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Dio perdona, la maratona no

Ultimamente sempre più persone si stanno avvicinando alla corsa.

Il perché è facile da dirsi: è un gesto primordiale, apporta numerosi benefici al nostro metabolismo, stimola la mente, è pratico ed economico rispetto ad altri sport, professionisti ed amatori gareggiano contemporaneamente.

In passato questa disciplina era abbastanza snobbata dal marketing che di suo si limitava ad offrire agli atleti una canotta di cotone, un pantaloncino ed un paio di scarpe da ginnastica standard mentre oggi giorno assistiamo ad un vero e proprio boom commerciale legato al running. Il primo passo, come sempre, l’avevano fatto gli americani promuovendo la sfera benessere sotto forma di jogging. La fatica richiesta per questo tipo di attività era ed è abbastanza blanda rispetto al running e tale da non spingere utenze ed aziende alla ricerca di prodotti particolarmente performanti.

Partecipare a gare vere e proprie a fianco di atleti professionisti, implica sicuramente uno stimolo maggiore sia per i podisti amatoriali che per le case produttrici di articoli sportivi che infatti stanno cavalcando l’onda alla grande, sfornando un prodotto avveniristico dietro l’altro e rendendo la corsa, come detto, uno sport sempre più praticato.

Fatto sta che se qualche anno fa correre una maratona era vista come un’impresa biblica riservata a pochi eletti anche a causa della marginalità tecnica offerta, oggi siamo vicini al passo successivo, dove la vera sfida pare essere diventata l’Ultramaratona con la 42K declassata a gara di velocità anziché endurance. Per chi non lo sapesse, una qualsiasi maratona dista sempre la stessa distanza, ossia 42,195 Km, con il superamento di questa si definisce Ultramaratona che invece parte generalmente dai 50K, per arrivare ai 100 ed oltre.

Personalmente credo che la moda della corsa stia creando un po’ di fraintendimenti. L’idea che un’amatoriale, addirittura un dilettante, possa correre assieme ai professionisti è sicuramente affascinante, ma da lì a sentire che i primi citati ritengano la maratona un obiettivo troppo comune che li induca poi a partecipare ad un’Ultra è abbastanza discutibile.

A mio avviso infatti non si possono ignorare i tempi di gara. Guardando parte della classifica della mia maratona di New York, ad esempio, ho notato che sono stato preceduto da sessantenni che, con tutto il mio infinito rispetto per loro che saranno stati vecchie glorie o persone particolarmente allenate, mi hanno fatto particolarmente incazzare. Chiaramente non per la loro performance, ma per la mia. Qualcuno penserà che l’importante è partecipare; dispiace ma non la penso così. Perché avere la possibilità di correre una maratona è impegnarsi a raggiungere i propri limiti e, quando questo non succede o non ci vai nemmeno vicino, ti girano. Non è una questione di podio o di medaglia, è una sfida personale. Di mezzo ci sono allenamenti sotto il sole e la pioggia, al caldo e al freddo, con il vento e con la neve, mattina, pomeriggio e sera. Non per arrivare primo, ma per arrivare al meglio delle proprie possibilità. Quando ciò non accade per diversi motivi, spesso per un infortunio ed una serie di allenamenti sbagliati o trascurati, ecco che si verificano casi e persone le quali si rifugiano in qualcosa di ancora più impegnativo. Per poter magari dire al sessantenne cazzuto che ti ha preceduto alla maratona, sì però io ho corso l’Ultra, tu no. Cazzata assoluta, perché anche aumentando il grado di difficoltà che riduce il numero di partecipanti si andrebbe incontro ad un’ulteriore insoddisfazione personale senza il raggiungimento di un risultato decoroso. Mi spiego meglio: se il primo classificato termina un’Ultramaratona di 100K in 7 ore arrivare con 11 ore di ritardo ha davvero un senso più logico che non si limiti al finisher stampato sulla t-shirt celebrativa? Massimo rispetto per tutti, ma qui ci si pone davanti ad una distinzione piuttosto netta tra atleti adeguatamente preparati e martiri semi incoscienti alla ricerca di sé stessi. Lo stesso vale anche nelle maratone: ha senso finirne una in 8 ore camminando per la maggior parte della gara? Naturalmente mi riferisco a persone potenzialmente in grado di sostenere un carico di lavoro che possa poi permetterti di completare le competizioni correndo al massimo delle proprie possibilità (o quasi) dall’inizio alla fine.

Non esistono scorciatoie per raggiungere i propri obiettivi. Le gambe vanno istruite a macinare chilometri, giorno dopo giorno, il cuore deve rafforzarsi e pompare il sangue necessario, lo stomaco va alimentato in modo corretto, la testa deve sostenere con pensieri positivi tutte le operazioni precedenti. Ogni allenamento saltato a causa di piccoli o grandi infortuni, svogliatezza o pigrizia, è una simbolica manciata di sassi che mettiamo nelle nostre tasche e che il giorno della gara sentiremo zavorrarci chilometro dopo chilometro fino allo sfinimento. Più alziamo l’asticella e più aumenta il grado di difficoltà in fase di preparazione. Non ci sono vie d’uscita. Lavoro, lavoro, lavoro.

Questo discorso sì che realmente accomuna tutti senza discriminante: dai professionisti agli amatori, dai più giovani ai più anziani, dalle donne agli uomini: per raggiungere il proprio massimo bisogna abituarsi a dare sempre il massimo.

Perché Dio perdona, la maratona no.

Nella corsa gli ultimi non sono certo meno degni dei primi. Anzi, per certi aspetti lo sono anche di più. Arrivano fino in fondo correndo molte ore in più di quelli che sono in testa. Arrivano fino in fondo anche se sanno fin dall’inizio che non avranno mai una medaglia al collo

Marco Olmo

Stavo sognando

Respirare il tuo profumo, immaginare i tuoi soffici capelli biondi tra le mie dita e giocare ad unire con linee immaginare i nei sulla tua pelle chiara. Al mio risveglio sembrano gesti così lontani.

Ti guardo come se non fossi proprio io quello che stai smembrando, squarciando, divorando.

Ci osserviamo. Io sdraiato sul letto, immobile. Tu scavi nelle mie viscere e tra le mani insanguinate stringi un pezzo del mio fegato, una parte dello stomaco. Il duodeno fuoriesce  abbondantemente; un lungo tubo di carne che si abbandona sui miei fianchi.

I tuoi occhi sono neri, dilatati ed inespressivi. Dalla tua bocca semiaperta si notano denti aguzzi, affilati, pronti a strappare altra materia. L’espressione è diabolica, assente. La mia incredula, distante.

Non sento dolore.

Mi sveglio sudato. Questa volta realmente.

Accanto a me non c’è nessuna persona e la mia pancia è integra. Meno male.

Mi devo sedere e far passare qualche secondo prima di realizzare che ciò che ho vissuto era frutto di una malata fantasia. Un incubo.

Ho battuto la testa sul muro nel mettermi seduto.

La luce penetra creando dei fasci molto definiti e luminosi. Delle delineate figure geometriche. Bianchi coni disturbati solamente da scuri e movimentati puntini di polvere. Sarà l’incubo appena vissuto ma associo le particelle polverose ai microbi che si muovono sul vetrino quando osservati al microscopio.

La forma della stanza prende forma, nitidezza.

Mi avvicino alla finestra ed apro il balcone.

La luce mi sovrasta di un bagliore così potente da costringermi a chiudere gli occhi per qualche secondo.

Li apro a fatica, prima uno poi l’altro.

Metto a fuoco e vedo il blu. Mare blu e azzurro nitido di un infinito cielo.

La natura quest’oggi offre tre elementi: il mare, il cielo, la terra.

L’essere umano, di suo, ci aggiunge poco altro per rendere quest’isola così bella: poche case, molte piccole imbarcazioni.

Qualche rintocco delle campane mi fanno volgere lo sguardo verso il campanile della chiesa che finalmente riesco a mettere a fuoco.

Fa molto caldo e la mia colazione sarà mediterranea. Tra l’altro è mattina inoltrata ed una limonata fresca accompagnata da pane, olio di oliva e qualche pomodorino mi faranno bene rispetto ai soliti dolci.

I limoni sono grandi, gialli, freschi. Si intonano così bene alle piastrelle della cucina bianche ed azzurre che quasi mi dispiace usarli. Mi dispiace altrettanto rientrare in casa e lasciare questo meraviglioso punto di vista. Proprio qui sotto ci sono persone che fanno il bagno.

L’acqua è talmente trasparente che riconosco le linee ed i colori dei loro costumi.

Mentre sgranocchio qualcosa continuo ad osservare il paesaggio, ad ascoltare il rumore insistente, quasi insopportabile, delle cicale. Il vento, che soffia leggero, non trasporta con sé altri suoni.

In realtà in lontananza si sente lo scoppiettio del motore di una vecchia barca di legno che si mostra lungo le rive. Sarei curioso di sapere come vive l’uomo che la sta pilotando.

La sua famiglia, la sua vita… Quello che ha vissuto e come sta vivendo ora.

I grandi spazi e l’aria profumata d’estate mi hanno fatto dimenticare l’incubo di poc’anzi. Non del tutto se però ancora lo menziono tra i miei pensieri. Sono proprio strano.

Adesso non rimane altro che consumare il mio primo pasto ed immergermi nel dipinto di colori con cui ho deliziato il mio inizio di giornata. La priorità sarà cercare qualche spiaggia isolata, silenziosa e riservata. Scottarmi i piedi con la sabbia bollente baciata costantemente dal sole prepotente e poi immergerli e raffreddarli nella tiepida acqua cristallina. Camminare lentamente verso le profondità e sentire il fresco che sale dai polpacci, alle cosce. Far rabbrividire per qualche secondo il corpo prima di scioccarlo definitivamente in un tuffo liberatorio. Poi una lunga nuotata con la cadenza del respiro sempre più affannosa, poi lenta, poi armoniosa. Mi integrerò all’acqua di mare. Non sarò un pesce, sarò acqua.

Mi sveglio tranquillo, sorridente.

Nella stanza c’è penombra e non penetra nessun fascio di luce. Non ci sono limoni né tantomeno porte che si affacciano al balcone. Ascolto il ronzio del frigo. Qualche sirena in lontananza. Non ci capisco più niente.

Mi tocco la testa e non ho sbattuto da nessuna parte.

Allora anche queste erano fantasie…

Stavo sognando.

 

Sono passato attraverso momenti davvero terribili nella mia vita, alcuni dei quali sono realmente accaduti. 

(Mark Twain)