, ce li hanno messi. Più fortunati invece sono gli elefanti in completa libertà e che la DSC_1919sera fanno la loro comparsata ai bordi delle strade; l’istinto è quello di scendere dall’auto e scattare the pic of the week, non fosse che il rischio di subire un attacco è altissimo. Se l’avvicinamento con i mezzi non provoca reazioni inconsulte infatti, la presenza dell’uomo può giustamente essere interpretata come minaccia dagli elefanti, quasi prossimi all’estinzione dopo una permanenza sul globo di 5 milioni di anni.

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