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Questo ero, questo sono

Chissà chi si è accorto che a dicembre non ho postato nulla.
Qualcuno avrà pensato che controviaggio e chi lo scrive si saranno esauriti, qualcun altro forse avrà sentito la mancanza di una nuova storia; la maggior parte non si sarà accorta di niente. Intanto io mi sono preso un mese di pausa totale perché avevo bisogno di staccare la spina alla parte creativa del cervello. Forse l’unica mia funzionante tra l’altro. Mentre premeditavo quello che avete appena letto, mi è venuto in mente quando da ragazzino conducevo un programma radiofonico di mia creazione. La radio era locale e non proprio seguitissima, ma a vent’anni l’idea di avere a disposizione un mezzo di comunicazione potenzialmente così efficace era sicuramente esaltante. L’idea di lavorare in radio mi attirava tantissimo, fino al punto da spingermi incoscientemente a bussare letteralmente alle porte delle emittenti e chiedere un posto come speaker radiofonico. Radio Popolare nella piccola Gorizia, non quella famosa ed impegnata di Milano per intenderci, mi aprì la porta e mi insegnò ad usare microfoni, mixer, piatti e via dicendo. Il mio primo programma era serale, naturalmente non remunerato; non ricordo che argomenti trattasse ma trasmetteva musica di cantautori per lo più italiani; non erano così commerciali come lo sono diventati negli anni a seguire. Si chiamava Slight Night, Notte leggera. All’epoca mi piaceva il suono delle parole con cui avevo titolato il mio spazio radiofonico, sinceramente non ne conoscevo il significato.
Fatto sta che praticamente ogni notte le mie frequenze giungevano sotto onde fm presso gli apparecchi di qualche ascoltatore. Non c’erano social da utilizzare per valutare lo share e l’unico modo per avere un riscontro immediato era il telefono fisso della radio. Quello nel mio studio non squillava mai. Nessuna interazione, nessuna richiesta, il nulla. Tant’è che ben presto cominciai a pensare che la sola utilità di quel programma era che io potessi registrare sulle cassette (allora quelle c’erano) tutte le canzoni e dischi presenti in archivio. Un universo musicale che non conoscevo minimamente.Tutto questo preambolo per evidenziare una similitudine con controviaggio, ossia ciò che avvenne una di quelle notti in cui, completamente preso dallo sconforto, premetti il pulsante on del microfono e dissi in diretta che Slight Night era un programma inutile, non ascoltato da nessuno e che quella sarebbe stata la mia ultima trasmissione. Dopo qualche secondo, per la prima volta, il vecchio telefono azzurro della radio squillò facendo lampeggiare uno dei suoi grandi tasti. Non ci potevo credere. Aveva chiamato una signora, dal tono vocale presumo anziana, che mi pregò molto gentilmente di continuare a mettere su canzoni ed argomentare. Disse che ero di buona compagnia e mi spronò a proseguire.
Certo non è come affacciarsi ad un balcone ed avere i fans che ti acclamano e si strappano i capelli per te, ma essere in qualche modo utile anche ad una o poche persone è qualcosa di gratificante.
Ecco, io non so chi legge e perché quello che scrivo, ma che sia una persona o diecimila poco importa. Controviaggio non è un blog come ce ne sono a migliaia gestiti da influencer che si raccontano attraverso i loro spostamenti seguendo il cliché guida turistica. Dal mio punto di vista nei posti dove andate, se ci andate, potete fare quello che più vi pare e come meglio vi pare. A voi il gusto della scoperta. Fare da cicerone non mi interessa perché lo faccio già di lavoro controviaggio è un impegnativo passatempo, ma non il mio lavoro.
Non sono una persona particolarmente social e preferisco la qualità alla quantità. Il buon vino sta nella botte piccola.
Ciò detto vado avanti e vediamo quali corde riuscirò a toccare il prossimo anno solare che, almeno dal punto di vista logistico, promette abbastanza bene.

Andiamo avanti e vediamo cosa succede…

“Non abbassare mai i tuoi standard per compiacere gli altri.”
(Vince Lombardi)

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Copertina Marzo 2016

Tra i 50.000 della Stramilano

Una sana e progressiva presa di coscienza ambientale tra la popolazione italica, favoreggiata e sospinta da massicci investimenti delle multinazionali green correct, nonché una normale, tiepida e soleggiata giornata primaverile, hanno contribuito a rendere la 44ma edizione della Stramilano avvincente e frequentatissima.20150329_081650

Le prime avvisaglie di manifestazione ben riuscita si intravedevano già tra i mattutini frequentatori della Metro che come guerrieri di tribù chiamate a raccolta per un evento epocale, facevano bella mostra di pettorine, scaldamuscoli e scarpe tecniche, scalpitanti ed impazienti di raggiungere il punto di partenza presso Piazza Duomo sia della 10 chilometri prima che della 5 poi.20150329_081701

Lembo di asfalto che a pochi minuti dallo sparo di cannone a sancire il via, avrebbe riempito ogni suo spazio vitale con corridori più o meno professionisti, intenti nel praticare stretching, settare Iphone e cardiofrequenzimetri, pregare assieme all’Arcivescovo di Milano intervenuto per redimere i peccatori approfittando dell’alto rischio ultimo respiro per qualche sportivo improvvisato, ascoltare i consigli tecnici dei vari atleti professionisti come Antonio Rossi (canoista e politico) o semplicemente augurando alla madrina di questa edizione Chiara Tortorella un calo di zuccheri tali da provocarle un momentaneo svenimento con conseguente rianimazione da parte di qualche fortunato passante.

La colonna sonora di questi attimi pre-cannonata è stata magistralmente condotta dalla banda dei bersaglieri che di corsa e fiato ne sanno pur qualcosa e da secoli.

L’ombra dell’imponente e solenne navata del Duomo veniva così pacificamente burlata da centinaia di palloncini colorati targati R101 e dall’enorme serpentina umana che movimentava passo dopo passo Corso Vittorio Emanuele.20150327_121922

La fotografia della 10k a molti avrà ricordato più una manifestazione sindacale che una podistica, ma forse proprio la massiccia presenza di corridori e le distanze ridottissime tra i partecipanti fugavano ogni dubbio.

Persone di ogni età, qualcuno accompagnato dai propri amici a quattro zampe, suddivisi tra chi concentrato nel portare a casa un buon risultato a gruppetti di ragazzini intenti a raccontarsi l’ultima carbonara divorata la sera precedente, dai baldanzosi velocisti dei primi quattro chilometri trasformati in striscianti affamati d’aria negli ultimi sei, a sagge persone di mezza età dal ritmo costante ed in graduale aumento ed ammirevoli volenterosi ultra pensionati dalla preparazione atletica invidiabile. La Stramilano dei 10k e 5k è una festa non competitiva, ma correre senza motivazioni cronometriche è chiedere un po’ troppo anche ai meno facinorosi e pretendere di non trarre proprie soddisfazioni nel riacciuffare e sorpassare i baldanzosi galoppanti dei primi chilometri è inevitabile.

20150329_104216Respiro e corsa, contornati nell’occasione dai lucenti palazzi meneghini e dal maestoso Castello Sforzesco, durante il percorso che si conclude ben presto in un’affollatissima Arena Civica dove migliaia di persone ritireranno la loro medaglia fiere d’aver terminato i loro 10 o 5 chilometri e soddisfatte d’esser state le vere protagoniste di una salutare festa collettiva a cui non si può recriminare nulla.20150329_110837

Tutto è bene quel che finisce bene ma a metterci un po’ di pepe alla sportività della Stramilano ci pensano i preparatissimi maratoneti della mezza, 21.097Km questi sì competitivi. Incredibile affluenza anche in questo caso con ben 5.861 runners ed un solo partecipante a portarsi a casa la medaglia d’oro, ossia il keniota Thomas Lokomwa in 1:00:33 seguito dal suo connazionale Kipiego Kennedy arrivato con soli 6 secondi di ritardo e l’italiano dell’Atletica Cento Torri Pavia, Rachik Yassine (tipico nome pavese) terzo in 1:03:11.

Ma corsa non è s20150329_103617olo competizione anche in questo caso dove encomiabili partecipanti, ben mimetizzati tra i campionissimi e noncuranti di fornire ai cronometristi prestazioni superlative, hanno stravinto le loro piccole o grandi sfide personali, inserendosi in ogni caso di diritto nell’albo d’oro delle edizioni della Stramilano che, come il nome stesso indica è vetrina di stravincitori.  In qualunque caso, qualsiasi essi siano.

“Quando corro tutti i pensieri volano via.
Superare gli altri è avere la forza, superare se stessi è essere forti” (Confucio)

Una serata allo stadio Meazza

elDopo aver avuto la fortuna d’esser stati spettatori di una partita di calcio nello stadio più blasonato al mondo, ossia il Maracanà di Rio di Janeiro, non poteva certo sfuggire occasione di assistere ad un incontro valido per la Europe League presso lo stadio Meazza a Milano, la Scala del calcio.

DSC_1089La giornata è soleggiata e tutto sommato gradevole nonostante sia ancora stagione di freddo inverno, di conseguenza la tappa di ritrovo inevitabile diventa la Stazione Centrale con destinazione Duomo, dove nel primo pomeriggio anche i tifosi ospiti si sono dati appuntamento.

Tifosi ospiti al Duomo

Tifosi ospiti al Duomo

Fortunatamente il raduno delle maglie biancoverdi sorvegliate a vista dalle forze dell’ordine, nell’occasione inoperose, si limita ad offrire agli altri turisti folcloristici canti da stadio e bottiglie di birra abbandonate qua e là. Il calcio è uno sport popolare e pretendere dalla massa totale equilibro e controllo spesso è utopia; troppe volte abbiamo visto come possono degenerare certe situazioni e capitolare in scene da guerriglia urbana nelle più rosee tra le disgrazie.

Non sarà questo il caso e visto lo scorrere delle lancette verso il fischio d’inizio cominciamo l’avvicinamento in zona San Siro. A Rio De Janeiro basta salire sulla metro e scendere alla fermata Maracanà per raggiungere in pochi minuti lo stadio, a Milano sarà altrettanto semplice? Ovviamente no. La ricerca in internet del modo più semplice per raggiungere lo stadio ci suggerisce di prendere un tram prima ed un autobus poi. Non ci dice dove trovare i biglietti per salire a bordo e così non rimane che chiedere a bar ed edicole fino a che si compie il primo step: regolarizzare la corsa, che a biglietti acquistati scopriremo essere gratuita grazie un tacito condono per tifosi. In pratica più gente c’è ad usufruire dei mezzi pubblici meno le aziende guadagnano. Buon inizio. Il percorso verso lo stadio si compie in compagnia di alcuni membri delle tifoserie opposte che si limitano ad infastidire acusticamente gli altri occupanti del bus che attraversano il centro città verso le loro defilate destinazioni. In Italia parlare la stessa lingua aiuta e così, internet a parte, grazie alle indicazioni dell’autista riusciamo ad arrivare in prossimità dello stadio dato che il capolinea non è esattamente davanti al Meazza.DSC_1098

Tanto per non annoiare il lettore in seguito con la descrizione delle peripezie avvenute per fare ritorno alla Stazione Centrale, diciamo solo che dopo mezz’ora di viaggio con il bus preso fuori l’uscita dello stadio ci siamo visti attraversare la strada da tifosi che a piedi avevano impiegato lo stesso tempo per fare l’identico percorso.

Il primo impatto con la struttura è decisamente notevole, sia dal punto di vista architettonico che per quello storico: lo rimarcano numerose targhe commemorative affisse che ricordano gli innumerevoli trofei vinti dalle squadre locali.cop

Una delle principali paure, ossia il divieto di portare con sé l’immancabile Nikon ed ottiche varie nonostante la richiesta effettuata giorni prima, viene presto allontanata dato che il controllo degli steward risulta essere parecchio sommario e discreto. Giustamente si focalizzano maggiormente in settori dove i tifosi hanno un aspetto più esagitato rispetto a semplici spettatori da tribuna con evidenti intenzioni più che pacifiche. Passato il tornello non senza imprevisti di lettura del chip del ticket d’ingresso, interminabili gradini ci portano alla nostra postazione a fianco della zona riservata alla sala stampa, il pubblico presente intona qualche canto per evitare di essere completamente sovrastato da quelli degli encomiabili ed ubriachi ospiti, partono gli inni e la partita ha inizio.

FC Internazionale

FC Internazionale

Tra un lancio a vuoto e qualche azione che suscita applausi di un pubblico di casa apatico forse perché deluso dall’andamento della partita, i ricordi tornano inesorabili al Maracanà dove per due ore i tifosi del Vasco da Gama, in lotta per non retrocedere, hanno cantato e ballato movimentando la torcida in un clima di festa quasi surreale.

Durante l’intervallo non troviamo agevole raggiungere il bar dove passare il quarto d’ora di pausa gioco rimanendo così al proprio posto.

La domanda è lecita: possibile che una partita di calcio della durata complessiva di circa due ore possa impegnare inutilmente in trasferimenti lo spettatore per un pomeriggio intero? Qualcuno penserà che magari siamo noi degli impediti. Anche se fosse non è giustificabile: poter accedere ad una manifestazione ed alle iniziative che ne fanno parte deve essere a prova di qualsiasi inefficienza umana. In teoria anche un bambino auto sufficiente da pochi giorni dovrebbe essere messo in grado di raggiungere in massima tranquillità e sicurezza lo stadio.

US Airways Center

US Airways Center Phoenix AZ (USA)

Ultimamente pure in Italia si sono accorti che la struttura può e deve essere non solo utilizzata per le partite ma anche per attività commerciali; non nascondiamo il fatto di sentirci scopritori del concetto alla stregua di Cristoforo Colombo quando scoprì i nuovi continenti dato che, a quanto pare, fino ad oggi nessuno sia mai sbarcato negli States dove, nel lontano 2000 in seguito ad una visita a Phoenix presso l’America West Arena (adesso US Airways) come spettatore di una partita di play off tra Suns e Sacramento Kings, già mi chiedevo il perché non si seguisse il modello degli stadi americani dove tutto avviene con una logica imbarazzante rispetto all’approssimazione italiana.

Vero è che l’educazione sportiva degli americani è concettualmente lontana anni luce da quella nostrana, però sperare di educare il tifoso ammassandolo in strutture superate e poco funzionali è come pretendere dagli alunni il rispetto delle istituzioni mentre i calcinacci si staccano franando, nel migliore dei casi, sulle loro teste.

Al popolo di Santi, poeti e navigatori l’idea di essere anche dei copioni non va proprio a genio, così rimaniamo in attesa che anche in patria nasca l’inventore del pallottoliere mentre nei Paesi più evoluti i bambini girano con i tablet.

Fortunatamente pare esser sbarcato sulla penisola proveniente da lontani Oceani qualcuno in grado di guidare il progetto San Siro verso lidi più internazionali e civili rispetto gli standard richiesti dalla lega calcistica italiana, attualmente allo sbando come di consueto protocollo mafioso. Riuscirà nel suo complicato intento?

Per ora accontentiamoci di una serata allo Stadio Meazza.

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« Grandi giocatori esistevano già al mondo, magari più tosti e continui di lui, però non pareva a noi che si potesse andar oltre le sue invenzioni improvvise, gli scatti geniali, i dribbling perentori e tuttavia mai irridenti, le fughe solitarie verso la sua smarrita vittima di sempre, il portiere avversario» (Gianni Brera descrive il giocatore Giuseppe Meazza)

Cosa aspettarsi da Expo 2015

logo_expoAppurato il fatto che in Italia ogni grande opera è abbeveratoio di risorse per mafie e malaffare che costituiscono lo scheletro del Paese è piuttosto scontato preventivare conseguenze piuttosto turbolente per il dopo Expo 2015.

Per una volta evitiamo facili conclusioni ideologiche e proviamo invece ad immaginare quali effettivamente potrebbero essere i vantaggi e punti deboli della manifestazione soprattutto una volta terminata la kermesse.

La disorganizzazione ed approssimazione che caratterizzano il Bel Paese non faciliteranno di certo lo spostamento dei visitatori che, una volta giunti negli aeroporti lombardi o nelle stazioni ferroviarie, avranno il loro bel da fare per raggiungere i padiglioni senza disagi. Dallo smarrimento delle rette vie di Dante Alighieri ad oggi è cambiato ben poco con ritardi cronici, lavori in corso o semplici disattenzioni che da sempre contraddistinguono il settore trasporti italico. Se mai le opere stradali saranno terminate il giorno prima dell’inaugurazione inoltre, non lasceranno tempo a nessun collaudo o modifica dell’ultimo minuto, sospese tra le preghiere dei progettisti e le speranze, sempre mal riposte, dei cittadini. La politica saprà trarne giovamento in ogni caso: strade deserte saranno interpretate come “ingorghi evitati”, caotiche colonne di vetture come “affluenza al di sopra di ogni previsione”. Farlo comprendere a rassegnati giapponesi, incazzosi tedeschi e masticanti americani non sarà influente ai fini elettorali.

DSC_1082Al solito bisognerà fare i conti con la pessima ramificazione statale ed anacronistiche visioni burocratiche che andranno a scontrarsi con una manifestazione che dovrebbe guardare al futuro e che sarà fondamentalmente sostenuta solo da colossi multinazionali intenti a fagocitare altre fette di mercato, conditi da aziendine speranzose di entrare nel giro che conta. La cosa che preoccupa e fa riflettere i milanesi riguarda proprio il loro futuro, che sarà fulcro di discussione ad Expo 2015 e che non presenta nessuna programmazione post se stesso. I padiglioni ove si esporrà la merce con l’ulteriore singolare intento di regolare “la fame nel mondo” avranno nobile scopo solo per la durata dell’evento che una volta terminato lascerà dietro a sé strutture fantasma che tra pochi decenni saranno fonte di ispirazioni giornalistiche rivolte ai soliti sperperi italiani.

Qualcuno ha fatto inoltre un’analisi impeccabile per quanto riguarda i posti di lavoro che questo circo porterà in dote: elargendo ai cittadini i soldi spesi fin’ora, c’avrebbero guadagnato tutti i lombardi. Senza nemmeno indossare la tuta da lavoro, tra l’altro.

Per il resto ci sarà la solita confusione dove regnerà il tutto ed il niente, un luna park mediatico dove AD, marketing manager e Presidenti del Consiglio misti a chef di lustro televisivo potranno fare bella mostra di sé esaltando prodotti che non cambieranno le sorti dell’umanità ma più probabilmente le casse delle aziende che li producono.

DSC_1068Un primo assaggio lo si è avuto alla Fiera di Erba (Como) con il RistoExpo che in un programma fittissimo ha ospitato i soliti chef di gran nome (…anzi, qualcuno ha visto Davide Scabin per caso?) e le solite aziende disseminate in vari stand espositivi che di innovativo hanno esposto ben poco. Certo si può uscire istruiti da nuove esperienze come l’utilizzo del vapore del ferro da stiro per la cottura delle pietanze che però oltre alla chiacchierata al bar poco può arricchire a livello pratico e professionale.

Il life style milanese capace di elevare in pezzo glamour anche la pannocchia arrostita sicuramente avrà la capacità di illudere i partecipanti di far parte di qualcosa di unico ed inestimabile sovrastimando la merce ma, tolte paillettes e chiffon, rimane ben poco di questa enorme bolla di sapone, ad iniziare dal logo che è stato pensato talmente futuristico che odora di vecchio già adesso. Per non parlare della mascotte che è inquietante… 670_400_1_94051_20131216_120615.jpeg

Ancora una volta la scarsa lungimiranza, dopo averci illuso e promesso di allietarci con la visione di un celestiale viso sapientemente truccato avvolto in capelli perfettamente acconciati, svelerà il vero volto oscuro senza parrucca, con il mascara cadente da occhi lacrimanti ed il rossetto sbordato. Si sarà consumata l’ennesima commedia alla Totò mentre registi, sceneggiatori, truccatori e parrucchieri si staranno già occupando di aggraziare la mafiosa Italia alle Olimpiadi 2024, beffandosi del futuro e delle nostre belle speranze.

Scusate ma parlare di Expo senza cadere in facili conclusioni ideologiche è praticamente impossibile; d’altronde sarà la vetrina d’Italia nel mondo…

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A Como va in scena l’Artifisciò

Prendiamo una caserma, emblema di ordine e disciplina, apriamo le porte ad artisti di strada ed hippie pazzerelli e mettiamoli su di un palco all’interno di un ex circolo ufficiali. Immaginiamo cosa potrebbe succedere. Per vederlo, senza immaginarlo, basta recarsi alla Caserma de Cristoforis di Como che, dopo un bando di concorso ha deciso di ospitare gli artisti del Centro Culturale Artificio.

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Ogni secondo venerdì del mese va quindi in scena uno spettacolo che registra puntualmente il tutto esaurito pur non annoverando tra le proprie fila personaggi illustri o famosi. La modesta stanza che li ospita si riempie in pochi minuti creando un’atmosfera da vecchi e rimpianti tempi quando la televisione lasciava ancora spazio a teatri ed avanspettacolo. Assistere ad uno spettacolo di Artifisciò significa essere coinvolti in un turbinio di emozioni, energia e sinergia con questi eccellenti saltimbanchi e giocolieri che con umiltà e forza di volontà si innalzano ad indiscussi protagonisti sostenuti dalla loro passione, caparbietà ed entusiasmo del pubblico presente.

Rasta Lele ed il suo monociclo

Rasta Lele ed il suo monociclo

Artifisciò è uno di quei progetti predestinato ad un successo esponenziale che nemmeno gli stessi ideatori immaginano vista la loro innocente e spontanea vena artistica che prevarica qualsiasi trama economica o carrieristica.

E’ significativo, ad esempio, il fatto che sul palco non siano granchè graditi i cabarettisti perché considerati un po’ troppo snob e poco portati al lavoro di gruppo, cosa che personalmente confermo avendo io stesso un passato da aspirante cabarettista con presenze al Zelig Lab dove di laboratorio c’è ben poco; ognuno pensa a se stesso con atteggiamenti da prima donna solo perché è nella cerchia del mondo Zelig che in realtà lascia ben poco spazio alle nuove leve con attenzioni principalmente rivolte al commerciale. L’esatto contrario di Artifisciò che rappresenta quello che rappresentava il Derby di Milano, icona proprio nell’ambito del cabaret, locale diventato in seguito Zelig da cui poi è nato tutto il movimento fino ai giorni attuali. Ma Iannacci, Gaspare e Zuzzurro, Diego Abatantuono e via dicendo mai avrebbero pensato che un giorno sarebbero diventati quello che sono ed erano; proponevano avanspettacolo, puro. Regalavano emozioni a poche decine di fortunati spettatori che tornavano a casa con argomenti più o meno seri sui quali riflettere e discutere con il sorriso sul volto.

L'illusionista Rossita

L’illusionista Rossita con una “cavia”

Chi ha fatto spettacolo percepisce le tensioni, preoccupazioni e paure che si creano prima di ogni esibizione, adrenalina pura che come una molla si carica fino a fine corsa per poi esplodere davanti al pubblico che ne rimane rapito, ammaliato. Sensazioni che sono amplificate all’ennesima potenza proprio tra i debuttanti o artisti poco abituati ad esporsi al pubblico e che creano una sorta di effetto solidarietà anziché quel maledetto meccanismo di giudizio che è ormai timbro di fabbrica della televisione e le continue e nauseanti sfide di ogni genere che questa propone all’insegna del vinca il migliore, senza scrupoli e spesso senza che sia il migliore a vincere.

Alessandro "Cenni" Cinelli

Alessandro “Cenni” Cinelli

In realtà ad Artifisciò può scapparci qualche sporadica trascuratezza nella cura dei particolari che solo i più pignoli possono eventualmente notare, ma la regia e la conduzione sono a tutti gli effetti professionali e decisamente ben articolate. Oltre a giocolieri, illusionisti, saltimbanchi, cantautori e folkloristiche band è davvero interessante ed intelligente lo spazio dedicato alla notizia del mese tratta dal quotidiano La Provincia di Como dove a raccontarla sono proprio i protagonisti stessi. Un breve talk show che arricchisce ed ampia le vedute dei presenti che possono così verificare la notizia dalla voce degli interpreti.

Le news della "Provinicia"

I temi live da “La Provincia di Como”

Ad Artifisciò viene inoltre concesso uno spazio a chi vuole fare quel saltino dalla sedia della galleria, al palco, offrendo così allo spettatore una breve parentesi teatrale da protagonista o l’inizio di un percorso che tanti artisti ormai imprescindibili dallo spettacolo hanno affrontato.

Una citazione la meritano anche i bravissimi e professionali volontari baristi indaffarati quanto gli artisti e forse di più nello smistare bicchieri di vino, birra e cibarie autoprodotte che contribuiscono a scaldare l’ambiente. Tra di loro anche dei ragazzi particolarmente attivi ed un po’ pestiferi che avrete piacere di conoscere nel loro operato.

Percussioni etniche Kuku Fighters

Percussioni etniche Kuku Fighters

Insomma, se avete in mente di passare per Como prenotatevi con largo anticipo (molto arduo trovare posti liberi anche con la prenotazione, impossibile senza) e passate una serata davvero coinvolgente ed appassionante tra i ragazzi dell’Artifisciò che a fine serata passeranno a chiedere una libera offerta “a cappello” in cambio dello spettacolo che vi hanno offerto.

Altro che canone Rai

I protagonisti

Tutti i protagonisti sul palco

Steve McCurry a Monza: fotografo d’anime

Il fotografo artista Steve McCurry espone le sue immagini in una mostra di altissimo livello a Monza presso l’altrettanto spettacolare Villa Reale, dal 30 ottobre 2014 al 6 aprile 2015. 20141208_111107I primi scatti professionali di Steve McCurry avvengono all’età 19 anni in qualità di reporter in un piccolo giornale in Pennsylvania e che nessuno, lui compreso, avrebbe immaginato si sarebbero evoluti fino a tal punto. La fantastica parabola ascendente deriva dal fatto che il successo professionale è accompagnato passo dopo passo da quello umano, lato che in ogni sua foto è imprescindibile, in alcuni tratti commovente. L’umiltà e la voglia di mettersi in gioco davanti alle persone ed alle situazioni che ha immortalato scatto dopo scatto durante i suoi innumerevoli reportage, sono stati indispensabili per raggiungere l’eccellenza. IMG-20141208-WA0009Nell’epoca del digitale in cui siamo inflazionati da foto di ogni genere e tipo, tra tanta puerilità e mediocrità presente sui social, è davvero gratificante perdersi nel mondo del McCurry che ci porta per mano, anzi, per occhio, non solo tra i mondi considerati meno fortunati e martoriati da guerre o povertà, ma tra le persone che li popolano, vivono e caratterizzano, facendo notare con discrezione e palpabile garbo i sentimenti contrastanti che essi portano nel cuore e nell’anima. Nelle sale espositive di Palazzo Reale le foto sono esposte senza criterio geografico o temporale ed è davvero piacevole ritrovarsi dall’Afganistan all’India, dallo Yemen al Brasile piuttosto che Giappone, da New York a Roma nel giro di pochi passi. Spaziando nel tempo che i più attenti collocheranno con esattezza storica senza l’ausilio delle targhette identificative (ovviamente presenti) dato che è sufficiente guardare con attenzione la grana della pellicola per distinguere quali furono scattate in Kodachrome da quelle più recenti, digitali. Un abisso tecnologico facilmente riconoscibile. IMG-20141208-WA0007Tra i tanti volti sconosciuti e veri protagonisti della mostra spicca quello stranoto di Robert De Niro, scelto per simboleggiare la città di New York ed immortalato nell’ultima pellicola kodachrome allora disponibile; foto sviluppata e stampata nell’ultimo piccolo laboratorio esistente al mondo che ancora trattava pellicole prima dell’inevitabile estinzione. Un omaggio di Steve McCurry a questa fantastica pellicola prima di concedersi definitivamente alla tecnologia digitale. IMG-20141208-WA0008Per dimostrare che niente è per caso e che Steve è un predestinato, un fuoriclasse del reportage fotografico, rimaniamo proprio a NY, dove nel 2001 in occasione di uno dei più tragici eventi mai accaduti ossia il crollo delle Twin Towers, dove oltre al fatto curioso che possedesse un ufficio con vista sul World Trade Center si aggiunge quello che ci fosse tornato proprio un giorno prima da un lungo viaggio, il 10 settembre; come se l’appuntamento con la documentazione di fatti epocali fosse stato scritto sulla sua agenda vitale e come se il destino aspettasse ogni volta quest’uomo per farsi immortalare un’ultima volta prima di cambiare corso alla storia. Davvero incredibile. 20141208_120740 D’altronde per essere delle persone uniche e speciali, dei fuoriclasse, non basta il talento, la volontà o qualche colpo di fortuna ma un concatenarsi di astri favorevoli ed avvenimenti che attimo dopo attimo si intreccino con la vita del prescelto in un eterna e formidabile unione di azioni e conseguenze esclusive ed irripetibili. 20141208_122610Oltre all’utilità delle audioguide indispensabili in alcune foto per svelare retroscena, significati ed anche prospettive, che per Steve McCurry saranno anche naturali ma per il comune visitatore sarebbero ardue da focalizzare, l’ausilio di brevi resoconti filmati in cui l’autore racconta vari aneddoti e storie da lui vissute risultano essere molto piacevoli ed altrettanto efficaci nello scopo di integrarci completamente con lo spirito dell’interprete e diventare a nostra volta, con una semplicità disarmante, protagonisti delle storie e luoghi riprodotti dal fotografo. 20141208_121924La lezione che ne deriva, indipendentemente se rivolta ad aspiranti fotografi, professionisti o meno è che con l’umiltà, la passione ed il rispetto verso il prossimo, il mondo ramificherà sotto i nostri piedi infinite strade verso il successo che, come in questo caso, faranno apparire quasi come dettaglio ininfluente la Nikon che ha tecnicamente eseguito lo scatto ma che senza l’ausilio di un grande spirito ad indirizzarla nel cogliere il momento ideale, altro non sarebbe che un prezioso ed inutile oggetto. 20141208_114152 Mostra assolutamente da non perdere. Bellissima. “Ho imparato a essere paziente. Se aspetti abbastanza, le persone dimenticano la macchina fotografica e la loro anima comincia a librarsi verso di te“.  (Steve McCurry) Instagram: @McCurryStudios 20141208_120838  20141208_121128

Pronti a partire? Ecco la cura adatta.

Più o meno velocemente si avvicina l’estate e per qualcuno è tempo di cominciare a viaggiare, se non altro con la fantasia, alla ricerca della meta vacanziera ideale.

Mal di mare? Evitare le Maldive

Mal di mare? Evitare le Maldive

Pare che negli ultimi tempi gli italiani più che scegliere i luoghi considerando le proprie possibilità ed esigenze, partecipino ad una sorta di gara fashion con i conoscenti; hai fatto il week end a New York? Ed io ti sparo una settimana in Vietnam. Tutto documentato in facebook ovviamente, con paesaggi surrealistici e sorrisi alla stregua degli appariscenti cugini yankee.

In realtà dietro a queste scelte particolarmente glamour e sorrisi preconfezionati, si celano difficoltà croniche cui il turista si scontra inevitabilmente. Il primo ostacolo è la lingua. Non si è mai capito perché l’italiano pretenda di poter utilizzare il proprio idioma in qualsiasi parte del mondo. Generalmente ci si appiglia al fatto che la maggior parte dei visitatori siano di nazionalità italiana, quindi è lecito attendersi che anche i Masai siano capaci di parlare la nostra lingua, spesso dimenticando tra l’altro che l’italiano è appunto lingua e non dialetto bresciano, bergamasco o barese e napoletano. Fantastiche sono anche le scenette in cui si parla lentamente per cercare di farsi capire con l’interlocutore che rimane ad occhi sgranati e bocca aperta per cercare di carpire qualcosa di logico da un linguaggio sconosciuto. Dialogare nella propria lingua normalmente o lentamente ad uno che non associa nessun significato logico alle parole ha ben poca rilevanza. Vero è che l’italiano oltre alla dialettica utilizza moltissimo la mimica in cui, va riconosciuto, è campione mondiale incontrastato.

Approcci Masai

Approcci Masai

Paradossalmente anche fattori che avrebbero dovuto avvicinare popoli e culture hanno agito all’esatto contrario: la riduzione dei tempi di percorrenza da un luogo ad un altro e la crescita esponenziale di offerte ed agevolazioni hanno ridotto la reale percezione delle distanze. Da Bergamo, ad esempio, la durata del volo per il Cairo e più o meno la stessa di un viaggio in auto da Milano a Marsiglia. Il tempo di trasferimento spesso non è quindi adeguato a trasmettere la reale lontananza etica e geografica. In poche ore ci si trova catapultati in realtà completamente differenti.

Non c’é da stupirsi quindi che il segnale wifi (gratuito) sia balzato in testa alle priorità del turista ovunque esso sia e si trovi, facente parte del pacchetto di pretese in cui è la nazione ospitante a doversi adeguare alle esigenze dell’ospite e non viceversa. Una licenza di limbo turistico protettivo che consente al visitatore di poter fare più o meno ciò che vuole avvolto da un’aurea colonialistica che autorizza a catechizzare gli indigeni con suggerimenti professionali e filippiche sulla presunta superiorità culturale italiana.

Già, perché all’estero nei racconti dei turisti italiani tutte le incapacità manifeste dello stivale e che riempono intere giornate tra discorsi da bar, talk show e conversazioni varie, svaniscono e lasciano spazio ad un Paese, presumibilmente, ideale ed inesistente e che spesso fan sorgere la domanda non troppo scontata: se a casa tua funziona tutto perfettamente come dici, che ci fai qui?

Foto ricordo

Foto ricordo con classe

Così ai precoci nostalgici di caffè espresso, pizza, spaghetti e mandolino, non rimangono che dure settimane di serrato confronto con popoli sottosviluppati, retrogradi e non competitivi con l’accogliente ed iper assistenzialista Mamma Italia. E’ sempre più esigua la memoria delle microsim occupata dalle foto delle cose da vivere e vedere che offre il luogo visitato, a discapito delle dettagliate documentazioni sulle inosservanze dell’alloggio che serviranno a chiedere i famigerati rimborsi una volta tornati alla civiltà; un atteggiamento da proprietario di appartamento che documenta le pecche all’amministratore condominiale e che poco aiuta nel percorso di mini integrazione.

Perù e spaghetti

Perù e spaghetti

Delle pasticche di buonsenso, uno sciroppo di logica e siringate di consapevolezza sono le medicine migliori per sconfiggere il male del secolo, il turista italicus, che oltre ad essere virale è pure contagioso.

Italians? No.

Italians? No.

Si riuscirà così a debellare il male dalle contagiate famiglie triestine che nei prati attigui ai bungolows kenioti inseguono armati di spray insetticidi animaletti volanti o napoletani alterati con commessi della pizzeria all’interno degli Universal Studios di Orlando rei di non capire il dialetto napoletano pur vendendo la pizza. Chissà, magari succede anche con qualche cittadino stelle e strisce a Napoli, incazzato perché il venditore di jeans non parla lo slang americano oppure che qualche autista di tram a Milano non comprenda il greco facendo così infuriare qualche turista di Salonicco.

In fondo tutto il mondo è paese.

Turisti tedeschi

Turisti tedeschi

(Tranne la foto delle Maldive le altre sono state prese dalla rete senza nessuno scopo offensivo o commerciale. Se fossero coperte da copyright o urtassero la sensibilità dei soggetti ripresi saranno rimosse immediatamente)

Rio de Janeiro: lo stadio Maracanã

Scegliere Rio de Janeiro come meta per trascorrere le proprie ferie, implica il fatto di dover necessariamente organizzare una visita al tempio del calcio, l’ Estádio Jornalista Mário Filho, detto Maracanà.

L'Estádio Jornalista Mário Filho, Maracanã

L’Estádio Jornalista Mário Filho, Maracanã

Per farlo ci siamo affidati alla professionale ed appassionata guida locale, Sergio Manhães che durante la settimana passa le sue giornate lavorando in banca, per poi trasformarsi in tifoso ed abile guida durante gli eventi sportivi. Il nostro gruppetto comprendeva anche i velisti della nazionale francese.

Il nuovo impianto Maracanà, recentemente riaperto (28 aprile 2013) è sceso dalle 200.000 presenze documentate agli attuali 78.838 posti a sedere.

Impianto da mille ed una... notte

Impianto da mille ed una… notte

Per raggiungere il mitico Maracanà abbiamo utilizzato la metropolitana che anch’essa merita un cenno per quanto si sia dimostrata decisamente sicura, nuova e pulita. Se uno si aspetta un inferno sotterraneo verrà piacevolmente smentito: la metro infatti è molto più simile a quella di Parigi, funzionale e piacevole, rispetto a quelle di Milano e Roma, sporche e trascurate.

Addirittura mr. Vap è riuscito ad attaccare bottone con due tipe. Al solito tutto si è concluso con un nulla di fatto, in questo frangente fortunatamente per lui. Già, perché le tipe erano tipe cesse.

Percorso della Metro

Percorso della Metro

La fermata Maracanà è collegata da una sopraelevata che ci porta esclusivamente e direttamente agli ingressi dello stadio. Impossibile sbagliare quindi e non solo per questo motivo, ma anche perché l’edificio si fa notare. L’efficiente e ramificato servizio fornito dagli steward non lascia nulla al caso e rende l’affluenza scorrevole e sicura.

Ingresso

Ingresso

La partita che ci siamo visti era abbastanza delicata per gli esiti della permanenza in prima serie del Vasco da Gama che ha giocato contro la prima della classe, il Cruzeiro di Belo Horizonte, ecco perché si sono aperte le porte del magnifico impianto utilizzato altrimenti solo per eventi di spessore. Rumorosi cori a ritmo di samba e sventolii di bandiere prima, durante e dopo il match, in un ambiente decisamente gioioso. (La settimana seguente si registreranno feriti gravi durante scontri, ma non al Maracanà, proprio tra tifosi del Paranaense e Vasco che retrocederà)

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Fatto sta che due ore prima del fischio d’inizio in un’ampia zona adiacente lo stadio è proibito servire alcolici agli avventori per evitare appunto che eventuali alterazioni possano portare a gesti violenti e così, per noi di Controviaggio che siamo accomunati al Vasco da Gama per i colori del nostro logo (ma che nulla ha a che vedere con squadre di calcio italiane, figuriamoci quelle brasiliane) ed i loro colori sociali, bianco, nero e rosso, , riuscire a berci una birretta è stato abbastanza arduo, ma alla fine ce l’abbiamo fatta anche grazie a Sergio.

La nostra fortuna culminerà nell’insperata vittoria del Vasco de Gama che s’imporrà per 2 a 1 sul Cruzeiro e che naturalmente renderà felici i suoi tifosi dando vita ad una festa incessante sugli spalti e fuori.

Festa tra i tifosi del Vasco da Gama

Festa tra i tifosi del Vasco da Gama

Uno spettacolo da non perdere anche per chi non segue il calcio, mentre per gli appassionati di questo sport al Maracanà c’é la possibilità di vedere, oltre al Vasco da Gama che però è retrocesso, il famoso e popolare Flamengo (del noto campione Arthur Antunes Coimbra meglio noto come Zico), il Botafogo (dove militò il fantastico Garrincha), la Fluminense (retrocessa pure questa).

Se volete organizzare una visita allo stadio Maracanà visitate il blog di Sergio futebolnomaracana.blogspot.com oppure contattatelo direttamente  ssm10@hotmail.com

Le 4 maggiori squadre di Rio

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