Tag Archive | fashion

New Orleans. Immagini e parole (parte terza)

21

Ehi, adesso ti dico qual è il problema dell’America. Potrebbe essere il più grande paese della Terra. Davvero. C’è tutta questa gente diversa che viene per fuggire all’oppressione e alla povertà, in cerca di una vita migliore. E poi cosa fanno? Rimangono attaccati alle cose che li hanno messi nei guai. Continuano a combattere le stesse guerre e odiare le stesse persone del loro vecchio mondo. Vogliono essere italiani o greci, irlandesi o polacchi o russi, africani o vietnamiti o cambogiani o che altro… E a quello restano appiccicati. Stanno con quelli della propria razza e dubitano di tutti gli altri e perché…? Cultura? Storia? Che diavolo è, un mucchio di roba che i tuoi ti hanno detto di credere per tutta la vita? E quindi è tutto vero? Hitman

13”Perché della cucina non ne vogliamo parlare?” Disse con aria severa mentre staccava i jack dell’amplificatore dal suo basso. “E’ una forma d’arte anche quella. Cioè scegli gli ingredienti, che sono le note e ci componi un brano bilanciato ed armonico. Poi pensa che a disposizione non hai solo sette note…” Lo ascoltavo mentre passavo lo straccio sul sassofono. “Ti dirò di più… In certe jam session facciamo friggere gli strumenti come delle padelle incandescenti” Continuò senza alzare lo sguardo concentrato com’era a riporre il basso nella custodia “Cioè a me piace la varietà delle cose. L’alternarsi del gusto, dei colori e delle note. Quindi mi spieghi che cazzo ne può capire un razzista della Jambalaya? Cioè mi spieghi come fa un razzista ad ordinare una Jambalaya?”
11Nel giornaliero slalom di distinzioni c’è spazio anche per il contrasto tra filosofi e pratici, antipodi che battagliano spesso per lo scalpo della ragione. I pratici hanno parecchie componenti per formare il loro nutrito esercito da schierare nella battaglia per aggiudicarsi lo scettro del più indispensabile del pianeta. Sostengono che senza il loro sudore quotidiano il mondo sarebbe una bolla di idee e niente di più. D’altro canto l’esercito delle menti affila le armi nel sostenere che senza concepimento logico nessun oggetto potrebbe prendere vita. In questo tiro alla fune le forze si equilibrano rendendosi indispensabili l’un l’altra.
20La cosa bella della musica è che fondamentalmente è anarchica. Tutti, ma proprio tutti, possono ascoltarla e suonare lo strumento che gli pare. Ci sono eccezioni anche in questo caso, vero, ma più che sociali sono fisiche. Il benestante è esclusivista nel acquistare un pianoforte a coda o un’arpa che sono strumenti parecchio costosi, vero, ma esistono alternative anche per chi è impossibilitato a farlo. Basta suonare una tastiera elettronica o un piano a muro, i tasti non cambiano. Il silenzio invece è sempre più difficile da comprare. E’ difficile godere del silenzio in un palazzo condiviso da più famiglie; una villa singola ed isolata è inaccessibile per la maggior parte delle persone. Il meno abbiente fatica a trovare silenzio anche durante gli spostamenti, costretto ad usare rumorosi mezzi pubblici. Il ricco può scegliere e spesso preferisce muoversi autonomamente su auto sempre più insonorizzate. Ecco nella musica non c’è questa disparità. Una ragazza può scegliere di suonare il suo violino per strada o in un’orchestra. Ricca o povera essa sia, poco conta.
15
”Ehi uomo fammi il favore, sali dietro e reggi la scala. Non vorrei la perdessimo durante il tragitto” “Ok uomo ma sei sicuro d’averla assicurata bene? Non vorrei cadesse la scala con me sopra” “Santo dio… Certo che l’ho legata bene.” “Senti uomo, ma se sei così sicuro d’averla fissata come dio vuole mi spieghi che senso ha che io mi ci sieda sopra?” “Dannazione uomo è solo una forma di sicurezza in più. Serve a farmi stare più tranquillo.” “Ehi uomo fa stare più tranquillo te ma non me. Devo proprio salirci?” “Ehi uomo sali su quella cazzo di scala” “Ok uomo, se lo dici tu ci salgo. Ok”
19
Una casa non è una questione di mattoni, ma di amore. Anche uno scantinato può essere meraviglioso.
(Christian Bobin)

New Orleans Immagini e parole parte I

New Orleans Immagini e parole parte II

Annunci

New Orleans. Immagini e parole (parte seconda)

 

she

She was wild and she was very beautiful and sometimes she was a tree strong and rooted that piece of shelter that never asks for anything in return

Lei era selvaggia e molto bella ed a volte lei era un albero forte e radicato, quel pezzo di rifugio che non chiede mai nulla in cambio

16Un uomo dorme sul suo trono divano all’aperto, in un cortile al bordo della strada. Chi è quest’uomo? Cosa fa nella vita? Sicuramente non teme i giudizi. Forse una delle poche, autentiche e percepite libertà negli Stati Uniti è proprio quella di non essere giudicati. Ognuno si sente libero di vestirsi, manifestarsi, esprimersi a proprio piacimento. Il giudizio è una subdola forma opprimente che costringe gli individui a celare le proprie caratteristiche. Quante volte si è costretti a reprimere le proprie virtù per non essere travolti dal giudizio dei mediocri? Giudizi spesso affrettati ed azzardati. Quell’uomo potrebbe essere esausto per aver scaricato da solo un camion di cemento. Oppure distrutto per aver assistito qualcuno in ospedale la notte precedente. Potrebbe aver scelto di far nulla durante il suo giorno libero. Addirittura un’artista che riposa dopo essersi costruito il suo regno.

 

7Che ne sa la gente di New Orleans. Che ne sa di come si cresce a New Orleans. Tra i colori, gli strumenti a fiato. Le note di un pianoforte che vibrano tra i muri di qualche rumoroso locale nella Barbour. Nelle corde di bassi e violoncelli tirate e ricalibrate per interi giorni, settimane, mesi, anni. Della felice fatica nel buttar fiato dentro agli ottoni. Che ne sanno della musica di Shannon Powell e delle sue percussioni. A New Orleans si cresce circondati dai colori e dalla musica. Che ne sa la gente di come si tifa per i Saints o di come è bello girovagare per i quartieri di New Orleans in sella ad una moto. Che ne sa…

 

9Oltre quel muro c’è il Mississippi. Oltre quel muro ne è passata di sofferenza. Di lotte e battaglie per costruire una città di diritto. Così poi è stato. Oltre quel muro è passata la devastazione di Katrina a cui, di diritti, poco importa. La natura mica fa sconti quando deve ribellarsi. Così dall’altra parte del muro c’erano solo macerie. Adesso, mentre ci cammino a fianco, vedo una grossa scritta. E mi dispiace per lei ma un giorno non ci sarà nemmeno più perché al di là del muro stanno costruendo nuove case colorate, nuovi negozi luminosi, nuovi locali festosi. Un mondo spensierato dove questo muro non avrà più senso di esistere.

 

10Un vecchio scuolabus abbandonato. Una carcassa gialla che affascina solo gli allievi di una scuola di fotografia che, a turno, lo inquadrano. Lo sezionano e lo scompongono come se si potessero spremere le ultime gocce di fascino e di storia dalla vernice rimasta e dalla ruggine che lo sta consumando. Chissà da quei finestrini quanti visi si sono affacciati. Quante mani ci si sono appoggiate. E quante dita avranno contornato il paesaggio che sfuggiva e si trasformava. Quella porta che ha accolto migliaia di volte piccoli studenti accompagnati dai loro padri, madri, nonni che, amorevolemente gli avranno sospinti sulle scalette. All’interno rimbomberanno ancora la voce di quei bambini e dei loro maestri. Le spiegazioni e le sgridate in cambio di silenzio ed attenzione.

 

DSC_0942Assetato portò la pinta alle labbra, e, come il suo fresco ristoro cominciò a lenire la gola, ringraziò il cielo che in un mondo così pieno di malvagità ci fosse ancora una cosa buona come la birra.
(Rafael Sabatini)

 

 

 

 

 

1
Ogni tanto fermati. Lega al palo la bicicletta. Non affacciarti alla finestra. Osserva da dove ti trovi ciò che succede intorno. Forse nulla. Tutto è fermo. Il mondo intorno a te si è fermato. Il movimento perpetuo delle persone alla ricerca frenetica di un significato per qualche attimo è svanito nell’insicurezza della staticità. Allora comincia a scomporre i suoni e le parole dalle immagini e lasciale fluttuare verso il niente. Ascolta il tuo respiro. Godi questo momento prima che finisca. Prima che lo spartito di suoni e rumori si riallinei con i veloci fotogrammi del quotidiano. Prima di slegare la tua bicicletta dal palo.

 

18I grandi amano le cifre. Quando voi gli parlate di un nuovo amico, mai si interessano alle cose essenziali. Non si domandano mai: «Qual è il tono della sua voce? Quali sono i suoi giochi preferiti? Fa collezione di farfalle?» Ma vi domandano: «Che età ha? Quanti fratelli? Quanto pesa? Quanto guadagna suo padre?» Allora soltanto credono di conoscerlo.
(Antoine de Saint-Exupery)

 

 

 

New Orleans Immagini e parole parte I

New Orleans Immagini e parole parte III

Amatorialissimi: Intervista a Maurizio De Angelis

“Comincio a pianificare la gara con un vero atleta, Maurizio De Angelis, che mi propone di correre in coppia. Ma lui merita un capitolo a parte” scrivevo nel post precedente a questo.

Ed eccolo qui il capitolo a parte.

Correre in coppia… Stando alle sue aspettative avrei addirittura dovuto sostenerlo psicologicamente nella fase finale della 60ma Maratona di New York. Peccato che pochi secondi dopo il via Maurizio era già scomparso dai radar con un ritmo gara piuttosto spinto per i miei standard. Addìos. Ci siamo rivisti in serata nella hall dell’albergo dove abbiamo fatto una bella chiacchierata.

Di cosa ti occupi?

Sono un impiegato della ditta Cooperlat di Jesi, mi occupo di programmazione della produzione e turnazione dei dipendenti.

Quali sport pratichi?

Atletica, nuoto, ciclismo, triathlon, volley, kyte surf.

Pratichi sport da quando eri bambino? Quando sei passato all’agonistica/prime gare?

Si, sin da bambino pratico sport, a Falconara Marittima negli anni 60-70 la pallavolo dominava su tutti gli sport compreso il calcio. Infatti avevamo la squadra di volley maschile nel campionato di serie A. Ed io giocavo al volley, anche se non ero un gran giocatore, sino ai primi anni 90 con squadre di categorie inferiori.
La scoperta del podismo è stata casuale perché durante una delle tante preparazioni atletiche pre-campionato, correvamo con tutti i componenti della squadra, a loro rimaneva sempre difficile invece per me era di una facilità estrema. Da lì mi sono accorto di questo ed ho continuato a correre in solitaria abbandonando il volley (anche perché iniziavo ad avere una certa età).
La prima gara podistica, una 15K cittadina con un po’ di salita, poi via via tante gare podistiche del circuito marchigiano e della mia prima maratona nel 97′ senza aver mai fatto un lungo più di una 21K. 3 ore e 13 minuti a Roma. Nel 98′ feci il mio personale nella maratona con 2.51’23” a Venezia.
Nel frattempo scoprì anche il nuoto per cercare al fisico di dargli un po’ di respiro e purtroppo mi innamorai anche del nuoto master e iniziai a partecipare a diversi meeting.
Nuotavo ma soprattutto correvo tutti i giorni ormai era diventata la mia prima passione e con un altro mio collega di squadra decidemmo di coronare la corsa iscrivendoci alla Marathon des Sables nel 2004 (corsa sulla distanza di 240K che si svolge interamente nel Sahara marocchino ndr)

Quante ore della settimana dedichi all’allenamento? (bici/corsa/nuoto)

Ora pratico sport tutti i giorni ma vario almeno in una settimana: il lunedì corro e nuoto, martedì bici in estate ed in inverno un’ora di rulli, mercoledì corsa in pista, giovedì corsa e nuoto, venerdì riposo, sabato bici e nuoto, domenica bici o gara di triathlon d’estate

Che sensazione provi ad indossare un pettorale?

Indossare il pettorale è come prendere la scossa di 220 volt…. mi scuote il torpore che qualche volta si posa dentro di me… e scaturisce in adrenalina, ogni volta che partecipo ad una manifestazione mi prometto sempre di rispettare il passo… invece se fisicamente sto bene cerco sempre di sfiorare il massimo. (me ne sono accorto… ndr) Sono consapevole di sbagliare ma è più forte di me.

Sei molto competitivo? Consideri la gara una sfida verso gli altri o verso te stesso?

Si mi sento molto competitivo come avrai capito da quello che ho risposto sopra. È una competizione solo ed esclusivamente contro me stesso. Non mi interessa del tempo degli altri, nella gara sono solo punti di riferimento “in quel frangente” altrimenti con altri atleti c’è sempre uno scambio di info o altre volte ci si aiuta negli allenamenti e addirittura nella gara. Cito un segmento della mia esperienza della Marathon des Sables quando in una tappa io ed il mio compagno di squadra abbiamo aiutato un altro italiano a terminare la tappa senza interessarci alla nostra posizione finale e questo è stato un bellissimo gesto. (non è scontato durante una gara)

C’é una gara alla quale hai partecipato che hai particolarmente a cuore? Aneddoti a riguardo?

La mia prima maratona a Roma nel 1997 , il mio personale a Venezia nel 1998 , Marathon des Sables nel 2004 resterà sempre nel mio cuore perché è stata una gara di endurance e sopravvivenza, aneddoti. Di quella c’è ne sono vari da raccontare, come ho già accennato sopra io con il mio compagno di viaggio abbiamo aiutato un ragazzo di Treviso che era in difficoltà; essendo disidratato non aveva più la forza di continuare una tappa, il mio zaino che pesava 13 kg e quello di Marco Olmo che ne pesava 6 …ed alla fine ho diviso il mio cibo con Marco.

La più faticosa (anche nella preparazione)

La più dura è stata la Maratona di Milano il 9 aprile scorso… dopo 12 anni dall’ultima maratona ho deciso di cimentarmi ancora con la regina dell’atletica, non è tanto la fatica fisica ma la costanza degli allenamenti e la paura di non riuscire ad arrivare con la forma per affrontare un obbiettivo prefissato (a 57 anni non è come a 40 che tutto è scontato) comunque è uno stress psicologico più che fisico.

Solitario o social?

Mi piace condividere sui social i miei obbiettivi, sia dei “Trionfi” che delusioni comunque il raggiungimento di un obbiettivo. Ho un profilo su FB ed Instagram, molti amici sportivi e mi interfaccio con loro.

Il tempo dedicato allo sport ti porta benefici anche nel campo lavorativo o allenarsi frequentemente è un impegno ingombrante?

Gli allenamenti portano benefici in tutti i campi: familiare, lavorativo e sportivo chiaramente; alla sera mi sento equilibrato vedo le cose nella maniera giusta questa è la dimensione dopo un allenamento. Mi alleno dopo le 17.30 quando esco dal lavoro

Progetti futuri?

Mi sono iscritto ad un Ironman completo a Klagenfurt a luglio 2019. Per chi fa triathlon e un sogno terminarlo, dato che 3.600 mt di nuoto, 180K di bici e 42K di corsa alla fine credo che per uno sportivo “normale” siano abbastanza duri. Speriamo bene.

Sogno (o sogni) nel cassetto?

Sogni nel cassetto …si con il mio allenatore di nuoto abbiamo deciso che quando avrò 80 anni e lui 50, mi accompagnerà ai mondiali di nuoto master per fare i 1500mt in vasca lunga. Non è uno scherzo.

Segui una dieta particolare?

No, non seguo nessuna dieta, mangio tradizionale una dieta mediterranea, non mi faccio mancare niente, a 57 anni se sacrifico anche il cibo alla fine lo stress aumenta. Chiaramente non bevo liquori, né vino; bevo birra con un’ottima pizza, un bel dolce a fine pasto, non mi faccio mancare niente sempre nei limiti.

Hai avuto (o hai) un atleta di riferimento?

No non avuto nessun riferimento non ho un idolo

Un suggerimento/incoraggiamento a chi vorrebbe incominciare a praticare uno sport quali nuoto/bici/corsa o tutti e tre assieme

Consigli, suggerimenti ne infondo tanti… a Falconara che è una cittadina di pochi abitanti ci si conosce e i falconaresi mi vedono sempre correre per le strade della cittadina e sono il loro riferimento per la corsa, nuoto e bici.

…ed il kite surf. Ma quella è un’altra storia ancora.

Long Beach: il banditore d’aste

“Salve…”

Dalla fessura appena socchiusa della porta d’ingresso di casa di mio fratello uscì una ragazzetta che mi salutò frettolosamente a testa bassa ed intenta ad indossare un giacchino. Nel mentre si distorceva sui tacchi in cerca del giusto equilibrio. Sparì nel nulla dopo pochi istanti come il profumo che portava addosso.

Dopo averle curiosato per qualche secondo il fondo schiena, ben evidenziato da un leggero vestito semitrasparente a righe orizzontali bianco e nere, entrai in casa. Mi piaceva l’appartamento di mio fratello, era molto ampio e luminoso con la vista sul porticciolo di Long Beach. L’aveva arredato con classe; pochi pezzi ma di grande valore. D’altronde era un banditore d’aste e nonostante la sua sindrome di Peter Pan aveva un gusto raffinato ed adulto. In questo e non solo lo aiutavano le nostre origini italiane.

Vidi transitare la sua sagoma vestita da un solo paio di pantaloni in raso e delle ciabatte che parevano quelle rubate in un albergo 5 stelle. Passò le mani tra i capelli umidi scompigliandoli. Evidentemente si era docciato poco prima. Durante questo passaggio ci salutammo mentre lui si fermò pochi istanti per sorseggiare qualcosa di ambrato contenuto nel bicchiere parcheggiato su un tavolino vicino al divano. Il bicchiere e la bottiglia di cognac, ormai vuota, probabilmente erano lì dalla sera precedente.

“Cristo, ma come fai a bere quella merda già a quest’ora?” gli dissi con un tono di voce piuttosto alto. Mi rispose dal bagno urlando ancora più di quanto stessi facendo io “Perché che ore sono?”

Mio fratello prendeva la vita così come veniva. Alla giornata. Era più piccolo di me e decisamente era riuscito meglio. Nonostante non praticasse palestra aveva un fisico grosso e scolpito. Le uscite con il surf l’avevano modellato ma dai miei ricordi ho un immagine di lui sempre bella tosta e mai fuori forma già da bambino. Nostra madre aveva provveduto a fornirgli anche degli occhi azzurri, il resto l’aveva fatto nostro nonno, che fu un bellissimo uomo.

“Ma quella che è uscita da casa chi è?”

Rispose dal bagno “Quella chi?”

Mentre mi facevo gli affari suoi guardavo il panorama a Long Beach. Mi specchiavo nella vetrata e pensavo: ma siamo davvero fratelli? I miei occhi sono scuri, ho la pancetta e comincio pure a stempiarmi. Sarò anche il fratello maggiore ma di cinque anni per dio, non venti!

Continuai la conversazione.

“Come quella chi? La ragazzina che è uscita quando sono arrivato. Ma sicuro sia maggiorenne?”

Rispose prima di accendere il phon “Carina vero? Conosciuta ieri sera ad una festa qui sotto. Non ho chiesto l’età mi pareva brutto.”

Un pazzo. Uno di questi giorni l’avrei trovato dietro le sbarre.

Presi in mano il Rolex Daytona che trovai tra le intercapedini del suo pregiato divano Moroso.

“Ma lasci in giro il Rolex in questo modo? Con sconosciute che girano per casa? Cazzo ma saranno 10.000 dollari di orologio!”

La mia frase partì pochi istanti prima che spegnesse il phon e mi sentisse nuovamente. Rispose quando riprese l’orologio dalla mia mano. Lo indossò.

“Ah ecco dov’era! Vale 21.000 dollari, non 10. E’ un black dial

“Ma quando metterai la testa a posto?”

Grazie ad una giusta intraprendenza ed un’elevata dose d’incoscienza il ragazzo raggiunse il successo in poco tempo. Raramente riscontrava delle sconfitte e quando capitavano le trasformava in opportunità. L’affare che lo introdusse nel mondo della compravendita fu qualcosa di assurdo. Andò così: una volta laureato i nostri genitori decisero di regalargli una macchina. Ci ritrovammo così nel garage di casa una vecchia Colt color beige. Non aveva il fascino di una spider ma era comunque decorosa ed utile; ma a lui a cui piace e piaceva surfare in giro per il mondo della macchina non fregava assolutamente nulla. Così che un bel giorno, chiacchierando con uno studente in cerca di un mezzo economico, venne a sapere che il ragazzino aveva ereditato dal nonno una vecchia moto impolverata e mal funzionate. Andammo assieme a San Gabriel Valley a visionare quel ferro vecchio tenuto in malo modo all’interno di una stalla adibita anche a deposito. Io ero scettico e lo sconsigliai vivamente di fare la cazzata del secolo, ossia scambiare l’auto con il rottame. Lui si scrollò dalle spalle la paglia che la gallina svolazzante gli aveva depositato addosso quando cercò di allontanarla dal motociclo e con un gran sorriso strinse la mano al giovinastro “Affare fatto. Queste sono le chiavi della macchina, è tua”

Aveva appena ceduto una Mitsubishi Colt dal valore di 1000 dollari ed aveva portato a casa quella che dopo due settimane si sarebbe rivelata una perfetta BMW R26 del 1956 dal valore di 10.000 dollari. Riuscì a piazzarla ad un produttore di Los Angeles per 12.000 dollari ancora prima di completare il restauro.

In più il produttore, incantato dalla sua dialettica, lo inserì presto nel giro; senza un minimo di esperienza, si ritrovò a vendere e comprare oggetti provenienti da tutto il mondo con persone molto più esperte e preparate di lui.

Quel giorno andai a trovarlo perché proprio a Long Beach si stava tenendo un raduno sia di auto d’epoca che tuning. Eravamo entrambi interessati a quelle d’epoca perché, riguardo alle elaborate, odio profondamente gli individui che buttano i loro soldi in particolare per potenziare a dismisura l’impianto audio delle loro vetture. Essendo loro stessi comunicatori primitivi, necessitano di mezzi che amplifichino i loro basici sentimenti. Una lieve evoluzione rispetto ai gorilla, costretti a prendersi a pugni il petto per sciorinare al mondo femminile la loro virilità. Tutto ciò che è urlato ed esageratamente evidenziato denota ignoranza. Trovo ingiusto che persone dispensatrici di scie acustiche di bassi capaci di far vibrare l’asfalto possano far parte della società moderna.

“Sei troppo silenzioso. C’è qualcosa che ti infastidisce vero?” Mio fratello sapeva leggere il mio umore come nessun altro.

“No tranquillo. Guardavo qua e là. Questa non mi dispiace…”

Avevo messo gli occhi su una curiosa Porsche d’epoca forse troppo modificata per i miei gusti.

Le vetture avevano occupato tutto lo spazio che arriva fino al faro. Preferimmo passeggiare sul lato opposto e fermarci a bere qualcosa in un pub sul molo.

Il sipario del tramonto serale di Long Beach era quasi completamente aperto alla vista del pubblico che, come noi, frequentava numeroso i locali del porticciolo; ero anche impegnato a dare ascolto alle voci che dentro di me mi invitavano a godermi lo spettacolo senza pensieri; a ripartire in fretta per evitare il cronico traffico di Los Angeles; a chiacchierare ancora con mio fratello che chissà quando avrei rivisto.

La decisione finale fu estratta dal mazzo di carte che al solito distribuiva il mio caro consanguineo, diretto in bagno e scomparso nel nulla per una mezz’ora abbondante.

“Scusa se ti ho fatto aspettare questi 10 minuti…” Disse una volta ricomparso dopo mezz’ora. Non era tornato da solo ma accompagnato da una affascinante ed acerba ragazza dai tratti orientali. In California ci sono parecchie di queste bellezze di origini asiatiche.

“Lei è…”

Nonostante gli atteggiamenti dei due fossero espressione inequivocabile di complicità, non conosceva ancora il nome della ragazza incontrata forse qualche decina di minuti prima alla cassa del bar o nella fila dei bagni “Sono K piacere” intervenne lei non curandosi minimamente dell’omissione “Cavolo siete fratelli? Non sembrate neanche cugini”

Già, pensai.

Rimasi con loro giusto il tempo per finire la birra ed ascoltare le solite avventure d’effetto che venivano da lui gettate come esche a tutte le ragazze che avrebbero passato la notte nell’attico di Long Beach.

Salutai la nuova coppietta con un sorriso forzato che mal celava il mio disagio, offrì il giro e mi incamminai verso la macchina lasciando dietro a me passo dopo passo il rumore della festa.

La forma più fondamentale d’amore, è l’amore fraterno. Con questo intendo senso di responsabilità, premure, rispetto, comprensione per il prossimo; esso è caratterizzato dall’assenza di esclusività.
(Erich Fromm)

Mekong. Noi ed il fiume

Il Mekong attraversa impetuoso e scuro il vasto territorio asiatico partendo dall’altopiano tibetano, bagnando poi Cina, Birmania, Thailandia, Laos, Cambogia ed infine il Vietnam.

Certo riesce improbabile descrivere a sole parole le emozioni che il fiume trasporta con sé. Sarebbe più adeguato trascriverle in uno spartito ove comporre una sonata; dove far esprimere orchestre e musicisti per replicare, forse comunque inappropriatamente, le tante sfumature di pulsante vita che giornalmente si anima tra le acque del Mekong.

1Un gigante sole infuocato si spegne nell’orizzonte di Cần Thơ, oscurando minuto dopo minuto il ponte che collega la città sulle sponde del Delta del Mekong a Vĩnh Long. Due piccole realtà che si affacciano sull’undicesimo corso d’acqua più lungo del mondo. L’imponente fiume dettò gli scambi commerciali fino alla comparsa delle prime autostrade che hanno modificato la vita quotidiana di molte persone. Il grigio ed innaturale cemento si prende carico delle migliaia di automezzi pesanti che trasportano i loro materiali tra nuvole di gasolio e la lenta levigazione di enormi pneumatici. La protagonista della nostra storia indossa il tipico copricapo chiamato dai vietnamiti nón lá; vive in una capanna di legno e lamiera, come tante, ai bordi del corso d’acqua. A condividere la casa con lei non ci sono più uomini, ma solo una foto in bianco e nero sbiadita che ritrae suo padre da giovane ed un’alta foto a colori stropicciata ai bordi in cui compare abbracciata a suo marito.

Nel cuore di tutte le notti si alza, mette sul fuoco qualcosa da mangiare e si prepara per la lunga giornata che dovrà affrontare.

A Cần Thơ intanto il laconico monumento dedicato al già leader Ho Chi Minh svolge il suo compito, focalizzare l’attenzione dei turisti sul glorioso e difficile passato vietnamita. Ma le statue rimangono inermi e passive dinanzi alla realtà che scorre inesorabile come il Mekong. Dal buio del fiume e tra le aiuole della passerella che lo costeggiano, fanno fugaci ma inquietanti comparse giganti ratti neri a caccia di cibo. Intorno ambiziose costruzioni moderne e luminose che attirano la curiosità dei turisti che inesorabili proseguono la ricerca del selfie.

DSC_7667La barca carica di merce della donna è già in navigazione da diversi minuti ed il sole compare timidamente; riesce difficile pensare sia la stessa stella che la sera precedente ha infuocato e dipinto d’arancio il cielo. Il silenzio viene scalfito dal progressivo crescendo dei motori delle imbarcazioni dirette al mercato.

Il fermento degli scambi commerciali è tenuto in vita dalla respirazione bocca a bocca praticata dai tour organizzati e da una generazione troppo compassata per aderire al cambiamento. Mentre anche lei si dirige al mercato è cullata dalle onde provocate da enormi natanti di rientro; questi nella notte hanno rifornito i piccoli grossisti. Ad accompagnarli nel tragitto le centinaia di industrie che sono spuntate come funghi negli ultimi vent’anni. Riversano indisturbate i loro liquami contenenti metalli pesanti ed arsenico nel Mekong trasformandolo in una trappola mortale per migliaia di esseri viventi tra cui l’uomo stesso.

2La barca della donna si affianca ad un barcone più grande del suo e cominciano le contrattazioni. Deve fare presto altrimenti non avrà tempo a sufficienza per sistemare al meglio il banco al mercato.

E’ tra quei banchi che pesci di ogni genere e tipo, rane, molluschi e crostacei si abbandonano inermi al loro ultimo respiro, pronti ad essere sacrificati in nome della culinaria.

4Al mercato di Cần Thơ non ci si preoccupa di vendere e cibarsi di cibo altamente inquinato così come nessuno fa cenno alla costruzione della diga idroelettrica in Cina che potrebbe sancire la definitiva chiusura del sipario del Mekong vietnamita e di tutti i suoi componenti che oggi a gran fatica lo compongono.

Il prezzo da pagare in nome dello sviluppo e della crescita è altissimo.

5Ma chissà quali sono i pensieri degli ultimi sopravvissuti della strage modernista e capitalista. Resistono oasi di silenzio, scanditi dalle pagaiate armoniose delle rematrici vietnamite che di quel luogo ne custodiscono il fascino. Inconsapevoli che l’essenzialità dei loro gesti è l’unica via d’uscita del finale già scritto.

Intanto ci facciamo trasportare convinti d’esser soli. Noi ed il fiume.

 

Guardare il fiume fatto di tempo e d’acqua
e ricordare che il tempo è un altro fiume.
Sapere che ci perdiamo come il fiume
e che passano i volti come l’acqua.
(Jorge Louis Borges)

7

Valloire: di chi è quel corpo?

La fitta nevicata notturna era terminata all’apparire delle prime luci dell’alba.

Il bosco imbiancato ricominciava ad emettere i suoi caratteristici suoni attutiti dallo spesso manto nevoso.

Le indicazioni scolpite nel legno erano le sole a rendere riconoscibili i sentieri a quell’ora inviolati.

Un’aria lieve, ma severa, soffiava scuotendo gli alberi quel tanto dal consentirvi di scaricare dai loro rami il ghiacciato carico in eccesso.

In un tratto del cammino, a pochi passi da un deformato pupazzo di neve, un cumulo; anch’esso di neve.

Nascondeva il corpo di una persona ormai senza vita. Il cadavere dello sfortunato individuo, visto l’imponente strato bianco che lo ricopriva, sicuramente aveva passato la notte nel bosco.

Attorno a quel episodio di morte qualche timido raggio di sole rimetteva in moto la vita, spronando a danzare sugli alberi gli scoiattoli e far cinguettare gli uccelli.

Quella mattina la vecchia sveglia meccanica del parroco aveva suonato regolarmente alle 4:30, come di consueto, ma stavolta il suo grosso indice non aveva premuto il pulsante dello spegnimento. La sveglia continuò ad emettere energicamente una ripetuta vibrazione metallica per un bel po’ prima di far ripiombare il silenzio nella cameretta. Il prete si alzava molto presto tutti i giorni, regolava di due scatti la stufa in modo da rinvigorirne la fiamma e riversava dell’acqua nel pentolino appoggiato sopra ad essa per mantenere la giusta umidità all’interno del suo modesto dormitorio. Appena in piedi, prima di pensare allo stomaco, si preoccupava di nutrire il suo spirito. Eseguiva le sue preghiere in ginocchio sul ruvido pavimento in legno della stanza rivolto ad un grande crocifisso nero di mogano che portava con sé in ogni diocesi cui prestava servizio. Ormai da anni era finito sulle montagne francesi, a Valloire, un luogo talmente piccolo ed ostile che a detta dei malpensanti significava una sorte di punizione inflitta dal Vaticano per qualche sgarbo o peccato commesso.

L’omone che con iniziali difficoltà era entrato a far parte della comunità montana, dentro al suo grande corpo vigoroso esibiva un carattere altrettanto forte ma celava un animo buono. Caratteristiche che aveva sviluppato nelle missioni, in luoghi dove le difficoltà derivavano da fattori climatici opposti e sicuramente più ostici di quello in cui si trovava ora e che, se non altro, era meta ambita dai turisti che lo rendevano spensierato.

Di chi era quel corpo senza vita nel bosco ricoperto dalla neve? Era il suo? Era successo qualcosa mentre rientrava a casa la sera prima dopo essersi recato nella Chiesa di Saint Pierre?

Il cane abbaiava ininterrottamente da una decina di minuti richiamando le attenzioni che il suo padrone ogni mattina e ben più presto di quell’ora, gli prestava riempiendo la ciotola di crocchette e dispensando qualche energica carezza. Il proprietario del peloso cane di grossa taglia oltre a gestire un negozio di articoli sportivi rappresentava il paesino di Valloire in veste di Sindaco. La casa in cui abitava era una bella villa in legno chiaro e di recente costruzione e di cui le ampie vetrate della zona giorno si affacciavano sulla valle. I primi raggi di luce penetrati nella casa fecero brillare le cornici di alcune foto che lo ritraevano sorridente assieme alla sua famiglia in posa con caschetti colorati e bacchette in mano su una pista da sci nel circondario. Da qualche giorno la moglie, accompagnata dai due figli, si era recata in visita dei genitori a Bordeaux lasciando così solo a casa il marito. La signora era una bellissima quarantenne dagli occhi verdi, le punte di capelli lisci e biondi appoggiate sulle spalle ed un atteggiamento signorile che la rendevano attraente alla vista di tutta la cittadina. La bambina di sette anni, stava crescendo seguendo le orme della madre; sia fisicamente che caratterialmente.

Il fratello di tredici anni invece, ricordava di più il padre, specie sorridente: il Sindaco era molto affabile e ben voluto ed anche per questo non gli fu difficile raggiungere l’ampio consenso che gli consentì di ricoprire la prestigiosa carica istituzionale. Ogni mattina, dopo aver provveduto a nutrire la sua bestiola, scendeva nel viale a spalare la neve in eccedenza per far sì che i suoi figli salissero senza problemi sulla Range Rover che avrebbe poi guidato fino all’ingresso delle scuole. Nonostante dovesse percorrere il medesimo tragitto per giungere al suo piccolo negozio, non sempre portava con sé i bambini. Con le giuste condizioni metereologiche lasciarli liberi di camminare era un gesto responsabilizzante, pensava.

Il corpo senza vita ricoperto dalla neve avrebbe potuto essere il suo? Poteva essere successo qualcosa la sera precedente quando come di consuetudine si era addentrato nel bosco in compagnia del suo cane? Dopo averlo riportato a casa e rinchiuso era tornato sui suoi passi?

I minuti trascorrevano e l’allarme di qualche presunta sparizione non si era ancora diffuso a Valloire.

Certo, il prete era una persona molto solitaria e di tanto in tanto si prendeva i suoi spazi mistici lontano dai parrocchiani, pertanto niente faceva presagire una sua sparizione. Così come il negozio del sindaco che quel giorno osservava il giorno di chiusura e che quindi non evidenziava anomalie ed in Comune non era previsto nessun incontro istituzionale.

Anche il capo della Gendarmerie che generalmente era tra i primi ad entrare nel bar del paese quella mattina pareva ritardare. Non era l’unico, notarono il suo collega, presente al banco con una tazza di caffellatte fumante e la giovane mascolina barista che l’aveva servito. Infatti anche il padrone del bar non si era fatto ancora vivo, stranamente. Nessuno dei due ebbe il minimo dubbio riguardante il fatto che avrebbero potuto essere stati ostacolati dalle strade innevate. In montagna le persone erano abituate a convivere in situazioni ben più difficoltose.

Il giovane gendarme, sicuramente più interessato a far colpo alla ragazza dietro al banco che a scoprire l’accaduto, la seguiva con lo sguardo mentre lei trascinando un secchio si muoveva tra la stanza del locale lasciando dietro sé un’odorante scia d’acqua e detersivo, ipotizzando a testa bassa i motivi del ritardo dei loro superiori.

Lo storico gestore del bar abitava da solo, abbandonato dalla moglie bielorussa cui aveva chiesto ed ottenuto il divorzio pochi anni dopo averla sposata. Lui ormai aveva una cinquantina d’anni portati piuttosto male, montanaro francese nato e cresciuto nei paraggi di Valloire. Terminati gli studi primari si era messo subito a lavorare: in un primo momento nella falegnameria del padre, poi come sguattero nel ristorante dell’hotel dove sua madre lavorava come aiuto cuoco. Negli anni, tra piccole eredità ed il lavoro, era riuscito a mettere via qualche soldo fino a riuscire a comperare il bar che ancora oggi gli procurava da vivere. Nel frattempo il turismo si era sviluppato piuttosto bene tanto da far salire le quotazioni del modesto locale che prima o poi avrebbe voluto vendere. Si era stancato di rientrare a casa molto tardi la notte con addosso l’odore di alcool, fumo e dei sacchi d’immondizia che gettava ad ogni chiusura. Anche per questi motivi aveva preso l’abitudine di fare una passeggiata nel bosco a notte fonda e nonostante avesse buttato in corpo qualche distillato per far compagnia a qualche cliente bevitore di grappa dell’ultima ora. Il sentiero lo conosceva meglio delle sue tasche ed il silenzio della notte lo rigenerava. Più di una volta era rimasto nel buio a fissare i giganti occhi luminosi di qualche gufo.

Le probabilità che fosse lui il morto sepolto dalla neve erano decisamente alte viste le premesse.

Era quindi suo il cadavere nel bosco?

L’ultimo a mancare all’appello, come detto, era il comandante della stazione della Gendarmerie.

Di origine italiana, si era ben presto adeguato ai ritmi lavorativi piuttosto blandi che il luogo imponeva, nonostante non fosse certo entusiasta dell’ambiente che lo circondava. In quasi quindici anni di servizio l’episodio più impegnativo che ricordava era quando lui ed il suo precedente collega, da due anni sostituito da quello attuale, si trovarono in alta montagna a mantenere dei paletti durante gli scavi a seguito di una valanga. Non fece nulla di straordinario nemmeno in quell’occasione, ma vedere il gran movimento di elicotteri e soccorsi gli fecero credere d’esser stato utile alla causa.
Trascorreva la maggior parte della giornata nei bar, con la scusa di tenere sotto controllo i forestieri. Anni prima quando in uno degli hotel di Valloire degli incauti ragazzi inglesi, ovviamente ubriachi, molestarono gli avventori dell’albergo, non si preoccupò minimamente di intervenire salvo poi scoprire che uno dei britannici, dopo aver ricevuto un dritto sulla tempia da parte di uno spazientito montanaro locale, era finito all’ospedale in coma ad un passo dalla morte.

Nessuno aveva visto niente e lui certificò che si era trattato di un incidente; non dopo aver convinto il gruppo di inglesi a ritirare la denuncia e far cadere così ogni accusa anche nei loro confronti.

Insomma, un lavamani.

Ora che un cadavere giaceva abbandonato nel bosco, fatto eccezionale per Valloire e che avrebbe sicuramente procurato delle indagini insolite, sarebbe stato il colmo per il capo della Gendarmerie non poterne essere parte come investigatore in quanto protagonista della scena.

Era lui il morto sepolto dalla neve nel bosco?

Di chi è quel corpo?

Mantova. Sotto l’ombrello

La pioggia si stava intensificando.

Tutto faceva presagire che da lì a poco si sarebbe scatenato un acquazzone in stile tropicale; intanto una nuvola di goccioline piccole e penetranti inumidiva la città.

Indossavo una giacca impermeabile lunga fino alle ginocchia, i miei stivali erano alti, l’ombrello sufficientemente grande da proteggermi. Mi sentivo un po’ goffa, ma abbastanza calda e protetta.

Stavo da poco camminando in Piazza Sordello. Adoravo quello spazio racchiuso in un concentrato di arte ed architettura. Quel giorno a colorarla c’era anche un’ esibizione d’auto d’epoca ordinatamente parcheggiate davanti al Palazzo del Capitano. Forse i turisti stavano maledicendo  quella giornata grigia ed uggiosa, eppure le vetture, ai miei occhi, risultavano ancora più malinconiche ed affascinanti; dalle loro sinuose e lucide  carrozzerie le gocce d’acqua cadevano e si disperdevano tra i ciottoli della pavimentazione.

Stavo così costeggiando il Palazzo Vescovile prima e quello Bonacolsi a seguire che si trovano nella parte opposta del Palazzo del Capitano.

D’istinto camminavo a ridosso degli edifici che, generalmente, sono un’inutile tentativo di riparo quando si è presi alla sprovvista dalle intemperie. Il mio passo era sempre più rapido, volevo raggiungere il prima possibile Piazza delle Erbe. Non era la mia destinazione finale ma almeno ci sarebbero stati i portici a respingere l’autunno che quel pomeriggio si stava manifestando in tutto il suo splendore e fastidio.

Certo, non pensavo solo alla pioggia o ai palazzi che mi accompagnavano durante il cammino. La testa era piena di pensieri di lavoro, faccende da sbrigare, commesse da fare. Le solite corse contro il tempo che le donne affrontano nella quotidianità. Diversivi mentali che a volte ritornano perfino utili; ad esempio per distrarti mentre porti le pesanti borse della spesa. Ecco a cosa stavo pensando; a cosa avrei dovuto comprare prima di tornare a casa. Ma poi arrivò tutto d’improvviso: la pioggia cominciò a farsi sempre più insistente mentre le gocce d’acqua prendevano consistenza. Lo scroscio aumentava il suo rumore tanto da ricoprire e silenziare tutto ciò che toccava. Fu un attimo realizzare una presenza dietro di me. In men che non si dica mi trovai un braccio appoggiato sulle spalle. Ero sospinta dall’energica entrata di quella figura ma le gambe si stavano rifiutando di proseguire. Un repentino grazie ripetuto per tre volte e qualche scusa furono le parole che uscirono dalla bocca di quel giovane figuro che non avevo mai visto né incontrato prima. Non so perché ma non mi riuscì di urlare, mandarlo al diavolo o avere reazioni consone a quei momenti. Stavo condividendo l’ombrello con un perfetto sconosciuto. Quel ragazzo aveva palesemente violato il mio spazio ed io non avevo praticamente reagito. Finalmente ci scambiammo un primo sguardo. Era giovane, forse più di me, alto, moro. Aveva un viso gentile ed un sorriso luminoso. Nonostante la sua irruenza iniziale mi ero immediatamente tranquillizzata. Nella follia del momento pensai che forse era cresciuto con delle sorelle o in un una casa con molte donne perché sembrava a suo agio nel compiere un gesto così azzardato nei confronti di una ragazza sola. Però era un prepotente, pensai. Continuò a ringraziarmi per averlo accolto sotto l’ombrello e si scusò almeno altre dieci volte per la sua comparsata non proprio signorile. Paradossalmente più lui si scusava più alimentava la mia furia inespressa.

La nostra presentazione fu rapida e maldestra e non poteva essere diversamente visto le condizioni meteo ed il tipo di approccio. Volevo proseguire verso Piazza d’Erba e liberarmi al più presto di lui che mi accompagnava euforico.

Non furono molti i minuti che impiegammo per arrivare fino al portico di via del Broletto, anche se passarli in modo così ravvicinato a fianco di uno sconosciuto, seppur piacevole nell’aspetto e divertente nei modi, parevano un’eternità. Ebbi modo di chiudere l’ombrello e di prendere le distanze da quel ragazzo che, scrollata di dosso un po’ d’acqua, si mise finalmente in luce. Era vestito in modo casual con una giacca in tessuto ormai fradicia. Portava i capelli non troppo lunghi ma quel tanto che bastava nel farseli arricciare dalla consistente umidità. Avrei voluto salutarlo ed andarmene, ma non riuscivo a staccarmi da quella persona così irruenta e misteriosa.

Rifiutai l’invito, forse stupidamente, di bere qualcosa di caldo in sua compagnia. Me lo doveva, mi disse.

Passeggiammo avanti invece, fino ad arrivare in Piazza Mantegna e poi ancora sotto gli altri portici di vicolo San Longino. L’imponente Basilica di Sant’Andrea faceva da sfondo alle nostre chiacchiere che da lì a poco sarebbero terminate. Ci salutammo forse troppo velocemente. La fine del nostro breve incontro era stata fugace ed evanescente come l’attimo dell’incontro stesso.

Ripresi a camminare sotto un cielo grigio ma non più piovoso. Quel ragazzo aveva cavalcato i tempi della tempesta: con lei si era presentato, con lei se n’era andato.

Mentre raggiungevo Palazzo del Tè, pensavo che non ci eravamo lasciati un numero, una email. Niente.

Per la strada riaprì il mio ombrello anche se aveva smesso di piovere ed aspettai, invano, che quel giovane tornasse ad intrufolarsi nel mio spazio.

 

Oggi regala a un estraneo uno dei tuoi sorrisi. Potrebbe essere l’unico sole che vede durante il giorno.
(Anonimo)

 

 

Varsavia, vecchio regime e new economy

vecchiaAtterrare durante la notte in città sconosciute è inaugurare un teatro con il sipario abbassato.

Le aspettative sono riassunte nelle poche pagine del libretto che ci viene metaforicamente consegnato durante le ricerche informative effettuate prima del viaggio; in attesa che si aprano le tende, nel caso specifico con l’apparir del sole, ci si guarda in giro attenti a carpire qualsiasi movimento o particolare possa nell’attesa modellare ciò che stiamo pregustando.

Durante il tragitto che separa il centro di Varsavia dall’aeroporto di Modlin, si percepiscono sensazioni contrastanti; ciò che si intravede sono numerosi capannoni commerciali molto ordinati e moderni che più ci ricordano di essere in un Paese consumistico occidentale piuttosto che in quello che fino a qualche anno fa era un avamposto minimalista sovietico. L’impressione non cambia una volta arrivati a destinazione dove il freddo pungente intima a coprirsi il volto ed alzare il bavero anche a scudo di passanti ubriachi e disinibiti poco rassicuranti. Di gomiti alzati la capitale polacca ne offre parecchi  già nelle prime ore pomeridiane, che contrastano il quasi asburgico ordine e la sua meticolosa pulizia.

mixL’architettura del secolo è un perfetto amalgamarsi tra il vecchio regime e la new economy. Una combinazione di stili nostalgici ed ultramoderni che in entrambi i casi sembrano mantenere le distanze empatiche con il popolo polacco, apparentemente goffo di suo nella ricerca della propria bistrattata identità.

Davanti a palazzi che fino a qualche decennio fa ospitavano sedi di partiti di regime, oggi ci sono parcheggiate lussuose vetture quali Ferrari, Bentley, Porsche e via dicendo, spesso guidate da giovanissimi che scesi dalle automobili potrebbero tranquillamente essere scambiati per squattrinati ragazzini dalle adolescenziali voglie di cioccolato, ragazzine da conquistare e skateboard da domare.

I rigidi cappotti verdoni dell’esercito hanno presto lasciato spazio ai berretti disegnati dalle grandi visiere e maglie oversize da baseball, in emulazione dei loro ex antagonisti americani.

riflessoFondamentale nel cambiamento è stata, e continua ad esserlo, aver mantenuto la propria moneta, ossia lo złoty. La Polonia è risultato essere luogo industriale fertile e ne sanno qualcosa le migliaia di persone nel resto d’Europa rimaste disoccupate in seguito alle delocalizzazioni delle aziende cui prestavano servizio, risucchiate dalle irrinunciabili condizioni polacche; un costo vita inferiore di quasi un terzo rispetto ai Paesi che adottano la moneta unica. Anche la manodopera polacca, poco incline a proteste o astensioni al lavoro e da sempre istruita a prendere schiaffi in silenzio in cambio di quattro soldi, favorisce l’installazione di nuovi stabilimenti da parte di imprenditori a volte esausti della burocrazia dei loro Stati di provgothamenienza, spesso speculatori con pochi scrupoli.

Fatto sta che la nascita del nuovo regime economico cresce fertile e rigoglioso grazie anche alle ceneri concimanti di quello militare, mantenendo vive e rigide le regole comunitarie, oltrepassate spesso e solamente, da periodi di ubriacatezza e sostanze alienanti varie.

Se parte di Varsavia può riferirsi alla versione happy di Gotham City, il Palazzo della Cultura e della Scienza in particolare, con il centro storico dichiarato Bene della Comunità e sotto protezione dell’UNESCO che brilla in tutta la sua bellezza, la periferia mantiene lo stile sovietico nelle palazzine con il medesimo caratarchitere architetturale e qualche lieve cenno di personalizzazione. Le ruspe sbuffano incessanti nuvolette di fumo nero mentre spianano terreni pronti ad ospitare moderni e lussuosi edifici che ben presto accoglieranno i primi eredi della fortuna capitalista riversata nella metropoli; molti dei quali alle prime luci dell’alba sorseggeranno il caffè ammirando da grandi vetrate lo spettacolo offerto dal fiume Vistola.

Varsavia però è anche Lazienki Park, dove coppie di innamorati passano le ore a scambiar promesse e guardare il cielo o dove le famiglie ritrovano i propri spazi ormai risicati e compressi nella frenetica vita quotidiana. All’interno del parco di 76 ettari è possibile ammirare l’omonimo palazzo in stile barocco neo classico, fu residenza termale, ed i bagni reali da cui prende nome. Da ammirare anche altre attrazioni tra cui un teatro risalente a fine 1700. Da sottolineare l’intelligenza artistica dei polacchi, indubbiamente inclini a queste iniziative, nello sfruttare la location con eventi culturalmente molto rilevanti anche di carattere scientifico e sportivo.

varpark