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Bruxelles: mangiare tradizionale e bene

redNon manca la scelta di ristoranti e locali tipici nella rinomata capitale belga. In rete, si sa, è possibile sbizzarrirsi in ricerche più o meno fruttuose ma la delusione culinaria per l’italiano è sempre in agguato; vuoi per genealogia gustativa, vuoi per il fatto di rimanere accidentalmente impigliati nelle reti dei molteplici locali per turisti che non sempre sono un disastro ma spesso hanno cucine che devono soddisfare contemporaneamente i palati di tedeschi, inglesi e giapponesi, gastronomicamente molto distanti dai popoli mediterranei. L’incredibile matrice multi etnica presente a Bruxelles, che deve alla sua stessa esistenza l’unione tra popoli differenti ancor prima del recente periodo di destabilizzanti migrazioni di popoli africani e medio orientali verso l’Europa, denota una spiccata vocazione all’apertura di nuove culture e tradizioni, pertanto la varietà delle cucine è immensa e di conseguenza anche il prezzo è volubile. Conoscendo le esigenze italiche una cena in un ristorante decoroso di Bruxelles si concluderà con un conto difficilmente al di sotto delle 25 euro a persona.

3birreNaturalmente è buona abitudine cercare di adeguarsi ed assaggiare il cibo locale, quindi nonostante la presenza di centinaia differenti provenienze ristoratrici, la personale preferenza si è concentrata sulla cucina locale che rispecchia molto il carattere della popolazione. Se nell’ingresso dei locali è frequente ricevere accomodanti sorrisi e discrezionalità da parte dei gestori, altrettanto genuine sono le portate presenti nei menù cui abitualmente viene dedicato uno spazio infinito alla birra, vera protagonista anche durante i pasti.

cibboPersonalmente seguo parecchio l’istinto che unito all’esperienza professionale spesso non solo mi evita spiacevoli sorprese ma anzi mi conduce verso luoghi sorprendenti come in questo caso dove, con un po’ di azzardo e fortuna, ha fatto sì mi infilassi in uno tra tanti locali presenti a Vossenstraat, per la precisione in Rue Des Renards 25 dove un simpatico localino, L’Eau Chaude, mi colpiva per il fatto di proporre due piatti vegetariani a basso costo con ben in evidenza su una delle lavagnette il fatto di non accettare carte di credito. Il presagio e la curiosità di trovare all’interno un burbero cicciotto belga che con fare indispettito distribuiva i piatti unici sul tavolo dei commensali lasciava ben presto posto alla realtà dove invece delle gentilissime signore mi facevano accomodare nell’unico tavolo libero nella piccola sala del piano inferiore, già colma di persone e che da lì a poco scoprirò essere perlopiù giovani studenti italiani tra cui molti facenti parte di un gruppetto musicale che si sarebbe esibito nel piano superiore. Non solo l’ambiente si è rivelato molto piacevole nella sua unicità e nonostante la presenza di connazionali, ma anche i piatti si sono rivelati buonissimi, nello specifico lasagne vegetariane in un caso e piatto unico di riso con zucca, insieme di carote e barbabietobirrale rosse à la julienne nonché lenticchie insaporite con erbe aromatiche nell’altro. L’immancabile birra suggerita dalla presumo proprietaria dell’attivo locale è stata molto apprezzata così come il conto finale che ha contribuito a tenere già alto il buonumore alimentato da un ambiente giovane e frizzante, da prelibate pietanze con ingredienti freschi e sani ben amalgamati tra loro, uno sfizioso dolce e dell’ottima birra che a Bruxelles è ormai l’ultima delle sorprese vista la comprovata bontà.

Chi seguirà questo suggerimento valuti bene le proprie caratteristiche caratteriali prima di rimanerne deluso. Dietro ad ogni recensione c’è qualcuno che la scrive ed i condizionamenti sono molteplici e soggettivi; personalmente non sono un food blogger e non ho ricevuto compenso dal locale menzionato, sono una tranquilla persona di mezza età, non mangio pesce, evito il fast food ed il fritto. Nel mio caso pertanto, già un quarto dei ristoranti tipici sono scartati visto che tra i piatti belgi più rinomati ci sono le cozze e le patate fritte.

bouBruxelles è la classica meta turistica da week end e di media i luoghi ove cenare diventano inevitabilmente tre. Così se al primo posto delle mie personali preferenze c’è l’Eau Chaude, menziono anche altri due locali molto interessanti: il primo ubicato nel quartiere nero di Ixelles, L’Ultime Atome a Sint-Bonifaasstraat 14 Rue Saint-Boniface, tipico e molto frequentato da avventori locali, dagli spazi ampi, dove ho avuto modo di mangiare un delicatissimo coniglio in salsa di birra, mentre l’O2 Vaches di Rue Gretry, 43 più intimo e propone una formula all u can eat di Fondue Bourguignonne con selezionata carne di manzo e pollo da rosolare a proprio piacimento. Nel caso in cui si celebri un compleanno la cena del festeggiato è offerta. Unico neo forse l’impianto di aerazione un po’ troppo debole per la fumosità emessa, aspetto trascurabile rispetto l’ottima qualità del cibo.

 

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Slow Food Greco: Questo era, Questo è.

La globalizzazione che senza mezze misure sta conformando costumi, culture e tradizioni mondiali non guarda in faccia nessuno tantomeno la Grecia che, come risaputo, non sta passando di certo dei momenti spensierati all’interno della Comunità Europea e le austere leggi finanziarie che ne conseguono.

Ristorante Kontiki Rodi

Per divulgare il verbo dell’eguaglianza commerciale le lobby mondiali utilizzano principalmente come megafono delle loro campagne la vecchia cara televisione che ultimamente ha uniformato i programmi televisivi più seguiti in format di successo che lasciano ben poco spazio ad ideazioni locali. Tra i vari hanno raggiunto un boom inaspettato quelli riguardanti cuochi, chef e cucina che hanno letteralmente invaso gli schermi piatti (nipoti dei tubi catodici) che fanno compagnia a milioni e milioni di spettatori, nord e sud americani, italiani, tedeschi, greci, cinesi, australiani e chi più ne ha più ne metta.

Tutta questa premessa serve a capire come in questi ultimissimi anni la cucina greca sia stata influenzata da questi format televisivi e come si presenta oggi sulle tavole di caratteristiche taverne e ristoranti ellenici.

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Cucina greca che in quanto a varietà non regge il minimo confronto con quella italiana e francese che invece sono caratterizzate da un’infinita scelta e diversità dovute alla frammentazione regionale e provinciale che hanno contribuito ad arricchire e caratterizzare ogni singolo piatto.

Nonostante la monotonia dei menù ellenici i greci, alla stregua degli italiani in pizzeria, passano decine di minuti a consultare e sfogliare le pagine della lista per alla fine ordinare sempre le stesse cose, esattamente come chi appurata l’esistenza di 23 pizze differenti ordina le solite due varianti da 30 anni.

Prima però di parlare dell’attuale offerta culinaria greca sarà bene ricordare ciò che la storica filosofia mangereccia di questo Paese ha offerto e continua ad offrire ai suoi abitanti e visitatori: se la loro vita è scandita da tempi piuttosto lazy come d’altronde in tutta la fascia mediterranea, altrettanto dicasi dei pasti completi che sono tradizionalmente piuttosto lunghi; essendo tutto slow, ovviamente anche il food non poteva diversificarsi, trasformandosi in fast solo nell’occasione in cui ci si rifocilla con del pitagyros che in Italia viene smerciato dai nord africani come kebab; nome che i greci, visto il non proprio idilliaco rapporto con i turchi, non digeriscono proprio; tanto per stare in tema.

Foto Kontiki Rodi

Il pranzo e la cena sono posticipati rispetto agli orari di riferimento del nord Europa ed inevitabilmente sono di durata infinita. Il primo comune errore che compie lo straniero, in particolar modo l’italiano, che non conosce la metrica del pasto greco è quella di mangiare con troppa velocità le pietanze che sono servite in contemporanea e che riempiendo la tavola provocano un certo disagio iniziale e l’impressione che non si riuscirà mai a finirle per tempo. I greci dal canto loro non si curano del tempo abitualmente, figuriamoci quando mangiano.

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Taverna a Kalavarda

Le molteplici porzioni che sono servite a mitraglia ad inizio pasto si chiamano mezedès e sono l’antipasto di quello che sarà il piatto principale. Tanti assaggi di numerose bontà quasi sempre fresche e genuine quali la feta, le dolmades, halloumi, pitaroudia, anthothiro, koriatiki, tsatsiki, olive, patate, dakos e via di questo passo, condite da fiumi di olio extra vergine d’oliva di qualità e pane casereccio di sovente abbrustolito. Il vino della casa generalmente ha un’acidità piuttosto elevata e non sempre viene gradito dai commensali forestieri. Stessa cosa dicasi per il caratteristico vino resinato Retsina che o piace tantissimo oppure viene scartato senza appello. Rimanendo in tema bevande l’acqua minerale gassata non fa parte della tradizione greca e, nelle taverne più semplici e caratteristiche, è molto difficile trovarla se non sotto forma di lattina Tuborg Soda che però contiene tanta di quell’anidride carbonica da dover necessitare di mezza foresta amazzonica per assorbirla.

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Terminato il primo round che spesso decreta il k.o. di numerosi frettolosi ed ingordi avventori, ecco che arriva il piatto principale che può suddividersi in carne, pesce o sfornati di pasta quale la moussaka. Naturalmente contornati da altri ingredienti classici quali insalata, legumi, patate fritte o al forno, tsatsiki e via dicendo. L’italiano naturalmente predilige il pesce che viene pescato anche durante la stessa giornata come nel caso dei disgraziati polpi, ma anche la carne è di eccelsa qualità dato che è praticamente impossibile che provenga da allevamenti intensivi. Letta da vegetariani e vegani non è certo una bella prospettiva la mattanza culinaria appena descritta ma anche i cultori della non violenza potranno sfogare le loro umane frustrazioni su zucchine, cetrioli, pomodori, melanzane, carote, cipolle che arrivano da coltivazioni realmente biologiche, allevate e raccolte probabilmente dalla stessa persona che le ha cucinate e ve le sta servendo.

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Questo è lo storico della cucina greca che ancora si trova in moltissimi luoghi tradizionali come a Rodi parte est nella pratica Faliraki presso la Taverna Mousikorama a gestione familiare, molto pulita e curata nei particolari, con prezzi decisamente bassi e piatti sfiziosi.

Come anticipato all’inizio post i format televisivi e la moda della cucina ricercata hanno portato cambiamenti ed in taluni casi miglioramenti rispetto a quella che si spera rimarrà la cucina tradizionale che possiamo trovare a costi molto bassi nelle numerose taverne.

Kontiki by Night

I locali di gran moda ad Atene e Salonicco o nelle isole particolarmente glamour sullo stile di Mykonos e Santorini hanno saputo evolversi ed offrire un prodotto finalmente adatto anche alle persone più esigenti che apprezzano sì la serata in amicizia nella taverna tradizionale, ma che ricercano anche la giusta riservatezza ed atmosfera in occasioni più formali. In questo tipo di ristoranti il menù dei vini ovviamente prende una piega decisamente più adeguata ai palati istruiti che intendono godere degli abituali prodotti locali intrecciando nuove combinazioni di gusti e sapori che li rendono gradevoli, delicati ed esclusivi.

Foto Kontiki Rodos

L’accostamento che viene in mente scrivendo queste righe è sicuramente uno dei numerosi antipasti composto dalla noiosamente immancabile feta trasformata in prelibatezza dal sapore unico solo perché presentata con una dorata pané con pennellate di miele. Inutile dire che anche la presentazione del cibo è adeguata alla qualità e proporzionale all’abilità dello chef che la propone.

Un piatto può essere rivisitato senza perdere la sua tradizione, la cucina è fantasia, ma ci vuole sempre tecnica e studio per creare una personale variante” (Alessandro Borghese)

 

 

 

 

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Foto Kontiki Rodi

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Foto Kontiki Rodi

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Foto Kontiki Rodi

Cosa aspettarsi da Expo 2015

logo_expoAppurato il fatto che in Italia ogni grande opera è abbeveratoio di risorse per mafie e malaffare che costituiscono lo scheletro del Paese è piuttosto scontato preventivare conseguenze piuttosto turbolente per il dopo Expo 2015.

Per una volta evitiamo facili conclusioni ideologiche e proviamo invece ad immaginare quali effettivamente potrebbero essere i vantaggi e punti deboli della manifestazione soprattutto una volta terminata la kermesse.

La disorganizzazione ed approssimazione che caratterizzano il Bel Paese non faciliteranno di certo lo spostamento dei visitatori che, una volta giunti negli aeroporti lombardi o nelle stazioni ferroviarie, avranno il loro bel da fare per raggiungere i padiglioni senza disagi. Dallo smarrimento delle rette vie di Dante Alighieri ad oggi è cambiato ben poco con ritardi cronici, lavori in corso o semplici disattenzioni che da sempre contraddistinguono il settore trasporti italico. Se mai le opere stradali saranno terminate il giorno prima dell’inaugurazione inoltre, non lasceranno tempo a nessun collaudo o modifica dell’ultimo minuto, sospese tra le preghiere dei progettisti e le speranze, sempre mal riposte, dei cittadini. La politica saprà trarne giovamento in ogni caso: strade deserte saranno interpretate come “ingorghi evitati”, caotiche colonne di vetture come “affluenza al di sopra di ogni previsione”. Farlo comprendere a rassegnati giapponesi, incazzosi tedeschi e masticanti americani non sarà influente ai fini elettorali.

DSC_1082Al solito bisognerà fare i conti con la pessima ramificazione statale ed anacronistiche visioni burocratiche che andranno a scontrarsi con una manifestazione che dovrebbe guardare al futuro e che sarà fondamentalmente sostenuta solo da colossi multinazionali intenti a fagocitare altre fette di mercato, conditi da aziendine speranzose di entrare nel giro che conta. La cosa che preoccupa e fa riflettere i milanesi riguarda proprio il loro futuro, che sarà fulcro di discussione ad Expo 2015 e che non presenta nessuna programmazione post se stesso. I padiglioni ove si esporrà la merce con l’ulteriore singolare intento di regolare “la fame nel mondo” avranno nobile scopo solo per la durata dell’evento che una volta terminato lascerà dietro a sé strutture fantasma che tra pochi decenni saranno fonte di ispirazioni giornalistiche rivolte ai soliti sperperi italiani.

Qualcuno ha fatto inoltre un’analisi impeccabile per quanto riguarda i posti di lavoro che questo circo porterà in dote: elargendo ai cittadini i soldi spesi fin’ora, c’avrebbero guadagnato tutti i lombardi. Senza nemmeno indossare la tuta da lavoro, tra l’altro.

Per il resto ci sarà la solita confusione dove regnerà il tutto ed il niente, un luna park mediatico dove AD, marketing manager e Presidenti del Consiglio misti a chef di lustro televisivo potranno fare bella mostra di sé esaltando prodotti che non cambieranno le sorti dell’umanità ma più probabilmente le casse delle aziende che li producono.

DSC_1068Un primo assaggio lo si è avuto alla Fiera di Erba (Como) con il RistoExpo che in un programma fittissimo ha ospitato i soliti chef di gran nome (…anzi, qualcuno ha visto Davide Scabin per caso?) e le solite aziende disseminate in vari stand espositivi che di innovativo hanno esposto ben poco. Certo si può uscire istruiti da nuove esperienze come l’utilizzo del vapore del ferro da stiro per la cottura delle pietanze che però oltre alla chiacchierata al bar poco può arricchire a livello pratico e professionale.

Il life style milanese capace di elevare in pezzo glamour anche la pannocchia arrostita sicuramente avrà la capacità di illudere i partecipanti di far parte di qualcosa di unico ed inestimabile sovrastimando la merce ma, tolte paillettes e chiffon, rimane ben poco di questa enorme bolla di sapone, ad iniziare dal logo che è stato pensato talmente futuristico che odora di vecchio già adesso. Per non parlare della mascotte che è inquietante… 670_400_1_94051_20131216_120615.jpeg

Ancora una volta la scarsa lungimiranza, dopo averci illuso e promesso di allietarci con la visione di un celestiale viso sapientemente truccato avvolto in capelli perfettamente acconciati, svelerà il vero volto oscuro senza parrucca, con il mascara cadente da occhi lacrimanti ed il rossetto sbordato. Si sarà consumata l’ennesima commedia alla Totò mentre registi, sceneggiatori, truccatori e parrucchieri si staranno già occupando di aggraziare la mafiosa Italia alle Olimpiadi 2024, beffandosi del futuro e delle nostre belle speranze.

Scusate ma parlare di Expo senza cadere in facili conclusioni ideologiche è praticamente impossibile; d’altronde sarà la vetrina d’Italia nel mondo…

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Siamo tutti MasterChef

MasterChef_HotFlameCMYKChissà se Franc Roddam, regista inglese autore del format Master Chef, mai avrebbe immaginato di raggiungere un successo simile con il suo programma di cucina che ormai coinvolge gli spettatori a livelli epidemici.

Se di conseguenza le cucine casalinghe hanno subito un’impennata di creatività ed entusiasmo culinario impensabili, i professionisti del settore, persone già di loro difficilmente gestibili, hanno raggiunto livelli di ego ed onnipotenza altrettanto notevoli.

Chi ha avuto a che fare con la gestione di un ristorante senza avere la capacità e titolo per permettersi di lavorare in autonomia dietro i fornelli ben saprà di quanto sia difficile gestire un cuoco cui, di fatto, si è eterni ostaggi.

DSC_0725Nelle migliaia di trasmissioni culinarie cui la tv ci sottopone quotidianamente lo spettacolo è il protagonista indiscusso, pertanto le reti non lesinano di certo i centesimi nell’acquisto degli ingredienti più disparati che servono a comporre piatti complessi e d’effetto, ma nella realtà spesso sia la disponibilità del ristoratore che la reperibilità dei prodotti non consente voli troppo pindarici nella realizzazione del piatto. Lo scopo primario del locale è quello di realizzare utili e non soltanto di ricevere applausi, benché una cosa non escluderebbe l’altra.

DSC_1073bLo scopo di un cuoco, o chef che sia, è quello di ottimizzare i costi ed allestire menù adeguati ed accattivanti. Ecco perché l’ideale sarebbe che il proprietario sia cuoco lui stesso, persona in grado di programmare gli acquisti ed elaborarli in seguito; chi meglio del proprietario fa attenzione alle spese? Certo negli hotel o ristoranti particolarmente grandi la scelta di cuochi e chef ricade su persone decisamente più preparate rispetto a quello che può capitare in piccole realtà dove l’unico cuoco può letteralmente cambiare le sorti del locale. Acquisti che non tengono conto dei prezzi e della stagionalità, consistenti rimanenze di cibo ed un approccio errato con il cliente possono mandare gambe all’aria il locale in men che non si dica. Si impiegano tante forze e risorse per fare una pubblicità positiva ma basta uno schiocco di dita per amplificare la nomea negativa.

DSC_1071bForti del mestiere che, come detto, al momento è tra i più modaioli, i cuochi mediocri si sentono autorizzati ancora di più nelle loro malsane idee di acquisti a detta loro indispensabili e pretese scolastiche per poter esercitare la loro indubbiamente difficile professione, lasciando margini ridottissimi all’adattabilità. Senza i giusti fuochi non possono cucinare, senza un abbattitore non si può lavorare, la famosa macchina per la pasta fresca che riduce i costi poi rimane parcheggiata in un angolo per continuare ad usare la pasta confezionata, altri soldi per brasiere e forni di ultima generazione perché altrimenti la cucina è inadeguata. Somme di scuse infinite che portano ad un’unica prevedibile conclusione: fallimento.

DSC_0774nInsomma, il rischio di vedere in cucina il cuoco in pose da Masterchef con le braccia conserte e lo sguardo nel vuoto anziché chino sui fuochi a spadellare è decisamente elevato, con la concreta possibilità che ad ogni osservazione o dovuto rimprovero non scaraventi coltelli o grembiuli in aria lasciando il posto di lavoro con decine di commensali in attesa di riempire lo stomaco che rimarrà inesorabilmente vuoto.

La realtà si avvicina quindi di gran lunga a “Cucine da incubo” più che a “Masterchef

DSC_1078Fatto sta che le scuole alberghiere hanno subito un’impennata di adesioni non perché finalmente la massa ha accettato e capito che uno chef italiano può trovare lavoro in qualsiasi posto del mondo con facilità e velocità estreme e con guadagni pari o superiori a quelli di affermate figure professionali scaturite da studi universitari, ma grazie al martellamento mediatico culinario ossessivo compulsivo dei vari format dalle padelle fumanti e concorrenti impegnati.

L’abito farà anche il monaco ma alla fine, come in tutte le cose, la differenza tra un cuoco mediocre ed uno chef d’alto livello la fanno la dedizione, lo studio, la passione e la consapevolezza, a maggior ragione in cucina dove più che d’arte si dovrebbe parlare di culto vero e proprio. Chissà se le scuole alberghiere italiane approcciano i ragazzi in modo corretto alla professione, magari come descritto dalla scrittrice Banana Yoshimoto nel suo meraviglioso racconto “Kitchen” dove la cucina appunto è al centro spirituale della protagonista.

In attesa di scoprirlo, siamo tutti Masterchef.

 

6704710949_30cb6cea7c_z“Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina. Non importa dove si trova, com’è fatta: purché sia una cucina, un posto dove si fa da mangiare, io sto bene. Se possibile le preferisco funzionali e vissute. Magari con tantissimi strofinacci asciutti e puliti e le piastrelle bianche che scintillano.” (Tratto dal libro “Kitchen” di Banana Yoshimoto)

 

Turismo: le stagioni son come quelle di una volta?

Lavoro precario e turismo sono un binomio ormai consolidato visto l’inevitabile impiego stagionale, almeno nella stragrande maggioranza dei casi.

Nessun Governo da quando è esploso il fenomeno animazione (e simili) che ha visto e vede impiegati migliaia di giovani (ed ultimamente anche ex giovani) ha mai speso nessuna parola a riguardo né tantomeno si è preoccupato di tutelare queste persone. Ormai il cittadino è rassegnato in tal senso.

precariato

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Chi sceglie di intraprendere un’esperienza nel campo turistico in ambito stagionale viene visto come qualcuno che cerca di prolungare il fancazzismo post studio o pre impiego serio ma la realtà è spesso ben diversa da come viene interpretata dai comuni mortali.

Innanzi tutto i ruoli stagionali sono molteplici e non necessariamente tutti gli operatori sono rinchiusi in villaggi turistici a fare animatori alla Fiorello che oltre alla sua insindacabile bravura ha avuto la fortuna di lavorare con staff e materiali illimitati negli anni in cui tutto si pensava tranne che al risparmio o alla crisi che stiamo vivendo adesso. I tempi sono cambiati: se prima si contavano sulle dita della mano i club-villaggi (veri e propri) con formula all inclusive venduti a prezzi non accessibili a tutti, dalla qualità decisamente alta, con tanto di chef e cuochi rigorosamente italiani come i prodotti offerti, decine di ragazzi d’animazione specializzati con attrezzature diurne fornitissime e costumerie in cui perdersi, oggi giorno anche la pensione Mariuccia ha almeno un animatore per ogni stella che offre. Quindi uno o due.

Fiorello animatore

Fiorello animatore

Premesso che chi scrive ha cominciato la carriera come animatore con regole ferree ma decisamente indispensabili per rimanere illeso nell’ostico ambiente, (e che non è più animatore dal 1999 visto che probabilmente neanche i miei genitori capiscono la differenza tra assistenza ed animazione) gradirebbe portare un po’ di luce nel tunnel dell’ignoranza che avvolge l’ambiente.

Una bella assistente...

Una bella assistente…

Chi sceglie di partire per fare la stagione, ed ha la fortuna di capitare in un luogo consono circondato da persone serie, si deve rendere conto della missione che sta per affrontare, quasi religiosa dal punto di vista sacrificale. Prima differenza dal lavoro tradizionale sotto casa è il fatto che proprio casa non c’è più, famiglia neppure, vecchi amici men che meno. La volontà apre le porte della partenza, la determinazione e l’umiltà quelle d’arrivo. Nonostante la frequenza giornaliera con ragazzi (o meno) alla stregua del Grande Fratello è necessario ricordarsi d’essere colleghi di lavoro e non amici. Si può condividere la stanza da letto, il bagno, ciò non toglie quanto appena detto. Chiaro che tra colleghi (che pur umani sono) possono nascere amicizie inossidabili ed anche qualcosa di più in taluni casi, ma gelosie o permalosità devono essere lasciate fuori dall’ambito lavorativo; ed in stagione si lavora sempre.

Brochure del '94

Brochure noto operatore nel ’94

Conseguentemente nasce il luogo comune del “tutta questa fatica per guadagnare così poco”. Altra analisi doverosa da fare è che, qualcuno dall’alto dovrebbe preoccuparsi di tutelare maggiormente i precari ma torniamo punto a capo; premesso (nuovamente) questo bisogna valutare il contesto ed il soggetto: c’è chi paga fior di quattrini per affrontare corsi PNL e quant’altro quando l’esperienza maturata in una stagione spesso è altamente formativa ed utile anche in prospettiva futura ed in altri ambiti, in più remunerata. Non è vero inoltre che i guadagni sono da pezzenti come molti credono (…ma lasciamoglielo credere) semplicemente ci sono dei tempi e ruoli diversi. In un supermercato la cassiera ha uno stipendio, il direttore un altro, il capoarea un altro ancora, fino ad arrivare all’amministratore delegato ed al proprietario. Personalmente la mia mini carriera l’ho fatta, il mio stipendio negli anni è cresciuto, spesso non proporzionalmente, ma per mie scelte. (che rifarei)

E poi, santo dio, possibile che tutto e comunque debba sempre girare intorno ai soldi?

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Anche in questo campo infatti si può scegliere la via più facile e più breve, dove con un po’ di faccia tosta ed egoismo si possono costruire molti ponti di legno che permettono di far arrivare in cascina diverse quintalate di grano. Questo obiettivo però può essere inseguito o da persone mediocri ed ingorde con una scarsa visione del futuro e con indole malavitosa o da altre che non hanno intenzione di rimanere nell’ambiente a lungo nel segno di “o la va o la spacca”. Oppure ci sono quelli che hanno avuto la fortuna di essere cresciuti in ambienti sani e con valori particolarmente solidi come i loro piccoli ponticelli, costruiti con fatica in pietra e ben cementati che non sono miseramente crollati alla prima alta marea.

Tanto alla fine, specie nel turismo dove si ha a che fare con migliaia di persone, le magagne saltano fuori.

(Renato)