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Questo ero, questo sono

Chissà chi si è accorto che a dicembre non ho postato nulla.
Qualcuno avrà pensato che controviaggio e chi lo scrive si saranno esauriti, qualcun altro forse avrà sentito la mancanza di una nuova storia; la maggior parte non si sarà accorta di niente. Intanto io mi sono preso un mese di pausa totale perché avevo bisogno di staccare la spina alla parte creativa del cervello. Forse l’unica mia funzionante tra l’altro. Mentre premeditavo quello che avete appena letto, mi è venuto in mente quando da ragazzino conducevo un programma radiofonico di mia creazione. La radio era locale e non proprio seguitissima, ma a vent’anni l’idea di avere a disposizione un mezzo di comunicazione potenzialmente così efficace era sicuramente esaltante. L’idea di lavorare in radio mi attirava tantissimo, fino al punto da spingermi incoscientemente a bussare letteralmente alle porte delle emittenti e chiedere un posto come speaker radiofonico. Radio Popolare nella piccola Gorizia, non quella famosa ed impegnata di Milano per intenderci, mi aprì la porta e mi insegnò ad usare microfoni, mixer, piatti e via dicendo. Il mio primo programma era serale, naturalmente non remunerato; non ricordo che argomenti trattasse ma trasmetteva musica di cantautori per lo più italiani; non erano così commerciali come lo sono diventati negli anni a seguire. Si chiamava Slight Night, Notte leggera. All’epoca mi piaceva il suono delle parole con cui avevo titolato il mio spazio radiofonico, sinceramente non ne conoscevo il significato.
Fatto sta che praticamente ogni notte le mie frequenze giungevano sotto onde fm presso gli apparecchi di qualche ascoltatore. Non c’erano social da utilizzare per valutare lo share e l’unico modo per avere un riscontro immediato era il telefono fisso della radio. Quello nel mio studio non squillava mai. Nessuna interazione, nessuna richiesta, il nulla. Tant’è che ben presto cominciai a pensare che la sola utilità di quel programma era che io potessi registrare sulle cassette (allora quelle c’erano) tutte le canzoni e dischi presenti in archivio. Un universo musicale che non conoscevo minimamente.Tutto questo preambolo per evidenziare una similitudine con controviaggio, ossia ciò che avvenne una di quelle notti in cui, completamente preso dallo sconforto, premetti il pulsante on del microfono e dissi in diretta che Slight Night era un programma inutile, non ascoltato da nessuno e che quella sarebbe stata la mia ultima trasmissione. Dopo qualche secondo, per la prima volta, il vecchio telefono azzurro della radio squillò facendo lampeggiare uno dei suoi grandi tasti. Non ci potevo credere. Aveva chiamato una signora, dal tono vocale presumo anziana, che mi pregò molto gentilmente di continuare a mettere su canzoni ed argomentare. Disse che ero di buona compagnia e mi spronò a proseguire.
Certo non è come affacciarsi ad un balcone ed avere i fans che ti acclamano e si strappano i capelli per te, ma essere in qualche modo utile anche ad una o poche persone è qualcosa di gratificante.
Ecco, io non so chi legge e perché quello che scrivo, ma che sia una persona o diecimila poco importa. Controviaggio non è un blog come ce ne sono a migliaia gestiti da influencer che si raccontano attraverso i loro spostamenti seguendo il cliché guida turistica. Dal mio punto di vista nei posti dove andate, se ci andate, potete fare quello che più vi pare e come meglio vi pare. A voi il gusto della scoperta. Fare da cicerone non mi interessa perché lo faccio già di lavoro controviaggio è un impegnativo passatempo, ma non il mio lavoro.
Non sono una persona particolarmente social e preferisco la qualità alla quantità. Il buon vino sta nella botte piccola.
Ciò detto vado avanti e vediamo quali corde riuscirò a toccare il prossimo anno solare che, almeno dal punto di vista logistico, promette abbastanza bene.

Andiamo avanti e vediamo cosa succede…

“Non abbassare mai i tuoi standard per compiacere gli altri.”
(Vince Lombardi)

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La sposa di Hội An

Le due amiche camminavano per le vivaci stradine di Hoi An guardandosi in giro.

A giudicare dai loro volti sorpresi non sembrava nemmeno che vi ci abitassero da sempre.

Erano nate e cresciute lì.

Figlie uniche di famiglie rispettate e conosciute di commercianti della piccola cittadina vietnamita, avevano entrambe avuto la possibilità di studiare. Una, la più carina delle due, gli aveva terminati.

Da bambine erano entrambe molto belle. Passato il periodo dell’adolescenza solo lei mantenne le caratteristiche di bellezza che la rendevano la donna tra le più affascinanti del paese; a differenza sua l’amica non badò molto alla cura della propria persona rendendo superfluo ogni privilegio naturale. Quest’ultima, forse consapevole di questo fatto, aveva sempre accettato il ruolo di amica della più bella della città senza farsi prevaricare da forme di invidie e gelosie.

Alle due giovani piaceva mischiarsi ai turisti di Hoi An, che negli ultimi anni erano aumentati in maniera esponenziale e, come loro, attraversare il ponte nuovo, fotografarsi vicino all’altro ponte, quello coperto giapponese ed affacciarsi ai negozi che si trovavano lungo il fiume. In particolare quello delle lampade, il più simbolico e caratteristico. Specie la sera, quando gli oggetti esposti illuminavano i piccoli mercatini.

Le lanterne e le candele di Hoi An bruciavano le loro fiammelle quasi ovunque; anche adagiate sul canale e dal quale venivano trasportate chissà dove. Il fuoco sfidava l’acqua ardendo fiero su di essa. Si sedettero su una panchina ad osservarle mentre scorrevano sotto i loro occhi e quelli dei passanti. Tra questi qualcuno faceva delle foto, come due turisti occidentali preoccupati che qualche imbarcazione ormeggiata nei paraggi non venisse incendiata dalla processione di lumi; di fianco alla panchina dei ragazzi praticavano un gioco dall’aspetto elementare ma molto divertente a giudicare dalle risate e dagli schiamazzi dei partecipanti.

Anche il modo di stare seduto delle due amiche faceva notare come negli anni si fossero formate in modo differente: gli atteggiamenti di una la facevano sembrare una principessa, l’altra un maschiaccio libera di fare ciò che meglio credeva. La felpa con il cappuccio, i capelli corti, le movenze, potevano trarre in inganno addirittura sulla sua sessualità. Pensare che da bambina era sempre ricoperta dal suo vestitino preferito in tulle rosa. Dall’alto del poggia schiena della panchina dove si era seduta si rivolse alla sua amica.

– Sicura che lo vuoi sposare?

– Che domande, certamente.

Nel porle la domanda aveva assunto un timbro di voce profondo e serioso che le aveva fatto perdere anche l’ultimo tocco di femminilità rimasto.

– Insomma è arrivato il momento. Chissà, magari adesso ci divideremo, non ci vedremo più…

– Ma che dici? Siamo cresciute assieme, siamo amiche da sempre. Lui sarà mio marito, tu rimarrai una sorella. Perché siamo sorelle vero?

Il nero delle tenebre si faceva sempre più intenso ma a sfidarlo ci pensavano le piccole fiammelle che continuavano a bruciare instancabili.

– Insomma sei sicura. Ne abbiamo già parlato e non voglio farti credere che io sia contraria. Potresti pensare che io sia invidiosa di te ma…

– Ma che dici?

Venne interrotta per un attimo dall’amica e riprese a fatica il discorso.

– Sai che suo padre era un violento. Qui ad Hoi An lo conoscevano tutti. Le urla di sua moglie erano solite svegliare i vicini di casa nel cuore della notte. Lui tornava a casa ubriaco e si metteva a picchiare qualunque cosa gli capitasse a tiro. Scusa forse non dovrei ricordartelo proprio adesso…

Entrambe guardarono il pavimento di freddo cemento per qualche secondo. La futura sposa annuì con il capo e sospirò forte.

L’amica, pur rischiando di provocare una rottura nel rapporto, non si fermò

– Lo dico per te. Davvero. Quella è una famiglia di matti. Se ti mette ancora le mani addosso giuro che…

Questa volta venne bruscamente interrotta

– Non capiterà più! Capito?

L’amica rispose stizzita e decisa. Riprese il controllo di sé nel ribadirlo

– Non succederà più. Lui è un bravo ragazzo. E’ successo una volta soltanto che alzasse le mani su di me. L’ho perdonato. Ci siamo parlati. Poi è una storia passata ed in fin dei conti me la sono andata a cercare. Non avrei dovuto dare troppa attenzione al tipo del cinema

Era davvero convinta di quello che stava dicendo, anche se non era la prima volta che quello che sarebbe diventato il suo futuro marito l’avesse molestata fisicamente. La fragile bellezza della ragazza era stata più volte violata con lividi che aveva sempre faticosamente nascosto. Ma se i segni sul corpo in qualche modo si possono occultare, quelli dell’anima e dello sguardo rimangono indelebili agli occhi di chi ci ama davvero.

Rientrando verso le loro case le due amiche si soffermarono a guardare una coppia di novelli sposi mentre si facevano fotografare da un giovane intento a dirigere la scena ed istruire l’assistente su dove posizionare il fascio di luce.

– Guarda, ha l’abito come il tuo!

Ormai i discorsi seri erano scivolati via come i lumini sull’acqua del fiume. Ma esattamente come quei fuochi continuavano ad ardere nel cuore preoccupato della novella sposa di Hoi An.

– Sì. E’ esattamente come il mio.

Le rispose.

 

Non sposare un uomo violento: i bambini imparano in fretta
(Slogan sulla violenza contro le donne)

Huế: pioggia sulla città proibita

La pioggia è incessante e sul vetro opacizzato traccio distrattamente dei segni con il dito.

Fisicamente sono in una stanza, forse in Francia.

La mente è nella città imperiale di Huế.

Anche ad Huế capitava spesso di stare seduti sotto i portici ad ascoltare la pioggia. Guardarla scendere sui volti fieri dei miei avi e dei loro valorosi guerrieri scolpiti nel bronzo. Le anime e le gesta di queste potenti figure sembravano rivivere con i fischi del vento; inghiottite e poi risputate dalle bocche dei dragoni erti a proteggere la famiglia imperiale e coloro che la servivano.

A filtrare la crudeltà della realtà umana agli occhi di un bambino, quello cui ero all’epoca, ci pensavano i monaci. Loro provvedevano alla mia istruzione. Il compito di insegnare al figlio dell’Imperatore ciò che è il mondo, il suo mondo, non è facile impegno. Le loro parole sapevano sempre essere opportune e delicate. La strada del sapere che mi prepararono era lunga, contorta, fatta di piccoli inganni, nessuna scorciatoia ed un velo di soffici piume che mi accompagnarono passo dopo passo. Chiesi anche della guerra. I monaci prediligevano affrontare la mia curiosità nelle giornate più cupe e nuvolose. Pioveva sulla città proibita e, forse, il sangue veniva lavato per sempre dalle mura e dalle coscienze. Faceva bene al loro spirito pensarlo.

I racconti di ciò che avveniva là fuori erano innumerevoli. Per me e per l’Imperatore, mio padre, era sufficiente la nostra sacra dimora protetti dalle mura. Da adolescente, nel poco tempo di gioco e solitudine, appoggiavo le orecchie sull’umido muro che mi sovrastava. Ascoltavo quello che il mondo mi sussurrava dall’altra parte. Sui libri avevo letto e visto, dai racconti dei monaci sentito, di enormi distese d’acqua, di giganti creature marine e uomini coraggiosi che le sfidavano a bordo di piccole imbarcazioni ricavate da tronchi d’albero; di invalicabili montagne ricoperte da fitta boscaglia ed animali pelosi dalle grandi zanne predati da valorosi combattenti armati di arco e frecce.

La porta d’ingresso principale della città non veniva spalancata frequentemente. Era riservata all’Imperatore ed egli non amava allontanarsi troppo. Da quelle laterali ho visto comparire persone da ogni provenienza. Il mio contatto con gli estranei si limitava ad essere visivo. Loro non potevano rivolgersi a me, io a loro. Un giorno mio padre mi volle seduto accanto a lui ed a mia madre durante l’accoglienza di uno di questi signori. All’epoca non avevo mai visto, se non disegnato sui libri, un viso dalle caratteristiche così diverse dalle nostre. Quello che era un generale dell’esercito francese allora mi risultava essere una simpatica caricatura. Mi faceva ridere quasi come fosse un grande pupazzetto vivente. I suoi lineamenti squadrati, gli occhi e la bocca così piccoli. Quel cappello rotondo che inglobava tutta la sua testa. La lingua che parlava mi era nota; era stata introdotta nei miei studi qualche anno prima. I toni tra l’Imperatore ed il generale erano cortesi ed i nostri servi continuavano a riempire le tazze del e far dono di oggetti preziosi. Il generale tra le varie cose regalò a mio padre un orologio ed egli apprezzò il gesto. Quell’istante significò la svolta della mia vita. Smisi di ridere dentro e cominciai a diventare adulto. L’arroganza dell’uomo nel voler controllare il tempo era racchiusa dentro quelle scatoletta. La mia visione della città proibita e dell’Imperatore cominciò a scricchiolare vittima dei colpi inferti dai miei dubbi.

Le lancette degli orologi francesi da lì a poco avrebbero cominciato a scandire tempi sempre più cupi per la famiglia reale e gli abitanti di Huế. La persistenza delle battaglie e forti ed impreviste alluvioni avevano sbiadito la potenza dell’Imperatore che cominciò ben presto a manifestare i primi segni di cedimento. Mio padre negli ultimi anni della sua vita si era avvicinato a me. Mai al punto di confidarsi.

I nostri ruoli ci imponevano freddezza, distacco e sobrietà in qualsiasi avvenimento pubblico, tant’è che finimmo per applicare il protocollo anche nei rari momenti privati. Cresceva in me la voglia di evadere da quelle mura dorate, di guardare con i miei stessi occhi ciò che avveniva là fuori. Un primo goffo tentativo di fuga lo feci da adolescente. Mi ritrovarono i monaci mentre camminavo tra la gente di Huế. Un’esperienza meravigliosamente scioccante.

In un primo momento la povertà mi aveva inorridito. Vedere tutte quelle persone semplici dalle mani sporche e rugose tirare pesanti carri colmi del raccolto giornaliero. Le loro modeste dimore. Il linguaggio così rude e primitivo. Le urla e la frenesia dei mercati. Non dormì alcune notti ripensando alle condizioni di vita dei nostri sudditi. Così come non dormì, molti anni dopo, in attesa di comunicare la scelta a mio padre: volevo girare il mondo. La sua risata, la sua disapprovazione.

Ma le cose andarono così.

Dopo la sua morte il nostro Regno terminò e grazie ad un accordo con i francesi l’esilio della nostra famiglia avvenne in sicurezza e con rispetto. La città imperiale ci era stata negata. Inaccessibile. Adesso la città era proibita a me ed alla mia dinastia.

Ricordo il forte battito del cuore quando varcai le sue mura per l’ultima volta. L’affannoso respiro ed il pensiero cupo che si contrapponeva alla gioia di esplorare il mondo che non avevo mai visto.

Ricordo la città Imperiale sotto una pioggia torrenziale.

Anche allora, come adesso, tracciavo sul vetro opacizzato dei segni con il dito.

Fisicamente ero in un auto, ad Huế; la mente nel nuovo mondo che avrei esplorato.

Per fare ciò che si vuole bisogna nascere re o stupidi.
Lucio Anneo Seneca

La differenza è la passione

Giorni fa, confrontandomi con degli agenti di viaggio, ho sostenuto quanto sia importante il fattore passione nel pacchetto viaggio. Ossia di come, sempre a mio avviso, non basti la sola componente materiale a rendere la struttura piacevole agli ospiti.

La passione è quel elemento che induce il personale degli alberghi a rendere i nostri giorni di permanenza piacevoli e quello della partenza malinconico. Il fattore umano.

Personalmente ho ricordi da bambino di camerieri particolarmente affettuosi e passionali nel loro lavoro. Di una in particolare ricordo ancora il nome e parliamo di una fugace settimana vacanziera di trentacinque anni fa quando io ne avrò avuti sì e no dieci. La battuta al momento giusto, il sorriso, la cortesia, la professionalità… Quel effetto warm che scalda appunto gli ambienti. Certo c’è chi preferisce l’ambiente asettico degli hotel 5 stelle lusso dove il personale deve impermeabilizzarsi e stare a debita distanza dal cliente senza quasi rivolgergli lo sguardo; eppure anche questa tipologia di clientela sofisticata è attratta dalla personalità degli impiegati più passionali. Ci scambia qualche confidenza, osa chiedere qualcosa di eccezionale.

Ai collaboratori più giovani cerco sempre di trasmettere i valori che mi furono insegnati: rispetto, cortesia, disponibilità. Componenti base per poter svolgere al meglio il proprio lavoro. Ribadisco però che per fare il salto di qualità ed ingranare la marcia in più rispetto a chi decide di navigare a vista è metterci la passione.

Dal mio punto di vista è anche la chiave per capire se siamo sulla strada giusta o meno. Se la mattina ci alziamo con fatica per andare al lavoro, senza entusiasmo ed uno sforzo mentale tale da mal digerirlo significa che quel impiego non ci stimola a tal punto da appassionarci. La stessa persona troverà in altre attività campo fertile dove alimentare le proprie passioni. Un personal trainer mentre frequentavo una palestra sostenne che ero pigro nel fare gli esercizi. Vero, perché la palestra non mi ha mai appassionato. Una delle prime cose a cui ho pensato quando ho tagliato il traguardo della mia prima maratona è stata: meno male che ero io quello pigro. Per essere maratoneti, oltre che masochisti, bisogna essere passionali.

Però, come volevasi dimostrare, mi è bastato cambiare attività per trovare dentro di me forze che mai sospettavo di avere.

Passione significa anche credibilità. Se non crediamo a noi stessi ed a quello che diciamo sarà impossibile convincere qualcun altro. I più abili venditori ci mettono sempre passione in quello che fanno tanto da autoconvincersi che ciò che stanno vendendo è bellissimo, indispensabile, fuori dal comune. Chissà quanti di noi hanno nei cassetti qualche oggetto completamente inutile utilizzato forse una volta che ci è stato abilmente rifilato da qualche venditore che ci ha incantato con le sue filastrocche.

Questo blog agli occhi di molti, spero non tutti, sembrerà una stupidaggine o qualcosa di superfluo. Ma che senso ha tutto questo se non ci guadagni? Nessuno però, vedendo le copertine, le foto, i filmati, leggendo le storie, potrà dire che non ci metto passione. Altrimenti tutto ciò non potrebbe esistere. Scrittura, fotografia, grafica, marketing, viaggi: queste sono le mie passioni ed alcune, fortunatamente, fanno parte o servono a svolgere il mio lavoro. Altre passioni, come la corsa, mi hanno offerto ulteriori sbocchi lavorativi.

Insomma, solo la passione può togliere l’insipidità delle cose.

 

 

In ogni attività la passione toglie gran parte della difficoltà.
(Erasmo da Rotterdam)

 

La Mezza Maratona di Rodi

E’ domenica mentre scrivo questo post e sono passati 7 giorni esatti dalla gara; ma oggi a differenza della settimana trascorsa piove e c’è un temporale mattutino.

Quel 29 aprile 2018 alle 6:45, quando già ero praticamente arrivato nella zona adibita a partenza, il sole aveva fatto la sua prima comparsa in maniera piuttosto decisa e spavalda. L’alba rossastra che in veste di fotografo mi avrebbe regalato molte soddisfazioni, in quella di maratoneta mi stava preoccupando e non poco.

La partenza della mezza maratona, cui avrei partecipato e della maratona, cui avrei curiosato, era stabilita alle 7:30.

Conoscendo molto bene l’isola avevo percepito che sarebbe stata una gara che avremmo corso con un ospite invadente e fiaccante: il sole. Così è stato.

Personalmente ho spinto al massimo all’inizio cercando di emulare i tempi del mio personal best e cercando di accumulare un margine decente per poi affrontare da lì a poco le temperature proibitive della competizione che inevitabilmente mi avrebbero rallentato un bel pò. Tattica completamente sbagliata perché al 15K arrancavo pesantemente con la testa che mi chiedeva di sdraiarmi all’ombra di un albero a sorseggiare una fresca limonata anziché proseguire spremendo la viscida, appiccicosa ed indigesta bustina di gel energetico. L’ultimo barlume di dignità, visto il tempo degno di un over 70, è stato quello di decidere di portare a termine l’impegno, con il morale chiuso per momentanea demolizione.

Ad ogni metro mancante ho pesantemente maledetto l’organizzazione ed i greci tutti, rei a mio avviso, d’averci fatto correre in quelle condizioni estreme. Pensare che ho sempre sognato una partenza almeno tiepida; in tutte le gare officiali finora corse ho sempre battuto i denti dal freddo prima del via. In Vietnam pure all’arrivo.

Ovviamente negli altri casi la pistola non ha mai esploso il suo colpo a salve dopo le 7:00 che io ricordi.

Fatto sta che se la distanza della mezza maratona è diciamo facilmente concludibile e sostenibile, lo stesso non si può dire della maratona. Lasciando stare i tempi assolutamente irrilevanti di praticamente tutti i partecipanti, almeno sulla carta, ho davvero ammirato gli impavidi che hanno terminato la 42K. Chi addirittura ha “corso” oltre le 6 ore sotto un sadico sole estivo stra-selettivo. Personalmente non l’avrei finita.

Ulteriore difficoltà il fatto che il percorso presenta dislivelli piuttosto impegnativi da affrontare fisicamente ed oltretutto essendo circuito, a mio avviso, vieni devastato mentalmente. Quando giunto a pochi metri dal mio traguardo ho svoltato a destra seguendo l’indicazione mezza maratona ed ho visto chi mi precedeva proseguire nella corsia parallela pronto a rifarsi un altro giro ho letteralmente pensato “poraccio”.

L’idea di dover ricalcare i passi fatti e ripetere l’esperienza poc’anzi vissuta deve essere davvero sconvolgente.

Dulcis in fundo aggiungiamo pure la scarsa partecipazione di pubblico. Quasi completamente assente per tutto il tragitto e colorata dalle magliette blu dei meravigliosi ragazzi volontari all’arrivo e che hanno prestato assistenza anche nei punti di ristoro. Correre senza spinta, come a me già successo alla Halong Bay Marathon in Vietnam, oltre ad essere triste è un buon pretesto per pregiudicare gara e risultato.

Certo, Rodi non è New York, ci mancherebbe. Anche la scarsa qualità ed assenza di design della medaglia ce lo ricorderà per sempre.

Suggerivo tempo fa di trascorrere qualche giorno delle proprie ferie a Rodi (Grecia) e di approfittarne per partecipare alle gare di varia distanza che si svolgono qui ad aprile. La partecipazione di molti stranieri, per lo più turisti inglesi, ha confermato che non mi sbagliavo più di tanto, anche se con un po’ di esperienza accumulata, il consiglio si riduce a chi non ripone troppe aspettative nella manifestazione locale per la serie di fattori sopra indicati. Il vincitore della maratona, ad esempio, non ne aveva mai corso una in precedenza e dubito che se avesse partecipato a quelle di Londra o Berlino, per dire, sarebbe salito sul podio. Forse sarebbe arrivato tra i primi 100. Ma i se ed i ma sono il paradiso dei coglioni, come si dice. Il senso è che chi è alla ricerca di vere soddisfazioni si confronta con i migliori, chi invece di trofei da appoggiare sopra il caminetto si accontenta  di gare meno pretenziose. Morale della favola bravissimo lui e chi lo ha preceduto perché, ripeto, solo finire la 42K di Rodi in quelle condizioni è veramente da medaglia d’oro.

Meritano una doverosa citazione anche i partecipanti della 10K e 5K che, udite udite, sono partiti alle 12:30. Orario in cui pure i gatti dormono abbracciati ai topi. Come far odiare la corsa ai principianti.

Dopo le tante 10K e questa mezza, riuscirà l’organizzazione ellenica ad appiccicare un altro bib sulla mia bella canotta? Al momento mi han fatto passare la voglia di partecipare alle competizioni paesane e limitarmi a quelle meglio organizzate. Staremo a vedere.

Se ce la metto tutta, non posso perdere. Forse non vincerò una medaglia d’oro, ma sicuramente vinco la mia battaglia personale. È tutto qui.

Pietro Trabucchi

Mekong. Noi ed il fiume

Il Mekong attraversa impetuoso e scuro il vasto territorio asiatico partendo dall’altopiano tibetano, bagnando poi Cina, Birmania, Thailandia, Laos, Cambogia ed infine il Vietnam.

Certo riesce improbabile descrivere a sole parole le emozioni che il fiume trasporta con sé. Sarebbe più adeguato trascriverle in uno spartito ove comporre una sonata; dove far esprimere orchestre e musicisti per replicare, forse comunque inappropriatamente, le tante sfumature di pulsante vita che giornalmente si anima tra le acque del Mekong.

1Un gigante sole infuocato si spegne nell’orizzonte di Cần Thơ, oscurando minuto dopo minuto il ponte che collega la città sulle sponde del Delta del Mekong a Vĩnh Long. Due piccole realtà che si affacciano sull’undicesimo corso d’acqua più lungo del mondo. L’imponente fiume dettò gli scambi commerciali fino alla comparsa delle prime autostrade che hanno modificato la vita quotidiana di molte persone. Il grigio ed innaturale cemento si prende carico delle migliaia di automezzi pesanti che trasportano i loro materiali tra nuvole di gasolio e la lenta levigazione di enormi pneumatici. La protagonista della nostra storia indossa il tipico copricapo chiamato dai vietnamiti nón lá; vive in una capanna di legno e lamiera, come tante, ai bordi del corso d’acqua. A condividere la casa con lei non ci sono più uomini, ma solo una foto in bianco e nero sbiadita che ritrae suo padre da giovane ed un’alta foto a colori stropicciata ai bordi in cui compare abbracciata a suo marito.

Nel cuore di tutte le notti si alza, mette sul fuoco qualcosa da mangiare e si prepara per la lunga giornata che dovrà affrontare.

A Cần Thơ intanto il laconico monumento dedicato al già leader Ho Chi Minh svolge il suo compito, focalizzare l’attenzione dei turisti sul glorioso e difficile passato vietnamita. Ma le statue rimangono inermi e passive dinanzi alla realtà che scorre inesorabile come il Mekong. Dal buio del fiume e tra le aiuole della passerella che lo costeggiano, fanno fugaci ma inquietanti comparse giganti ratti neri a caccia di cibo. Intorno ambiziose costruzioni moderne e luminose che attirano la curiosità dei turisti che inesorabili proseguono la ricerca del selfie.

DSC_7667La barca carica di merce della donna è già in navigazione da diversi minuti ed il sole compare timidamente; riesce difficile pensare sia la stessa stella che la sera precedente ha infuocato e dipinto d’arancio il cielo. Il silenzio viene scalfito dal progressivo crescendo dei motori delle imbarcazioni dirette al mercato.

Il fermento degli scambi commerciali è tenuto in vita dalla respirazione bocca a bocca praticata dai tour organizzati e da una generazione troppo compassata per aderire al cambiamento. Mentre anche lei si dirige al mercato è cullata dalle onde provocate da enormi natanti di rientro; questi nella notte hanno rifornito i piccoli grossisti. Ad accompagnarli nel tragitto le centinaia di industrie che sono spuntate come funghi negli ultimi vent’anni. Riversano indisturbate i loro liquami contenenti metalli pesanti ed arsenico nel Mekong trasformandolo in una trappola mortale per migliaia di esseri viventi tra cui l’uomo stesso.

2La barca della donna si affianca ad un barcone più grande del suo e cominciano le contrattazioni. Deve fare presto altrimenti non avrà tempo a sufficienza per sistemare al meglio il banco al mercato.

E’ tra quei banchi che pesci di ogni genere e tipo, rane, molluschi e crostacei si abbandonano inermi al loro ultimo respiro, pronti ad essere sacrificati in nome della culinaria.

4Al mercato di Cần Thơ non ci si preoccupa di vendere e cibarsi di cibo altamente inquinato così come nessuno fa cenno alla costruzione della diga idroelettrica in Cina che potrebbe sancire la definitiva chiusura del sipario del Mekong vietnamita e di tutti i suoi componenti che oggi a gran fatica lo compongono.

Il prezzo da pagare in nome dello sviluppo e della crescita è altissimo.

5Ma chissà quali sono i pensieri degli ultimi sopravvissuti della strage modernista e capitalista. Resistono oasi di silenzio, scanditi dalle pagaiate armoniose delle rematrici vietnamite che di quel luogo ne custodiscono il fascino. Inconsapevoli che l’essenzialità dei loro gesti è l’unica via d’uscita del finale già scritto.

Intanto ci facciamo trasportare convinti d’esser soli. Noi ed il fiume.

 

Guardare il fiume fatto di tempo e d’acqua
e ricordare che il tempo è un altro fiume.
Sapere che ci perdiamo come il fiume
e che passano i volti come l’acqua.
(Jorge Louis Borges)

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Halong Bay Heritage Marathon. Correre in Vietnam.

L’Heritage Halong Bay Marathon è una manifestazione con pochi precedenti alle spalle e forse per questo offre il fascino della corsa dura e pura senza troppi fronzoli commerciali come avviene di consueto negli appuntamenti del Vecchio Continente, per non parlare degli Stati Uniti, regno incontrastato del marketing estremo. Al ritiro del bib si notano subito le differenze con New York, ad esempio, dove ad accoglierci non ci saranno centinaia di addetti, sicurezza e migliaia di gadget esposti negli stand dei grandi brand sportivi bensì quattro persone dietro ad un tavolo di un’enorme sala conferenze completamente fredda e spoglia.

La prima sfida è quella di assimilare il viaggio, piuttosto impegnativo, ed il fuso orario (+6) che dal punto di vista fisico non è troppo fastidioso.

Nell’immaginario di molti il Vietnam è un’apoteosi di verde, foreste, fiumi marroni, umidità ed insetti. Immagine che ci è stata inculcata in anni di film americani di guerra girati, tra l’altro, al di fuori del territorio vietnamita dove ancora oggi di queste pellicole propagandistiche ne è bandita la proiezione e la produzione. Incredibile pensare che i vietnamiti non hanno idea di chi sia Rambo, altro esempio.

Fatto sta che la Baia di Halong, almeno nel periodo in cui si corre la maratona, ossia in novembre, presenta un clima piuttosto favorevole alla corsa. Alle prime ore della mattina quando ci si presenta al via, la temperatura è addirittura gelida.

Non si scalda nemmeno al nastro di partenza, dove le poche presenze degli atleti, la scarsa affluenza di pubblico e le prime e poche luci dell’alba, rendono l’atmosfera dello start simile a quello delle ultra maratone o delle ultra trail piuttosto che alla 42K cui stiamo partecipando.

Ovviamente non ci sono wave colorate da seguire e poco male se si parte per ultimi come il sottoscritto dato che pensavo che il colpo di cannone (si fa per dire) sarebbe avvenuto mezz’ora dopo…

Sottointeso che sia necessaria una adeguata preparazione fisica per terminare decorosamente una maratona, nel caso specifico è indispensabile presentarsi all’appuntamento fisicamente e mentalmente al meglio solo per finirla (anche senza decorosamente) in quanto il percorso tecnicamente è piuttosto impegnativo. Le gambe vengono messe a dura prova nell’affrontare le due salite più ostiche (e di conseguenza le ripide discese) che ci fanno salire sul punto più alto del percorso che è lo spettacolare Bãi Cháy Bridge. Una all’andata, una al ritorno.

Mentre numerose energie vengono consumate in questo frangente, presto ci si ritroverà pressoché isolati a continuare il nostro percorso. Lì incomincia la parte più difficile dal punto di vista mentale; vuoi perché viene a mancare la componente più bella ed importante delle competizioni, ossia la spinta del pubblico che differenzia un giorno d’allenamento qualunque da quello della gara, vuoi per il mini stress nel cercare le indicazioni per il percorso giusto da seguire. Come non bastasse le strade non sono chiuse al traffico, pertanto la sensazione di correre come dei pazzi numerati tra le vie di Halong è piuttosto presente. I punti di ristoro sopperiscono alla grande alle necessità dei corridori.

Tra tratti di marciapiedi sgarrupati e cantieri aperti, aumenta la solidarietà tra i partecipanti che, arrivati al giro di boa della mezza, devono ripercorrere i loro passi incrociando così gli inseguitori. In totale mancanza di pubblico il farsi forza tra maratoneti diventa scambiarsi un cinque con i più forti o rispondendo al saluto di chi si incontra intorno al 25K (che sarebbe il loro 17mo) e che ti guardano come fossi un marziano.

Questo accade in manifestazioni poco frequentate perché i miei tempi sono ridicoli se paragonati anche a quelli di un buon amatoriale in gare più blasonate, senza scomodare i professionisti che li vedo con il binocolo.

Passo dopo passo ci si avvicina al fatidico arrivo dove nonostante gli aminoacidi gentilmente offerti da Aldo Rock in occasione della maratona di NY, ho accusato un crollo totale che mai mi era capitato prima. Al 40K la mia testa ha deciso che dovevo camminare. Questa sciagurata presa di posizione della mia coscienza che non sono riuscito a contrastare ha dimostrato quanto sia importante avere una persona amica o anche degli sconosciuti che ti incitano a spingere per qualche metro ancora. Ma di pubblico nemmeno l’ombra. Uniche pillole consolatrici l’assurdo doppiaggio dei partecipanti della mezza maratona, ma soprattutto quelli della 10K. Fortunatamente dopo qualche centinaio di metri ed essere stato superato da un giapponese che pensavo d’aver lasciato abbondantemente dietro, ho ripreso a correre e mettermi in scia del nipponico ma senza la necessaria forza per ripassarlo. Traguardo raggiunto ma decisamente spaccato.

Bella la medaglia che viene riconosciuta ai finalisti ed indispensabili i bicchieri di plastica contenenti i noodles al ragù. La fame era talmente insistente che ne ho finiti tre ricolmi utilizzando le bacchette (đũa) con le quali  generalmente faccio fatica anche a tirare su pezzi di cibo più solidi e consistenti.

A proposito del cibo, fattore da non trascurare assolutamente e che nel mio caso è stato uno degli elementi più penalizzanti in assoluto: la sera prima della corsa evitate di cercare fortuna tra i locali di Halong ma optate per una cena presso un albergo che offra cucina internazionale. Poco importa se la qualità non sarà eccellente ma carboidrati, proteine, grassi e zuccheri in qualche modo vanno ingeriti. Personalmente ho corso una maratona con in corpo una zuppa di pollo della sera precedente ed una fetta di cheese cake per colazione la mattina stessa e giuro che al 30K mi sentivo la faccia consumare dalla fame.

Anche quest’ultima parte con gli anni diventerà un simpatico aneddoto da raccontare, ma sicuramente è un errore da non ripetere.