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La Mezza Maratona di Berlino

La mezza maratona di Berlino è la degna sorella minore della blasonata maratona, che assieme a Londra, Chicago, New York, Tokyo e Boston fa parte delle sei major; presenziarle tutte è obiettivo di molti maratoneti.

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La mezza, del quale ci occupiamo, è altamente suggestiva. Dal punto di vista scenico è molto spettacolare in quanto il percorso cittadino attraversa i principali monumenti e luoghi d’interesse della metropoli. Partenza ed arrivo sono fissati ad un centinaio di metri dall’imponente Porta di Brandeburgo, uno dei simboli più importanti della città tedesca. La partecipazione alla gara è massiccia, con presenze che oscillano intorno ai 30.000 partecipanti con un tasso qualitativo di rilievo. Berlino presenta infatti un’ottima opportunità per migliorare il proprio personal best essendo praticamente del tutto in piano con anche lievi discese che favoriscono una corsa sempre in spinta. Per chi ha focalizzato i propri allenamenti sulla distanza breve con estenuanti tempi run e ripetute, le soddisfazioni non mancheranno sicuramente.

Il ritiro del bib e chip avviene presso l’aeroporto dismesso di Tempelhof, oggi giorno diventato parco e che chiaramente presenta spazi molto ampi ove poter allestire l’expo. Nel 1926, curiosità, proprio lì nasceva la compagnia aerea Lufthansa.

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Oltre agli stand allestiti dai soliti brand alimentati dal gigante circus delle maratone, è possibile far partecipare i propri figli, nipoti o individui di età fanciullesca di vario legame parentale, a gare podistiche dedicate ai bambini e che avvengono il giorno prima della mezza maratona. Il circuito a loro dedicato è transennato nel mezzo della vecchia pista di atterraggio dove ancora oggi è parcheggiato un affascinante velivolo. I bambini, dai più grandi ai più piccoli, ce la mettono tutta e non sempre lasciano Tempelhof con un buon ricordo della corsa e dell’asfalto che in sporadici casi, in seguito a rovinose cadute, procura loro dolorose escoriazioni. Nessun problema per i pargoli teutonici e per i loro fieri genitori che, anzi, assistono orgogliosi all’eroico stoicismo degli eredi. Vedere orde di bambini correre all’impazzata verso il traguardo stimola anche la sete di chi assiste l’evento e che si disseta principalmente con la bevanda ultra nazional popolare. La birra, neanche dirlo.

La partecipazione è estesa anche alle scuole che indicono un concorso al miglior disegno con tema ovviamente la mezza maratona di Berlino.

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Arriva il giorno della 21K e le temperature sembrano aver subito effettivamente l’incremento tanto monitorato e temuto dagli scienziati. Anche una città nordica e notoriamente fredda come Berlino presenta il conto: in una giornata soleggiata l’attesa che precede il colpo della scacciacani è meno rigida, ma durante la gara i gradi in più si soffrono eccome.

Poco ci sarebbe da dire sull’organizzazione tedesca, noiosamente infallibile.

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I mezzi pubblici per raggiungere i punti di interesse sono facili da trovare e con una frequenza tale da coprire abbondantemente ogni orario utile. Le indicazioni per arrivare al proprio wave sono a prova di italiano e gli ingressi sono scorrevoli; prima di prenderne parte si può usufruire degli spazi del parco adiacente dove sgranchirsi un po’ le gambe per non partire a freddo.

Durante il percorso sono ben organizzati anche i punti di ristoro, il primo al 4K.

Purtroppo a differenza della maratona, nella mezza ci sono parecchie persone alle prime esperienze così che durante uno dei ristori è notevole il rischio di finire schiantati addosso a chi ci precede e che si fionda a prendere il primo bicchiere d’acqua come non ci fosse un domani.

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Al di là di queste informazioni più o meno tecniche che possono interessare marginalmente chi vuole partecipare a questa manifestazione, c’è da sottolineare il coinvolgimento del pubblico che è davvero massiccio. Probabilmente perché coinvolto personalmente data la presenza di qualche parente e facilitato dal percorso che si snoda per vie centrali, come scritto in precedenza, si fa sentire praticamente ovunque. La parte più suggestiva è sicuramente quella che dalla Porta di Brandeburgo ti accompagna alla linea del traguardo.

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Terminata la fatica e fissato il proprio tempo, parte l’interminabile cammino in cui sono presenti le solite bevande energetiche (dal colore inquietante simil caffellatte e dal sapore disgustoso), acqua e birra di ogni genere e tipo, dispensata ad ettolitri da uno dei main sponsor. Proseguendo con la vestizione del poncho per chi l’ha opzionato nella registrazione, la riconsegna del chip per chi l’ha noleggiato e finalmente il ricongiungimento con i parenti, familiari o amici per chi ne ha a seguito.

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Terminerà così la vostra prima o ennesima esperienza da raccontare.

Doverosa nota di merito conclusiva alle imponenti misure di sicurezza che permettono il corretto svolgimento della manifestazione senza però soffocare l’ambiente.

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Dio perdona, la maratona no

Ultimamente sempre più persone si stanno avvicinando alla corsa.

Il perché è facile da dirsi: è un gesto primordiale, apporta numerosi benefici al nostro metabolismo, stimola la mente, è pratico ed economico rispetto ad altri sport, professionisti ed amatori gareggiano contemporaneamente.

In passato questa disciplina era abbastanza snobbata dal marketing che di suo si limitava ad offrire agli atleti una canotta di cotone, un pantaloncino ed un paio di scarpe da ginnastica standard mentre oggi giorno assistiamo ad un vero e proprio boom commerciale legato al running. Il primo passo, come sempre, l’avevano fatto gli americani promuovendo la sfera benessere sotto forma di jogging. La fatica richiesta per questo tipo di attività era ed è abbastanza blanda rispetto al running e tale da non spingere utenze ed aziende alla ricerca di prodotti particolarmente performanti.

Partecipare a gare vere e proprie a fianco di atleti professionisti, implica sicuramente uno stimolo maggiore sia per i podisti amatoriali che per le case produttrici di articoli sportivi che infatti stanno cavalcando l’onda alla grande, sfornando un prodotto avveniristico dietro l’altro e rendendo la corsa, come detto, uno sport sempre più praticato.

Fatto sta che se qualche anno fa correre una maratona era vista come un’impresa biblica riservata a pochi eletti anche a causa della marginalità tecnica offerta, oggi siamo vicini al passo successivo, dove la vera sfida pare essere diventata l’Ultramaratona con la 42K declassata a gara di velocità anziché endurance. Per chi non lo sapesse, una qualsiasi maratona dista sempre la stessa distanza, ossia 42,195 Km, con il superamento di questa si definisce Ultramaratona che invece parte generalmente dai 50K, per arrivare ai 100 ed oltre.

Personalmente credo che la moda della corsa stia creando un po’ di fraintendimenti. L’idea che un’amatoriale, addirittura un dilettante, possa correre assieme ai professionisti è sicuramente affascinante, ma da lì a sentire che i primi citati ritengano la maratona un obiettivo troppo comune che li induca poi a partecipare ad un’Ultra è abbastanza discutibile.

A mio avviso infatti non si possono ignorare i tempi di gara. Guardando parte della classifica della mia maratona di New York, ad esempio, ho notato che sono stato preceduto da sessantenni che, con tutto il mio infinito rispetto per loro che saranno stati vecchie glorie o persone particolarmente allenate, mi hanno fatto particolarmente incazzare. Chiaramente non per la loro performance, ma per la mia. Qualcuno penserà che l’importante è partecipare; dispiace ma non la penso così. Perché avere la possibilità di correre una maratona è impegnarsi a raggiungere i propri limiti e, quando questo non succede o non ci vai nemmeno vicino, ti girano. Non è una questione di podio o di medaglia, è una sfida personale. Di mezzo ci sono allenamenti sotto il sole e la pioggia, al caldo e al freddo, con il vento e con la neve, mattina, pomeriggio e sera. Non per arrivare primo, ma per arrivare al meglio delle proprie possibilità. Quando ciò non accade per diversi motivi, spesso per un infortunio ed una serie di allenamenti sbagliati o trascurati, ecco che si verificano casi e persone le quali si rifugiano in qualcosa di ancora più impegnativo. Per poter magari dire al sessantenne cazzuto che ti ha preceduto alla maratona, sì però io ho corso l’Ultra, tu no. Cazzata assoluta, perché anche aumentando il grado di difficoltà che riduce il numero di partecipanti si andrebbe incontro ad un’ulteriore insoddisfazione personale senza il raggiungimento di un risultato decoroso. Mi spiego meglio: se il primo classificato termina un’Ultramaratona di 100K in 7 ore arrivare con 11 ore di ritardo ha davvero un senso più logico che non si limiti al finisher stampato sulla t-shirt celebrativa? Massimo rispetto per tutti, ma qui ci si pone davanti ad una distinzione piuttosto netta tra atleti adeguatamente preparati e martiri semi incoscienti alla ricerca di sé stessi. Lo stesso vale anche nelle maratone: ha senso finirne una in 8 ore camminando per la maggior parte della gara? Naturalmente mi riferisco a persone potenzialmente in grado di sostenere un carico di lavoro che possa poi permetterti di completare le competizioni correndo al massimo delle proprie possibilità (o quasi) dall’inizio alla fine.

Non esistono scorciatoie per raggiungere i propri obiettivi. Le gambe vanno istruite a macinare chilometri, giorno dopo giorno, il cuore deve rafforzarsi e pompare il sangue necessario, lo stomaco va alimentato in modo corretto, la testa deve sostenere con pensieri positivi tutte le operazioni precedenti. Ogni allenamento saltato a causa di piccoli o grandi infortuni, svogliatezza o pigrizia, è una simbolica manciata di sassi che mettiamo nelle nostre tasche e che il giorno della gara sentiremo zavorrarci chilometro dopo chilometro fino allo sfinimento. Più alziamo l’asticella e più aumenta il grado di difficoltà in fase di preparazione. Non ci sono vie d’uscita. Lavoro, lavoro, lavoro.

Questo discorso sì che realmente accomuna tutti senza discriminante: dai professionisti agli amatori, dai più giovani ai più anziani, dalle donne agli uomini: per raggiungere il proprio massimo bisogna abituarsi a dare sempre il massimo.

Perché Dio perdona, la maratona no.

Nella corsa gli ultimi non sono certo meno degni dei primi. Anzi, per certi aspetti lo sono anche di più. Arrivano fino in fondo correndo molte ore in più di quelli che sono in testa. Arrivano fino in fondo anche se sanno fin dall’inizio che non avranno mai una medaglia al collo

Marco Olmo

Lubiana: il Professore

La macchina percorreva velocemente l’autostrada che ci avrebbe riportato a casa.

Stavamo lasciando le nuvole dietro a noi.

“Che dici se facciamo una breve tappa a Lubiana? E’ da un po’ che non ci torno”

Il passeggero annuì senza proferire parola. Eravamo a circa 60Km dalla capitale, di rientro da un servizio girato nella parte alta della Slovenia, non troppo distanti dal confine croato.

Avevamo passato alcuni giorni tra gli ampi spazi, verdi colline e lo snodarsi di sentieri e piste ciclabili alla ricerca di immagini e parole che potessero essere utili al nostro scopo.

La redazione mi aveva assegnato un cameraman con cui non avevo mai lavorato prima. Un ragazzo taciturno ed introverso che si era rivelato un po’ noioso ma se non altro poco invadente. Quest’ultimo aspetto m’aveva convinto di proporgli di fare tappa a Lubiana.

Dopo quasi un’ora di viaggio presi la deviazione per il centro città.

“Provo a parcheggiare qui. Se non ricordo male dovremmo essere in prossimità del fiume Ljublijanica

Lungo il corso d’acqua si presentano molti locali di ultima generazione e molte attività quali mercatini e negozi di articoli d’antiquariato.

“Lasciamo pure l’attrezzatura nel bagagliaio, tanto non ci sono grossi pericoli”

Così facemmo, anche se lui si portò dietro uno zaino bello carico di corpi macchina ed obiettivi che al solito risultava piuttosto pesante da trasportare. Ci era abituato, anzi, il fatto che non avesse dietro gli altri due borsoni lo facevano sentire leggero come una piuma.

“Sei comodo?” chiesi più per tentare l’ennesimo approccio umano che per reale interesse e la risposta si limitò in un sì ripetuto due volte durante il gesto di slancio nel caricarsi lo zaino in spalla. “Ok andiamo” Aggiunse mentre cominciò ad incamminarsi.

Non avevo voglia di confondere quella sosta di piacere con nessun evento che potesse minimamente ricordare il lavoro. Cominciai ad avvicinarmi al ponte che guardava la passeggiata lungo al fiume con un passo piuttosto rilassato e le mani in tasca. Il collega era già avanti a me di un bel po’. Dove cazzo corre quello pensai tra me e me; lo scorgevo posizionarsi sui ponti e scattare foto.

Nonostante la giornata fosse soleggiata, c’era un’aria fredda piuttosto pungente ed anche il Ljublijanica contribuiva a rendere la temperatura particolarmente umida.

Il clima non favorì le soste lungo la strada ad ammirare gli oggetti esposti ai mercatini o le vetrine dei negozi.

Avevamo percorso praticamente tutta la zona più interessante lungo il fiume, così ci addentrammo tra le vie interne. Lubiana è una città molto particolare. La mondanità è composta ed ordinata. Emana consapevolezza del passato, maturità nel vivere il presente ed uno sguardo ampio e speranzoso rivolto al futuro.

“Che dici se ci facciamo qualcosa di caldo?” Chiesi al collega muto che sembrava piuttosto a suo agio tra le rigide temperature della capitale “Buona idea” bisbigliò sorprendendomi.

Da lì a poco ci trovammo seduti all’interno di una pasticceria storica al piano terra di un bellissimo palazzo d’epoca. Fuori dalla vetrina potevamo vedere chiaramente la strada in salita che porta al Ljubljanski grad.

Arrivò prontamente una cameriera molto giovane con capelli tinti da colorazioni improbabili e piercing sparsi sul suo viso a prendere l’ordinazione che comprendeva due tè. Parlava inglese correntemente e dispensava cordiali sorrisi in modo da suscitare la simpatia dei clienti, compresa la nostra.

“Vuoi andare a visitare il castello? Io non ci penso nemmeno”

“Peccato” udì una voce fuori campo. Era quella di un signore anziano appoggiato al banco con in mano un calice di vino rosso. Per un attimo rimasi spiazzato perché, a dirla tutta, non aspettavo alcuna risposta dal mio collega, né tantomeno da altri.

“Italiani?”

Se c’è una cosa che odio è dover rispondere per cortesia agli sconosciuti che attaccano bottone solamente perché hanno impellente necessità di esercitare il nostro idioma.

“Sì” Risposi freddamente in attesa della domanda seguente che sarebbe stata immancabilmente: da dove?

Di dove venite?” Appunto.

“Lui è del confine, io dalle parti di Milano” Cercai di tagliare corto nel mentre arrivarono le brocche del fumanti. La cameriera le appoggiò sul tavolo facendo tintinnare i coperchi in porcellana.

Ci sorrise e noi contraccambiammo.

“Prima volta che venite Lubiana?” insistette lo sconosciuto.

Incredibilmente questa volta rispose il cameraman, forse accortosi del fatto che mi stavo spazientendo “No. Ci siamo già stati.” Ma proprio quando il dialogo pareva spegnersi sul nascere, il muto fece una cazzata clamorosa. “Lei è di qui?” Chiese all’anziano, attirando su di sé una mia occhiataccia che gli fece andare di traverso il biscottino di cortesia. Il signore al banco abbassò il pollice sopra al suo calice e si fece versare un altro bicchiere, sistemò i pantaloni e si tirò su le maniche della giacca, conscio di dover incominciare una sfida verbale che l’avrebbe visto indiscusso protagonista del bar.

“Sono nato a Fiume, quando era Italia. Là ho studiato e sono diventato professore. Poi quando ho cominciato ad insegnare mi sono dovuto trasferire. Ho insegnato a Capodistria, a Celje e qui tanti anni. Adesso sono in pensione finalmente.”

La cadenza del suo italiano era deformata dalla mancata pronuncia delle doppie, l’omissione di molti articoli e dalla presenza di parole in dialetto triestino o provenienti da zone del Collio isontino.

Mi ammorbidì e, quasi pentito dal mio comportamento rude precedente, chiesi ancora “Cosa insegnava?”

“Storia e lettere”

Prese una pausa bevendo un altro po’ del suo vino, noi sorseggiando il tè.

Mi sembrava di mortificarlo continuando a rivolgergli domande piatte e scolastiche, così cercai di alzare l’asticella. È vero che avevo bisogno di silenzio, ma quando ti capitano davanti certe persone è sempre rispettoso nei confronti del destino che te le ha mandate cercare di valorizzarle e comprenderle. Ci provai.

“Chissà che cambiamenti avrà vissuto in questi anni… Dalla Jugoslavia alla Slovenia, Tito; adesso la Comunità Europea…”

Sorrise con aria di chi la sa lunga. Cominciò il discorso.

“Bel casìn.” Mi misi comodo mentre lui cominciò “Ai tempi di Tito non c’era odio tra di noi, all’apparenza. C’era la povertà che ci teneva uniti. Carne e caffè erano un lusso. Per dire. Guarda quel tavolino laggiù. Erano ragazzi di qui perché li conosco e guarda come l’hanno lasciato. Avanzi di panino, di brioches, il cappuccino bevuto a metà. Adesso hanno tutto ma non hanno niente. Adesso è il momento della società basata sul niente”

Lo incalzai “Certo, però è comunque meglio adesso o no?”

“Cos’è meglio per lei? Una forte stretta da una mano ruvida del contadino che lavora nei campi che si spacca la schiena dall’alba al tramonto o la firma di un signore in giacca e cravatta seduto davanti al computer? Stare seduto in compagnia davanti ad un fuoco di legna ardente con una bottiglia di vino fatto in casa o solo in una stanza asettica e condizionata con a disposizione un dispenser d’acqua sterilizzata?”

Il discorso stava prendendo una piega piuttosto impegnativa. “Tu che ne pensi?” passai la parola al mio commensale

“Penso esistano le vie di mezzo. Qui ho visto tanti giovani lavorare seriamente. La città sembra lanciata verso un futuro green

Il professore riprese la parola: “Green” Intercalò con una bestemmia. La barista lanciò un’occhiataccia, lui si scusò e continuò “Green. O sono così furbi gli altri o siamo così coglioni noi. Fino a qualche anno fa tutto era green. A casa quasi tutti avevano le proprie bestie. Galline, uova, maiali, si faceva tutto in casa. Perché eravamo poveri ma non coglioni. Ma per essere green bisogna spalare merda. Letteralmente. Spaccare legna. Tirare su sassi. Quello è green. Poi è arrivato il benessere, la grande distribuzione e gli uffici. Adesso anche i somari finiscono l’Università. Tutti sono ingegneri, dottori, avvocati. Che si devono spostare, muovere in continuazione. Viaggiare. Tutti vanno da qualche parte; A fanculo vanno… inquinano e cercano il green che una volta costava fatica mentre adesso è un bene di lusso per pochi. Coglioni!”

La barista lo richiamò benevolmente. Sorridemmo tutti quanti.

“Dai non se la prenda” dissi “le offro un bicchiere”

“L’ultimo” precisò “perché se arrivo a casa ubriaco chi la sente mia moglie. Altro che green, mi fa il culo red quella”

Dopo una risata generale io ed il mio collega uscimmo dal locale ritrovandoci così nuovamente avvolti dalla gente e dal freddo. Lasciammo cadere l’episodio nel vuoto dopo averci pensato sopra per un po’.

“Hai fatto qualche foto anche al palazzo?” dissi tanto per dire.

Il cameraman annuì.

La Maratona di New York (vista da dentro)

Anche la melodia della sveglia pare diversa questa mattina.

Le luci esagerate a Time Square non hanno lasciato spazio al buio della notte così come incessanti suonano tra le mie orecchie le sirene dei mezzi di soccorso che transitano tra le vie di New York.

Sulla sedia della scrivania davanti al mio letto ho disposto tutti gli indumenti che dovrò indossare. Un gesto che non si limita alla praticità; è un rito spirituale che serve a riordinare le idee e che i maratoneti conoscono bene. Sistemare con cura pantaloncini, calze, integratori… Spillare il numero sulla canotta e poi osservarlo pensieroso per qualche minuto.

Mi lavo i denti guardandomi allo specchio e stamattina quel banale gesto assume una forma di solennità.

Finiti i preparativi esco dalla camera dell’albergo.

Già la colazione svela un’infinità di differenze tra coloro che prenderanno il via alla 60ma edizione della New York City Marathon.

Non riesco a fare a meno di sbirciare nei piatti delle persone. Siamo quello che mangiamo, diceva qualcuno; nello specifico penso che mangiamo come corriamo.

Fuori la temperatura è fresca, ma non gelida. Non si intravedono nuvole e si prospetta una bella giornata a differenza dell’anno precedente.

L’organizzazione ha già cominciato a sistemare le transenne sotto gli occhi vigili della polizia. Le sirene delle volanti ruotano ad intermittenza illuminando con fasci luminosi blu la base dei grattacieli. Grossi automezzi azionano ad ogni manovra acuti segnali acustici ritmando il frenetico ed ordinato lavoro dei volontari ed operai dai caschi gialli e giubbini catarifrangenti.

Mi sento un puntino perso nell’Universo nell’assistere a ciò che sta avvenendo. Sembra così fantastico prenderne parte.

I bus giungono al molo e le persone infreddolite attendono di salire sul traghetto.

Manhattan indossa ancora il suo bellissimo abito da sera mentre scorre tra le finestre dell’imbarcazione che ci sta accompagnando alla partenza. Non ho con me nulla per poter immortalare ciò che vedo. In un primo momento ho qualche rammarico, ma prevale l’intimità del momento. Sarà il mio cuore, supportato dalla mia memoria, a ricordare ciò che sto vivendo. Ormai non c’è dubbio che la giornata è una parentesi meteorologicamente perfetta e l’alba che si riflette tra le acque del fiume Hudson, che stiamo navigando, lo sigilla. Anche la Statua della Libertà si concede fiera e vanitosa ai nostri sguardi.

Non manca molto per arrivare a Staten Island. C’è del tempo per parlare di esperienze personali, materiali tecnici, integratori. È un modo per conoscere nuove persone ed ingannare l’emozione. Tra non molto sarò parte del colorato movimento che scandisce l’avvio della manifestazione al quale fino a pochi anni fa non davo alcun significato.

Il villaggio pre-gara accoglie i partecipanti in modo estremamente ordinato. L’ennesimo controllo di sicurezza e poi l’attesa. Bevo un tè caldo, indosso il regalo di uno sponsor preso in uno stand, ossia una cuffia colorata prevista per avvolgere il pensatoio capelluto dalle disattese rigide temperature, approfondisco qualche conoscenza. Comincio a pianificare la gara con un vero atleta, Maurizio De Angelis, che mi propone di correre in coppia. Ma lui merita un capitolo a parte.

C’è gente in ogni dove; un agglomerato di ogni genetica possibile immaginabile e quasi mi stordisce osservare tutta la varietà di persone e comportamenti.

Il tempo scorre e si avvicina il momento fatidico per cui le migliaia di persone presenti si sono preparate da mesi, forse anni. Mentre mi spoglio dall’economica tuta presa per l’occasione dedico un pensiero a chi non ha potuto esserci per svariati e sfortunati motivi. Sono centinaia le persone iscritte che rinunceranno alla maratona ed a loro auguro di far parte ad una delle prossime edizioni.

Il tonfo sordo della prima cannonata oltre a sancire la partenza dei primi atleti preoccupa un po’ tutti gli altri. Gli elicotteri sorvegliano la zona e lo spiegamento di forze di sicurezza è imponente.

Le onde colorate si susseguono velocemente fino al momento in cui è chiamata in causa quella verde di cui faccio parte.

In un attimo mi trovo a correre sul ponte di Verrazzano con una vista su Manhattan che toglie il fiato. Sono attimi che racchiudono un turbinio di emozioni e di energia che nessuno si preoccupa di nascondere. Per la gioia del momento qualcuno ride, qualcun altro urla, c’è chi piange. Poi il silenzio cadenzato dal pulsante suono di migliaia di scarpe ed altrettanti cuori.

Ho studiato abbastanza bene il percorso che sto affrontando per la prima volta e non voglio forzare già alla prima salita. Ho scelto una strategia conservativa.

Nel frattempo il mio cronometro perde il segnale gps e mi riporta valori di passo completamente sballati.

Non è la prima maratona a cui partecipo e vedermi superato dopo poche centinaia di metri da un signore che corre con i mocassini ed un peruviano in costume Inca con tanto di piume in testa non dovrebbe preoccuparmi. Comincio invece a pensare che sto esagerando con il risparmio energetico. Non c’è pubblico fino al terzo chilometro. I lati delle strade di Brooklyn già strabordano spettatori che esibiscono cartelli e tifano come fossero tutti nostri parenti. Grazie alle loro animazioni la lunga e noiosa strada che porta al 13K in prossimità del Brooklyn Academy of Music è scorrevole e divertente. Ci sono gruppi musicali e persone festanti. Scelgo di aumentare un po’ il ritmo ma mi ritrovo nuovamente davanti ad una salita. La strada in questo caso si restringe e la folla è ancora più presente. Cancello dalla mente le strategie distratto dagli incoraggiamenti di centinaia di bambini e dall’onda viola e chiassosa di un magnifico coro gospel organizzato sul marciapiede davanti ad una chiesa. A rendere l’atmosfera silenziosa ci pensa il Quartiere ebraico di Williamsburg dove la partecipazione all’evento è inesistente. Riposo le orecchie. La mezza maratona è fissata nel Queens dove pochi chilometri dopo è presente il famigerato Queensboro Bridge, rinomato per il vento che soffia gelido di traverso sui maratoneti. Una volta attraversato sarò di nuovo a Manhattan. La giornata è talmente bella che veniamo graziati dal meteo così che il ponte non presenta nessun pegno da pagare. Evento unico in 60 anni di Maratona di New York, giurano i partecipanti più esperti. Siamo intorno al 25K e mi rammarica vedere un ragazzo fermarsi per un problema al polpaccio. Non faccio in tempo a pensarci che mi ritrovo a percorrere la curva alla fine del ponte animato da un foltissimo pubblico che festeggia il nostro ingresso a Manhattan come fossimo i primi del gruppo, transitato almeno un’ora prima. La stanchezza e la botta di energia che mi arrivano dritti in faccia quasi mi commuovono.

Gli interminabili sali scendi dell’infinita 1st ave sono la rampa di lancio per cercare di abbassare il mio tempo che è molto al di sopra delle mie possibilità. Sinceramente non sto correndo per fare il mio personal best o per dimostrare niente a nessuno ma voglio dare un senso agli allenamenti svolti durante tutta l’estate. Comincio a sentire bruciore all’interno coscia di entrambe le gambe a causa di un ripetuto sfregamento dei pantaloncini. Per fortuna ai lati delle strade ci sono i volontari che oltre a liquidi ed alimenti distribuiscono anche vaselina spalmata su stecchi simil ghiacciolo. In teoria servirebbero ad evitare l’abrasione ai capezzoli che è una delle cose più dolorose che possono capitare quando corri. Non è facile riuscire a prendere un bastoncino in corsa e cercare di convincerli che sei consapevole di quello che stai facendo. In molti, infatti, scambiano la vaselina per cibo commestibile e se la mangiano. Di conseguenza i ragazzi sono esageratamente premurosi e prevenuti nel concedertene uno. La spalmo e dopo un immediato bruciore mi sento sollevato.

Entro ad Harlem.

Una carica emozionale fortissima mi dà un ulteriore spinta per aumentare il ritmo. Stavolta mi metto a correre seriamente senza dedicare tempo a dare il cinque ai bambini ai bordi delle strade o concentrarmi sulle meraviglie che mi circondano. Mancano circa 10K per entrare a Central Park e mettere fine alla gara più suggestiva che ho corso fino ad ora. È bello accelerare il passo alla fine perché c’è la cosiddetta raccolta dei cadaveri. Quelli che hanno dato tutto nella prima parte di gara e che ora sono in panne. Ne supero davvero tanti ma per recuperare il tempo perso nei primi 30K dovrei viaggiare alla velocità di Kipchoge. Vengo colto dai crampi quasi all’altezza del punto dove l’anno precedente mi ero posizionato per fare foto agli atleti. Impreco, rallento, dialogo con i muscoli, penso alla fortuna che ho questa volta ad essere dalla parte giusta della transenna e mi riprendo in fretta. L’ingresso a Central Park è spettacolare e l’incitamento che non è mai mancato per quasi 35K è commovente. Trovo le ultime motivazioni nella sfida con un altro italiano. Entrambi ne traiamo beneficio tagliando il traguardo con dignità.

C’è qualcosa nell’aria di New York che rende il sonno inutile.
(Simone de Beauvoir)

Un sincero ringraziamento ad Antonio ed Annalisa di Terramia che mi hanno concesso questa fantastica opportunità.

Questo ero, questo sono

Chissà chi si è accorto che a dicembre non ho postato nulla.
Qualcuno avrà pensato che controviaggio e chi lo scrive si saranno esauriti, qualcun altro forse avrà sentito la mancanza di una nuova storia; la maggior parte non si sarà accorta di niente. Intanto io mi sono preso un mese di pausa totale perché avevo bisogno di staccare la spina alla parte creativa del cervello. Forse l’unica mia funzionante tra l’altro. Mentre premeditavo quello che avete appena letto, mi è venuto in mente quando da ragazzino conducevo un programma radiofonico di mia creazione. La radio era locale e non proprio seguitissima, ma a vent’anni l’idea di avere a disposizione un mezzo di comunicazione potenzialmente così efficace era sicuramente esaltante. L’idea di lavorare in radio mi attirava tantissimo, fino al punto da spingermi incoscientemente a bussare letteralmente alle porte delle emittenti e chiedere un posto come speaker radiofonico. Radio Popolare nella piccola Gorizia, non quella famosa ed impegnata di Milano per intenderci, mi aprì la porta e mi insegnò ad usare microfoni, mixer, piatti e via dicendo. Il mio primo programma era serale, naturalmente non remunerato; non ricordo che argomenti trattasse ma trasmetteva musica di cantautori per lo più italiani; non erano così commerciali come lo sono diventati negli anni a seguire. Si chiamava Slight Night, Notte leggera. All’epoca mi piaceva il suono delle parole con cui avevo titolato il mio spazio radiofonico, sinceramente non ne conoscevo il significato.
Fatto sta che praticamente ogni notte le mie frequenze giungevano sotto onde fm presso gli apparecchi di qualche ascoltatore. Non c’erano social da utilizzare per valutare lo share e l’unico modo per avere un riscontro immediato era il telefono fisso della radio. Quello nel mio studio non squillava mai. Nessuna interazione, nessuna richiesta, il nulla. Tant’è che ben presto cominciai a pensare che la sola utilità di quel programma era che io potessi registrare sulle cassette (allora quelle c’erano) tutte le canzoni e dischi presenti in archivio. Un universo musicale che non conoscevo minimamente.Tutto questo preambolo per evidenziare una similitudine con controviaggio, ossia ciò che avvenne una di quelle notti in cui, completamente preso dallo sconforto, premetti il pulsante on del microfono e dissi in diretta che Slight Night era un programma inutile, non ascoltato da nessuno e che quella sarebbe stata la mia ultima trasmissione. Dopo qualche secondo, per la prima volta, il vecchio telefono azzurro della radio squillò facendo lampeggiare uno dei suoi grandi tasti. Non ci potevo credere. Aveva chiamato una signora, dal tono vocale presumo anziana, che mi pregò molto gentilmente di continuare a mettere su canzoni ed argomentare. Disse che ero di buona compagnia e mi spronò a proseguire.
Certo non è come affacciarsi ad un balcone ed avere i fans che ti acclamano e si strappano i capelli per te, ma essere in qualche modo utile anche ad una o poche persone è qualcosa di gratificante.
Ecco, io non so chi legge e perché quello che scrivo, ma che sia una persona o diecimila poco importa. Controviaggio non è un blog come ce ne sono a migliaia gestiti da influencer che si raccontano attraverso i loro spostamenti seguendo il cliché guida turistica. Dal mio punto di vista nei posti dove andate, se ci andate, potete fare quello che più vi pare e come meglio vi pare. A voi il gusto della scoperta. Fare da cicerone non mi interessa perché lo faccio già di lavoro controviaggio è un impegnativo passatempo, ma non il mio lavoro.
Non sono una persona particolarmente social e preferisco la qualità alla quantità. Il buon vino sta nella botte piccola.
Ciò detto vado avanti e vediamo quali corde riuscirò a toccare il prossimo anno solare che, almeno dal punto di vista logistico, promette abbastanza bene.

Andiamo avanti e vediamo cosa succede…

“Non abbassare mai i tuoi standard per compiacere gli altri.”
(Vince Lombardi)

La Maratona di Los Angeles

Avranno mille difetti, tralasciando il delicato aspetto politico, ma bisogna riconoscere che nell’organizzazione eventi gli americani sono particolarmente capaci.

La maratona di Los Angeles, che chiaramente non fa parte delle sei major (Tokyo, Boston, Londra, Berlino, Chicago e New York) a dirla tutto non ha un impianto organizzativo infallibile però grazie alla cornice hollywoodiana ed ovviamente ad una importante partecipazione atleti/pubblico è molto divertente.

I giorni precedenti alla gara il ritiro del pettorale avviene al Los Angeles Convention Center situato sulla Figueroa St dove a poche centinaia di metri si trova lo Staples Center, palazzo dello sport che tra le varie ospita le franchigie NBA Lakers e Clippers. Inevitabilmente ci aspettano numerosi stand con interessanti e svariate proposte per sportivi e non. Certo, dimensioni e varietà non sono paragonabili a ciò che si può trovare a NY ma gli ingredienti per perdersi tra le proposte commerciali, spesso camuffate da divertenti giochi, ci sono tutti. Quindi il maratoneta una volta ritirato il pettorale e con la sacca piena di gadget, rimane in attesa del suo giorno.

La partenza avviene presso il Dodger Stadium, tempio del baseball. Per raggiungerlo assolutamente consigliati i mezzi pubblici riservati ai partecipanti perché altrimenti si rischia di rimanere incolonnati sulla highway dove, tra l’altro, viene chiusa l’uscita principale che da accesso diretto allo stadio. Fa freddo ed il rimedio è immergersi nel fiume di partenti dove centinaia di corpi emanano il calore necessario ad alzare un po’ la temperatura. Non per altro, ma nell’immaginario collettivo in California fa sempre caldo… Così non è specie nelle albe di marzo.

Nota negativa dell’organizzazione: se non si arriva con un certo anticipo al nastro di partenza ci si può scordare il proprio wave. Infatti, a differenza di Siviglia o Barcellona ad esempio, non ci sono ingressi laterali paralleli alla corsia di partenza così che si è costretti a fare la fila che, ovviamente, ad una certa diventa invalicabile. Partire con i più lenti (rispetto ai miei tempi) mi ha parecchio penalizzato perché ho dovuto attendere 1/2K prima di cominciare a correre decentemente. Già che ci sono: non è una gara dove cercare il personal best. A cominciare dal Dodger Stadium  e zone limitrofe non mancano le salite per quello che si rivelerà un percorso piuttosto impegnativo in tal senso. E’ sicuramente interessante correre anche tra i quartieri meno ricchi della città per poi ritrovarsi nella zona più turistica, come la Walk o Fame, il Chinese Theatre a Hollywood, per poi toccare il lusso sfrenato di Beverly Hills. Diciamo che per scoprire da cima a fondo una città la maratona è un ottimo mezzo. Un po’ faticoso certo, ma non lascia nulla di inesplorato.

Come anticipato la partecipazione del pubblico non è sensazionale ma importante ed anche questo, come sostengo sempre, è di grande aiuto. Si fa particolarmente vivace e fragorosa negli ultimi chilometri quando, come un miraggio di dune nel deserto, compaiono le ultime impegnative salite che ci dividono dal traguardo situato nella caratteristica cornice di Santa Monica. Si recuperano le ultime forze tra giovanissimi studenti intenti a distribuire bevande, gruppi rock e multicolorate cheerleaders in attesa di veder comparire l’arrivo. Per ovvi motivi di sicurezza anche la linea del traguardo è particolarmente controllata e non è facile per parenti amici avvicinarsi o raggiungere la persona che si sta aspettando.

Finita la gara ed indossata l’ennesima medaglia, che chiaramente è molto piacevole e curata nell’aspetto, non rimane che recarsi al Santa Monica Pier, famoso molo dove termina anche la Route 66 e dove ci aspettano birre e cibo per tutti i gusti e tutte le tasche.

Ulteriore demerito organizzativo il rilevamento dei tempi ufficiali che per una giornata mi ha quasi fatto credere di aver stabilito il mio personal che, tra l’altro, sarebbe stato utile per la qualifica alla maratona di Boston.  Naturalmente andava in netto contrasto con quello registrato dal mio cronometro che, per quanto possa essere approssimativa l’esattezza nel farlo scattare alla partenza e stopparlo all’arrivo non può certo sgarare di nove minuti. Ovviamente il tempo ufficiale strepitoso si è dimostrato un erroraccio quando già festeggiavo sui social la qualificazione per Boston appunto.

Morale della favola a mio avviso la maratona di Los Angeles è più orientata alla celebrazione festaiola dello sport piuttosto che all’agonismo duro e puro. Il percorso, come detto, non attrae più di tanto i top runner che preferiscono concentrarsi su altre gare ma questa non è una critica negativa, anzi. In questa maratona emerge ancora di più il lato umano delle persone più semplici con le loro svariate motivazioni che, non solo agonistiche o economiche appunto, popolano per un giorno tutte le strade di LA. Ad esempio mi viene in mente un massiccio ragazzo di colore che ho avuto a fianco per qualche centinaio di metri che ripeteva ad alta voce a se stesso ininterrottamente “You can, you can, do it, you can”. Non so se avevamo superato il 5K e chissà se avrà continuato ad automotivarsi per tutti i restanti 37K. Oppure due ragazze visibilmente fuori forma che alla mezza mi hanno superato con nonchalance ad un ritmo vertiginoso tanto da farmi sentire una completa nullità. Giuro. Dopo un po’ le ho ritrovate che camminavano sfatte; intanto fino al 21K hanno davvero corso veloci nonostante la loro stazza.

Piccole storie che Hollywood, come sempre, riesce a rendere grandi.

Tutti abbiamo delle motivazioni. La differenza tra gli individui sta nella loro capacità di farle durare a lungo nonostante ostacoli,difficoltà e problemi. La capacità di perseverare, di far durare a lungo la motivazione viene detta resilienza.

Pietro Trabucchi