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Questo ero, questo sono

Chissà chi si è accorto che a dicembre non ho postato nulla.
Qualcuno avrà pensato che controviaggio e chi lo scrive si saranno esauriti, qualcun altro forse avrà sentito la mancanza di una nuova storia; la maggior parte non si sarà accorta di niente. Intanto io mi sono preso un mese di pausa totale perché avevo bisogno di staccare la spina alla parte creativa del cervello. Forse l’unica mia funzionante tra l’altro. Mentre premeditavo quello che avete appena letto, mi è venuto in mente quando da ragazzino conducevo un programma radiofonico di mia creazione. La radio era locale e non proprio seguitissima, ma a vent’anni l’idea di avere a disposizione un mezzo di comunicazione potenzialmente così efficace era sicuramente esaltante. L’idea di lavorare in radio mi attirava tantissimo, fino al punto da spingermi incoscientemente a bussare letteralmente alle porte delle emittenti e chiedere un posto come speaker radiofonico. Radio Popolare nella piccola Gorizia, non quella famosa ed impegnata di Milano per intenderci, mi aprì la porta e mi insegnò ad usare microfoni, mixer, piatti e via dicendo. Il mio primo programma era serale, naturalmente non remunerato; non ricordo che argomenti trattasse ma trasmetteva musica di cantautori per lo più italiani; non erano così commerciali come lo sono diventati negli anni a seguire. Si chiamava Slight Night, Notte leggera. All’epoca mi piaceva il suono delle parole con cui avevo titolato il mio spazio radiofonico, sinceramente non ne conoscevo il significato.
Fatto sta che praticamente ogni notte le mie frequenze giungevano sotto onde fm presso gli apparecchi di qualche ascoltatore. Non c’erano social da utilizzare per valutare lo share e l’unico modo per avere un riscontro immediato era il telefono fisso della radio. Quello nel mio studio non squillava mai. Nessuna interazione, nessuna richiesta, il nulla. Tant’è che ben presto cominciai a pensare che la sola utilità di quel programma era che io potessi registrare sulle cassette (allora quelle c’erano) tutte le canzoni e dischi presenti in archivio. Un universo musicale che non conoscevo minimamente.Tutto questo preambolo per evidenziare una similitudine con controviaggio, ossia ciò che avvenne una di quelle notti in cui, completamente preso dallo sconforto, premetti il pulsante on del microfono e dissi in diretta che Slight Night era un programma inutile, non ascoltato da nessuno e che quella sarebbe stata la mia ultima trasmissione. Dopo qualche secondo, per la prima volta, il vecchio telefono azzurro della radio squillò facendo lampeggiare uno dei suoi grandi tasti. Non ci potevo credere. Aveva chiamato una signora, dal tono vocale presumo anziana, che mi pregò molto gentilmente di continuare a mettere su canzoni ed argomentare. Disse che ero di buona compagnia e mi spronò a proseguire.
Certo non è come affacciarsi ad un balcone ed avere i fans che ti acclamano e si strappano i capelli per te, ma essere in qualche modo utile anche ad una o poche persone è qualcosa di gratificante.
Ecco, io non so chi legge e perché quello che scrivo, ma che sia una persona o diecimila poco importa. Controviaggio non è un blog come ce ne sono a migliaia gestiti da influencer che si raccontano attraverso i loro spostamenti seguendo il cliché guida turistica. Dal mio punto di vista nei posti dove andate, se ci andate, potete fare quello che più vi pare e come meglio vi pare. A voi il gusto della scoperta. Fare da cicerone non mi interessa perché lo faccio già di lavoro controviaggio è un impegnativo passatempo, ma non il mio lavoro.
Non sono una persona particolarmente social e preferisco la qualità alla quantità. Il buon vino sta nella botte piccola.
Ciò detto vado avanti e vediamo quali corde riuscirò a toccare il prossimo anno solare che, almeno dal punto di vista logistico, promette abbastanza bene.

Andiamo avanti e vediamo cosa succede…

“Non abbassare mai i tuoi standard per compiacere gli altri.”
(Vince Lombardi)

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Un anno di più

E’ stato un 2016 con la valigia in mano.

Un anno in cui Controviaggio si è guadagnato un’impennata di visite che hanno surclassato quelle degli anni precedenti.

stat

gennaio2016Tutto parte da Gorizia, le origini. Qualcuno dice che le radici sono importanti, nella vita di un uomo, ma noi uomini abbiamo le gambe, non le radici, e le gambe sono fatte per andare altrove. Un maggiore interesse da parte del resto d’Italia  agli avvenimenti storici avvenuti nel piccolo e schiacciato capoluogo friulano renderebbero più facile le letture di confini, valute e diversità etniche. febbraio16Nel periodo natalizio la tappa nella minacciata Bruxelles. La bellissima città fiamminga, continuamente esposta suo malgrado al giudizio politico e morale dalla gente, ha svelato un’identità artistica eccezionale. Nella capitale belga si evidenzia la continuità di stile tra la sofisticatezza barocca e gotica e l’essenzialità più attuale. Il grigio preponderante degli spazi spesso viene scombinato da murales colorati raffiguranti personaggi di fumetti. Da una città grigia politicamente e geograficamente al centro d’Europa, ad un’altra. Grigia s’intende. Circondata da enormi spazi verdi dove si pratica la coltura del riso fa bella mostra di sé Pavia che, come tutte le città italiane, ha molto da raccontare. marzo16Il capoluogo lombardo si dondola sull’altalena che oscilla tra i vantaggi della vicinanza con la metropoli Milano e le zone d’ombra derivanti dalla stessa. aprile16La tappa a Barcellona è stata di tutt’altro taglio rispetto le visite precedenti. Città molto ben organizzata, pulsante e gioiosa, decorata con estrema creatività e fantasia, figlia del genio visionario Gaudì. La prima mezza maratona corsa in un ambiente partecipativo con gli spagnoli sempre preparati nel cogliere la festa in ogni evento.

maggio 16Dalla Spagna al Portogallo la distanza è breve. Porto è cosa non ti aspetti. E’ aprire la porta di un locale affollato, muoversi tra la gente, ammirare e salutare le persone più in vista, congedarsi per un drink ed essere folgorato dallo sguardo penetrante di una persona in penombra. Con tutte le sinuose forme, semi nascosta ed emergente di luce propria. La voce calda, rassicurante. Sorride e ti mette a tuo agio.

giugno16E’ stato poi il turno del martoriato Egitto e quella che potrebbe essere, o forse a modo suo lo è, la splendida Cairo. Schiacciata da interessi internazionali che costringono migliaia di persone alla povertà ed ignoranza nel nome di equilibri che dovrebbero favorire le stesse persone occidentali che ripudiano i conseguenti flussi migratori causati dai loro malgoverni. Un luogo che ad oggi ha l’aspetto di un fazzoletto gettato a terra dopo l’uso. Similitudini con Varsavia ci sono, con la differenluglio16za che la città polacca sta lasciando dietro a sé il proprio passato di tirannie ed invasori spalancando le porte al libero mercato. Con la propria moneta il costo vita e lavoro in Polonia è notevolmente ridotto rispetto agli altri Stati membri, così da diventare meta ideale per aziende che vogliono abbattere spese. Una Disneyland del capitalismo. Seconda mezza maratona corsa in un ambiente diverso rispetto a Barcellona come era ovvio aspettarselo. I polacchi non hanno un senso dell’humor particolarmente sviluppato e le iniziative che propongono assumono un’aurea piuttosto infantile e scolastica.

agosto16L’estate si tinge d’azzurro del mare e del cielo di Tilos. L’isola greca non è raggiunta da orde di turisti, anzi pare un luogo poco frequentato. E’ stata forse la destinazione che ha fatto da pagliericcio alla scintilla scoccata nel raccontare Bruges il mese seguente. Immaginare ed illustrare artisti e scrittori intenti a sviluppare le loro opere lambiti da soffi di vento caldo e distratti dal rumore delle onde più fragorose nella culla degli Dei, ha inconsciamente suggerito un nuovo modo di raccontare i luoghi.settembre16

I luoghi sono persone. Vite quotidiane. Storie da raccontare.

La fiabesca Bruges è stata la scenografia perfetta di una bella ed interminata storia d’amore. Forse mai iniziata.

ottobre16Dopo una confessione d’amore non poteva mancare una dichiarazione d’odio. Gerusalemme è stato il luogo protagonista e contenitore dove vomitare ogni pensiero riguardante la condizione attuale degli ebrei di Israele. Arroganti e supponenti, hanno creato un muro reale per proteggersi dalle loro stesse azioni di guerra ed un muro ideologico per rifiutare ogni ammonimento dalla società pensante. Fino a quando il mondo intero dovrà pagare il retaggio storico della shoah da loro indiscutibilmente subito?

Infine l’anno si conclude con il Tour del Portogallo e la prima maratona corsa a Porto. Non poteva essere diversamente.novembre16b

La frenesia di una Lisbona attraversata dal tram 28 e soffocata dal traffico nei sali e scendi dei quartieri storici, l’infinito orizzonte del mare di Fortaleza di Sagres, il tramonto a Faro e la città grigia di Piodão. Le fortezze e palazzi colorati di Sintra.

 

Questo è stato il 2016

 

Le persone viaggiano per stupirsi delle montagne, dei mari, dei fiumi, delle stelle; e passano accanto a se stessi senza meravigliarsi.
(Sant’Agostino)

 

Italiani in fuga. In Slovenia.

Da quando nel 2004 la Slovenia ha fatto il suo ingresso nella Comunità Europea ed in particolar modo con l’adozione della valuta Euro tre anni dopo, è sicuramente diventata meta ambita da molti italiani esausti nel dover essere perseguitati dal fisco del Belpaese. Per motivi logistici i più fortunati in tal senso possono almeno per una volta considerarsi proprio i goriziani che hanno cercato non tanto la fortuna, quanto la serenità, nel Paese limitrofo. Movimenti impensabili fino a qualche decennio fa, quando l’economia italica godeva di ottima salute confronto alle grigie prospettive che si percepivano oltre confine.

La Slovenia, è il caso di dirlo, non è un paradiso fiscale e molti imprenditori italiani prima di scegliere a quale nazione affidare le sorti della propria attività commerciale hanno voluto confrontarsi con diversi aspetti presenti nel carnet vessatorio degli Stati confinanti.

A differenza della Svizzera dove è evidente l’intento di slalomeggiare le imposte italiche, la Slovenia non offre sconti particolarmente interessanti a chi volesse piazzare la propria bandierina aziendale ma, da come ho avuto modo di capire grazie alla disponibilità di amici ed imprenditori, garantisce l’equità e semplicità nei pagamenti. Chi chiede semplicemente di lavorare senza occuparsi nel frattempo di ingegnarsi in sistemi più o meno legali per cercare di pagare il contributo statale e con l’ansia che anche fior di commercialisti ed avvocati ai quali rivolgersi settimanalmente non commettano errori, che comunque graverebbero solo ed esclusivamente sulla sua responsabilità, in Slovenia, o Austria, troverà dei Paesi dove è consentito farlo; dedicare il proprio tempo lavorativo all’attività e pochi minuti al pagamento delle imposte che giustamente vanno corrisposte a fronte di un rientro comunitario.

Ho avuto il piacere di intervistare Marco Travan che assieme a Romano Ballaben e Roberta Corbelli è uno dei tre soci fondatori di Illusio d.o.o., azienda all’avanguardia della comunicazione situata proprio a Nova Gorica e costituita dai tre componenti italiani.

Nella chiacchierata con Marco si evidenziano gli aspetti che ho sopracitato che riguardano il primo confronto degli aspiranti imprenditori su quali convenienze possano esserci nell’aprire un’attività in Italia o in altri Paesi e la scelta obbligata e non di certo gioiosa nell’affidarsi agli Stati confinanti dettata da esigenze anche economiche ma mirate ad un tenore di vita umano e non robotico come ormai avviene in Equitalialand dove lo Stato con tentacoli burocratici al limite della follia ti avvolge nel suo abbraccio soffocante; in molti casi mortale.

A distanza di pochi metri un piccolo imprenditore è costretto ad abnormi sacrifici che se fortunato potranno prolungare l’attività e lo stato d’agonia in cui è costretto a vivere per lavorare a discapito personale e della propria famiglia a favore di uno Stato in metastasi; l’altro è dedito a fare semplicemente ciò che un Paese di nuova concezione ma di antica e saggia moralità gli consente di fare: lavorare per vivere. In quest’ultimo caso parliamo di Slovenia.

Le origini di Tocai e Spritz

Nella botte piccola si trova il vino buono e mai frase fu più veritiera se applicata alla Provincia di Gorizia che, nel risicato lembo di terra rimasto dopo la Seconda Guerra Mondiale, tema già trattato qui https://controviaggio.wordpress.com/2016/01/01/gorizia-citta-ai-margini-ma-parte-i/ ha concentrato la maggior parte degli sforzi agricoli nella coltivazione di vigneti che fanno bella mostra di sé in particolar modo nella rinomata zona collinare chiamata Collio.

tocai_italicoTra i tanti vini rossi e bianchi che si possono trovare sulle tavole di tutto il mondo grazie ad un efficace marketing da parte di alcune aziende più evolute in tal senso, il più caratteristico, antico e conosciuto non solo per motivi enogastronomici è il Tocai, o meglio fu Tocai dato che in seguito ad un accordo tra Commissione Europea ed Ungheria nel 2007 solo il vino prodotto tra i filari magiari può vantarne il nome. Tokaji tra l’altro. Evitando accuratamente di entrare nell’ingarbugliato mondo burocratico in cui sguazza l’Europa, è giusto far notare come giustamente già sottolineato da esperti del settore, che a prescindere dall’effettiva paternità storica del nome di cui documentazioni rivelano che sarebbe stato infatti lo zio di Re Bela IV sovrano magiaro il Patriarca di Aquileia Bertoldo di Andechs a inviarne in Ungheria le prime viti nel Duecento, una convivenza di nominativo sarebbe potuta coesistere principalmente per due motivi: il primo l’effettiva diversità del prodotto stesso che si differenzia tra il secco Tocai friulano ed il dolciastro Tokaji ungherese, la seconda dettata dal buonsenso derivata da una centenaria condivisione storica culturale che si è evoluta nel corso dei secoli, dove si sono rimodellati i confini ma non le tradizioni di popoli simili. Fatto sta che tra balzelli burocratici e cavilli giuridici i viticoltori friulani dopo qualche attimo di panico hanno rinominato il vino Tocai semplicemente Friulano che continua ad essere uno dei vini bianchi più richiesti nonostante il forzato cambio nome.

spritzbiancoSe per il vino Tocai abbiamo fatto un salto nel passato fino ai primi decenni del secolo scorso, per scoprire le origini dello Spritz basterà girovagare in uno dei periodi più bui ma incisivi del martoriato territorio isontino, ovvero la Prima Guerra Mondiale. In questo caso non è servito l’intervento della Comunità Europea per fuorviare il collettivo dalla verità storica bensì la caparbietà dei veneti e la loro attitudine al commercio. Anche lo Spritz tanto caro agli studenti universitari infatti ha radici regionali, in particolar modo della fascia di territorio goriziano e triestino. In questo caso non serve scomodare nessun archivio per affermarlo con sicurezza dato che possiamo individuarne le origini già nel nome stesso. Lo spritz infatti altro non sarebbe che una bevanda creata dal miscelamento di vino rosso o bianco e l’aggiunta di acqua minerale frizzante che ai tempi, non esistendo le bottiglie d’acqua gassata, veniva letteralmente spruzzata con un attreCAMPARI-SPIZzzo chiamato seltz. Spritz(er) in tedesco significa spruzzo infatti ed era il termine adottato dai militari austroungarici che annacquavano i vini locai in quanto consideravano la gradazione alcoolica troppo elevata per i loro gusti. A sostegno di questa tesi è inoltre vigente la tradizione locale goriziana e triestina che per spritz ancora oggi intende una bevanda di acqua e vino bianco o rosso con eventualmente l’aggiunta di una scorzetta di limone. Il marketing però fa miracoli ed indirizza la propria verità dove conviene e così, come detto, si potrà leggere tra i vari blog, racconti ambientati in Veneto, conditi da vari aneddoti campati in aria riguardanti il Prosecco e con la futura comparsata dell’Aperol, che hanno dato vita ad un lontano parente dell’originale chiamato infatti Spritz Veneziano.

Della serie beviamoci su, ma essere presi per il culo no.

Gorizia: città ai margini, ma… (III parte, conclusione)

Come citato nel titolo, nonostante le numerose attrazioni storico e culturali, Gorizia rimane troppo spesso ai margini delle esigenze dei passanti che sono invece attratti dal Paese dei Balocchi che si trova a pochi passi e risponde al nome di Nova Gorica.

Chi arriva in auto, una volta imboccata l’uscita autostradale a Villesse e lasciato dietro a se il capannone che ospita Ikea ed il centro commerciale Tiare dal destino segnato e futura cattedrale vuota da reinventare, percorre il raccordo autostradale fino ad arrivare alla rotonda che non può passare inosservata grazie ad enormi archi che però non sempre calamitano i turisti che preferiscono tirare dritto ed approdare in Slovenia.

L’attraversamento del confine, non più contraddistinto dalle cabine riservate alla Polizia di Frontiera ed al esibizione di documenti, è comunque evidente e riconoscibile a prima vista, come già menzionato.

petrolI distributori di benzina sono solo una delle parti più ghiotte presenti oltre confine e chiaramente vengono presi d’assalto sia dai turisti che dagli stessi goriziani che, pur avendo una tessera regionale che consente prezzi scontati sul carburante da quando hanno perso le agevolazioni di zona franca, non disdegnano di fare il pieno in Slovenia.

Anche chi è propenso alla cattiva abitudine di fumare potrà acquistare stecche di sigarette a prezzi convenienti nei vari Free Shop.

Queste caratteristiche di contorno ci spianano la strada verso i veri protagonisti del rinascimento sloveno di confine che sono i Casinò ed i vari locali di lap dance e via dicendo. Anni or sono frotte di concittadini, corregionali e veneti per lo più, riempivano le sale del Casino Park prima e dell’ultimo nato Perla poi, dove tra palline metalliche saltellanti sulla roulette e l’incessante tintinnio di irrequieti gettoni nelle slot machine si alternavano spettacoli con artisti italiani ed internazionali di una certa fama, mentre le tasche di alcuni avventori si riempivano momentaneamente e quelle di tanti si svuotavano completamente. Fatto sta che mentre le strutture ricettive goriziane cercavano di resistere sul mercato nonostante tassazioni elevate e scenari museali da prima guerra mondiale, Nova Gorica surclassava la vicina con tappi di champagne volanti e sculettanti ragazze in paillettes.

La luce del giorno è inesorabile rispetto alle entreneuse che riviste struccate e senza gli effetti della sbornia si rivelano semplici ragazze in cerca di scorciatoie per raggiungere la fortuna, così come in assenza della complicità notturna anche Nova Gorica è costretta a svelare la sua identità strutturale fortemente legata al passato ed appartenente al regime socialista di Tito che tutto era fuorché un viveur. Tranne il palazzo della Transalpina, che infatti non è stato costruito dalla Jugoslavia, sono ben pochi gli edifici degni di nota, tranne forse pochi palazzi che furono costruiti dagli italiani. Per evitare fraintendimenti la mia è solo un’analisi oggettiva di ciò che vedo sul confine, non un’accusa rivolta alle risorse culturali slovene dove a Lubiana, ad esempio, offrono tutta la loro bellezza.

horrorA proposito di bellezza, la pagina contenente la parola doveva essere strappata nel vocabolario degli architetti che con il loro pennino ad inchiostro hanno dato vita a due delle opere se non altro discutibili; se infatti l’Ospedale di San Pietro sfoggia pareti blu e rosa shocking, pensavo per evitare che gli elisoccorso atterrino sui Casinò ma il palazzo bicolore fu costruito in precedenza, la casa sfasata (foto) che si trova nei pressi del valico di Salcano è davvero il capolavoro.

Naturalmente come nel caso delle persone che possono essere simpatiche ad alcuni e meno ad altri, anche pregi o difetti del territorio possono suscitare reazioni differenti.

copGOLe cose da scrivere sulle due città e sul territorio circostante non terminerebbero di certo qua, ma il sassolino nello stagno che ho voluto lanciare, anche per rendere in qualche modo un piccolo omaggio alla mia terra d’origine, ha avuto un inaspettato riscontro con centinaia di visite giornaliere al blog controviaggio.wordpress.com e sulla pagina Facebook causando mi auguro l’effetto farfalla. Qualche goriziano troverà sicuramente da brontolare sulle mie descrizioni a torto o ragione ma sicuramente saprà contribuire a divulgare la verità storica che sarebbe bene valorizzare in una sana curiosità turistica. I forestieri che invece saranno incuriositi e spinti da queste righe per dedicare un piccolo o grande viaggio nelle città ai margini Gorizia e Nova Gorica, potranno scoprire autonomamente i dettagli mancanti o eventuali verità involontariamente omesse in questi post; ed una volta giunti sul luogo potranno anche e sicuramente contare sugli animati racconti dei diffidenti e, a modo loro, ospitali goriziani.

Gorizia: città ai margini, ma… (II parte)

Piazza VittoriaDopo aver fatto un po’ di luce sulla realtà confinaria goriziana, o almeno questo è stato l’intento, addentriamoci tra le vie del centro sia di Gorizia che della sua dirimpettaia Nova Gorica dove, specie nel primo caso, architetture risalenti dal periodo medievale fino al rigoglioso periodo imperiale austro ungarico rendono la visita particolarmente interessante.

Il colpo d’occhio principale è riservato al castello di Gorizia che domina dall’alto della sua collina la città che ultimamente sembra aver ritrovato un aspetto sicuramente più curato rispetto al recente passato tra le scellerate ripavimentazioni della Piazza Vittoria, passata da luogo cardine a deserto dei tartari e fanSant Ignaziotasmagorici progetti incominciati ed abbandonati al loro destino. Il castello, situato all’interno del Borgo medievale è una visita obbligata, specie nei mesi primaverili quando il cielo terso concede una panoramica che spazia dall’Ossario di Oslavia ai vigneti del Collio, dall’unico grattacielo cittadino alla vista della barocca Chiesa di Sant’Ignazio in Piazza Vittoria per l’appunto.

A proposito di chiese merita d’essere visitata la cappella di Santo Spirito, situata a pochi metri dalla porta d’ingresso principale del castello, che è stata per molti goriziani luogo di unione religiosa, complice lo scenario storico che ben si addice ad un abito da sposa e la sua nobile attitudine.

DSC_3375Immancabile il museo della guerra che raccoglie cimeli per lo più risalenti alla Prima Guerra Mondiale dove austriaci ed italiani hanno dato vita a cruente e sanguinose battaglie anche nel circondario isontino, segnando per sempre la storia ed il carattere della provincia. O Gorizia tu sia maledetta testo scritto da un anonimo combattente in trincea nel 1916 racconta proprio il dramma dei soldati costretti a combattere una guerra voluta da alti ufficiali che mai avrebbero condiviso con loro la prima linea.

Il forte spirito di appartenenza italiano a Gorizia comincia però a vacillare non molto più tardi dall’avvenuta liberazione quando a fronte di leggi penalizzanti stilate dal Governo Italiano e riguardanti il territorio, illustri mazziniani tra cui un mio bis nonno, non celano la loro delusione dichiarando apertamente che forse era meglio quando si stava peggio, ossia sotto occupazione austro ungarica.

franz-josephQuesta brevissima descrizione storica senza pretesa alcuna è importante perché ci aiuta a comprendere il presente goriziano e la presenza in numerosi locali di immagini ritraenti l’allora Imperatore di Austria ed Ungheria Franz Joseph che in molti rimpiangono, naturalmente più per folclore che per vita vissuta. E’ innegabile però che durante l’occupazione austro ungarica la città, definita la Nizza austriaca, ha raggiunto l’apice della sua bellezza e prosperità, complice anche la vicinanza con Trieste che a sua volta rimpiange il fatto d’essere stata l’unico sbocco sul mare dell’Impero con quello che ne conseguiva. I turisti che si addentreranno nei locali della città devono aspettarsi quindi un accoglienza mite e diffidente, tradizionalmente nordica e preparare fegato e mente ad intense prove di resistenza vinicola, ossessionante leitmotiv della quotidianità goriziana.

Sul magna e bevi le amministrazioni locali hanno puntato tutto, in seguito ad un fortunato e frequentato evento denominato Gusti di Frontiera che si svolge a fine settembre e che coinvolge tutta la città con bevande e cibi tipici provenienti da svariate località internazionali.

Intorno all’anno 2000 e finita l’era delle pizzerie napoletane frequentatissime da militari di leva per lo più, sono sorti pub e vinerie (argomento che affronterò a parte) luoghi di ritrovo per gli universitari, in gran numero e recentemente scomparsi anche loro dai radar cittadini.

DSC_3356I bicchieri di vino scandiscono le giornate dei goriziani così come nella storica e rinomata via Rastello dove in occasione delle feste, secolari attività commerciali ormai dismesse come ferramenta o sartorie sono state riaperte e riadattate all’uso di locande dove poter bere l’immancabile bicchiere o mangiare prodotti tipici locali. Una bella idea che gratifica anche chi come me rientrando per le feste natalizie ha piacere di affascinare con qualcosa di esclusivo i forestieri che mi accompagnano per l’occasione.

zoranVia Rastello ben conosciuta anche dall’attore Giuseppe Battiston che con il film Zoran il mio nipote scemo è stato candidato al David di Donatello, surclassando nei cinema provinciali Sole a Catinelle di Checco Zalone che nel resto d’Italia sbancava il botteghino, affermandosi così idolo dei goriziani.

Gorizia: città ai margini, ma… (parte I)

Santo SpiritoSarà che ci sono nato e forse quando si hanno le cose sotto il naso si tende a sottovalutarle ma proprio mentre facevo una scaletta mentale su come articolare i post di Gorizia su Controviaggio, mi rendevo man mano conto di come questa città sia sì ai margini di tutto, ma anche di quanto sia unica. Negli anni durante i miei lunghi soggiorni all’estero per motivi lavorativi, dopo aver risposto Gorizia alla domanda di rito di dove sei? ho dovuto affrontare sguardi perplessi ed affermazioni del tipo Ah, in Liguria, Scusa non sono brava/o in geografia, ma allora non sei italiano, così da alimentare l’innata frustrazione e stato d’impotenza che contraddistingue noi goriziani, ormai rassegnati a recitare la parte degli incompresi. In realtà per un cittadino italiano non sapere dove si Borgotrova la città di Gorizia denota non solo delle lacune in materia geografica, ma profonda ignoranza storica.

La città di origine medievale ben rappresentata dal simbolico castello  è infatti colma di episodi significativi che, non solo hanno trasformato nei secoli a venire l’esistenza locale, ma anche e soprattutto quella nazionale, con sanguinose ed atroci battaglie fondamentali ai fini esistenziali della stessa Italia. Musei della guerra e trincee sono considerate ancora oggi dagli amministratori locali inamovibili luoghi di attrazione turistica e di primaria importanza identificativa.

L’immaginario collettivo riferendosi a Gorizia è convinto di assistere ad un caso di città divisa in due dal confine nello stile della più illustre Berlino, ma così non è. Se infatti la metropoli tedesca era effettivamente attraversata da un muro che tranciava in due una sola nazione, infatti ricongiunta in seguito, la piccola provincia isontina si è ritrovata usurpata della maggior parte dei suoi territori dall’allora Jugoslavia e l’apparentemente inspiegabile atteggiamento rinunciatario del Governo Italiano dell’epoca, nonché di quello in carica nel 1973, anno in cui fu stilato il definitivo e soffocante trattato di Osimo che spazzava ogni speranza di veder riassegnati i propri territori difesi a caro prezzo. Torniamo però nel 1947, periodo dove viene tracciata la barriera con uno Stato profondamente diverso, la Jugoslavia appunto, che tra l’altro decideva di costruire in contrapposizione al mondo nemico occidentale una città nuova proprio a ridosso di quella esistente, ossia Nova Gorica, Nuova Gorizia per l’appunto.

La situazione paradossale creatasi negli anni della così detta guerra fredda quando America e URSS facevano a braccio di ferro sulla testa dei soliti cittadini, esprime tutta la sua assurdità solo in questi ultimi tempi specie a chi l’ha vissuta in prima persona e che suo malgrado ha dovuto interpretarla come normale quotidianità. Col senno di poi, pensare che una stessa via fosse divisa da un reticolato e che nella parte italiana ci vivesse una signora che per andare a trovare sua sorella che invece abitava nella parte jugoslava dovesse oltrepassare un confine posto ad 1km di distanza, non si può che pensare all’assurdità della cosa.

Se la signora in oggetto era la mia cara nonna, il luogo di cui sto parlando è via Caprin, che termina nella Piazza Transalpina, nel 2004 denominata Piazza Europa e simbolo dell’abbattimento di uno degli ultimi muri rimasti. ( tra gli ultimi rimasti uno cui molti preferiscono non menzionare che non per niente è chiamato “muro della vergogna” eretto dagli ebrei per isolare i palestinesi)

targaFatto sta che con l’ingresso in Europa da parte della Slovenia nel 2004 che nel frattempo si era ribellata alla Jugoslavia diventando autonoma nel 1991 e di fatto innescando la miccia che avrebbe fatto esplodere la guerra dei Balcani, si e sì eliminato materialmente il confine agevolando il libero passaggio da una parte all’altra, ma non si sono certo unificate le culture o le città che sostanzialmente sono sempre state piuttosto diverse tra loro. Anzi, buona parte della realtà economica goriziana nata e cresciuta grazie al mercato confinario ha subito un duro colpo, spiazzata dall’improvviso sviluppo detassato e libertino intrapreso dalla Slovenia che ha velocemente lasciato dietro a sé il severo mondo imposto dal regime socialista del maresciallo Tito, trasformando molte della allora cupe cittadine in isole del divertimento fittizio tra Casinò e soft bordelli.

Chi pertanto andrà fiero di sbandierare la ritrovata unità, troverà ancora un muro ideologico ove sbattere la faccia, dato che gli italiani sono ben fieri di esserlo ed altrettanto gli sloveni che tanto han voluto la loro indipendenza. Diversità non significa necessariamente odio ma anzi riconoscimento ed armonizzazione delle differenti culture ed identità, cosa che pian piano sta avvenendo sicuramente grazie all’abbattimento del confine.