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Halong Bay Heritage Marathon. Correre in Vietnam.

L’Heritage Halong Bay Marathon è una manifestazione con pochi precedenti alle spalle e forse per questo offre il fascino della corsa dura e pura senza troppi fronzoli commerciali come avviene di consueto negli appuntamenti del Vecchio Continente, per non parlare degli Stati Uniti, regno incontrastato del marketing estremo. Al ritiro del bib si notano subito le differenze con New York, ad esempio, dove ad accoglierci non ci saranno centinaia di addetti, sicurezza e migliaia di gadget esposti negli stand dei grandi brand sportivi bensì quattro persone dietro ad un tavolo di un’enorme sala conferenze completamente fredda e spoglia.

La prima sfida è quella di assimilare il viaggio, piuttosto impegnativo, ed il fuso orario (+6) che dal punto di vista fisico non è troppo fastidioso.

Nell’immaginario di molti il Vietnam è un’apoteosi di verde, foreste, fiumi marroni, umidità ed insetti. Immagine che ci è stata inculcata in anni di film americani di guerra girati, tra l’altro, al di fuori del territorio vietnamita dove ancora oggi di queste pellicole propagandistiche ne è bandita la proiezione e la produzione. Incredibile pensare che i vietnamiti non hanno idea di chi sia Rambo, altro esempio.

Fatto sta che la Baia di Halong, almeno nel periodo in cui si corre la maratona, ossia in novembre, presenta un clima piuttosto favorevole alla corsa. Alle prime ore della mattina quando ci si presenta al via, la temperatura è addirittura gelida.

Non si scalda nemmeno al nastro di partenza, dove le poche presenze degli atleti, la scarsa affluenza di pubblico e le prime e poche luci dell’alba, rendono l’atmosfera dello start simile a quello delle ultra maratone o delle ultra trail piuttosto che alla 42K cui stiamo partecipando.

Ovviamente non ci sono wave colorate da seguire e poco male se si parte per ultimi come il sottoscritto dato che pensavo che il colpo di cannone (si fa per dire) sarebbe avvenuto mezz’ora dopo…

Sottointeso che sia necessaria una adeguata preparazione fisica per terminare decorosamente una maratona, nel caso specifico è indispensabile presentarsi all’appuntamento fisicamente e mentalmente al meglio solo per finirla (anche senza decorosamente) in quanto il percorso tecnicamente è piuttosto impegnativo. Le gambe vengono messe a dura prova nell’affrontare le due salite più ostiche (e di conseguenza le ripide discese) che ci fanno salire sul punto più alto del percorso che è lo spettacolare Bãi Cháy Bridge. Una all’andata, una al ritorno.

Mentre numerose energie vengono consumate in questo frangente, presto ci si ritroverà pressoché isolati a continuare il nostro percorso. Lì incomincia la parte più difficile dal punto di vista mentale; vuoi perché viene a mancare la componente più bella ed importante delle competizioni, ossia la spinta del pubblico che differenzia un giorno d’allenamento qualunque da quello della gara, vuoi per il mini stress nel cercare le indicazioni per il percorso giusto da seguire. Come non bastasse le strade non sono chiuse al traffico, pertanto la sensazione di correre come dei pazzi numerati tra le vie di Halong è piuttosto presente. I punti di ristoro sopperiscono alla grande alle necessità dei corridori.

Tra tratti di marciapiedi sgarrupati e cantieri aperti, aumenta la solidarietà tra i partecipanti che, arrivati al giro di boa della mezza, devono ripercorrere i loro passi incrociando così gli inseguitori. In totale mancanza di pubblico il farsi forza tra maratoneti diventa scambiarsi un cinque con i più forti o rispondendo al saluto di chi si incontra intorno al 25K (che sarebbe il loro 17mo) e che ti guardano come fossi un marziano.

Questo accade in manifestazioni poco frequentate perché i miei tempi sono ridicoli se paragonati anche a quelli di un buon amatoriale in gare più blasonate, senza scomodare i professionisti che li vedo con il binocolo.

Passo dopo passo ci si avvicina al fatidico arrivo dove nonostante gli aminoacidi gentilmente offerti da Aldo Rock in occasione della maratona di NY, ho accusato un crollo totale che mai mi era capitato prima. Al 40K la mia testa ha deciso che dovevo camminare. Questa sciagurata presa di posizione della mia coscienza che non sono riuscito a contrastare ha dimostrato quanto sia importante avere una persona amica o anche degli sconosciuti che ti incitano a spingere per qualche metro ancora. Ma di pubblico nemmeno l’ombra. Uniche pillole consolatrici l’assurdo doppiaggio dei partecipanti della mezza maratona, ma soprattutto quelli della 10K. Fortunatamente dopo qualche centinaio di metri ed essere stato superato da un giapponese che pensavo d’aver lasciato abbondantemente dietro, ho ripreso a correre e mettermi in scia del nipponico ma senza la necessaria forza per ripassarlo. Traguardo raggiunto ma decisamente spaccato.

Bella la medaglia che viene riconosciuta ai finalisti ed indispensabili i bicchieri di plastica contenenti i noodles al ragù. La fame era talmente insistente che ne ho finiti tre ricolmi utilizzando le bacchette (đũa) con le quali  generalmente faccio fatica anche a tirare su pezzi di cibo più solidi e consistenti.

A proposito del cibo, fattore da non trascurare assolutamente e che nel mio caso è stato uno degli elementi più penalizzanti in assoluto: la sera prima della corsa evitate di cercare fortuna tra i locali di Halong ma optate per una cena presso un albergo che offra cucina internazionale. Poco importa se la qualità non sarà eccellente ma carboidrati, proteine, grassi e zuccheri in qualche modo vanno ingeriti. Personalmente ho corso una maratona con in corpo una zuppa di pollo della sera precedente ed una fetta di cheese cake per colazione la mattina stessa e giuro che al 30K mi sentivo la faccia consumare dalla fame.

Anche quest’ultima parte con gli anni diventerà un simpatico aneddoto da raccontare, ma sicuramente è un errore da non ripetere.

La bambina di Saigon

La bambina animava con la sua presenza la piccola abitazione al centro di Ho Chi Minh.

I suoi acuti non riuscivano comunque ad interferire con il rombo incessante del passaggio dei motorini che a milioni sfrecciano ogni secondo tra le strade. La mamma quel giorno era indaffarata ad inseguire senza successo la piccola nella speranza di farle indossare l’ultimo capo del suo abitino da ballo. Si era fermata stremata mentre sua figlia correva ininterrottamente a destra e sinistra, eccitata per la recita alla quale da lì a poco avrebbe partecipato. Rassegnata con in mano il cerchietto da metterle in testa, le antenne da coccinella, aveva cercato comprensione nello sguardo del suo anziano padre, che a dispetto del trambusto se ne stava seduto tranquillo in un angolo della stanza ad osservare sornione, forse divertito, figlia e nipote.

A lui bastò un lieve cenno di capo per tramettere che c’era ben poco da fare con quel piccolo terremoto. Gli occhi del vecchio tradivano profondo amore nei confronti della nipotina e di quella ingenua e chiassosa infantilità che nella casa e non solo, coinvolgeva tutti.

Molte delle abitazioni  di Ho Chi Minh sono molto strette e costruite su due piani. Il piano terra viene utilizzato come attività commerciale ed è frequente vedere un officina di moto allestita in uno spazio che potrebbe essere un soggiorno, oppure un bar in cui ci si parcheggia la macchina.

Questo avveniva anche a casa della nostra piccola protagonista dove il padre si stava occupando di riparare uno scooter Honda che a suon di buche e chilometri aveva cominciato a perdere olio. Abbandonò per un attimo il motore su cui stava lavorando e, dopo essersi alzato, appoggiò lo straccio sul cassone portapacchi della moto cui pubblicità prometteva consegne rapide di cibo; si affacciò quindi alla scala a chiocciola che portava al piano superiore della casa; urlò qualcosa rivolto verso la tromba delle scale in modo che potesse dare ancora più volume alle sue parole. Si sentì qualche passo e poi il silenzio.

Evidentemente il padre, che tornò a dedicarsi alla moto, aveva minacciato qualche punizione nel caso in cui sua figlia non si fosse calmata.

La bambina non volle comunque  indossare il cerchietto e si lanciò tra le braccia del nonno a cercare conforto e protezione dopo aver subito le dure parole del padre. L’anziano signore ogni volta che teneva tra le braccia la piccolina pensava sempre a quando fu lui a diventare padre per la prima volta. Sua moglie non c’era più. Era morta qualche giorno prima che nascesse la nipotina a causa di un cancro che l’aveva tormentata per qualche anno. Erano sopravvissuti ai bombardamenti degli americani rintanandosi sotto terra e vivendo come topi finché gli invasori non li lasciarono definitivamente in pace, ma la malattia invece non le aveva dato scampo. Lui più invecchiava più pensava ai giorni della fatica, dello scavare trincee e strisciare nei cunicoli tra il fischio delle bombe nemiche che nel frattempo in superficie radevano al suolo uomini, animali, piante e qualsiasi cosa dall’aspetto vivente o meno; non lasciavano molto spazio all’amore. Eppure proprio in quel periodo conobbe la donna che avrebbe sposato. Era minuta ma molto decisa e forte. Una combattente sconfitta dalla malattia che forse era la maledizione lasciata dai soldati americani morti sul suolo vietnamita.

La guerra tradizionale, per quanto crudele e spietata, paradossalmente si può fronteggiare e combattere nella speranza di sopravvivere, ma il consumismo con il proliferare di fabbriche ed industrie inquinanti, le sostanze tossiche riversate nelle falde acquifere, le polveri sottili di camion, macchine e motorini sembrano inarrestabili. Colossi di cemento che attaccano l’uomo con armi invisibili.

Una visione tragicamente realistica del mondo in cui viveva che pareva vulnerabile solo dagli affettuosi abbracci della sua nipotina. La nuova generazione difficilmente potrà far peggio di quanto fatto da quelle precedenti. Pensò.

Passò qualche minuto e la bambina scese le scale vestita di tutto punto pronta per essere portata a destinazione dove si sarebbe esibita da lì a poco. Essere tenuta per mano dalla mamma frenava la sua vivacità che però non riusciva a trattenere completamente. Scuoteva infatti la testa in modo da far dondolare le antenne da coccinella.

Le due, dopo aver salutato il resto dei familiari, si misero in cammino tra le caotiche ed inquinate vie di Saigon in direzione del teatro all’aperto dove ad attenderle avrebbero trovato la maestra di ballo e tutti i compagni di scuola che avrebbero aderito alla recita.

 

Stavo sognando

Respirare il tuo profumo, immaginare i tuoi soffici capelli biondi tra le mie dita e giocare ad unire con linee immaginare i nei sulla tua pelle chiara. Al mio risveglio sembrano gesti così lontani.

Ti guardo come se non fossi proprio io quello che stai smembrando, squarciando, divorando.

Ci osserviamo. Io sdraiato sul letto, immobile. Tu scavi nelle mie viscere e tra le mani insanguinate stringi un pezzo del mio fegato, una parte dello stomaco. Il duodeno fuoriesce  abbondantemente; un lungo tubo di carne che si abbandona sui miei fianchi.

I tuoi occhi sono neri, dilatati ed inespressivi. Dalla tua bocca semiaperta si notano denti aguzzi, affilati, pronti a strappare altra materia. L’espressione è diabolica, assente. La mia incredula, distante.

Non sento dolore.

Mi sveglio sudato. Questa volta realmente.

Accanto a me non c’è nessuna persona e la mia pancia è integra. Meno male.

Mi devo sedere e far passare qualche secondo prima di realizzare che ciò che ho vissuto era frutto di una malata fantasia. Un incubo.

Ho battuto la testa sul muro nel mettermi seduto.

La luce penetra creando dei fasci molto definiti e luminosi. Delle delineate figure geometriche. Bianchi coni disturbati solamente da scuri e movimentati puntini di polvere. Sarà l’incubo appena vissuto ma associo le particelle polverose ai microbi che si muovono sul vetrino quando osservati al microscopio.

La forma della stanza prende forma, nitidezza.

Mi avvicino alla finestra ed apro il balcone.

La luce mi sovrasta di un bagliore così potente da costringermi a chiudere gli occhi per qualche secondo.

Li apro a fatica, prima uno poi l’altro.

Metto a fuoco e vedo il blu. Mare blu e azzurro nitido di un infinito cielo.

La natura quest’oggi offre tre elementi: il mare, il cielo, la terra.

L’essere umano, di suo, ci aggiunge poco altro per rendere quest’isola così bella: poche case, molte piccole imbarcazioni.

Qualche rintocco delle campane mi fanno volgere lo sguardo verso il campanile della chiesa che finalmente riesco a mettere a fuoco.

Fa molto caldo e la mia colazione sarà mediterranea. Tra l’altro è mattina inoltrata ed una limonata fresca accompagnata da pane, olio di oliva e qualche pomodorino mi faranno bene rispetto ai soliti dolci.

I limoni sono grandi, gialli, freschi. Si intonano così bene alle piastrelle della cucina bianche ed azzurre che quasi mi dispiace usarli. Mi dispiace altrettanto rientrare in casa e lasciare questo meraviglioso punto di vista. Proprio qui sotto ci sono persone che fanno il bagno.

L’acqua è talmente trasparente che riconosco le linee ed i colori dei loro costumi.

Mentre sgranocchio qualcosa continuo ad osservare il paesaggio, ad ascoltare il rumore insistente, quasi insopportabile, delle cicale. Il vento, che soffia leggero, non trasporta con sé altri suoni.

In realtà in lontananza si sente lo scoppiettio del motore di una vecchia barca di legno che si mostra lungo le rive. Sarei curioso di sapere come vive l’uomo che la sta pilotando.

La sua famiglia, la sua vita… Quello che ha vissuto e come sta vivendo ora.

I grandi spazi e l’aria profumata d’estate mi hanno fatto dimenticare l’incubo di poc’anzi. Non del tutto se però ancora lo menziono tra i miei pensieri. Sono proprio strano.

Adesso non rimane altro che consumare il mio primo pasto ed immergermi nel dipinto di colori con cui ho deliziato il mio inizio di giornata. La priorità sarà cercare qualche spiaggia isolata, silenziosa e riservata. Scottarmi i piedi con la sabbia bollente baciata costantemente dal sole prepotente e poi immergerli e raffreddarli nella tiepida acqua cristallina. Camminare lentamente verso le profondità e sentire il fresco che sale dai polpacci, alle cosce. Far rabbrividire per qualche secondo il corpo prima di scioccarlo definitivamente in un tuffo liberatorio. Poi una lunga nuotata con la cadenza del respiro sempre più affannosa, poi lenta, poi armoniosa. Mi integrerò all’acqua di mare. Non sarò un pesce, sarò acqua.

Mi sveglio tranquillo, sorridente.

Nella stanza c’è penombra e non penetra nessun fascio di luce. Non ci sono limoni né tantomeno porte che si affacciano al balcone. Ascolto il ronzio del frigo. Qualche sirena in lontananza. Non ci capisco più niente.

Mi tocco la testa e non ho sbattuto da nessuna parte.

Allora anche queste erano fantasie…

Stavo sognando.

 

Sono passato attraverso momenti davvero terribili nella mia vita, alcuni dei quali sono realmente accaduti. 

(Mark Twain)

 

Havana: La memoria è vita

https://www.youtube.com/watch?v=NwTIfVG1i_g

L’uomo è seduto nel cortile della sua umile e decorosa abitazione.

Nonostante i suoi limitati movimenti indossa ancora un percettibile fascino dovuto ai capelli bianchi; alle sue rughe.

E’ lì, come un vecchio relitto spiaggiato, arrugginito; mosso di tanto in tanto dalle onde del mare che nella navigazione l’hanno sospinto per infinite miglia. Ora lo tormentano, lo consumano. Senza tregua.

La sedia su cui poggia stanco è essenziale. Riverniciata.

L’uomo ha scelto di vivere nella semplicità privandosi di molte comodità.

La privazione di oggetti superflui gli occidentali la percepiscono come povertà.

Per lui, che decise di rimanere a Cuba anche dopo la dipartita degli americani, la ricchezza è sempre giaciuta negli occhi neri della sua compagna; un tesoro luccicante che traspariva nel suo sorriso, nelle sue graziate movenze.

Ora è molto magro. La camicia azzurra di lino che qualche anno fa indossava orgogliosamente veste abbondante. Anche i pantaloni sono tenuti stretti in vita da una cintura a cui sono stati aggiunti dei fori.

La malattia lo sta consumando lentamente.

Il suo sguardo è puntato al grande lenzuolo bianco che sta stendendo sua figlia. Di lei si intravedono solo i polpacci color miele che spuntano nella parte inferiore della biancheria. Compaiono le mani dalle dita affusolate, di tanto in tanto, impegnate ad appendere altri indumenti.

La ragazza in braccio tiene un bambino di pochi mesi. Anche lui, come il nonno, non è consapevole  di cosa stia succedendo. Si lascia cullare dai movimenti della madre ed esplora la propria piccola bocca con la manina destra.

La scatola dei ricordi del bambino è quasi vuota ma, giorno dopo giorno, una nuova esperienza ne occupa un angolino. Anche quella del nonno è quasi completamente vuota; con un procedimento inverso però. Tutto è andato perso, un pezzettino alla volta, come se un’inafferrabile mano col passare del tempo raccogliesse ogni parte del contenuto e lo gettasse via. Nel vuoto.

Non potrà mai raccontare al bambino, come fece con sua figlia, di quando Cuba era un’isola ricca. Luminosa. L’Havana è sempre stata luminosa ad onor del vero, ma nel periodo in cui gli americani la facevano da padrone lo era artificialmente. Era un periodo di trasgressione, rum, belle e facili donne; macchine lussuose dalla carrozzeria scintillante ed abiti in lino bianchi. Lo spagnolo e lo slang si mischiavano tra le nuvole di fumo dei sigari cubani e si facevano bere nei bicchieri di cristallo a bordo dei tavoli verdi.

Ai margini di questa società, presso una fabbrica di lavorazione di zucchero di canna, conobbe la persona più importante della sua vita. La sua compagna per sempre.

Nelle due foto bicolore un pò sgualcite e segnate dal tempo esposte nella sua camera da letto è ritratta giovanissima mentre sorride. Una è stata scattata in una zona del porto dove ancora oggi i ragazzi si divertono ad ammirare l’Oceano mentre spruzza le sue onde fino alla strada. Come se il grande blu volesse porgere la mano alle nostre colate di cemento cui andiamo così orgogliosi.

Ma i ricordi più belli, se potesse ancora raccontarli, sono ambientati nelle spiagge sabbiose, tramonti dal cielo ambrato e dalle grandi palme curve. Le passeggiate mano nella mano sul bagnasciuga ed i piedi bagnati dalla schiuma delle onde.

I baci segreti, le parole di amore e rivoluzione che si scambiarono i due innamorati sono destinati a rimanere tali. Nell’oblio della scomparsa di lei e la malattia di lui.

Per le vie dell’Havana, mentre il vento soffiava promesse post rivoluzionarie e prima che l’entusiasmo ideologico venisse razionato come il cibo, i due ragazzi vivevano sereni. Tutto ciò cui serviva loro per essere felici era stare assieme. Il suo lavoro era una carezza sul viso di lei, il compenso un sorriso.

Il loro amore si autoalimentava e non necessitava di un frigorifero o di una macchina nuova.

Il frivolo jazz lasciava il palcoscenico alle musiche inneggianti Il Comandante e le imprese dei suoi fedeli combattenti ma nella capitale cubana si respirava arte e poesia  in ogni angolo, un paradiso in provetta dove le vite effimere dei turisti ben presto avrebbero minato la moralità dei locali. Il consumismo, che aveva lasciato macerie culturali dietro a sé, si insinuava nuovamente sotto forme più subdole e redditizie per i leader. Ovviamente.

Prima di esaurire tutto il suo senso critico, disilluso, l’anziano signore sosteneva che le grandi ideologie sono solo delle accozzaglie di sentimenti che gonfiano le tasche di alcuni.

Adesso rimaneva seduto; fermo a scrutare chissà cosa.

Circondato da qualche gallina, la vecchia bicicletta senza copertoni ed una cassa di bottiglie vuote tappate con del sughero.

Il poco superfluo che per qualche tempo ancora l’avrebbe accompagnato verso l’essenziale sorriso della sua amata.

L’unico irrinunciabile tesoro terreno.

 

1992: La mia prima esperienza in un Paese lontano. In tutto. Un indelebile momento di vita vissuto con compagni di viaggio eccezionali con i quali condivido episodi irripetibili. A loro dedico questo post.

 

Sulle orme di Saramago (viaggio tra padre e figlia)

https://www.youtube.com/watch?v=KFJctedH_ys

La nostra conversazione telefonica si è appena conclusa.

chitarraioNonostante i molti anni passati, mi sento frastornata dal sentimento di rabbia e d’amore che provo nei suoi confronti. Non riesco a spiegarlo a me stessa ora, figuriamoci da bambina quando vedevo scorrere la mia vita da inconsapevole mutilata d’affetto. Le mie rivoluzioni ormonali le ha dovute subire mia madre; scontri a muso duro, pianti ininterrotti e porte chiuse in faccia alla persona che portava sulle spalle ciò a cui lui aveva rinunciato. Per la musica, avevamo voluto credere entrambe; semplice irresponsabilità la realtà dei fatti.

Il tempo ricuce vecchie ferite, da galantuomo qual è arrotonda gli spigoli, annebbia i ricordi. Le rughe del viso sono file di eserciti arresi al nemico. Sempre più numerosi, evidenti; stremati e raggruppati su campi di battaglia di pelle rosea.

Da poco ho accettato tutto questo e da altrettanto tempo ho caricato nel mio pc le poche fotografie scattate di quando ero piccola. Sorridevano tutti e quasi non riconosco più nessuno di noi.

Mi intenerisce la foto dove lui mi tiene in braccio. L’indice della mia minuta mano sfiora il suo volto. Forse già allora avevo presagito che qualcosa sarebbe andato storto. L’indicavo con innocenza come a voler dire E’ lui. E’ colpa sua. L’interpretazione attuale toglie molto alla realtà di quello scatto. Una semplice famiglia abbracciata e vestita in modo buffo.

dsc_5509Ad ogni apparizione a casa ed alle sue infrequenti sortite si materializzava una specie di eroe. Era lui che più si avvicinava al mio mondo immaginario di giochi e castelli di fantasia. Al cospetto di mia madre, pratica e disillusa, lui portava poesia e musica. Lasciava una scia di polvere luminosa evanescente ad ogni suo, raro, passaggio. Quanto avrei voluto seguirlo nei suoi viaggi, nelle sue avventure. Farmi accompagnare alla scoperta del nostro mondo.

Sono emozionata e sorpresa nel doverci passare qualche giorno assieme. L’invito a seguirlo ad una sua esibizione in Portogallo è nato casualmente; invito intricato da anni in attesa che una mia sciocca domanda lo scardinasse facendolo volare come un palloncino nel cielo.

Le nostre conversazioni sono fredde, distaccate. Ci scambiamo informazioni. Molte delle sue domande sono ripetitive. Quando si accerta delle condizioni di salute di mamma non credo lo faccia con pentimento. Forse è affetto, probabilmente abitudine. Non ha mai chiesto del mio compagno o della sua esistenza; come se le lancette del suo orologio si fossero fermate a quand’ero bambina.

Vivremo dei giorni strani, sicuramente interessanti, imprevedibili.

casaSuonerà a Casa da Musica a Porto, un enorme struttura futuristica a più piani che contiene diverse sale da concerto. Già lo immagino mentre appoggia la sua custodia ed apre con fare sicuro e rituale le clip usurate. Il vecchio legno che modella la sua splendida e lucente chitarra che estrarrà nuovamente è la dimostrazione della sua fedeltà. Tra la fuoriuscita di tante note la parola fedeltà sembra una forzatura di questo brano vissuto, invece è l’ottava sopra.

Mio padre è una coerente testa di cazzo, il titolo che leggo sullo spartito della mia vita.

Non ci sono stati molti abbracci tra me e lui. La sua chitarra era presente anche in quei rari momenti. Ricordo con piacere il calore del suo corpo mentre mi avvolgeva da tergo e posizionava le mie piccole mani sullo strumento, intento ad insegnarmi gli accordi. Una voce profonda e rassicurante accompagnava lo scorrere delle mie minuscole dita tra le metalliche corde di quel complicato arnese. Quante vesciche e quanto dolopidaore.

Passeremo alcuni giorni a Porto e poi andremo a visitare Lisbona, mi ha detto. Nella capitale voglio visitare la Fondazione Saramago, l’unico sogno da adulta che metterò in valigia.

Il mio desiderio di riscoprire azioni infantili è annientato dal suo sorprendente entusiasmo e dal programma di viaggio. Colorato e surreale, come le nostre vite d’altro canto.

Mi ha parlato del piccolo agglomerato di case grigie con gli infissi blu chiamato Pidao. Collocato tra le montagne e nascosto timidamente tra esse al riparo del sole. Lo visiteremo di strada scendendo da nord verso il cdsc_5553entro.

Ci sarà Sintra con i suoi castelli. Varcati i reticolati di cinta ci perderemo dentro giardini, corsi d’acqua, laghetti e fitta boscaglia formata da alberi centenari testimoni delle lunghe e riflessive passeggiate dei nobili feudatari la cui immensa ricchezza non sempre fu sufficiente a riempire incertezze e solitudini. Si dischiuderanno tra le nebbie i caldi e vivaci colori del Palacio da Pena, uno dei castelli più originali mai costruiti.

Approderemo nella capitale lusitana dopo aver percorso una ventina di chilometri brulicanti di antiche ville immerse in verdi parchi e vicoli inerpicanti fino ad approdare alla torre di Belem, ennesima meraviglia portoghese patrimonio dell’Unesco.dsc_5590

Guiderò io la macchina.

Rassegnata al fatto che ancora una volta sarà protagonista la musica; ad inframmezzare le nostre poche parole.

Magari quelle mai dette tra padre e figlia.

 

 

 

Se non sei mai stato odiato da tuo figlio, non sei mai stato genitore.
Bette Davis