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Editoriale: Dog shit park. The end.

 

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Dopo il tentativo di riportare agli onori della cronaca il Parco di Rodini a Rodi, in Grecia, di cui ho ampiamente scritto nei post precedenti, ritorno a narrare i miei racconti di fantasia ambientati in luoghi da me visitati. Della serie ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti non sono puramente casuali.

Ciò premesso spendo ancora qualche parola, le ultime a tal proposito, riguardanti il Parco di Rodini ed il crowdfunding messo in piedi sulla piattaforma Indiegogo.

Naturalmente gli 89.000 usd per attuare il progetto che prevedeva il coinvolgimento di Università e la costituzione di una fondazione pro-parco sono state più una provocazione che altro. Ho cercato di smuovere un po’ l’immobilismo che contraddistingue i politici isolani, piena espressione della realtà locale, che preferiscono crogiolarsi tra il nulla anziché progettare un futuro meno primitivo rispetto allo stato attuale delle cose. Non solo il parco è abbandonato a se stesso: la manutenzione delle strade, gli spazi dedicati a famiglie e sportivi, la conservazione dei beni culturali, l’investimento su un turismo più ricco dal punto di vista culturale ed anche economico sono fattori completamente trascurati.

A Rodi se sei koumbaro (compare) hai licenza di fare ciò che ti pare: puoi guidare il tuo furgoncino vetusto e puzzolente senza cinture con sigaretta e bicchierone di caffé, in moto circolare in due, tre, quattro, senza casco chiaramente, puoi gettare mozziconi accesi o immondizia a terra, lasciare il materasso che avanza vicino alla raccolta rifiuti ovviamente non differenziata ma a disposizione delle capre che brucano la plastica, grigliare in spiaggia piuttosto che parcheggiare sui marciapiedi. Investire i turisti che attraversano le strisce pedonali ed ammazzarli o schiantarsi da ubriachi come mosche sui paracarri delle strade è un altro passatempo molto praticato. Questa, dispiace dirlo koumbari, è realtà.

Poi ci sono gli indesiderati che vedono un futuro più degno per questo idealmente meraviglioso luogo. La speranza di questi individui, come il sottoscritto, è sperare in un’invasione e conseguente conquista di Rodi da parte della Svizzera che però, sfortunatamente, è un Paese neutro. Anche austriaci e norvegesi purtroppo non sono inclini alla conquiste di nuove terre. Peccato perché quest’isola ha avuto la massima resa nei periodi in cui è stata dominata da altri popoli. Il periodo della Magna Grecia lo considero troppo distante culturalmente da quello odierno per fare una qualsiasi associazione con i greci moderni.

Così quindi si chiude il capitolo del Rodini Park che ho avuto modo di studiare e di apprezzare prima del suo imminente sfacelo finale e della bella esperienza vissuta con il crowdfunding, supportato da Federico Postiglione e Fabio Cartolano che ringrazio per aver messo a disposizione mia e della comunità il loro prezioso tempo e professionalità e, nel caso di Fabio, la faccia, per sostenere questa iniziativa che meglio sarebbe stato se fosse partita dai locals che invece si sono ben guardati da fornire qualsiasi tipo di supporto.

D’altronde la cifra richiesta per partire con il progetto è l’equivalente di circa 68.461 souvlaki, cioè la possibilità di sfamare in media 22.820 persone durante un week end nelle sagre. Numeri monster che sicuramente avranno impressionato la popolazione locale, timorosa di perdere l’unica risorsa funzionante: gli spiedini.

Un cittadino ed un cafone difficilmente possono capirsi. (Ignazio Silone)

 

 

After trying to bring back to the headlines the Rodini Park in Rhodes, Greece, which I have written extensively in previous posts, I return to tell my stories of fantasy set in places I visited. In the series any reference to people or events that have actually happened are not purely coincidental.
That said, I still spend a few words, the latest in this regard, concerning the Rodini Park and crowdfunding set up on the Indiegogo platform.
Of course, the 89,000 usd to implement the project that involved the involvement of universities and the establishment of a pro-park foundation were more a provocation than anything else. I tried to move a bit ‘the immobility that distinguishes the islanders politicians, full expression of the local reality, who prefer to bask in nothingness instead of planning a less primitive future than the current state of things. Not only is the park abandoned to itself: the maintenance of the streets, the areas dedicated to families and sportsmen, the conservation of cultural heritage, the investment in richer tourism from a cultural and economic point of view are completely neglected factors.
In Rhodes if you are koumbaro (appears) you have permission to do what you want: you can drive your old and smelly van without belts with cigarette and big glass of coffee, drive the motorbike in two, three, four, without a helmet clearly, you can throw butts lit or rubbish on the ground, leave the mattress that advances in the waste obviously not differentiated but available to the goats that burn the plastic, grilling on the beach rather than parking on the sidewalks. Investing the tourists who cross the pedestrian crossing and killing them or crashing on the street posts is another very popular pastime. This, sorry to say koumbari, is reality.
Then there are the unwanted ones who see a more worthy future for this ideally wonderful place. The hope of these individuals, like myself, is to hope for an invasion and consequent conquest of Rhodes by Switzerland, which, unfortunately, is a neutral country. Even Swedes and Norwegians are not inclined to conquer new lands. Too bad because this island has had the maximum yield in the periods when it was dominated by other peoples. I consider the period of Magna Graecia too distant culturally from today’s to make any association with modern Greeks.
So then closes the chapter of Rodini Park that I had the opportunity to study and appreciate before its imminent final breakdown and the beautiful experience with crowdfunding, supported by Federico Postiglione and Fabio Cartolano that I thank for making available to me and the community their precious time and professionalism and, in the case of Fabio, the face, to support this initiative that would have been better if it had started from the locals who instead are well looked after to provide any type of support.
Moreover, the amount requested for starting the project is the equivalent of about 68,461 souvlaki, that is, the ability to feed an average of 22,820 people during a weekend in the festivals. Monster numbers that surely will have impressed the local population, afraid of losing the only working resource: the skewers.

 

A citizen and a boor can hardly understand each other. (Ignazio Silone)

 

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L’Italia che non stanca

Quella che segue è una semplice storia di ragazzi qualunque…

VASTO, (ABRUZZO) 1991

Lu Cacciunelle, così chiamato dai suoi compagni delle medie visto l’aspetto minuto ed apparentemente gracile, stava seduto sulla scalinata a fianco della casa natale del fu poeta Gabriele Rossetti.

Lui questo lo ignorava.

Dopo qualche anno e qualche febbre da cavallo Lu Cacciunelle cambiò aspetto, ma il soprannome rimase quello. Non era più un bambino. Le dita affusolate rovistavano tra le tasche del giaccone in cerca di cartine e tabacco, le sue lunghe  gambe si distendevano sulle scale, mentre lo sguardo era rivolto al primo piano di una casa poco distante. Aspettava speranzoso come ogni giorno l’arrivo di S. un’attraente ragazzina che a quell’ora abitualmente faceva ritorno da scuola. Non si erano mai conosciuti, ma nelle tante ore libere a disposizione anche un innamoramento platonico lo aiutava ad ingannare il tempo. Bastava vederla rientrare a casa per fantasticare l’inizio di una storia da film.

Puntuali come le incertezze che viveva quotidianamente Lu Cacciunelle erano i suoi tre amici che ogni giorno, di rientro anch’essi dalla scuola durante l’ora di pranzo, lo raggiungevano sulle scalinate. Lui aveva abbandonato gli studi ed era in cerca, si fa per dire, di un lavoro.

Una volta radunati il punto di ritrovo della combriccola diventava  una delle panchine che si affacciano sul lungomare. Da lì commentavano la spiaggia dove in estate gli schiamazzi dei bambini paiono arrampicarsi tra le mura antiche prima di disperdersi nel vuoto e nel calore. Gli incontri in quella parte della città duravano il tempo di qualche chiacchiera ed una sigaretta. Un saluto veloce e poi tutti a casa dove ad aspettarli c’era il pranzo.

Il primo pomeriggio Lu Cacciunelle raggiungeva l’amico B periodicamente  intento nello smontare e rimontare la sua grossa motocicletta. Il padre si era rassegnato a rinunciare al garage che aveva l’aspetto di un’officina più che di un’autorimessa. Pur passando molte ore nell’ingegnarsi ad escogitare metodi per potenziare la sua moto, B non trascurava gli impegni scolastici portando a casa soddisfacenti risultati che gli consentivano di mantenere integre le grazie del permissivo papà. Venivano raggiunti più tardi, da G che frequentava il liceo e pertanto con meno tempo libero a disposizione. Tutti e tre si concentravano sulle motociclette mentre la giovane età soffiava ininterrottamente su di loro sogni e sfrenate fantasie sfocianti in un futuro surreale. La spinta motivazionale di B nel modificare gli allestimenti della moto e potenziarne il motore proveniva dalla voglia di partecipare ad una gara di enduro regionale che si sarebbe svolta dopo qualche mese ed alla quale non avrebbe mai partecipato. G invece si dedicava giorno e notte ad improbabili calcoli ingegneristici mentre Lu Cacciunelle rimbalzava i suoi pensieri all’interno di un’immaginaria stanza bianca e vuota.

Durante una di queste paradossali superflue giornate scattò la scintilla che accese ulteriormente le fantasie dei tre ragazzi. L’insofferenza d’esser legati alle catene d’immobilità del paese scaturì l’affascinante e strampalata idea di progettare qualcosa di fortemente adrenalinico. Non poteva che nascere nella testa della persona più annoiata e slegata dalla realtà che infatti d’un tratto aprì bocca e la propose agli altri: una rapina! Lu Cacciunelle in un primo momento fu seppellito dalle risate degli altri due che però, tra una stretta di bullone ed una limata al carburatore cominciarono a considerare l’idiota proposta del loro amico. Una volta gettato il pagliericcio ad accendere il fiammifero ci pensò sorprendentemente G che scartò l’idea ridicola di infilarsi un passamontagna e fare irruzione nella banca come ipotizzato gogliardicamente in un primo momento dai tre ragazzi, ma di organizzare qualcosa di importante prendendo spunto da un libro che aveva recentemente letto. La Grande Rapina di Nizza, di Ken Follet. Ignari dell’esistenza del romanzo basato su fatti realmente accaduti, spettò a G riassumerne brevemente il concetto. Questa volta ad esser seppellito dalle risate fu lui. Eppure ridendo e scherzando in pochi minuti si era già delineata una prima folle strategia. L’obiettivo prefissato era diventata la filiale di banca dove aveva lavorato per qualche tempo come impiegato il padre di un loro ex compagno delle scuole medie. Il motivo perché si persero di vista era proprio dovuto al trasferimento del genitore presso la sede a L’Aquila. Forse il loro amichetto sarebbe potuto esser d’aiuto in qualche modo.

Nonostante il passare dei giorni non solo nessuno accennava ripensamenti, anzi, la malsana idea si gonfiava di nuove proposte e stratagemmi per evitare il peggio. Il gioco si stava trasformando in qualcosa di tremendamente reale.

Dentro ad una casa, un’anziana signora, impastava la farina e le uova. Tradizione che si trasmette da tempo immemorabile e che la nonna della bella ragazzina S compiva con abile maestria. La finestra della sua piccola cucina ospitava un vasetto di basilico profumatissimo che pareva completamente disinteressato all’inverno. Da quella stessa finestra era da qualche giorno che non si vedeva più sedere sui gradini il ragazzino che ogni giorno verso quell’ora compariva sulla scalinata.

Erano diverse mattine infatti che Lu Cacciunelle si concentrava su cose che in quel momento a lui parevano piuttosto serie. Dagli appostamenti che stavano compiendo, la banda di aspiranti criminali avrebbero tratto tutte le informazioni utili per portare a compimento il piano. Il direttore della banca non si presentava mai puntualissimo in filiale ma era abitudinario nei movimenti. Seduto al tavolino del caffè Lu Cacciunelle vide arrivare il funzionario con una Mercedes marrone chiaro. La macchina era vissuta ma con lucide e riflettenti cromature. Una volta parcheggiata s’impegnò nel far uscire dalla vettura il suo ingombrante corpo per poi incamminarsi verso l’ingresso. Teneva la giacca aperta, la cravatta allentata e la camicia sbottonata che evidenziava un largo collo. In una mano aveva una valigetta di pelle mentre nell’altra un fazzoletto di tessuto bianco che utilizzava per tergersi il sudore ed aggiustarsi gli occhiali dall’ingombrante montatura nera. Siamo in inverno e questo signore soffre già il caldo in questo modo; pensò Lu Cacciunelle mentre sorseggiava il terzo caffè della mattinata. Il direttore di banca raggiunse affannosamente l’ingresso per poi affondare la propria ingombrante sagoma nella penombra dell’ufficio.

Dopo pochi minuti fu il turno dell’impiegato, che guidava una Renault 11 beige e che sistemò ordinatamente nel posto difronte al parcheggio riservato al suo responsabile. Indossava un cappotto cammello, un completo spezzato ed un Borsalino che agli occhi degli sconosciuti potevano farlo sembrare un gangster più che un bancario.

Lu Cacciunelle attese l’arrivo dell’ultima occupante dell’ufficio che tra l’altro era una lontana parente da parte di sua madre. La signora parcheggiò la sua Y10 nel cortile riservato ai dipendenti della banca come avevano fatto in precedenza i suoi colleghi. Prima di abbandonare l’auto passò il rossetto sulle labbra guardandosi nello specchietto retrovisore, si sistemò velocemente i capelli, scese dalla vettura e percorse a piedi il breve tratto che la separava dal posto di lavoro.

L’idea dei ragazzi, affascinante quanto irrealistica, era quella di intrufolarsi nella banca la notte dalle fognature per poi svignarsela la mattina seguente prima dell’arrivo del personale.

Nel mentre della stesura del piano che avvenne in una trattoria di Vasto davanti ad un abbondante piatto Sagne e fasciul B si era detto certo nel riuscire a recuperare un furgone da camuffare da mezzo di riparazioni del manto stradale o cose simili. G dal suo canto srotolò sul tavolino con ingenuità una mappa dettagliata dell’impianto fognario della zona di Corso Mazzini che aveva recuperato da un suo zio impiegato al Comune con mansioni catastali. Il piano scorreva liscio come gli arrosticini ed il Cerasuolo che nel frattempo pareva evaporare.

Riassumendo: il giorno prestabilito alle 02.00 Lu Cacciunelle con l’aiuto di G si sarebbe dovuto trovare difronte la banca in prossimità del tombino nel vicoletto a fianco del bar. G l’avrebbe aiutato ad aprire e richiudere il tombino sopra a sé mentre lui si sarebbe intrufolato nella fognatura fino al raggiungimento della banca dove, in teoria, al di là di un muro ci sarebbe stato il caveau. Una volta dentro ed eseguito il colpo ad attenderlo per portare fuori il bottino ci sarebbero stati i due complici che nel frattempo avrebbero posizionato il furgone pronti per fuggire con il malloppo.

Totò e Peppino non sarebbero riusciti a pensarla meglio.

La vigilia di quello che era stato ideato come un gran colpo Lu Cacciunelle non chiuse occhio, girandosi e rigirandosi nel letto. Il suo incubo si materializzava in una buia cella senza finestre. Non avrebbe più potuto attendere la sua amata immaginaria S oppure semplicemente chiacchierare con i suoi amici con lo sguardo rivolto al mare. Nel bene o nel male avrebbe dovuto rinunciare ai sapori d’Abruzzo, della sua piccola e noiosa, ma tanto amata, Vasto. Le pallotte cace e ove di sua nonna e le camminate sul lungo mare con i cugini.

Il giorno della rapina B, che non riuscì a trovare nessun furgone, passò la nottata nel garage per sistemare la moto in previsione di una gara alla quale non avrebbe mai partecipato. Di G si persero le tracce per qualche giorno dato che si era rinchiuso in casa per prepararsi ad un tour de force di interrogazioni.

Le fragili fantasiose fondamenta erano crollate trascinando con sé la fantomatica rapina del secolo.

Lu Cacciunelle aveva cambiato mentalità, ma il soprannome era rimasto quello. Ancora una volta le dita affusolate rovistavano tra le tasche del giaccone in cerca di cartine e tabacco, le sue lunghe  gambe si distendevano sulle scale, mentre lo sguardo era rivolto al primo piano di una casa poco distante. Aspettò speranzoso come ogni giorno l’arrivo di S. un’attraente ragazzina che a quell’ora abitualmente faceva ritorno da scuola. Quel giorno finalmente la conobbe.

Passò poco tempo che Lu Cacciunelle trovò anche lavoro presso l’edicola di un suo caro cugino. La strampalata idea della rapina era svanita completamente nel nulla sostituita dalla più concreta voglia di passare le vacanze assieme alla sua ragazza S. Erano le prime luci dell’alba quando espose la civetta che intitolava: Arrestato il socialista Mario Chiesa.

 

La libertà deriva dalla consapevolezza, la consapevolezza deriva dalla conoscenza, la conoscenza deriva (anche) dall’informazione, dallo studio e dalla lettura senza pregiudizi.

Nonna: genitore, amica, insegnante

(Questa storia è stata ideata qui)

01

Appena arrivata, la bambina non perse tempo nel contemplare il paesaggio che ormai conosceva piuttosto bene.

Spalancò il portone che infranse il silenzio fino ad allora rotto solo dall’abbaiare dei cani e corse dritta verso la porta a vetri appannata d’ingresso. Realizzò d’esser circondata da imponenti e maestose montagne dalle bianche vette e vestite da brulli colori autunnali, ma in quel momento la sua attenzione era rivolta altrove. Nel breve tragitto che percorse a gambe levate, con un certo affanno e l’equilibrio messo in costante pericolo dai due pastori tedeschi che le saltavano attorno festosi e scodinzolanti, riconobbe solo il secchio metallico appeso al muro e contenente fiori gialli che la guardavano dall’alto, fieri della loro bellezza. 2Il loro vanto, per chi crede nell’intelligenza vegetale, era dovuto alla consapevolezza d’esser cresciuti sfidando il freddo, il ghiaccio e la neve. Erano sopravvissuti stringendosi l’uno all’altro, ammiccando i raggi di sole in attesa della ancora lontana primavera. Il viale di pietre dove ora si stavano mosaicando l’insieme d’impronte lasciate dalla bambina e dagli animali a quattro zampe, spesso nel passato fu macchiato da piccole macchioline di sangue, dovute all’immolazione infantile che avviene durante la fase esplorativa della vita, dove tutto è gioco; dove le cose sussurrano, si muovono, a tua insaputa ti spingono o sgambettano. Dio solo sa in montagna quanti sono gli imprevisti e quante ginocchia ha sbucciato quella bambina sulle pietre, sui sentieri e sulle ampie colline circostanti.

Il grido di Nonna, nonna, sono arrivata! aveva fatto innalzare in volo un previdente passerotto ed attirata l’attenzione del capriolo nascosto tra le sterpaglie più in basso.

3La porta a vetri era appannata dal calore del camino acceso e dal vapore emanato dalle pentole sul fuoco. Le rassicuranti movenze di un mestolo di legno che affonda tra la carne di spezzatino di cinghiale erano dirette da una anziana signora che aveva sorriso nuovamente alla vita sentendo il trambusto causato dalla sua nipotina. Questa fece altri due giri di mestolo prima di appoggiarlo sul ripiano a fianco delle spezie. Non ebbe il tempo di voltarsi completamente che la piccola peste era già entrata in casa portando con sé, oltre ad una profumata scia di freddo, anche le due, meno profumate, festanti bestiole. La corsa della bambina si concluse nel caloroso abbraccio con la nonna, affettuosamente goffa ed impreparata nel accogliere a sé quella furia. La bambina schiacciando il nasino sul grembiule della nonna assaporava gli odori della cucina, sforzandosi ad allargare le braccia il più possibile così da contenere ogni centimetro di amore, saggezza e protezione che la signora suscitava. Dall’altro canto l’incontro tra le ruvide mani dell’anziana donna e quelle della bimba, piccole e fragili, simboleggiavano uno scambio generazionale.

Sciolto l’abbraccio né susseguì ulteriore trambusto nel cercare di far fuoriuscire i cani che nel frattempo si erano comodamente posizionati davanti al camino. La nipotina si occupava frettolosamente nel redarguirli nel mentre gironzolava freneticamente attorno al tavolo. Apriva e chiudeva con energia i cassetti del mobile attiguo alla ricerca di dolci o sfiziosità cui4 la nonna l’aveva smodatamente viziata. Il ciclone che durante le visite si riversava nella casa sconvolgeva ogni singolo protagonista della quotidianità che al cospetto della ragazzina si trasformava in compiacente misera comparsa. Anche i ritratti della nonna durante gli anni della giovane spensieratezza scorrevano veloci alla vista della bambina, impegnata nello sbrigativo attraversamento dei piani superiori alla conquista della sua cameretta. In quella stanza il legno pareva soffiare più forte il proprio odore, come a voler salutare l’arrivo della sua vecchia giovane conoscenza che non esitava a salire la rustica scaletta e scivolare dentro al suo rifugio che altro non era che un ampio materasso incassato nel sottotetto.

5Passata l’eccitazione e smarrite un po’ delle eccessive energie iniziali, non tardava il momento in cui, spesso il pomeriggio, l’anziana signora e la nipotina si sedavano assieme sull’ampio divano posizionato tra le pareti di pietra, ingegnosi intagli di legno ed uno schermo nero della televisione spenta che rifletteva mestamente il fuoco del camino mentre scoppiettante scandiva il ritmo delle giornate. Si sforzava di sognare ad occhi aperti resistendo a malapena alla tentazione di chiuderli mentre le soavi parole della nonna disegnavano nell’aria scenari lontani rispetto alla realtà in cui vivevano. Avrebbe dovuto passare qualche anno prima che la piccola testimone dei meravigliosi racconti della nonna diventasse consapevole che, quasi sempre, la realtà supera l’immaginazione. Le storie descrivevano lontani momenti dove l’arte erano macchie di colore su una tela o curve e consumate scarpe da ballerina. Era il brusio delle platee interrotte da tre tocchi di bacchetta di un esigente direttore d’orchestra ed abbaglianti lampadine di uno specchio in angusti camerini. L’arte era l’attraversamento di strade buie e bagnate, riflettenti luci colorate intermittenti di teatri e fast food, alla ricerca di fuggitive e brevi avventure amorose. Ma anche aerei, musica, cielo infinito e capienti tazze di caffè. Questo era stato.

6In montagna l’arte sono le cime innevate, un cespuglio di ginestre o lo sguardo fulmineo di una marmotta. La musica degli scarponi che spostano le pietre dei sentieri o la neve tagliata dalle lame dello sci. Lo sbuffo di vapore ad ogni parola pronunciata d’inverno all’aria aperta.

La bambina si addormentò sognando un bizzarro mondo lontano.

La nonna sistemò premurosamente un ribelle ciuffo di capelli dal viso della bimba passandole una mano sul capo, certa che il giorno in cui la nipotina avrebbe afferrato i suoi desideri sarebbe giunto a breve.

Protetta dalla nonna e dalle montagne. Ovunque essa andasse.

Una nonna è un po’ genitore, un po’ insegnante, e un po’ il migliore amico.

Il bar non porta i ricordi, ma i ricordi portano inevitabilmente al bar

Alzo la serranda.

Le luci che illuminano il poco che rimane della città sono artificiali.

Intorno a me il silenzio è interrotto dal rumore di qualche latta fatta cadere dai gatti randagi mentre rovistano i cassonetti in cerca di cibo. Sento un breve lontano vociare di ragazzi brilli in conclusione di nottata.

Dentro al bar, sul pavimento, trovo due lettere; una della compagnia telefonica, l’altra di un partito politico.

Le ha infilate il postino sotto la porta d’ingresso.

Raccolgo la corrispondenza e senza aprirla cestino quella del partito politico. Passo con rapide occhiate a verificare la cifra indicata nella fattura di quella telefonica.

Come ogni mattina la prima cosa da fare è accendere la macchina del caffè.aq1

La routine prevede anche di far scattare quattro interruttori ed azionare il riscaldamento.  Lo faccio.

La licenza del bar l’avevo acquisita nel 1996 da E un signore molto anziano che nonostante percepisse la pensione di vecchiaia passava le ore con gli amici seduto ai tavolini a bere, battere a carte e chiacchierare con i suoi clienti o amici che dir si voglia. Sua moglie stava al bar con lui, dietro al banco in realtà. Lui ordinava e lei eseguiva.

Assieme ai lavori di rinnovamento non tardarono ad arrivare le prime lamentele dai clienti che avevo ereditato dalla gestione precedente.

Dopo qualche settimana non entrò più nessuno di quelli, spiazzati dai cambiamenti che il locale aveva subito.

Furono rimpiazzati presto. Anche dai loro stessi familiari più giovani.

Ciò a cui puntavo, a differenza di chi mi aveva preceduto, erano le centinaia di studenti che necessitavano di colazioni golose e pranzi veloci ed economici.

C’ero riuscito. Ormai avevaq6o un nome in città e mi ero creato il giro di clientela fissa.

Sono le 6:45 ed entra il primo cliente della giornata. Saluta, si scrolla il freddo da dosso con alcuni movimenti decisi. Togliendosi i guanti di lana mi ordina un caffè indicando la brioche che gli scalderò.

La radio è ancora spenta. C’è silenzio. Dovrò sentirla per tutto il giorno e decido di non darle parola per il momento. Come il fuochista alimenta la locomotiva anch’io armeggio la mia macchina del caffè tra sbuffi, fischi della leva del vapore e brevi rumorosi scatti della macina. Con lui condivido il compito di mettere in moto qualcosa. Al fuochista spetta muovere il treno, a me la giornata dei clienti.

Negli anni d’oro del bar e della città, la prima persona che varcava l’ingresso del locale era N, un ragazzo di ventisette anni che frequentava mediazione linguistica e culturale all’Università. Il suo sorriso era sempre puntualissimo. Me lo consegnava attraverso la porta della vetrina che si affaccia alla via alcuni minuti prima che aprissi. Con aria indaffarata attendeva girassi la chiave permettendogli di entrare. Non capivo come una persona potesse essere così positiva già di prima mattina. A livello fisiologico intendo.

Non sempre apprezzavo le sue raffiche di parole dalle quali però era molto difficile smarcarsi.

Raramente si sedeva. Appoggiava la sua borsa a tracolla di stoffa verde sul tavolino, sfogliava velocemente il giornale ma senza apparente trasporto.  Preferiva commentare il suo vissuto quotidiano e ciò che lo circaq2ondava anziché perdersi dietro alle cronache altrui. Avevo inteso che i fine settimana li divideva tra un pub come barista ed una pizzeria come cameriere. Aveva molte conoscenze ma dava l’impressione di preferire starsene per le sue. Il suo modo di fare spigliato e l’aspetto fisico importante dovevano risultare particolarmente apprezzati dalle ragazze. Considerava le prime ore del mattino una tregua agli ininterrotti messaggi che riceveva durante il resto della giornata dalle spasimanti. Diceva.

Il cliente che ho servito lascia i soldi sul banco, si rimette i guanti, saluta ed esce.

La porta non fa in tempo a chiudersi dietro a lui che entrano altri due signori. Chiedono un latte macchiato, un caffè ed anche loro mi indicano due brioches da scaldare. Sposto la tazzina usata sul banco, passo lo straccio, la poso nel lavabo, mi rimetto al lavoro.

Guardo distrattamente l’orologio.

Alla fine degli anni novanta questa era l’ora in cui si animava un siparietto tragicomico tra il dottor S, giovane medico del pronto soccorso e l’anziano cav. M accompagnato dalla sua badante.

aq3Il cavaliere non perdeva occasione per esprimere chiaramente, nonostante l’età molto avanzata, la sua posizione netta non certo favorevole alla gestione del Paese. La vittima designata era il povero dottore che, sfruttando le sue origini meridionali, faceva orecchie da mercante sostenendo che questo era il sistema e non avrebbero potuto fare niente per cambiarlo. Nel mentre la badante assisteva disinteressata complici la provenienza straniera e l’impegno nel mangiare l’enorme croissant evitando di macchiarsi gli abiti di zucchero a velo o del ripieno di crema.  La signora era un’entità astratta. Presente fisicamente, mai partecipe.

Ho finito di fare qualche altra colazione, il bar è vuoto ed il numero dell’ultimo scontrino emesso segna tredici.

Approfitto del tempo libero per pulire e riordinare. Nelle ore di lavoro non c’è mai tempo per stare fermi.

Vengo interrotto dall’ingresso di altri tre avventori mentre riordino l’ingresso. Saluto, faccio due passi dietro a loro e riprendo posizione al banco. Ormai è tarda mattinata ed anche gli ordini cominciano a variare. Il signore in giacca, un professionista, ordina un caffè, gli altri due, evidentemente manovali, una bottiglia d’acqua e qualche tartina. Parlano animatamente tra loro.

Questa era l’ora degli studenti. Il quaderno che tenevo vicino alla cassa era carico di pagherò. Non ho più verificato se qualcuno di loro ha lasciato debiti. Da quando hanno smesso di frequentare il mio bar non l’ho più sfogliato.

aq4Lascio ai loro discorsi tecnici i tre uomini e riapro il libricino dei debiti che adesso giace in un cassetto. Aperta la terza pagina vengo travolto da nomi, numeri e cancellature che colpiscono la mia memoria. Le note di inchiostro blu fuoriescono come immagini contenute nei libri animati per bambini. Un turbinio di identità che avevo rimosso. Pagina dopo pagina perdo tempo nell’immedesimarmi nel periodo indicato dalle date. Riaffiorano i dialoghi. L’immaginario brusio delle voci dei ragazzi che si è ricreato in me è talmente forte che non mi accorgo che i tre clienti sono nel frattempo usciti. Arrivo all’ultima pagina stremato come avessi corso una maratona. In effetti c’è una voce che non è stata depennata. Corrisponde ad N, il ragazzo sorridente della mattina. Un cappuccino.

Prima o poi ripasserà. Il cappuccino glielo offrirò io volentieri. Parleremo della sua laurea e delle sue avventure. Chissà dove vive adesso?

L’approfondimento della memoria viene interrotto dallo schiudersi della porta. A varcarla è una avvenente signora accompagnata da un rinomato notaio della città ed un altro signore che non conosco. E’ molto giovanile e curata nell’aspetto. Da giovane sarà stata stupenda, penso. Indossa abiti e gioielli pregiati con disinvoltura e senza mascherare la propria maturità. Sorprende me e gli accompagnatori ordinando una Coca Cola. A disposizione del notaio lascio una tazza d’acqua bollente e delle bustine di tè, mentre l’altro signore ordina un macchiato.

Scambio alcune battute con i clienti. Sorridiamo. Noto che la signora ha un viso visibilmente teso.

Intuisco che hanno appena concluso una compravendita importante e preferisco spostarmi di qualche metro per non infrangere la loro privacy. Riprendo a sfogliare il quaderno cercando di non farmi coinvolgere troppo come in precedenza.

Il notaio, posizionato nel mezzo dei due, sorseggia il tè, il signore alla sua sinistra parla con aria soddisfatta delle sue proprietà alle quali si è aggiunta quest’ultima, la signora non pare coinvolta e,  nel chiedere una salvietta, sofferma lo sguardo sul quaderno degli insoluti. Passano pochi secondi e sale in me un impetuoso  bisogno di parlarle. Accennando un sorriso le dico che il bar, a suo tempo, era molto frequentato dagli studenti. Non sempre avevano contante in tasca così a volte capitava si facessero annotare alcune consumazioni. La signora accenna un sorriso e fa passare qualche minuto prima di dimostrarsi interessata ad intraprendere un breve scambio di parole con me. Anche suo figlio frequentava l’Università, dice.

Le spiego, osservato da fulminei sguardi profondi del notaio evidentemente provato dal logorroico signore accanto a lui, che prima del 6 aprile 2009 il mio bar era un luogo di ritrovo per i ragazzi, adesso ci sono solo tecnici ed addetti alla ricostruzione. Qualche minuto dopo le 3 e 32 di quella notte niente era rimasto come prima tranne la mia casa ed il mio bar. La serranda che fino ad allora facevo fatica ad alzare e richiudere si era rimessa in asse. Un paradosso. Ancora oggi devo capire se il Signore mi ha risparmiato oppure mi ha inflitto una pena maggiore distruggendo tutto ciò che mi circonda. Mi sento imprigionato nel limbo di mezzo tra la fortuna e la maledizione.

La signora ascolta in silenzio. Non tradisce emozioni.aq5

Ritengo adeguato terminare il mio discorso.  In fin dei conti le persone che vengono al bar hanno già i loro problemi e di certo non sono predisposte ad accollarsi pure quelli del barista.

Mi confida inaspettatamente che è costretta a presenziare in città per notificare la cessione di una palazzina. Suo marito, importante diplomatico che vive a Roma, l’aveva acquistata per il figlio che si era iscritto all’Università. Date le ingenti disponibilità familiari l’aveva ritenuta un buon investimento sia per sistemare l’erede che per affittarla ad altri studenti. In realtà suo figlio, confessa, non aveva ottimi rapporti con il padre e scelse di non abitare mai in quella casa. Aveva preferito trovare dei lavori qua e là per mantenersi e dormire in un piccolo appartamento condiviso. Dopo il terremoto la palazzina di loro proprietà era rimasta pressoché integra e nessuno studente aveva fortunatamente riportato ferite, mentre l’abitazione dove risiedeva il figlio era crollata senza lasciare via di scampo a lui ed alla coinquilina, anch’essa studente.

La donna si interrompe e disegna una smorfia con la bocca.

Intuisco di non essere l’unico a coltivare dubbi riguardo la bizzarra selezione divina.

L’emozione tradisce la madre dello studente ed una lacrima si fa spazio tra i segni del viso fino a dissolversi nella salvietta.

Suo figlio, continua, si chiamava N e frequentava la facoltà di mediazione linguistica e culturale all’Università de L’Aquila. Era un bravo ragazzo.

Il terremoto toglie tutto. Anche le forze di sconvolgersi o sorprendersi; non aggiungo nulla infatti e non faccio trapelare niente.

In questo momento sta parlando solo la radio di sottofondo.

Apro il quaderno, cerco la pagina dove è segnato il cappuccino rimasto in sospeso e lo depenno. Butto nel cestino sia il quaderno che la biro.

Il notaio cortesemente invita gli altri due a lasciare il bar dopo che il signore logorroico ha insistito per pagare il conto che ho garbatamente rifiutato di incassare.

Questo giro lo offro io.

Editoriale: Riecco il Titanic

Dall’oblò di questa nave non c’è nessun mondo da guardare. Al momento solo una sconfinata distesa di mare.

L’imbarcazione prosegue il suo viaggio in una giornata soleggiata, oscillando tra le onde.

Che all’esterno faccia freddo o caldo non mi è dato saperlo dato che non ho messo naso fuori dalla cabina da praticamente più di 11 ore. E’ un viaggio di rientro dopo l’ennesima stagione portata a termine tra alti e bassi come in ogni lavoro. Sono anni che utilizzo questo scomodo, dispendioso e lento mezzo di trasporto per raggiungere la destinazione, ma questa volta qualcosa mi ha davvero impressionato come mai in precedenza. Durante il tragitto iniziale con il primo traghetto, desideroso di sgranchirmi le gambe dopo alcune ore di immobilità, ho raggiunto il ponte. Lì generalmente si incontrano camionisti che fumano maleodoranti sigarette, bevono un caffè dietro l’altro e raccontandosi aneddoti cercano di ingannare il tempo; turisti suddivisi tra anziani possessori di camper che scorazzano per l’Europa in cerca di luoghi sereni e giovani con zaino e sacco a pelo affamati di conoscenza ed al culmine dell’eccitazione nel aggredire nuovi mondi inesplorati. Ma questa volta lo spazio comune non era occupato da queste persone, bensì da decine di famiglie e centinaia di individui provenienti dal Medio Oriente visti gli evidenti tratti somatici e l’idioma arabo con cui dialogavano tra loro. Sinceramente non so chi fossero e dove andassero di preciso, fatto sta che gli indumenti che indossavano, il forte odore acre che emanavano e gli atteggiamenti che assumevano non mi hanno dato l’impressione che si trattasse di un convegno di medici o di un gruppo di rappresentanti in viaggio premio con rispettive famiglie a seguito.

Quelle presenze mi hanno scosso. Ad un certo punto ho avuto anche timore, tant’è che sul ponte ci sono rimasto pochissimi minuti per rientrare velocemente nella mia cabina dove paradossalmente avrei trovato aria. La mia aria era, ed è, la sicurezza.

Attraccati nella notte ad Atene, mentre abbandonavo la nave, i fari della mia vettura squarciavano le tenebre e come in un film il loro fascio di luce sembrava proiettare immagini di centinaia di persone, silenziose, in fila, dirigersi verso uno o più luoghi a me sconosciuti.

Ma cosa sta succedendo là fuori? Fuori dalle nostre cabine, dal mondo virtuale e dai mass media che ci sciacquano periodicamente la testa? Chi sono tutte quelle persone? Da dove vengono? Perché erano imbarcate sulla mia nave a turbare la mia stupida normalità?

Riconoscendo d’esser stato uno studente non proprio brillante e sprovvisto di titoli d’alcunché, non posso comunque fare a meno di citare una frase in latino che spesso ripeteva un mio professore di italiano e storia: Historia est magistra vitae.

Durante quel periodo, il periodo delle scuole superiori, la mia mente navigava spensierata tra motociclette e canzoni di Lucio Dalla e Francesco De Gregori che spesso stridevano tra le mura di casa di famiglia, politicamente schierata dalla parte opposta rispetto i due cantautori. A me piacevano la musica ed i testi che parlavano di ideali, libertà nonché spesso d’amore, motore della vita e musa delle arti. Sinceramente di schieramenti politici non m’interessavo né ci capivo un granché. Premesso questo, proprio un brano del “PrincipeDe Gregori cui titolo è Titanic, era ed è la metafora perfetta del mondo in cui viviamo. Non è cambiato nulla.

Nell’epoca della sfortunata nave Titanic c’erano dei disperati che lasciavano la smembrata ed ancora fumante Europa dell’immediato dopoguerra in cerca non di fortuna come tanti erroneamente sostengono, ma di dignità. Con le loro valigie di cartone legate con lo spago, vestiti in modo approssimativo e sicuramente non profumati e curati come usciti dal barbiere facevano storcere il naso agli occupanti della prima classe che già irrigidivano i volti rivolgendo lo sguardo a quelli della seconda. Persone fisicamente fuggite alla morte in cambio della loro anima. Involucri umani svaligiati e bruciati visceralmente come le case da cui stavano scappando, forse spinti dall’ultimo desiderio di rendere la vita dei loro figli semplicemente normale. Erano le scomode vittime innocenti che aveva prodotto la società della prima classe e con cui obbligatoriamente stavano dividendo lo stesso mezzo di trasporto.

La storia si ripete, la storia siamo noi, la storia insegna. Quella vera però, perché spesso la storia ci viene presentata in maniera distolta e come in un equazione con valori sballati alla fine il risultato non torna, lasciando irrisolte domande che spesso vengono cavalcate in maniera opportunistica e fuorviante da chi ha interessi nel farlo.

True colors in SriLanka. Gli animali. (Secondo Capitolo di Tre)

Incominciare una soleggiata e calda giornata facendo colazione all’aperto, sorseggiando il , spalmando il miele di palma sulle fette biscottate mentre a pochi metri osservi sui rami degli alberi uno scoiattolo freneticamente intento a procurarsi le sue provviste mangerecce non è scenografia abituale per molte persone, abituate a caffè e brioches al volo nel bar della stazione, con quest’ultima pietanza consumata nelle migliori delle ipotesi. DSC_1347La meraviglia che suscitano nel collettivo gli animali nostrani è ridotta ormai alla discutibile simpatia di veder qualche cane di piccola taglia forzatamente indossare il classico cappottino o gli ormai sdoganati vestitini di svariati tagli e cucito. Fatto sta che la tendenza umana ad avere sempre e comunque tutto sotto controllo ha praticamente annientato gran parte della natura selvaggia ed incontaminata dove gli animali si comportano da tali, aggressività e pericolosità annessi e non da creature della Walt Disney che nel umanizzarle si è resa costretta ad eliminarne tutti i comportamenti nella nostra cultura considerati violenti, censurando così nell’immaginario dei bambini le abituali e crude scene faunistiche che altro non sono che leggi di sopravvivenza.

Scimmia sorridente

Scimmia sorridente

Aquila Reale

Aquila

Tornando alle prime righe in cui il miele scorreva sulle fette biscottate e lo scoiattolo zompettava all’apparenza spensierato sul ramo dell’albero, la sedia su cui il nostro culino stava poggiando era situata su territorio cingalese, per la cronaca. Per il viaggiatore una delle tante attrazioni dello Sri Lanka sono le numerose specie di animali in libertà che condividono con le persone questa spettacolare isola immersa nel verde e bagnata dall’Oceano Indiano, fauna che si erge spesso a protagonista di rilievo durante le esplorazioni e le visite. Come nel caso delle scimmie, presenti quasi ovunque, ai bordi delle strade o nei templi buddisti, arrampicate sui cavi del telefono nelle città, raggruppate nei parchi o semi nascoste sugli alberi. Per chi non ha l’abitudine di vedere saltare scimmie sul tetto di casa o nel proprio giardino, i primi due giorni di permanenza in Sri Lanka sono sorprendenti; non la pensa così la guida costretta a fermare l’auto ogni un per due per far sì che esigenti visitatori possano scattare delle foto a primati di cui il Paese è fortunatamente stracolmo. DSC_1364Nel nord dello Sri Lanka in particolare, laddove l’autostrada non è ancora arrivata, sul ciglio delle strade è facile incontrare iguane e varani dalle notevoli dimensioni, alcuni dei quali innocui è già sulla via dell’addomesticamento a scopo turistico. Per ora non capiterà stessa sorte alle innumerevoli specie di volatili, tra cui il colorato Martin Pescatore, la maestosa Aquila o le volpi volanti indiane, enormi pipistrelli che si nutrono di solo frutta nonostante l’aspetto tenebroso ed inquietante facciaDSC_1564 temere il peggio. Tra il verde delle coltivazioni è invece facile imbattersi in buffali di allevamento, mentre nella boscaglia se si è fortunati è possibile l’incontro con i caprioli adulti ed i loro cuccioli, conosciuti disneianamente come Bambi. Animali sicuramente più facili da vedere anche in luoghi meno esotici ma non per questo l’incontro casuale con loro è meno emozionante. Come premesso non sempre la natura è accondiscendente con lo spirito di conquista umano ed i cingalesi non troppo di rado ne fanno le spese, pagando con la loro vita incontri con serpenti velenosi di diverso genere tra cui il famigerato cobra. DSC_1708Purtroppo proprio durante la nostra presenza si è consumata una tragedia capitata ad un signore anziano intento a coltivare il suo orticello, morso da un serpente velenoso di cui si sono perse le tracce. Fosse stato un cobra la causa della morte del pover uomo, non si sarebbe allontanato più di tanto dal corpo della vittima a differenza di altre specie che invece si disperdono velocemente nel verde circostante. Non è raffigurato sulla bandiera nazionale dove troneggia un leone con in pugno una sciabola, ma l’elefante è l’animale più simbolico e ricercato in assoluto. DSC_1941Gli enormi pachidermi dallo sguardo mansueto ma alquanto irritabili, si possono osservare in diverse versioni e, manco ci fosse il bisogno di ripeterlo, possono essere cavalcati in una passeggiata che, se non dal punto di vista del profitto per il proprietario delle bestie, azzera ogni legame con la scintillante e competitiva plasticosa vita occidentale cui apparteniamo. DSC_1883Tappa obbligata è l’Orfanotrofio degli Elefanti che accoglie centinaia di esemplari, oltretutto facilmente avvicinabili. Come si evince dal nome questi animali sono stati prelevati dopo che la solita avidità umana gli ha tolto loro i genitori, probabilmente salvandoli dallo stesso destino. Sinceramente l’ambiente è più stile circense che scientifico ed il trattamento che ricevono è discutibile. In taluni casi incatenati o costretti al contatto con gli umani che si divertono ad allungare loro caschi di banane, i pachidermi accettano loro malgrado l’offerta, sicuramente coscienti del fatto che se si trovano in quella situazione è proprio perché le persone intorno, che strillano e fan foto a raffica, ce li hanno messi. Più fortunati invece sono gli elefanti in completa libertà e che la DSC_1919sera fanno la loro comparsata ai bordi delle strade; l’istinto è quello di scendere dall’auto e scattare the pic of the week, non fosse che il rischio di subire un attacco è altissimo. Se l’avvicinamento con i mezzi non provoca reazioni inconsulte infatti, la presenza dell’uomo può giustamente essere interpretata come minaccia dagli elefanti, quasi prossimi all’estinzione dopo una permanenza sul globo di 5 milioni di anni.

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Cosa aspettarsi da Marsa Alam

DSC_0907L’Egitto è da sempre una delle mete preferite dagli italiani per principalmente tre motivi: la vicinanza geografica che consente il raggiungimento della destinazione in poche ore di volo, i costi decisamente contenuti e l’elevata probabilità di trovare temperature gradevoli anche nei periodi invernali europei.

Aggiungiamoci anche le persone che sono ancora attratte dal fascino dell’Antico Egitto con tutti i suoi capolavori conservati più o meno bene e le centinaia di leggende che li accompagnano nel lunghissimo cammino storico ed ecco che i charter sono presto riempiti da frotte di turisti italiani che ad ogni atterraggio non controllano il sistematico applauso. DSC_0921

Tra i tanti posti che offre il desertico paesaggio egiziano compare anche la neonata Marsa Alam, luogo di recentissima ideazione nel campo turistico. Spremuta come un limone Sharm el Sheik, fu prima colonia italiana, in seguito russa, ora non ben definita; edificata fino all’ultimo centimetro Hurghada, prima colonia anglo-teutonica, poi russa, ora non ben definita; Ecco Marsa Alam, penultima nata di località balneari create dal nulla ed al momento circondata dal nulla.

DSC_0914Con il proprio aeroporto e distante 3 ore abbondanti di auto dalla prima cittadina vicina con più di cento abitanti, Hurghada, Marsa Alam offre al turista la possibilità di rilassarsi al sole e di inseguire i variopinti pesci della barriera corallina, ancora integra dall’inquinamento acustico e luminoso che negli altri luoghi hanno generato l’inevitabile impoverimento della fauna marina. DSC_0886

Nella maggior parte le poche strutture alberghiere abbondano di stelle ma ci si metta nella testa una volta per tutte che far affidamento alle categorie dichiarate dagli hotel in Paesi poveri è sempre un terno al lotto. L’Egitto in particolar modo è sì capace di costruire imponenti strutture ricettive dall’accattivante aspetto, ma non è in grado di inserirci personale in grado di mantenere, programmare e sviluppare tali, letteralmente, cattedrali nel deserto. D’altronde la completa assenza di scuole professionali turistiche e la totale assenza di adeguata istruzione scolastica portano a risultati parecchio deludenti.

Un peccato. Scuole specialistiche impiegherebbero moltissime persone nell’insegnamento, toglierebbero dalla strada o da paesini di estro medievale migliaia di ragazzini con poche prospettive, finalmente fornirebbero personale qualificato alle strutture e potrebbero tranquillamente interagire, anche economicamente, con i diversi tour operator europei che per vivere, a volte solo sopravvivere, necessitano dell’Egitto come gli esseri viventi necessitano dell’ossigeno.DSC_0897

La realtà è diversa e così bisogna munirsi di pazienza, abbassare l’asticella delle aspettative e concentrarsi esclusivamente al silenzio, sole e mare che in questo caso offre Marsa Alam.

Tarocchi originali

Tarocchi originali

Se già non risiedete in un hotel a Porto Ghalib, la possibilità di raggiungere questa piccola marina è facile ed economica. E senza alternative. Agglomerato di case di recente costruzione e voluta dal solito emiro milionario di turno ha l’inconfondibile e poco originale impronta egiziana con la schiera di negozietti stracolmi di patacche ed imitazioni di ogni genere e tipo ed i loro gestori perennemente sulla porta occupati nella tentata vendita di improbabili prodotti miracolosi e scontatissimi. Parallelamente la fila di caffè è bar, a loro volta fatti con lo stampino.

DSC_0931Porto Ghalib si gira in pochi minuti ed offre rari scorci meritevoli di essere immortalati in qualche scatto che il più delle volte si rivolge alle barche ormeggiate, dall’aspetto di lussuosi yacht ma in realtà barcarole di poco pregio, piuttosto che ad edifici meno peggio edificati che nonostante il fatto siano costruiti di recente presentano già crepe e preoccupanti segni di usura dovuti all’uso di materiale scadente e manodopera non qualificata.

Il messaggio è chiaro: non siamo a Las Vegas e molti disservizi tecnologici (leggasi probabili sconnessioni o segnale wifi debole) sono abbastanza frequenti, ma visto il territorio e le condizioni del Paese è quasi miracoloso averle a disposizione. Tra l’altro, per chi come priorità ha il wifi e non il mare, suggerisco di acquistare una sim locale.DSC_0933

Se invece la tecnologia non è il vostro forte o semplicemente potete farne a meno per qualche giorno, Marsa Alam offre diverse escursioni di vario genere e tipo, tra cui l’estenuante ma imperdibile visita nella meravigliosa Luxor. Escursioni che è preferibile effettuare con il vostro tour operator per un motivo non solo di sicurezza, ma di buona riuscita e professionalità garantita.

Come spesso accade per risparmiare 15 euro si buttano via intere giornate per fare denunce e report medici o semplicemente litigate per rimborsi non dati o escursioni non effettuate.

DSC_0895Vi fareste mettere le mani in bocca da un dentista senza laurea? Non fidatevi di chi ha uffici turistici polverosi ed improvvisati, vi chiama amico e vi da le pacche sulle spalle.

Viaggiate sicuro.

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