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Vietri sul Mare. 47 e l’eredità

“Prego si accomodi, il dottore la sta aspettando”

La signora in sala d’aspetto in paziente attesa della convocazione, si alzò dalla sedia ed entrò nello studio del notaio. Salutò educatamente e colse l’invito a sedere nuovamente. Una pregiata scrivania in legno la divideva dal funzionario che reggeva tra le mani una busta da lettere sigillata. Lui teneva gli occhiali sulla punta del naso che si reggevano come equilibristi sulla fune e, ad ogni suo movimento, sembravano lasciarsi scivolare. Scrutava tutti i particolari con dovizia mentre alle sue spalle un ricercato orologio a muro scandiva i secondi che riecheggiavano nella stanza. I doppi vetri delle finestre la isolavano quasi completamente dai rumori provenienti dalla strada limitrofa.

Il notaio aprì la busta ed estrasse la lettera. Si mise a leggerla tra sé e sé, sussurrando di tanto in tanto qualche spezzone di parola contenuta nel testo. La sua testa lucida e pelata rifletteva la luce che filtrava nella penombra dello studio. La signora attendeva un riscontro da parte del funzionario intento ad interpretare lo scritto. Fino a che questi si pronunciò traendo le prime conclusioni.

“Dunque, la defunta pare abbia espresso in piena consapevolezza quanto riportato da lei stessa in questo manoscritto”

La signora era visibilmente dispiaciuta per la dipartita della conoscente.  Si limitò ad ascoltare il notaio senza proferire parola che elencò le volontà della donna precisando da subito un particolare.

“Qui viene indicata come unica erede la nipote, tale signorina M.T., cui però legalmente grado di parentela non risulta in essere”

“No, infàtt a’ signurina…” Il notaio fece segno con la mano di aspettare, interrompendo sul nascere l’iniziativa della cliente “Dicevamo…” continuò “non è riconosciuta legalmente, però non ci dovrebbero essere problemi in tal senso. Che lei sappia c’è qualche parente interessato ad impugnare il testamento?”

“A’ poverà signòr nun ricevèv visitè ra tiemp immemorè. ra quantò ne so io, in tuttì chisti annì in cui ha abitàt int’a’ nostrà palazzìn nun si è maje presentàt nisciuno a farlè visità. Tantu menò lei ha maje fatto cennò a’ parentì, poi nun credò chè…” Nuovamente il notaio fece cenno zittendo la signora. Lesse qualche riga prima di riprendere il discorso.

“Dunque parrebbe che l’unica persona che aveva a cuore era questa ragazza che lei chiama affettuosamente nipote ed alla quale ha dato disposizione di lasciare tutto”

La signora dinanzi al notaio riprese timidamente parola.

“Vere era na’ persòn assaie solitarià e l’unìc persòn a cui sembràv da’ na’ certà confidènz è statà mia figlià. Fin ra piccolà. pure a’ mia criatura stavà simpatìc a’ signorà, tànt’è ca’ capitàv spessò ca’ andàss a farlè visità e’ pomeriggì. A vote’ si fermàv a studiàr ra leì” il notaio ascoltava e lasciava proseguire il discorso con lo sguardo vigile e severo “Povèr signorà, era assaie coltà e e’ frequènt aiutàv mia figlià a fa’ e’ compitì. E’ prestàv e’ librì. Parlavàn tantu assiemè. Forsè l’unà e l’àltr avevàn trovàt e’ figurè e’ nonnà e nipotè ca’ entràmb nun hannò maje avutò”

“Capisco signora. Però già le dico che la situazione qui è piuttosto complicata. Sua figlia dove si trova adesso?”

“Mia figlià fatica all’esterò. nun ha fatto nimmanco in tiemp a tornare ppe o’ funeralè. Ci tenevà davvèr tantu a salutàrl un’ultìm voltà. Era affrànt”

Il notaio annuì, poi finalmente posò la lettera sulla scrivania.

“Quindì cosà pòzzo comunicàr a mia figlià? Lei nun si nullà e’ chesta cosà. nimmanco io me immaginàv ca’ a’ signòr e’ lasciàss chillu pocò ca’ avevà. Poverinà. Sicuramènt decidèrà e’ donarè mobilì e vestìt in beneficenzà. Magarì si tèrrà cacc librò e’ ricòrd”

Il notaio fece una smorfia di disappunto.

“Ma allorà davvèr nun si e’ cosà stiamo parlànd?”

La signora non capì.

Leggo testualmente.

Il notaio riprese in mano il documento e cominciò a leggere ad alta voce.

“L’unica pace di cui avevo bisogno l’ho ritrovata nei libri che ho letto in questi lunghi anni. Periodo in cui ho liberamente scelto di separarmi da ogni vincolo materiale. Poeti e filosofi sono state le guide che mi hanno accompagnato in questo lungo e tortuoso sentiero spirituale. Ho scelto di chiudere la porta dell’uscio e rifugiarmi in me stessa rifiutando qualsivoglia contatto con le persone che distrattamente per scelta loro, o meno, si destreggiano a vivere, forse sopravvivere, nel mondo là fuori. Ma questo è un lascito, non un giudizio. Puntando il dito rinnegherei gli insegnamenti di libertà cui sono stata fiera allieva. Di conseguenza la mia volontà che esprimo nel pieno possesso delle mie facoltà, è quella di agevolare la vita dell’unica persona che con la sua gioia, spontaneità e spensieratezza ha sempre illuminato la parte più buia di questa casa e di me stessa. Essere diventata nonna, senza i requisiti né la volontà d’esserlo, è stato il premio più bello che mi potesse capitare. Non sono credente e non ho un Dio specifico da ringraziare. Di concreto c’è la mia nipotina invece, cui dispongo di lasciare, i miei averi elencati di seguito e di cui lei ignora l’esistenza”

Alla signora spuntarono le lacrime agli occhi.

Il notaio fece un sospiro ed elencò i beni materiali. Tre appartamenti nel centro della città, alcuni terreni sulla costiera amalfitana, gioielli ed altri valori depositati presso una banca, mentre in un altro istituto titoli ed un cospicuo conto corrente.

Come avviene nelle piccole cittadine la voce si sparse velocemente tant’è che, come da previsione del notaio, i primi a fare causa all’ereditiera furono due sorelle della defunta ed i loro figli, quelli sì legalmente nipoti, che si fecero vivi per la prima volta. Si erano preparati al meglio “Poverà nonnà” versavano lacrime “leì ci scrivèv semprè. Ci riceva ca’ era costrètt a starsèn chiusà a casa ppe paurà ca’ e’ rubassèr tuttò. Ci parlàv e’ na’ uagliuncella ca’ avevà miso e’ uocchi sullè sue cosè. Ma chi pensàv andavà a ferni’ còsì? Tantà crudèltà è inimmaginabìl”

Anche il sindaco e qualche assessore non mancarono di far valere ragione “a’ signòr avevà assaie a core a’ sua cìttà. Spessò telefonàv o’ Comunè ppe informàrs sui lavorì e’ mantenimentò, sullò statò ra’ conservaziòn dei palàzz storicì” Chiaramente non era vero “Era attènt a’ cultùr e, ca’ io sappià, cacc semana prima e’ muri’ ci era giuntà vocè ra’ sua volòntà e’ donarè na’ cospicuà sommà indirizzàt e’ operè pubblìch“

Immancabilmente ebbe da dire la sua pure il prete che aveva speso malvolentieri qualche minuto del suo esercizio per cospargerla di acqua santa e dedicarle una preghiera al cospetto di una funzione deserta che, al pratico, significava l’assenza di offerte.

“Comm nun ave’ a core e’ sortì e’ chesta anema ca’ a modò suo seguìv a’ lucè ro’ Dio misericordiosò” disse stringendo un rosario ed il vangelo al proprio petto “unà femmena cui a’ presènz è sempe statà costànt o’ cospètt e’ nostrò Signorè. Song certò ca’ sul o’ pocò tiemp rimàst e o’ smarrimènt ra’ malattià e’ abbiàn impedìt e’ esprimèr a’ sua volòntà ca’ evidentemènt includèv nu’ generòs obolò a’ Chiesà”

Furono i più rappresentativi, ma non gli unici, a presentare le mani tese al cospetto del notaio ed alcuni di loro, come i nipoti ad esempio, ne ebbero convenienza.

Solo i libri non furono soggetti della disputa. L’eredità spirituale di quella donna finirono sugli scaffali della nipotina che fu l’unica tra tutti a non aspettarsi nulla ed a ricevere il dono più grande che la sua nonna acquisita potesse lasciarle in eredità:  la conoscenza.

Non le case, i terreni, o i gioielli, ma la conoscenza fu la chiave della felicità di quella bambina che nel frattempo aveva imparato a splendere di luce propria.

E fu felice.

Si ereditano beni mobili o immobili. Si ereditano anche dei debiti. Tutto ciò che si eredita è sempre di una materia contabile. È possibile che non si possa ereditare, nemmeno dalle persone più care, un patrimonio che non sia venale? Ereditare sogni, pensieri sfusi, fantasie di vario genere; e poi spunti di romanzi o di romanze, dubbi filosofici, amori, certezze teologiche, brandelli di poesie, magari chiacchiere e bugie da tener buoni per le ore di solitudine. Questo si chiamerebbe ereditare.
(Francesco Burdin)

Valigia. Quale prendere e come usarla.

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Per la maggioranza dei viaggiatori la valigia è considerata un accessorio indispensabile.

Nei viaggi più o meno lunghi che decidiamo di affrontare la utilizziamo per metterci dentro gli irrinunciabili effetti personali e gli indumenti che, presumiamo, indosseremo a destinazione.

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E’ altrettanto vero che spesso le vacanze sono suddivise in brevi periodi nell’arco di un anno, insufficienti a convincere il turista a giustificare un significativo investimento in valigeria.

In molti anni in cui ho prestato assistenza ai clienti negli aeroporti mi è capitato più sovente di quanto si creda di dover accogliere persone infuriate. La causa?  Valigie irreparabilmente danneggiate durante le procedure di carico e scarico.

Durante queste operazioni le valigie non sono certo trattate con le pinze. D’altronde mettiamoci nei panni degli addetti al facchinaggio costretti a sollevare decine e decine di chilogrammi al giorno; pretendere da loro cura ed attenzione per migliaia di valigie è sinceramente impossibile.

Questo è uno dei primi motivi che dovrebbe indurci ad investire bene nell’oggetto che, di fatto, ha il compito di custodire la parte materiale viaggiante di ognuno di noi.

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Il primo passo da compiere prima di procedere all’acquisto è capire se optare per una valigia morbida o rigida. Le valigie morbide sono così chiamate perché costituite da un tessuto parzialmente deformante. In molti pensano che grazie a queste caratteristiche attutisca meglio gli urti e che in caso di necessità, l’acquisto last minute di souvenir ad esempio, sia possibile aumentarne la capienza. In realtà le controindicazioni nell’affidarsi ad un bagaglio in stoffa sono i seguenti: l’esposizione di oggetti fragili agli urti, la difficoltà di mantenere pulito il materiale, ma soprattutto il grande rischio che possano avversarsi squarci o tagli volontari, da parte di malintenzionati, o involontari durante l’imbarco.

Tralasciando la descrizione del danno intenzionale che si verifica di rado negli aeroporti, le trappole in cui può finire il nostro bagaglio sono molteplici: ganci, rulli, metalli sporgenti, cadute dai carrelli dei mezzi aeroportuali e conseguenti botte sul asfalto.

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Le valigie rigide hanno invece la caratteristica di avere un involucro di plastica cui qualità e spessore varia  a differenza della tipologia di prodotti in commercio. E’ sicuramente il materiale preferito da chi viaggia per mestiere, come piloti, steward ed hostess, ad esempio. In molti temono che la valigia rigida in seguito ad urti rilevanti possa spaccarsi, ma le probabilità che ciò avvenga sono davvero ridotte al minimo. A mio avviso la protezione di un solido materiale plastico internamente rivestito è decisamente migliore rispetto alla stoffa imbottita. Naturalmente conta molto la qualità della valigia stessa. Personalmente posseggo una Delsey rigida acquistata nel 1996  che mi ha accompagnato ovunque in tutti questi anni per centinaia di viaggi e che non cambierei tutt’ora con nessuna valigia al mondo.

Altro aspetto fondamentale da prendere in considerazione prima di investire nel bagaglio è la verifica dei particolari: il tipo di chiusura, l’ermeticità, la qualità del materiale di manici e rotelle.

Una delle più frequenti denunce di danneggiamento riguardano infatti la perdita o rottura delle rotelle, l’impossibilità di reinserimento o estrazione del manico, la forzatura della combinazione.

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Questi inconvenienti sono indubbiamente spiacevoli anche a livello pratico e prevenirli è sicuramente meglio che affrontarli. Attenzione per chi sta per affrontare o ha in progetto un viaggio negli Stati Uniti d’America: è consigliato acquistare una valigia con sistema di chiusura senza chiave o con lucchetti TSA. Anche negli altri casi, chiavi e lucchetti tradizionali è meglio evitarli per facilitare l’eventuale ispezione degli addetti alla sicurezza che se devono aprire un bagaglio non usano certo modi troppo delicati.

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Altro aspetto da non trascurare l’ermeticità della valigia: meglio una chiusura ad incastro che le cerniere. Più semplice e solido è il materiale e meno si corre il rischio che avvengano rotture, forzature o strappi che in questo caso possono anche causare la fuoriuscita del nostro contenuto.

Per il bagaglio a mano, ossia il trolley di piccole dimensioni che ci scorrazziamo in giro e cui utilizzo è esponenzialmente aumentato con l’avvento dei voli low cost, la scelta tra soffice o rigido è relativa dato che siamo noi stessi a prendercene cura. Prestiamo però sempre massima considerazione agli accessori che ne consentono il pratico trasporto.

fodera (clicca sulla foto)

Molti turisti inoltre si lamentano di graffi o sverniciature cui le loro valigie sono sottoposte durante il viaggio, ma mantenere intatta l’integrità del bagaglio è obiettivamente impossibile. Già al momento dell’acquisto c’è da preventivare e da augurarsi che durante le centinaia di viaggi la valigia sarà sottoposta inevitabilmente a trattamenti traumatici che alla lunga la renderanno di un aspetto vissuto. All’estetica va indubbiamente preferita la funzionalità dato che il compito della valigia è quello di viaggiare assieme a noi e non di essere esposta nel salotto di casa. Nel caso in cui non ci si voglia rassegnare c’è la possibilità di farsela avvolgere da cellophane nei vari punti di servizio a pagamento presenti in quasi tutti gli aeroporti del mondo e che rilasciano anche un’assicurazione, oppure acquistare una fodera protettiva.

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Nel caso in cui durante il viaggio qualcosa dovesse andare storto ricordatevi di presentare denuncia immediatamente presso l’ufficio lost & found presente nella stanza dei nastri trasportatori dove si ritirano i bagagli e di non uscire fino a che un incaricato non avrà redatto e rilasciato il modulo (PIR) necessario per richiedere un eventuale rimborso alla compagnia aerea o all’assicurazione. Vi sarà richiesto l’identificativo del vostro bagaglio (Tag) che vi è stato consegnato durante il check in assieme al biglietto e che vi suggerisco di conservare all’interno del vostro documento personale e non sulla boarding pass (biglietto aereo) dove generalmente viene appiccicata dagli operatori delle compagnie aeree.

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Un ultimo suggerimento riguarda invece come e cosa mettere nella valigia prima di partire: portare con sé o nel bagaglio a mano oggetti che riteniamo indispensabili (documenti, medicinali, laptop, computer, occhiali, carica batterie, macchine fotografiche, oggetti di valore). L’abbigliamento costoso o del quale siamo molto affezionati meglio lasciarlo a casa. Se si viaggia in coppia con due valigie da stiva suddividere gli effetti personali tra i bagagli così che, in caso di smarrimento di una delle due,  ci sia la possibilità di avere dei ricambi in attesa che il bagaglio perso venga ritrovato e riconsegnato. Attenzione ai liquidi: le bottiglie di vetro contenenti  ad esempio vino, specialmente rosso, amari, grappe oppure olio, vanno inserite in buste di plastica possibilmente ermetiche o nei dedicati e suggeriti cuscini con bolle d’aria ed avvolte da teli mare o tessuti di poco valore che possano eventualmente attutire le botte cui la valigia inevitabilmente andrà incontro durante il trasporto. Anche appallottolare fogli di giornale può essere utile allo scopo. La probabilità che una bottiglia si rompa è piuttosto elevata e, nel caso ciò avvenga, si eviteranno danni di ben più considerevoli proporzioni.

Non rimane quindi che acquistare la vostra valigia preferita, prenotare il viaggio e partire!

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Panarea. Roulette.

“Hai deciso cosa ordinare? Io prenderò un sandwich… Con una birra. Ci sta”

“Buona idea. Dai, uguale”

La giornata è soleggiata e limpida. Il sole è nel pieno della sua forza.

“Scusi signorina… Noi avremmo deciso”

La cameriera puntò la penna sul piccolo block notes pronta a trascrivere l’ordine dei due ragazzi seduti al tavolino “Ci siamo! Ditemi tutto!” Disse sorridente.

“Dunque, due sandwich e due birre. Piccole o grandi?” Si rivolse all’amico abbassando la lista che stava consultando.

“Vorrei provare la birra Messina Cristalli di Sale… In bottiglia. Che dici?”

L’amico annuì, ricambiò il sorriso alla gentile insererviente e le restituì il menù.

“Abbiamo fatto bene a venire a Panarea. Guarda che incanto di isola

“Davvero. E’ proprio spettacolare. Mi ricorda la Grecia. Qualche isola delle loro. Con queste case bianche. I colori pastello degli infissi. I vasi. Anche le piante sono simili”

“Sì, stesso stile. Il clima, i colori… Vero.”

La cameriera appoggiò bicchieri e bottiglie di birra sul tavolo.

“Perfetto. Avevo una sete che non ne potevo più”

“Tra poco vi porto anche il resto. Cin!”

I ragazzi accompagnarono con lo sguardo i primi passi della ragazza che tornò al banco con il vassoio vuoto.

“Niente male” disse uno dei due.

“Ma dai. Pensi sempre a quello” rispose l’altro

“Scusa, siamo in ferie, in un posto spettacolare, tranquilli e rilassati, soli… Se non ci penso adesso quando mai dovrei pensarci?”

“Comunque confermo. Bella ragazza. Dai, assaggiamo sta birra prima che si scaldi”

Con il primo sorso eliminarono l’arsura della bocca, poi si dedicarono a studiarne il gusto.

“Ci voleva. Buona. Mi piace. Per essere una birra in bottiglia non è niente male”

Tornò nuovamente la cameriera con i sandwich.

Si concentrarono sullo spuntino.

“Che spettacolo. Guarda che mare. Si è alzato anche un po’ di vento, si sta benissimo”

“Certo che è impressionante vedere tutti questi yacht al largo”

“Beh, Panarea è un’isola ricchissima. Hai visto che razza di ville abbiamo incontrato sulla strada. Mi fanno impazzire tutti questi giardini e terrazze affacciate sul mare. Chissà chi si può permettere queste case. Che poi, sono case di villeggiatura. Sembra di vivere in una rivista di architettura

I due rimasero per qualche istante in silenzio a contemplare il paesaggio.

“Certo che è assurdo se ci pensi” disse uno dei due.

“Cosa è assurdo?” rispose l’altro masticando con gusto l’ultimo morso del panino.

“Gli squilibri nella distribuzione della ricchezza. Ci sono alcune persone a bordo di yacht con la servitù che pasteggiano ad ostriche e champagne e migliaia di altre che non hanno a disposizione neanche una ciotola di riso al giorno” L’amico spalancò gli occhi incredulo a ciò che le sue orecchie avevano appena sentito, si ripulì la bocca da qualche briciola, sorseggiò la birra e ribatté

“Ma ti sei fulminato il cervello? A te il caldo fa male… Sarai mica diventato comunista?”

“E’ una constatazione. Scusa, non ci vedi dell’ingiustizia in tutto questo?”

“Assolutamente no. A meno che i ricconi non abbiano rubato per avere ciò hanno, non ci vedo niente di male. Anzi, sai quanti posti di lavoro offrono queste persone ai meno abbienti?”

“Ma io non contesto il fatto che uno sia ricco o meno. Trovo ingiusto il fatto che non ci siano pari opportunità”

“Ecco. Sei diventato comunista. Dimmi te se mi doveva capitare anche un amico comunista. La birra non ti ha dato in testa perché la sto bevendo anch’io, i panini erano uguali… Manca solo che confessi d’esserti innamorato di me. Anzi, ti dirò, meglio un amico finocchio che comunista!”

Né uscì un sorriso. Si conoscevano da troppo tempo e nessuno dei due voleva giungere al litigio.

“Tranquillo, anche se fosse non saresti il mio tipo” Risero di gusto. Poi il discorso proseguì.

“La cosa che mi fa riflettere è che la nostra esistenza scaturisce da un colpo di fortuna o sfortuna. Il lancio di una monetina. Nascere in una famiglia di ricchi o di poveracci non è una scelta. Noi siamo bianchi, italiani. Nati e cresciuti in famiglie benestanti che ci hanno permesso di crescere, studiare, essere qui adesso…  Ma in procinto d’esser creato non mi è stata data la possibilità di scegliere il grembo a me più congeniale. Mi spiego?”

L’amico ascoltava allibito e totalmente discordante “Che ne sai che non hai scelto? Magari Dio ti ha dato questa possibilità e non te lo ricordi…”

“Se così fosse o esistono dei cretini che scelgono di nascere nella miseria più assoluta o Dio è così figlio di puttana da mettere in difficoltà da subito milioni di suoi figli. Io Dio lo lascerei proprio fuori dal discorso…”

“Magari vuole metterli alla prova”

“E’ questione di fortuna. Una roulette. Infatti non capisco nemmeno questi forti sentimenti di nazionalismo che da millenni ci stanno ammazzando gli uni con gli altri”

L’amico visibilmente destabilizzato da conclusioni così filosofiche ed inaspettate fece il gesto del conto alla cameriera.  Non si tirò certo indietro nell’affermare che era orgoglioso delle sue radici, di essere italiano.

“Ma hai scelto te di essere italiano? No. Sei nato in Italia per casualità. Ci scontriamo su concetti di appartenenza di etnia, dialettica, eredità e cultura, basate su un diritto acquisito casualmente”

I due si alzarono, pagarono il conto soddisfatti, scambiarono qualche parola di cortesia con la ragazza che li aveva serviti e si incamminarono verso il porto dove avrebbero aspettato la barca diretta a Stromboli.

“Vabbé, ho l’amico comunista. Robe da pazzi. Basta che non cominci a rompere i coglioni che gli extra comunitari vanno accolti e via dicendo perché ti mando a fanculo!

“No tranquillo. Godiamoci la vista di queste magnifiche ville e delle barche che veleggiano verso il tramonto

 

Io amo pensare alla Sicilia come un luogo dove puoi trovare qualunque tipo di contraddizioni. Troverai sempre che tutto ha un fondamento. Però certamente il fatto che sia un’isola ha influito moltissimo sulla capacità di ragionare, ma anche, forse, sulla capacità di sragionare, se vogliamo sempre citare Pirandello. Quello che a me sempre ha colpito è che, secondo me, l’isola, l’essere nati in un’isola ha accentuato la vena sognatrice dei siciliani. L’essere costretti ad immaginarsi che cosa ci sia dall’altra parte dell’orizzonte ha accentuato molto questa vena visionaria che mi è molto vicina, in qualche modo.
(Giuseppe Tornatore)

 

 

Il turismo: orfano di follia e romanticismo

1994, Primavera.

Rimini. Io ed il mio amico Andrea abbiamo parlato, riso, scherzato; progettato il futuro.

Oscillando tra incoscienza ed utopie.

Poi una cabina telefonica lungo la strada e la chiamata rassicurante di rito ai genitori. Rispose mia madre.

Guarda hanno telefonato, ti cercavano. Ti hanno preso.

L’intero post lo puoi leggere cliccando il link qui sotto:

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Lettura consigliata:

Roma. 1982

Madrid, 11 Luglio 1982 Ore 14:53

Sehen wir uns wieder? Kommst du zu mir?

Aò bella nun te capisco! Ma che me sta a dì questa?

Distanti una ventina di metri dai due ragazzi abbracciati, un gruppetto di amici e tifosi dell’Italia scalpitano in attesa della finale del Campionato del Mondo.

Il ragazzo italiano ha le mani appoggiate al muro del bar ed il viso a pochi centimetri da lei, una biondina tedesca dallo sguardo innamorato. Tiene le Marlboro nel risvolto della manica della maglietta bianca. Lei gli afferra la t-shirt e lo trattiene ancora qualche minuto prima di lasciarlo andare con i suoi amici. Nella parte opposta degli italiani, anche loro ad una ventina di metri di distanza dai due, un gruppetto di ragazzi tedeschi che aspettano la conclusione delle effusioni per incamminarsi verso lo stadio Santiago Bernabeu che raggiungeranno ma in settori opposti.

Fa caldo ed entrambe le fazioni preferiscono evitare lo scontro fisico. Qualche parola di sfida inevitabilmente esce dalle bocche degli uni e degli altri.

Bis zum Frühjahr bin ich Italiener und esse beschissene Spaghetti!

Ma che cazzo stai a dì? Te piacerebbe magnà du spaghi invece de quella merda de wurstel!

L’ultimo bacio e le strade si dividono in fretta nello stesso modo in cui si erano incrociate la sera precedente. Lui corre verso gli amici sorridente. Saltando goliardicamente ed appoggiandosi sulla schiena del più alto e grosso esclama “Daje che stasera segna Bruno!

Roma, 11 Luglio 1982 Ore 18:38

La capitale è semi deserta.

Le ultime persone che girano per la città hanno sbrigato in fretta i loro impegni e stanno tornando a casa per piazzarsi davanti la tv. Gli schiamazzi dei bambini che giocano a palla emulando i campioni azzurri riecheggiano tra le mura delle case ed entrano nelle finestre aperte.

“Passa! Passamela dai!”

“Ecco Conti… Che corre… Poi crossa in mezzo… Arriva Ciccio… Gooooal”

Poi la pallonata che rimbomba sul muro in cemento di un garage. La sfera bianca e nera si impenna e finisce su un Alfetta dei Carabinieri parcheggiata dietro le porte improvvisate con un cumulo di magliette. Le facce dispiaciute dei ragazzini ed il passo timido per recuperare il pallone. Lo sguardo severo del maresciallo, quello sorridente del suo collega.

“Dai basta, sali tu prima che scenda tu padre!”

“Va bene mamma, ultima azione”

Ancora una corsa. Un dribbling. L’odore di sudore degli scalmanati ragazzetti e quello delle conserve di pomodoro delle nonne nel rione. Sanpietrini, sabbia e profumo di basilico. I negozi con le bandiere dell’Italia esposte. Le saracinesche pronte ad essere chiuse. Le televisioni accese ed il volume sparato al massimo. Un unico eco del canale RAI che trasmetterà l’incontro. L’ultima pallonata che finisce la corsa sul geranio del negozio di alimentari.

Ve ne dovete annà! Me state a rovinà tutte le piante mortacci vostra!

La fuga sulle scale, i rimproveri dei genitori.

L’attesa cresce spasmodica. Le interviste a Bearzot e Pertini. La freddezza negli sguardi di Rumenigge e Littbarski.

La Fontana di Trevi è tradita dalla scarsa attenzione dei turisti che, per una sera, rinunceranno a specchiare i propri desideri nell’acqua trasparente. Le monetine, quelle sì che ne sono state lanciate in abbondanza. Chissà se saranno effettivamente di buon auspicio per una o l’altra squadra.

Marcello come here!

E’ un giorno talmente speciale a Roma che anche le figure mitologiche di Anita Ekberg e Marcello Mastroianni scolpite nella storia del cinema e nelle nostre menti, si sbiadiscono lasciando spazio ad anonime figure di passaggio piene di eccitazione ed ansia per la partita.

Forza Italia!” esclama qualche turista americano che al gioco del calcio non è minimamente interessato. Tifa la squadra del Paese che lo sta ospitando. Non nota differenze tra Napoli, Roma, Firenze o Venezia. Per lui Italia è tutta spaghetti, pizza, mandolino. Sorride. Si gode l’ultimo sorso di vino rosso dal suo bicchiere. L’oste osserva il cliente ed è sollevato che stia terminando il pasto. Potrà chiudere le serrande e godersi la partita.

Italia Germania. Quante sfide.

Sul campo di battaglia quelle più dolorose e sanguinose. Sul campo da calcio quelle più epiche.

Non c’è abbastanza vento per permettere alle bandiere issate sul Monumento al Caduto di sventolare con ardito orgoglio.

I militari che ne perseverano l’incolumità sono costretti ad un ulteriore sacrificio. Dritti sulla schiena, con il fucile al fianco e lo sguardo fisso verso un punto lontano. Apparentemente senza sentimenti da condividere. La voglia repressa di essere seduti a tavola con le loro famiglie davanti alla tv con la finestra aperta ed il tricolore appeso sul balcone. Il passaggio di qualche ritardatario in sella alla Vespa, qualche grido “Daje Italia!”.

Le statue degli Imperatori di Roma lungo la via dei Fori Imperiali sembrano concentrate a trasferire la loro autorità ai ragazzi in azzurro che da lì a poco affronteranno il temuto esercito calcistico teutonico. Indicano poco più avanti l’imponenza dell’Arena più conosciuta al mondo, l’ Amphitheatrum Flavium.

Quanti feroci combattimenti si sono svolti là dentro. Ancora adesso ne echeggiano le grandi gesta dei gladiatori, le urla della folla, i ruggiti delle bestie ed i lamenti degli schiavi. L’attitudine alla vittoria scorre nel sangue degli antichi romani e dei loro discendenti.

Sia ben chiaro a chi rivolge il suo sguardo ad una delle sette meraviglie del mondo moderno. Il Colosseo che fa tremare le gambe solo a chi lo immagina.

Anche il sole aspetta a tramontare curioso di attendere il risultato della partita per lasciare spazio alla notte di festeggiamenti.

I sospiri, gli imprechi, le urla di gioia si inseguono in un unico battito tra le vie deserte di Roma.

Castel S. Angelo ha l’aspetto spaventato di chi si aspetta la pacifica invasione di gioiosi tifosi e le loro bandiere tricolori. Sembra conscio che la sua origine di Sepolcro dell’Imperatore Adriano sarà presto defraudata di tutta la sacralità nei canti e balli di migliaia di romani euforici per la vittoria.

Sotto Ponte Sant’Angelo scorre il Tevere. Come sempre.

A Trastevere gli artisti di strada hanno immortalato le gesta dei nuovi eroi nelle tele che generalmente ospitano scorci del quartiere o i ritratti dei turisti. Antiche lampade appese sui muri delle case, pesanti portoni di legno con i loro eleganti anelli in bronzo, le storiche osterie e le fumanti grate delle loro abbondanti cucine. Poi carretti che sbucano dai vicoli e scompaiono dietro agli anfratti delle mura. Ed ancora voci. Colori pastello. Il profumo d’estate e l’odore acre di pipì di gatto.

«Palla al centro per Müller, ferma Scirea, Bergomi, Gentile, è finito! Campioni del mondo, Campioni del mondo, Campioni del mondo!!!»

Maddalena: “Vorrei vivete in una città nuova e non incontrare più nessuno”.
Marcello: “A me invece Roma piace moltissimo: è una specie di giungla, tiepida, tranquilla, dove ci si può nascondere bene”.
Maddalena (Anouk Aimée)
Marcello Rubini (Marcello Mastroianni)

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