Tag Archive | pub

Long Beach: il banditore d’aste

“Salve…”

Dalla fessura appena socchiusa della porta d’ingresso di casa di mio fratello uscì una ragazzetta che mi salutò frettolosamente a testa bassa ed intenta ad indossare un giacchino. Nel mentre si distorceva sui tacchi in cerca del giusto equilibrio. Sparì nel nulla dopo pochi istanti come il profumo che portava addosso.

Dopo averle curiosato per qualche secondo il fondo schiena, ben evidenziato da un leggero vestito semitrasparente a righe orizzontali bianco e nere, entrai in casa. Mi piaceva l’appartamento di mio fratello, era molto ampio e luminoso con la vista sul porticciolo di Long Beach. L’aveva arredato con classe; pochi pezzi ma di grande valore. D’altronde era un banditore d’aste e nonostante la sua sindrome di Peter Pan aveva un gusto raffinato ed adulto. In questo e non solo lo aiutavano le nostre origini italiane.

Vidi transitare la sua sagoma vestita da un solo paio di pantaloni in raso e delle ciabatte che parevano quelle rubate in un albergo 5 stelle. Passò le mani tra i capelli umidi scompigliandoli. Evidentemente si era docciato poco prima. Durante questo passaggio ci salutammo mentre lui si fermò pochi istanti per sorseggiare qualcosa di ambrato contenuto nel bicchiere parcheggiato su un tavolino vicino al divano. Il bicchiere e la bottiglia di cognac, ormai vuota, probabilmente erano lì dalla sera precedente.

“Cristo, ma come fai a bere quella merda già a quest’ora?” gli dissi con un tono di voce piuttosto alto. Mi rispose dal bagno urlando ancora più di quanto stessi facendo io “Perché che ore sono?”

Mio fratello prendeva la vita così come veniva. Alla giornata. Era più piccolo di me e decisamente era riuscito meglio. Nonostante non praticasse palestra aveva un fisico grosso e scolpito. Le uscite con il surf l’avevano modellato ma dai miei ricordi ho un immagine di lui sempre bella tosta e mai fuori forma già da bambino. Nostra madre aveva provveduto a fornirgli anche degli occhi azzurri, il resto l’aveva fatto nostro nonno, che fu un bellissimo uomo.

“Ma quella che è uscita da casa chi è?”

Rispose dal bagno “Quella chi?”

Mentre mi facevo gli affari suoi guardavo il panorama a Long Beach. Mi specchiavo nella vetrata e pensavo: ma siamo davvero fratelli? I miei occhi sono scuri, ho la pancetta e comincio pure a stempiarmi. Sarò anche il fratello maggiore ma di cinque anni per dio, non venti!

Continuai la conversazione.

“Come quella chi? La ragazzina che è uscita quando sono arrivato. Ma sicuro sia maggiorenne?”

Rispose prima di accendere il phon “Carina vero? Conosciuta ieri sera ad una festa qui sotto. Non ho chiesto l’età mi pareva brutto.”

Un pazzo. Uno di questi giorni l’avrei trovato dietro le sbarre.

Presi in mano il Rolex Daytona che trovai tra le intercapedini del suo pregiato divano Moroso.

“Ma lasci in giro il Rolex in questo modo? Con sconosciute che girano per casa? Cazzo ma saranno 10.000 dollari di orologio!”

La mia frase partì pochi istanti prima che spegnesse il phon e mi sentisse nuovamente. Rispose quando riprese l’orologio dalla mia mano. Lo indossò.

“Ah ecco dov’era! Vale 21.000 dollari, non 10. E’ un black dial

“Ma quando metterai la testa a posto?”

Grazie ad una giusta intraprendenza ed un’elevata dose d’incoscienza il ragazzo raggiunse il successo in poco tempo. Raramente riscontrava delle sconfitte e quando capitavano le trasformava in opportunità. L’affare che lo introdusse nel mondo della compravendita fu qualcosa di assurdo. Andò così: una volta laureato i nostri genitori decisero di regalargli una macchina. Ci ritrovammo così nel garage di casa una vecchia Colt color beige. Non aveva il fascino di una spider ma era comunque decorosa ed utile; ma a lui a cui piace e piaceva surfare in giro per il mondo della macchina non fregava assolutamente nulla. Così che un bel giorno, chiacchierando con uno studente in cerca di un mezzo economico, venne a sapere che il ragazzino aveva ereditato dal nonno una vecchia moto impolverata e mal funzionate. Andammo assieme a San Gabriel Valley a visionare quel ferro vecchio tenuto in malo modo all’interno di una stalla adibita anche a deposito. Io ero scettico e lo sconsigliai vivamente di fare la cazzata del secolo, ossia scambiare l’auto con il rottame. Lui si scrollò dalle spalle la paglia che la gallina svolazzante gli aveva depositato addosso quando cercò di allontanarla dal motociclo e con un gran sorriso strinse la mano al giovinastro “Affare fatto. Queste sono le chiavi della macchina, è tua”

Aveva appena ceduto una Mitsubishi Colt dal valore di 1000 dollari ed aveva portato a casa quella che dopo due settimane si sarebbe rivelata una perfetta BMW R26 del 1956 dal valore di 10.000 dollari. Riuscì a piazzarla ad un produttore di Los Angeles per 12.000 dollari ancora prima di completare il restauro.

In più il produttore, incantato dalla sua dialettica, lo inserì presto nel giro; senza un minimo di esperienza, si ritrovò a vendere e comprare oggetti provenienti da tutto il mondo con persone molto più esperte e preparate di lui.

Quel giorno andai a trovarlo perché proprio a Long Beach si stava tenendo un raduno sia di auto d’epoca che tuning. Eravamo entrambi interessati a quelle d’epoca perché, riguardo alle elaborate, odio profondamente gli individui che buttano i loro soldi in particolare per potenziare a dismisura l’impianto audio delle loro vetture. Essendo loro stessi comunicatori primitivi, necessitano di mezzi che amplifichino i loro basici sentimenti. Una lieve evoluzione rispetto ai gorilla, costretti a prendersi a pugni il petto per sciorinare al mondo femminile la loro virilità. Tutto ciò che è urlato ed esageratamente evidenziato denota ignoranza. Trovo ingiusto che persone dispensatrici di scie acustiche di bassi capaci di far vibrare l’asfalto possano far parte della società moderna.

“Sei troppo silenzioso. C’è qualcosa che ti infastidisce vero?” Mio fratello sapeva leggere il mio umore come nessun altro.

“No tranquillo. Guardavo qua e là. Questa non mi dispiace…”

Avevo messo gli occhi su una curiosa Porsche d’epoca forse troppo modificata per i miei gusti.

Le vetture avevano occupato tutto lo spazio che arriva fino al faro. Preferimmo passeggiare sul lato opposto e fermarci a bere qualcosa in un pub sul molo.

Il sipario del tramonto serale di Long Beach era quasi completamente aperto alla vista del pubblico che, come noi, frequentava numeroso i locali del porticciolo; ero anche impegnato a dare ascolto alle voci che dentro di me mi invitavano a godermi lo spettacolo senza pensieri; a ripartire in fretta per evitare il cronico traffico di Los Angeles; a chiacchierare ancora con mio fratello che chissà quando avrei rivisto.

La decisione finale fu estratta dal mazzo di carte che al solito distribuiva il mio caro consanguineo, diretto in bagno e scomparso nel nulla per una mezz’ora abbondante.

“Scusa se ti ho fatto aspettare questi 10 minuti…” Disse una volta ricomparso dopo mezz’ora. Non era tornato da solo ma accompagnato da una affascinante ed acerba ragazza dai tratti orientali. In California ci sono parecchie di queste bellezze di origini asiatiche.

“Lei è…”

Nonostante gli atteggiamenti dei due fossero espressione inequivocabile di complicità, non conosceva ancora il nome della ragazza incontrata forse qualche decina di minuti prima alla cassa del bar o nella fila dei bagni “Sono K piacere” intervenne lei non curandosi minimamente dell’omissione “Cavolo siete fratelli? Non sembrate neanche cugini”

Già, pensai.

Rimasi con loro giusto il tempo per finire la birra ed ascoltare le solite avventure d’effetto che venivano da lui gettate come esche a tutte le ragazze che avrebbero passato la notte nell’attico di Long Beach.

Salutai la nuova coppietta con un sorriso forzato che mal celava il mio disagio, offrì il giro e mi incamminai verso la macchina lasciando dietro a me passo dopo passo il rumore della festa.

La forma più fondamentale d’amore, è l’amore fraterno. Con questo intendo senso di responsabilità, premure, rispetto, comprensione per il prossimo; esso è caratterizzato dall’assenza di esclusività.
(Erich Fromm)

Annunci

Il bar non porta i ricordi, ma i ricordi portano inevitabilmente al bar

Alzo la serranda.

Le luci che illuminano il poco che rimane della città sono artificiali.

Intorno a me il silenzio è interrotto dal rumore di qualche latta fatta cadere dai gatti randagi mentre rovistano i cassonetti in cerca di cibo. Sento un breve lontano vociare di ragazzi brilli in conclusione di nottata.

Dentro al bar, sul pavimento, trovo due lettere; una della compagnia telefonica, l’altra di un partito politico.

Le ha infilate il postino sotto la porta d’ingresso.

Raccolgo la corrispondenza e senza aprirla cestino quella del partito politico. Passo con rapide occhiate a verificare la cifra indicata nella fattura di quella telefonica.

Come ogni mattina la prima cosa da fare è accendere la macchina del caffè.aq1

La routine prevede anche di far scattare quattro interruttori ed azionare il riscaldamento.  Lo faccio.

La licenza del bar l’avevo acquisita nel 1996 da E un signore molto anziano che nonostante percepisse la pensione di vecchiaia passava le ore con gli amici seduto ai tavolini a bere, battere a carte e chiacchierare con i suoi clienti o amici che dir si voglia. Sua moglie stava al bar con lui, dietro al banco in realtà. Lui ordinava e lei eseguiva.

Assieme ai lavori di rinnovamento non tardarono ad arrivare le prime lamentele dai clienti che avevo ereditato dalla gestione precedente.

Dopo qualche settimana non entrò più nessuno di quelli, spiazzati dai cambiamenti che il locale aveva subito.

Furono rimpiazzati presto. Anche dai loro stessi familiari più giovani.

Ciò a cui puntavo, a differenza di chi mi aveva preceduto, erano le centinaia di studenti che necessitavano di colazioni golose e pranzi veloci ed economici.

C’ero riuscito. Ormai avevaq6o un nome in città e mi ero creato il giro di clientela fissa.

Sono le 6:45 ed entra il primo cliente della giornata. Saluta, si scrolla il freddo da dosso con alcuni movimenti decisi. Togliendosi i guanti di lana mi ordina un caffè indicando la brioche che gli scalderò.

La radio è ancora spenta. C’è silenzio. Dovrò sentirla per tutto il giorno e decido di non darle parola per il momento. Come il fuochista alimenta la locomotiva anch’io armeggio la mia macchina del caffè tra sbuffi, fischi della leva del vapore e brevi rumorosi scatti della macina. Con lui condivido il compito di mettere in moto qualcosa. Al fuochista spetta muovere il treno, a me la giornata dei clienti.

Negli anni d’oro del bar e della città, la prima persona che varcava l’ingresso del locale era N, un ragazzo di ventisette anni che frequentava mediazione linguistica e culturale all’Università. Il suo sorriso era sempre puntualissimo. Me lo consegnava attraverso la porta della vetrina che si affaccia alla via alcuni minuti prima che aprissi. Con aria indaffarata attendeva girassi la chiave permettendogli di entrare. Non capivo come una persona potesse essere così positiva già di prima mattina. A livello fisiologico intendo.

Non sempre apprezzavo le sue raffiche di parole dalle quali però era molto difficile smarcarsi.

Raramente si sedeva. Appoggiava la sua borsa a tracolla di stoffa verde sul tavolino, sfogliava velocemente il giornale ma senza apparente trasporto.  Preferiva commentare il suo vissuto quotidiano e ciò che lo circaq2ondava anziché perdersi dietro alle cronache altrui. Avevo inteso che i fine settimana li divideva tra un pub come barista ed una pizzeria come cameriere. Aveva molte conoscenze ma dava l’impressione di preferire starsene per le sue. Il suo modo di fare spigliato e l’aspetto fisico importante dovevano risultare particolarmente apprezzati dalle ragazze. Considerava le prime ore del mattino una tregua agli ininterrotti messaggi che riceveva durante il resto della giornata dalle spasimanti. Diceva.

Il cliente che ho servito lascia i soldi sul banco, si rimette i guanti, saluta ed esce.

La porta non fa in tempo a chiudersi dietro a lui che entrano altri due signori. Chiedono un latte macchiato, un caffè ed anche loro mi indicano due brioches da scaldare. Sposto la tazzina usata sul banco, passo lo straccio, la poso nel lavabo, mi rimetto al lavoro.

Guardo distrattamente l’orologio.

Alla fine degli anni novanta questa era l’ora in cui si animava un siparietto tragicomico tra il dottor S, giovane medico del pronto soccorso e l’anziano cav. M accompagnato dalla sua badante.

aq3Il cavaliere non perdeva occasione per esprimere chiaramente, nonostante l’età molto avanzata, la sua posizione netta non certo favorevole alla gestione del Paese. La vittima designata era il povero dottore che, sfruttando le sue origini meridionali, faceva orecchie da mercante sostenendo che questo era il sistema e non avrebbero potuto fare niente per cambiarlo. Nel mentre la badante assisteva disinteressata complici la provenienza straniera e l’impegno nel mangiare l’enorme croissant evitando di macchiarsi gli abiti di zucchero a velo o del ripieno di crema.  La signora era un’entità astratta. Presente fisicamente, mai partecipe.

Ho finito di fare qualche altra colazione, il bar è vuoto ed il numero dell’ultimo scontrino emesso segna tredici.

Approfitto del tempo libero per pulire e riordinare. Nelle ore di lavoro non c’è mai tempo per stare fermi.

Vengo interrotto dall’ingresso di altri tre avventori mentre riordino l’ingresso. Saluto, faccio due passi dietro a loro e riprendo posizione al banco. Ormai è tarda mattinata ed anche gli ordini cominciano a variare. Il signore in giacca, un professionista, ordina un caffè, gli altri due, evidentemente manovali, una bottiglia d’acqua e qualche tartina. Parlano animatamente tra loro.

Questa era l’ora degli studenti. Il quaderno che tenevo vicino alla cassa era carico di pagherò. Non ho più verificato se qualcuno di loro ha lasciato debiti. Da quando hanno smesso di frequentare il mio bar non l’ho più sfogliato.

aq4Lascio ai loro discorsi tecnici i tre uomini e riapro il libricino dei debiti che adesso giace in un cassetto. Aperta la terza pagina vengo travolto da nomi, numeri e cancellature che colpiscono la mia memoria. Le note di inchiostro blu fuoriescono come immagini contenute nei libri animati per bambini. Un turbinio di identità che avevo rimosso. Pagina dopo pagina perdo tempo nell’immedesimarmi nel periodo indicato dalle date. Riaffiorano i dialoghi. L’immaginario brusio delle voci dei ragazzi che si è ricreato in me è talmente forte che non mi accorgo che i tre clienti sono nel frattempo usciti. Arrivo all’ultima pagina stremato come avessi corso una maratona. In effetti c’è una voce che non è stata depennata. Corrisponde ad N, il ragazzo sorridente della mattina. Un cappuccino.

Prima o poi ripasserà. Il cappuccino glielo offrirò io volentieri. Parleremo della sua laurea e delle sue avventure. Chissà dove vive adesso?

L’approfondimento della memoria viene interrotto dallo schiudersi della porta. A varcarla è una avvenente signora accompagnata da un rinomato notaio della città ed un altro signore che non conosco. E’ molto giovanile e curata nell’aspetto. Da giovane sarà stata stupenda, penso. Indossa abiti e gioielli pregiati con disinvoltura e senza mascherare la propria maturità. Sorprende me e gli accompagnatori ordinando una Coca Cola. A disposizione del notaio lascio una tazza d’acqua bollente e delle bustine di tè, mentre l’altro signore ordina un macchiato.

Scambio alcune battute con i clienti. Sorridiamo. Noto che la signora ha un viso visibilmente teso.

Intuisco che hanno appena concluso una compravendita importante e preferisco spostarmi di qualche metro per non infrangere la loro privacy. Riprendo a sfogliare il quaderno cercando di non farmi coinvolgere troppo come in precedenza.

Il notaio, posizionato nel mezzo dei due, sorseggia il tè, il signore alla sua sinistra parla con aria soddisfatta delle sue proprietà alle quali si è aggiunta quest’ultima, la signora non pare coinvolta e,  nel chiedere una salvietta, sofferma lo sguardo sul quaderno degli insoluti. Passano pochi secondi e sale in me un impetuoso  bisogno di parlarle. Accennando un sorriso le dico che il bar, a suo tempo, era molto frequentato dagli studenti. Non sempre avevano contante in tasca così a volte capitava si facessero annotare alcune consumazioni. La signora accenna un sorriso e fa passare qualche minuto prima di dimostrarsi interessata ad intraprendere un breve scambio di parole con me. Anche suo figlio frequentava l’Università, dice.

Le spiego, osservato da fulminei sguardi profondi del notaio evidentemente provato dal logorroico signore accanto a lui, che prima del 6 aprile 2009 il mio bar era un luogo di ritrovo per i ragazzi, adesso ci sono solo tecnici ed addetti alla ricostruzione. Qualche minuto dopo le 3 e 32 di quella notte niente era rimasto come prima tranne la mia casa ed il mio bar. La serranda che fino ad allora facevo fatica ad alzare e richiudere si era rimessa in asse. Un paradosso. Ancora oggi devo capire se il Signore mi ha risparmiato oppure mi ha inflitto una pena maggiore distruggendo tutto ciò che mi circonda. Mi sento imprigionato nel limbo di mezzo tra la fortuna e la maledizione.

La signora ascolta in silenzio. Non tradisce emozioni.aq5

Ritengo adeguato terminare il mio discorso.  In fin dei conti le persone che vengono al bar hanno già i loro problemi e di certo non sono predisposte ad accollarsi pure quelli del barista.

Mi confida inaspettatamente che è costretta a presenziare in città per notificare la cessione di una palazzina. Suo marito, importante diplomatico che vive a Roma, l’aveva acquistata per il figlio che si era iscritto all’Università. Date le ingenti disponibilità familiari l’aveva ritenuta un buon investimento sia per sistemare l’erede che per affittarla ad altri studenti. In realtà suo figlio, confessa, non aveva ottimi rapporti con il padre e scelse di non abitare mai in quella casa. Aveva preferito trovare dei lavori qua e là per mantenersi e dormire in un piccolo appartamento condiviso. Dopo il terremoto la palazzina di loro proprietà era rimasta pressoché integra e nessuno studente aveva fortunatamente riportato ferite, mentre l’abitazione dove risiedeva il figlio era crollata senza lasciare via di scampo a lui ed alla coinquilina, anch’essa studente.

La donna si interrompe e disegna una smorfia con la bocca.

Intuisco di non essere l’unico a coltivare dubbi riguardo la bizzarra selezione divina.

L’emozione tradisce la madre dello studente ed una lacrima si fa spazio tra i segni del viso fino a dissolversi nella salvietta.

Suo figlio, continua, si chiamava N e frequentava la facoltà di mediazione linguistica e culturale all’Università de L’Aquila. Era un bravo ragazzo.

Il terremoto toglie tutto. Anche le forze di sconvolgersi o sorprendersi; non aggiungo nulla infatti e non faccio trapelare niente.

In questo momento sta parlando solo la radio di sottofondo.

Apro il quaderno, cerco la pagina dove è segnato il cappuccino rimasto in sospeso e lo depenno. Butto nel cestino sia il quaderno che la biro.

Il notaio cortesemente invita gli altri due a lasciare il bar dopo che il signore logorroico ha insistito per pagare il conto che ho garbatamente rifiutato di incassare.

Questo giro lo offro io.

Un post Expo: Saragozza

DSC_1285Tra le mete in terra iberica, Saragozza paga pegno alle più blasonate Madrid, Barcellona e Valencia ma la città spagnola rimane un luogo che non delude i visitatori.

Sorge in una zona particolarmente ventilata e le centinaia di pale eoliche che si notano pochi istanti prima dell’atterraggio, per chi ovviamente sceglie l’aereo per raggiungerla, lo testimoniano. L’immagine di questi mulini futuristici introducono l’ospite nel clima che vivrà a Saragozza, un mix tra le imprese letterarie del Don Chisciotte e le realizzazioni scientifiche delle energie rinnovabili, tra il solido ed antico splendore dell’epoca aragonese e le recenti opere in decadenza dell’Expo 2008. DSC_1222

Dall’aeroporto esiste una comoda navetta (la 501) che in una mezz’ora raggiunge il centro città dove sarà conveniente prenotare il proprio hotel per muoversi in modo autonomo, semplice ed economico fino a raggiungere tutti gli obiettivi artistici che orbitano nello stesso raggio.

DSC_1265Il tragitto che si percorre è l’inequivocabile biglietto da visita del capoluogo: la periferia presenta numerosi capannoni di aziende non troppo in salute, in evidente stato di decadenza europeistica e l’avvicinamento alla ciudad si arricchisce di opere futuristiche costruite in occasione di Expo 2008. Il tema allora era Acqua e sviluppo sostenibile ed in effetti quello che rimane dei progetti ce lo ricorda: fanno acqua da tutte le parti. L’immagine di trascuratezza è notevole e sicuramente non facilitano sentimenti positivi al turista che lungo il tragitto tra le distese pianure vede scorrere immagini di sculture che consistono in un aggrovigliarsi di tubi dai colori ormai sbiaditi o rotaie sospese nel vuoto che veicolano navette da centri commerciali a luoghi non ben definiti. Anche il contesto periferico non promette nulla di buono con i palazzi in evidente stato di degrado e l’intervallarsi di negozi con le serrande definitivamente abbassate a supermercati cinesi piuttosto che attività sull’orlo del fallimento.DSC_1328

Fortunatamente però è esistita anche un’epoca in cui gli architetti non erano archistar e badavano al sodo ed il potere era in mano alla monarchia che senza bisogno di travestimenti diplomatici edificava opere che ancora oggi fanno bella mostra di sé nella parte storica e più apprezzata di Saragozza.DSC_1205

Come da costume di Controviaggio riassumiamo in breve le opere più significative da visitare che sono raggruppate in pochi chilometri quadrati, evitando descrizioni accurate che potete trovare direttamente su wikipedia: la bellissima Basilica de El Pilar, il Municipio, la Lonja, la Cattedrale de La Seo, la Muraglia Romana, il mercato coperto, il Palazzo Azara, il Ponte de Piedra e il Ponte del Pilar, nonché scorci di alto profilo architettonico e culturale e vari musei tra cui quello dedicato al Goya, con interessanti riferimenti storici al suo periodo italiano. Poco distante altri capolavori come il PalDSC_1182azzo de Aljaferia, Corte dei Sovrani d’Aragona, che merita una visita anche all’interno viste le esposizioni di arazzi, dipinti, spade, corone, indumenti e manoscritti originali (presente anche Macchiavelli) dell’epoca tarda medievale ospitate in magnifiche e lussureggianti stanze con decoratissimi soffitti oppure la caratteristica Plaza de Toros, sempre a poche centinaia di metri dal Palazzo de Aljaferia e che potrebbe anticipare l’ingresso gratuito all’Istituto di Arte e Cultura Contemporanea Pablo Serrano con sculture e dipinti di varia provenienza oltre che di firma dell’artista spagnolo a cui è appunto dedicato il museo.DSC_1296

La parte storica di Saragozza è molto ricca ed avvicendata a riprova dell’importanza geografica e militarmente strategica che ha assunto nei secoli, ma altrettanto si può dire della vita mondana e delle centinaia di locali che il visitatore avrà piacere di frequentare. Il fine settimana moltissime persone si riversano nelle strade all’interno di pub, bar e ristoranti ma nonostante Saragozza sia una città universitaria l’età media delle persone non lo darebbe a sospettare. Probabilmente, coDSC_1259me sempre succede nelle città con forte influenza studentesca, i giovani universitari usufruiscono dei treni veloci presenti presso la splendida ed enorme stazione e della breve distanza che collega il capoluogo aragonese a città ancora più vivaci, ossia Barcellona e Madrid o che, semplicemente, rientrano nelle loro zone di provenienza per passare il week end inDSC_1302 famiglia. Fatto sta che la prenotazione fatta ben due mesi prima al decantato ristorante Celebris non è stata neppur presa in considerazione, lasciandoci così in balia degli eventi che fortunatamente si sono rivelati meno peggio del previsto vista l’ampia scelta di locande.

Se Expo 2008 ha modificato in peggio l’aspetto architettonico della città con spot scultorei di poco gusto che, ripetiamo, rispetto alle opere di epoca medievale sono del tutto inadeguati e puerili, qualcosa di buono l’ha portato come l’aumento di strutture ricettive ed il conseguente abbattimento dei prezzi vista l’elevata concorrenza; sia per quanto riguarda l’hôtellerie che per il costo vita in generale, con listini che agevolano di non poco l’acquirente. Capita così di bere un boccale di una decorosa birra media a 2 euro e di abbinarci stuzzichini e finger food con pochi altri denari, finendo per cenare cDSC_1291on 6/7 euro a persona. Vero è che nello specifico la Cerveceria 100 DSC_1311Montaditos si rivolge proprio agli studenti universitari che di conseguenza e come prevedibile animano il locale in modo spensierato, con volumi al limite della soglia di sopportazione, ma il fattore economico e folkloristico alla fine faranno pendere la bilancia a favore degli aspetti positivi, tollerando gli ormoni volanti e gli schiamazzi da esuberanza giovanile.

Tirando le somme il post Expo di Saragozza ha lasciato tanti residui pretenziosi e demodé ancor primaDSC_1323 di superare il decennio di vita, ma ha decisamente contribuito ad alzare la qualità delle strutture ricettive che presentano un invidiabile rapporto qualità prezzo e che, inserite nel piacevole contesto storico urbano preesistente nonché indiscusso protagonista, indubbiamente motivano una visita nella città dei Duchi d’Aragona.

« di onorare e premiare le virtù, non dispregiare la povertà, stimare i modi e gli ordini della disciplina militare, costringere i cittadionni ad amare l’uno l’altro, a vivere sanza sètte, a stimare meno il privato che il pubblico » (Niccolò Macchiavelli, Dell’arte della guerra, 1521)

foto: Nikon D7000. Anche su Instagram @Controviaggio

DSC_1317

DSC_1248

DSC_1274    DSC_1329

DSC_1278