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New Orleans. Immagini e parole (parte terza)

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Ehi, adesso ti dico qual è il problema dell’America. Potrebbe essere il più grande paese della Terra. Davvero. C’è tutta questa gente diversa che viene per fuggire all’oppressione e alla povertà, in cerca di una vita migliore. E poi cosa fanno? Rimangono attaccati alle cose che li hanno messi nei guai. Continuano a combattere le stesse guerre e odiare le stesse persone del loro vecchio mondo. Vogliono essere italiani o greci, irlandesi o polacchi o russi, africani o vietnamiti o cambogiani o che altro… E a quello restano appiccicati. Stanno con quelli della propria razza e dubitano di tutti gli altri e perché…? Cultura? Storia? Che diavolo è, un mucchio di roba che i tuoi ti hanno detto di credere per tutta la vita? E quindi è tutto vero? Hitman

13”Perché della cucina non ne vogliamo parlare?” Disse con aria severa mentre staccava i jack dell’amplificatore dal suo basso. “E’ una forma d’arte anche quella. Cioè scegli gli ingredienti, che sono le note e ci componi un brano bilanciato ed armonico. Poi pensa che a disposizione non hai solo sette note…” Lo ascoltavo mentre passavo lo straccio sul sassofono. “Ti dirò di più… In certe jam session facciamo friggere gli strumenti come delle padelle incandescenti” Continuò senza alzare lo sguardo concentrato com’era a riporre il basso nella custodia “Cioè a me piace la varietà delle cose. L’alternarsi del gusto, dei colori e delle note. Quindi mi spieghi che cazzo ne può capire un razzista della Jambalaya? Cioè mi spieghi come fa un razzista ad ordinare una Jambalaya?”
11Nel giornaliero slalom di distinzioni c’è spazio anche per il contrasto tra filosofi e pratici, antipodi che battagliano spesso per lo scalpo della ragione. I pratici hanno parecchie componenti per formare il loro nutrito esercito da schierare nella battaglia per aggiudicarsi lo scettro del più indispensabile del pianeta. Sostengono che senza il loro sudore quotidiano il mondo sarebbe una bolla di idee e niente di più. D’altro canto l’esercito delle menti affila le armi nel sostenere che senza concepimento logico nessun oggetto potrebbe prendere vita. In questo tiro alla fune le forze si equilibrano rendendosi indispensabili l’un l’altra.
20La cosa bella della musica è che fondamentalmente è anarchica. Tutti, ma proprio tutti, possono ascoltarla e suonare lo strumento che gli pare. Ci sono eccezioni anche in questo caso, vero, ma più che sociali sono fisiche. Il benestante è esclusivista nel acquistare un pianoforte a coda o un’arpa che sono strumenti parecchio costosi, vero, ma esistono alternative anche per chi è impossibilitato a farlo. Basta suonare una tastiera elettronica o un piano a muro, i tasti non cambiano. Il silenzio invece è sempre più difficile da comprare. E’ difficile godere del silenzio in un palazzo condiviso da più famiglie; una villa singola ed isolata è inaccessibile per la maggior parte delle persone. Il meno abbiente fatica a trovare silenzio anche durante gli spostamenti, costretto ad usare rumorosi mezzi pubblici. Il ricco può scegliere e spesso preferisce muoversi autonomamente su auto sempre più insonorizzate. Ecco nella musica non c’è questa disparità. Una ragazza può scegliere di suonare il suo violino per strada o in un’orchestra. Ricca o povera essa sia, poco conta.
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”Ehi uomo fammi il favore, sali dietro e reggi la scala. Non vorrei la perdessimo durante il tragitto” “Ok uomo ma sei sicuro d’averla assicurata bene? Non vorrei cadesse la scala con me sopra” “Santo dio… Certo che l’ho legata bene.” “Senti uomo, ma se sei così sicuro d’averla fissata come dio vuole mi spieghi che senso ha che io mi ci sieda sopra?” “Dannazione uomo è solo una forma di sicurezza in più. Serve a farmi stare più tranquillo.” “Ehi uomo fa stare più tranquillo te ma non me. Devo proprio salirci?” “Ehi uomo sali su quella cazzo di scala” “Ok uomo, se lo dici tu ci salgo. Ok”
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Una casa non è una questione di mattoni, ma di amore. Anche uno scantinato può essere meraviglioso.
(Christian Bobin)

New Orleans Immagini e parole parte I

New Orleans Immagini e parole parte II

Havana: La memoria è vita

L’uomo è seduto nel cortile della sua umile e decorosa abitazione.

Nonostante i suoi limitati movimenti indossa ancora un percettibile fascino dovuto ai capelli bianchi; alle sue rughe.

E’ lì, come un vecchio relitto spiaggiato, arrugginito; mosso di tanto in tanto dalle onde del mare che nella navigazione l’hanno sospinto per infinite miglia. Ora lo tormentano, lo consumano. Senza tregua.

La sedia su cui poggia stanco è essenziale. Riverniciata.

L’uomo ha scelto di vivere nella semplicità privandosi di molte comodità.

La privazione di oggetti superflui gli occidentali la percepiscono come povertà.

Per lui, che decise di rimanere a Cuba anche dopo la dipartita degli americani, la ricchezza è sempre giaciuta negli occhi neri della sua compagna; un tesoro luccicante che traspariva nel suo sorriso, nelle sue graziate movenze.

Ora è molto magro. La camicia azzurra di lino che qualche anno fa indossava orgogliosamente veste abbondante. Anche i pantaloni sono tenuti stretti in vita da una cintura a cui sono stati aggiunti dei fori.

La malattia lo sta consumando lentamente.

Il suo sguardo è puntato al grande lenzuolo bianco che sta stendendo sua figlia. Di lei si intravedono solo i polpacci color miele che spuntano nella parte inferiore della biancheria. Compaiono le mani dalle dita affusolate, di tanto in tanto, impegnate ad appendere altri indumenti.

La ragazza in braccio tiene un bambino di pochi mesi. Anche lui, come il nonno, non è consapevole  di cosa stia succedendo. Si lascia cullare dai movimenti della madre ed esplora la propria piccola bocca con la manina destra.

La scatola dei ricordi del bambino è quasi vuota ma, giorno dopo giorno, una nuova esperienza ne occupa un angolino. Anche quella del nonno è quasi completamente vuota; con un procedimento inverso però. Tutto è andato perso, un pezzettino alla volta, come se un’inafferrabile mano col passare del tempo raccogliesse ogni parte del contenuto e lo gettasse via. Nel vuoto.

Non potrà mai raccontare al bambino, come fece con sua figlia, di quando Cuba era un’isola ricca. Luminosa. L’Havana è sempre stata luminosa ad onor del vero, ma nel periodo in cui gli americani la facevano da padrone lo era artificialmente. Era un periodo di trasgressione, rum, belle e facili donne; macchine lussuose dalla carrozzeria scintillante ed abiti in lino bianchi. Lo spagnolo e lo slang si mischiavano tra le nuvole di fumo dei sigari cubani e si facevano bere nei bicchieri di cristallo a bordo dei tavoli verdi.

Ai margini di questa società, presso una fabbrica di lavorazione di zucchero di canna, conobbe la persona più importante della sua vita. La sua compagna per sempre.

Nelle due foto bicolore un pò sgualcite e segnate dal tempo esposte nella sua camera da letto è ritratta giovanissima mentre sorride. Una è stata scattata in una zona del porto dove ancora oggi i ragazzi si divertono ad ammirare l’Oceano mentre spruzza le sue onde fino alla strada. Come se il grande blu volesse porgere la mano alle nostre colate di cemento cui andiamo così orgogliosi.

Ma i ricordi più belli, se potesse ancora raccontarli, sono ambientati nelle spiagge sabbiose, tramonti dal cielo ambrato e dalle grandi palme curve. Le passeggiate mano nella mano sul bagnasciuga ed i piedi bagnati dalla schiuma delle onde.

I baci segreti, le parole di amore e rivoluzione che si scambiarono i due innamorati sono destinati a rimanere tali. Nell’oblio della scomparsa di lei e la malattia di lui.

Per le vie dell’Havana, mentre il vento soffiava promesse post rivoluzionarie e prima che l’entusiasmo ideologico venisse razionato come il cibo, i due ragazzi vivevano sereni. Tutto ciò cui serviva loro per essere felici era stare assieme. Il suo lavoro era una carezza sul viso di lei, il compenso un sorriso.

Il loro amore si autoalimentava e non necessitava di un frigorifero o di una macchina nuova.

Il frivolo jazz lasciava il palcoscenico alle musiche inneggianti Il Comandante e le imprese dei suoi fedeli combattenti ma nella capitale cubana si respirava arte e poesia  in ogni angolo, un paradiso in provetta dove le vite effimere dei turisti ben presto avrebbero minato la moralità dei locali. Il consumismo, che aveva lasciato macerie culturali dietro a sé, si insinuava nuovamente sotto forme più subdole e redditizie per i leader. Ovviamente.

Prima di esaurire tutto il suo senso critico, disilluso, l’anziano signore sosteneva che le grandi ideologie sono solo delle accozzaglie di sentimenti che gonfiano le tasche di alcuni.

Adesso rimaneva seduto; fermo a scrutare chissà cosa.

Circondato da qualche gallina, la vecchia bicicletta senza copertoni ed una cassa di bottiglie vuote tappate con del sughero.

Il poco superfluo che per qualche tempo ancora l’avrebbe accompagnato verso l’essenziale sorriso della sua amata.

L’unico irrinunciabile tesoro terreno.

 

1992: La mia prima esperienza in un Paese lontano. In tutto. Un indelebile momento di vita vissuto con compagni di viaggio eccezionali con i quali condivido episodi irripetibili. A loro dedico questo post.

 

Why do you fuckin run?

La domanda è posta da un ragazzo ubriaco trasportato da uno sfuggente pick up nella parte del cassone, in piedi, mentre si regge alla barra metallica posta a ridosso del cabinato: “Why do u fuckin run? Why?” Intuibile il significato, che comunque possiamo tradurre in “Perché minchia corri? Perché?”

L’involontario destinatario è un signore di 42 anni suonati che di corsa sullo stesso versante di strada sta intraprendendo la discesa che coincide con gli ultimi 4 km di percorso appena beatamente e pacificamente svolto.

Non trovano immediata risposta né uno, né l’altro.

Il primo probabilmente già dopo qualche metro avrà evaporato attraverso il suo sguardo ebete l’immagine di un distinto signore con due dita medie alzate a lui rivolte, il secondo, riacquisita la forma più consona agli sportivi che non agli ultrà, ha riflettuto a lungo sul: “Perché corro?”

Naturalmente di primo acchito i pensieri postumi si focalizzano a ripetere la scena con il finale più adeguato, come nei film riguardanti il conflitto tra yankee e viet cong in Vietnam, ad esempio, dove gli americani nella finzione si rimodellano vincitori morali o di battaglie di una guerra che nella realtà hanno sonoramente perso su tutti i fronti. Nello specifico il finale più adeguato sarebbe forse stato un bel “fatti i cazzi tuoi!”.

Anche in questo caso però sarebbe andato perso il piccolo patrimonio concesso da qualcuno che manovra i fili dall’alto e che quella mattina, forse stanco di pensare a cose più impegnative, ha deciso di mettere sulla strada del riservato e silenzioso omino un disturbatore filosofo. (L’omino ultimamente di squinternati ne incontra parecchi tra l’altro)

Se niente è per caso, lo stesso dicasi del meraviglioso libro “L’arte di correre” di Haruki Murakami, che è stato regalato al runner di mezza età da un suo caro amico, con il quale condivide anche questa piccola grande passione e che mai suggerimento di lettura migliore avrebbe potuto fare; perché tra i vari piacevoli e scorrevoli versetti dell’ebook (o libro cartaceo) c’è la chiave per trovare risposta al cerebroleso ubriaco che si è fatto inconscio interprete della domanda che si pongono migliaia di persone; siano esse appassionate di corsa, sportive o meno.

Corro perché mi va. Semplicemente.

Ci possono essere altrettante migliaia di motivazioni per spingerci a correre, ognuno avrà la sua personale.

I più giovani saranno alla ricerca di record da battere o per modellare il proprio fisico, i meno giovani per tenersi in forma, eliminare la pancetta e forse regolarizzare la propria vita, altri ancora lo faranno per avvicinare mete spirituali, chi lo fa per scaricare tensione o per respirare aria pura e via dicendo.

Motivazioni che, condivido con lo scrittore e maratoneta giapponese Haruki Murakami, devono nascere dal profondo di noi stessi.

Ecco perché d’istinto la risposta che scaturisce nei pochi secondi che seguono la domanda dell’ubriaco che te lo chiede alla sprovvista difficilmente sarà diversa da un vaffanculo. Un’autodifesa del nostro ego più profondo che è appena stato colpito e proprio durante il culmine dell’approfondimento.

Ma non è la risposta giusta. Quella corretta è: corro perché mi va.

A differenza della prima cavernicola reazione, questa risposta per se stessa infonde tranquillità, sicurezza e fa sì che appaia anche un sorriso a chi la pronuncia. Sorriso che è consigliato mantenere stampato sulla faccia proprio durante le ultime fatiche di una gara o esercizio in quanto aiuta a rilassare i muscoli del corpo ed inspirare più aria, che è la prima energia vitale del corridore.

Consapevolezza e libertà sono parole di grande intensità e significato ma non tutti colgono occasione per catturare lo stato di forma che questi elementi determinano.

Se ci pensiamo tutti gli uomini sono in eterno movimento spirituale, chi camminando o chi di corsa, tutti quanti percorriamo un percorso lungo e tortuoso dal finale ignoto.

Ognuno è libero di scegliere come arrivare al traguardo. L’esperienza accumulata suggerisce che scorciatoie ed artifizi non portano mai al raggiungimento di grandi risultati, qualcuno prima o poi lo coglie, qualcun altro no. Pazienza.

Se l’ebete ubriaco non poneva la domanda (quando scrivo ebete non si senta coinvolto Renzi), probabilmente l’omino avrebbe continuato a correre senza sapere fondamentalmente il perché, cercando risposte illuminanti che spesso e volentieri si trovano tra i versetti delle frasi a concorso pubblicate nelle riviste specializzate o in qualche aforisma dettato da filosofi della Magna Grecia.

Invece…

Perché minchia corri? Perché?”

Perché mi va