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New Orleans. Immagini e parole (parte seconda)

 

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She was wild and she was very beautiful and sometimes she was a tree strong and rooted that piece of shelter that never asks for anything in return

Lei era selvaggia e molto bella ed a volte lei era un albero forte e radicato, quel pezzo di rifugio che non chiede mai nulla in cambio

16Un uomo dorme sul suo trono divano all’aperto, in un cortile al bordo della strada. Chi è quest’uomo? Cosa fa nella vita? Sicuramente non teme i giudizi. Forse una delle poche, autentiche e percepite libertà negli Stati Uniti è proprio quella di non essere giudicati. Ognuno si sente libero di vestirsi, manifestarsi, esprimersi a proprio piacimento. Il giudizio è una subdola forma opprimente che costringe gli individui a celare le proprie caratteristiche. Quante volte si è costretti a reprimere le proprie virtù per non essere travolti dal giudizio dei mediocri? Giudizi spesso affrettati ed azzardati. Quell’uomo potrebbe essere esausto per aver scaricato da solo un camion di cemento. Oppure distrutto per aver assistito qualcuno in ospedale la notte precedente. Potrebbe aver scelto di far nulla durante il suo giorno libero. Addirittura un’artista che riposa dopo essersi costruito il suo regno.

 

7Che ne sa la gente di New Orleans. Che ne sa di come si cresce a New Orleans. Tra i colori, gli strumenti a fiato. Le note di un pianoforte che vibrano tra i muri di qualche rumoroso locale nella Barbour. Nelle corde di bassi e violoncelli tirate e ricalibrate per interi giorni, settimane, mesi, anni. Della felice fatica nel buttar fiato dentro agli ottoni. Che ne sanno della musica di Shannon Powell e delle sue percussioni. A New Orleans si cresce circondati dai colori e dalla musica. Che ne sa la gente di come si tifa per i Saints o di come è bello girovagare per i quartieri di New Orleans in sella ad una moto. Che ne sa…

 

9Oltre quel muro c’è il Mississippi. Oltre quel muro ne è passata di sofferenza. Di lotte e battaglie per costruire una città di diritto. Così poi è stato. Oltre quel muro è passata la devastazione di Katrina a cui, di diritti, poco importa. La natura mica fa sconti quando deve ribellarsi. Così dall’altra parte del muro c’erano solo macerie. Adesso, mentre ci cammino a fianco, vedo una grossa scritta. E mi dispiace per lei ma un giorno non ci sarà nemmeno più perché al di là del muro stanno costruendo nuove case colorate, nuovi negozi luminosi, nuovi locali festosi. Un mondo spensierato dove questo muro non avrà più senso di esistere.

 

10Un vecchio scuolabus abbandonato. Una carcassa gialla che affascina solo gli allievi di una scuola di fotografia che, a turno, lo inquadrano. Lo sezionano e lo scompongono come se si potessero spremere le ultime gocce di fascino e di storia dalla vernice rimasta e dalla ruggine che lo sta consumando. Chissà da quei finestrini quanti visi si sono affacciati. Quante mani ci si sono appoggiate. E quante dita avranno contornato il paesaggio che sfuggiva e si trasformava. Quella porta che ha accolto migliaia di volte piccoli studenti accompagnati dai loro padri, madri, nonni che, amorevolemente gli avranno sospinti sulle scalette. All’interno rimbomberanno ancora la voce di quei bambini e dei loro maestri. Le spiegazioni e le sgridate in cambio di silenzio ed attenzione.

 

DSC_0942Assetato portò la pinta alle labbra, e, come il suo fresco ristoro cominciò a lenire la gola, ringraziò il cielo che in un mondo così pieno di malvagità ci fosse ancora una cosa buona come la birra.
(Rafael Sabatini)

 

 

 

 

 

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Ogni tanto fermati. Lega al palo la bicicletta. Non affacciarti alla finestra. Osserva da dove ti trovi ciò che succede intorno. Forse nulla. Tutto è fermo. Il mondo intorno a te si è fermato. Il movimento perpetuo delle persone alla ricerca frenetica di un significato per qualche attimo è svanito nell’insicurezza della staticità. Allora comincia a scomporre i suoni e le parole dalle immagini e lasciale fluttuare verso il niente. Ascolta il tuo respiro. Godi questo momento prima che finisca. Prima che lo spartito di suoni e rumori si riallinei con i veloci fotogrammi del quotidiano. Prima di slegare la tua bicicletta dal palo.

 

18I grandi amano le cifre. Quando voi gli parlate di un nuovo amico, mai si interessano alle cose essenziali. Non si domandano mai: «Qual è il tono della sua voce? Quali sono i suoi giochi preferiti? Fa collezione di farfalle?» Ma vi domandano: «Che età ha? Quanti fratelli? Quanto pesa? Quanto guadagna suo padre?» Allora soltanto credono di conoscerlo.
(Antoine de Saint-Exupery)

 

 

 

New Orleans Immagini e parole parte I

New Orleans Immagini e parole parte III

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New Orleans. Immagini e parole (Parte prima)

 

La storia fluttua e si trasforma minuto dopo minuto come un fiume in piena. Si può scegliere di deviarne il corso o di navigarla. Ma non si può fermare. Luoghi e ritrovi mutano ad ogni giro di orologio lasciando dietro a sé sofferenza, dolore, morte. Ma anche gioia, conquista, vita. Il mondo è composto da chiaro scuri, di nero, bianco e grigio. E da migliaia di colori. Storie che si intrecciano a bordo di navi che, fiere, prendono spinta e forza dal fiume. Sono immagini e parole.

Forse l’unico modo per attraversare la linea è uno strumento. Un violoncello. Una canzone. Ma no, c’è altro. C’è l’arte. Ci sono i colori. Ma se arte è colore, anche quella linea gialla che delimita un qualcosa è arte. L’arte non divide, non delimita. O chissà, forse sì. Magari spezza cuori. Sicuramente diverge opinioni. Ma allora non è così buona, l’arte. Forse uccide anche lei. E allora abbiamo davvero bisogno di strumenti per attraversare l’odio racchiuso nell’arte. Non solo nell’arte. Potrebbe essere un violoncello. La canzone di prima. Ma no, c’è altro.

 

Parlo poco. Quando lo faccio è sempre sotto voce. Chi mi ascolta dice che mentre lo faccio mi accarezzo la barba. Come se volessi allungarla. Che so, plasmarla. Non me ne accorgo mai quando lo faccio. Chissà di quante altre cose non mi accorgo. Indosso il berretto per riparare la mia pelle nordica dai raggi del sole e carico in spalla il mio pesante strumento. Il tempo ha lasciato su di lui e su di me qualche graffio. Entrambi potremmo amplificare i nostri dubbi ed i nostri perché al mondo. Ma non lo facciamo. Parliamo sottovoce. Delicati. Entrambi.

 

Quel signore dall’aria così aristocratica riusciva a vivere la sua solitudine anche in mezzo a tutta quella fottuta e chiassosa gente. Sorseggiava una comune e tiepida birra in bottiglia come fosse il vino francese più buono e pregiato del mondo. Riusciva a leggere il suo libro nonostante il brusio e la musica. Il panama che indossava non oscurava lo sguardo fisso tra quelle maledette righe. Che io mi chiedevo e mi chiedo ancora, ma cosa sta leggendo di così appassionante per rimanere incollato a quelle pagine? E mentre mi arrovellavo il cervello per capire, lui stava leggendo Hemingway. “Se hai amato qualche donna e qualche paese ti puoi ritenere soddisfatto, perché anche se dopo muori, non ha importanza.” Non poteva essere altro.

 

Questa è la storia di tre colori che vivevano uno accanto all’altro. Tutti e tre dipinti sulle facciate di tre palazzi diversi. Circondavano finestre e porte disparate ma si affacciavano sulla stessa strada. Tutti e tre riflettevano gli stessi raggi del sole ma in maniera diversa. Questa era la loro unica differenza che li facevano percepire dissimili alla vista dei passanti. Eppure c’era chi preferiva l’uno all’altro. C’era chi pensava fosse folle dover sopportare quella tricromia così ravvicinata e chi rabbrividiva al pensiero di dover imbiancare una volta per tutte e forse per sempre quei tre palazzi. Gli unici a non temere ciò che sarebbe potuto avvenire erano proprio quei tre colori. Qualunque sarebbe stata la scelta, non avrebbero mai smesso di essere colori e di riflettere la luce del sole.

 

Indosso una tuba, da mago. Non abbandono mai la mia valigia delle magie. Ed aspetto. Aspetto il momento migliore per sorprendere il mio pubblico che ancora non sospetta quello che ho in serbo per loro. I passanti mi guardano, scrutano curiosi il mio aspetto. Si chiedono cosa sono in grado di fare. Forse niente, pensano. Certo, mi vedono qui seduto, in sovrappeso. Con questi dannati occhiali e la mia barba incolta che mi fanno sembrare un irlandese. Magari lo sono anche stato. Con quali magie potrà mai stupirci quello lì pensano. Quello con le scarpe consumate e lo sguardo di uno che non sembra proprio a suo agio con la bacchetta magica. Se solo guardassero meglio. Se solo guardassero oltre. Un bambino che si trasforma in ciò che vuole. Questa è la mia vera magia.

 

Quando suono il jazz frammento ogni difficoltà e la soffio lontano attraverso la mia tromba. Succede da sempre. Da quando da ragazzino a scuola venivo preso in giro per le mie disattenzioni. Per il mio sguardo perso fuori da una finestra aperta verso la primavera. E quei profumi. Quei colori. Era difficile riassumerli in soli tre tasti. Eppure ci riuscivo. Poi l’estate a giocare sulle rive del fiume. Ad ogni sguardo abbassato davanti ad un viso adolescente e le sue lentiggini corrispondeva una nuova nota. Poi le esibizioni. Le paure e le insicurezze premute a ritmo di jazz sui tasti dorati della mia tromba. Sulle strade di New Orleans.

 

La casa si trovava in un quartiere particolarmente insicuro. Le notizie che provenivano da quella zona raccontavano di piccoli furti e frequenti intrusioni nelle proprietà private. Che poi di valore non c’era nulla, ma trovarsi uno sconosciuto in casa che rovista nei cassetti non è mai una bella cosa. Può sparare il proprietario, potrebbe farlo il ladruncolo. Insomma, non delle belle situazioni. Muri o sbarre al posto delle finestre non erano delle soluzioni. Pagare un pegno così ingombrante alla paura è sinceramente troppo. Allora non rimaneva che usare il colore. Una finestra variopinta che splendesse come un arcobaleno. Così anche il mondo là fuori si tinse e si trasformò presto in quello che non si sarebbe mai potuto altrimenti cogliere attraverso un muro.

 

Oggetti fermi come soldati sfiniti al termine di una combattuta battaglia. Le colorate e lucenti collane del Mardi Gras abbandonate come armi riposte in un angolo pronte per essere riprese anno dopo anno. Le maschere, la festa, la musica e poi basta un attimo in cui il sole rifà capolino su di noi perché finisca tutto. Finisca il nostro sogno mentre ci rigiriamo tra le morbide coperte dei nostri letti. Noi con il mal di testa causato dai litri di alcool ingeriti il giorno prima. Le urla, la musica ed il divertimento che pulsano ancora tra le nostre tempie. Arriverà il momento che dovremo scendere a farci un caffè e mangiare qualcosa. Arriverà il momento di un altro Mardi Gras.

 

 

New Orleans. Immagini e parole parte II

Bayou. The Caymans attitude

Gli elementi per scrivere una storia o una favola ci sono tutti.

Un enorme territorio paludoso chiamato Bayou che si estende sulle rive del Mississippi tra Louisiana e Texas ed un infinito proliferare di corsi d’acqua e laghi che ospitano migliaia di animali su cui tutti, ma proprio tutti, pende una taglia.

13In quei luoghi sospesi tra il tenebro ed il fiabesco c’è chi ci ha passato la propria vita e continua a farlo. Una barca carica di turisti lascia la riva tra i rimbrotti del motore e le raccomandazioni del pilota ai suoi numerosi passeggeri guardinghi. Sotto l’albero da dove sono partiti torna ad esserci il silenzio e la scia spezzata di muschio verde si ricompatta. Il sentiero che costeggia il lago è invitante ed insidioso. La via è ben delineata ma dietro le sterpaglie o sotto il folto manto erboso rinforzati dagli acquazzoni invernali si potrebbero celare animali non troppo amichevoli. Ci sono pescatori su piccole barche e piccoli pescatori sul molo che manipolano ami ed esche con la speranza di ingannare voraci pesci gatto. Per individuare qualche specie animale interessante è indispensabile prestare molta attenzione e fare massimo silenzio.

2Il primo incontro è con un serpente. Si mimetizza perfettamente con il territorio ed è abbastanza difficile scorgerlo anche in vicinanza. Il fatto che il rettile non indossi colori particolarmente vivaci induce all’ottimismo. Da quelle parti ci sono sette specie letali, ma è abbastanza anomalo incontrarle e, nel caso, ci tengono a farsi riconoscere. Lui si gode la quiete adagiato su uno spuntone nel lago Martin.

Tra un passo e l’altro si mastica umidità e l’acre sapore della natura.

7Lo sguardo si dedica al cielo di una giornata imprevedibilmente primaverile. Ci sono poche nuvole a protezione del sole che osserva ogni movimento dall’alto della sua lucentezza. La temperatura si avvicina a quella estiva, non fosse che nella stagione più calda la cappa di caldo umido raggiunge picchi quasi insopportabili; lo diventa con la presenza di migliaia di insetti pronti ad approfittare degli scoperti e sudati escursionisti ai quali viene negato il cammino perché spesso sorpresi a lanciare sassi agli animali.

È consigliabile guardare dove si mettono i piedi anziché camminare a testa in su.

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Bisogna essere buoni osservatori per individuare la presenza di un caimano dalle medie dimensioni mentre immobile come una roccia scruta ciò che accade intorno. L’unica cosa da fare è trattenere il fiato ed ammirare questo animale dalle origini preistoriche. Una macchina da guerra adita alla sopravvivenza della sua specie; geneticamente perfetta allo scopo fin dalle origini. Il lago ne accoglie centinaia, ma lui è il primo ad essere avvistato.

14Passo dopo passo si allontana sempre di più l’ingresso al percorso che circonda il bacino d’acqua. Una mountain bike ed il suo cavaliere sfrecciano veloci lasciando l’impronta degli pneumatici sulla terra battuta senza lasciare tempo ad un altro serpente di rendersi conto di cosa stia accadendo. Si limita ad alzare la testa precauzionalmente. Anche lui, come la serpe avvistata in precedenza, non presenta colorazioni allarmanti. I serpenti non velenosi si procurano le prede avvinghiandole a sé fino a provocarne il soffocamento. Il soggetto non sembra intenzionato a sfoggiare le proprie doti da cacciatore e continua a beneficiare degli inaspettati raggi di sole.

DSC_0504Tra i protagonisti della storia del lago Martin c’è un anziano signore ottantacinquenne che in quella circoscritta parte di mondo ha costruito la sua vita. Ormeggia la barca a fondo piatto sotto un salice in attesa di qualche turista. Porta con sé una valigetta ventiquattro ore nella quale custodisce le porte d’accesso alla sua memoria. Conserva foto che evocano un’altra epoca, una bottiglia di whisky, la piccola testa scheletrica di un caimano ed un cranio molto più grande appartenente ad un coccodrillo americano. Quest’ultimo presenta un buco ben visibile sulla nuca. Il tallone d’Achille delle bestie primordiali si trova esattamente lì.

4Se oggi gli spari che si sentono echeggiare sono dedicati all’uccisione di anatre e papere, non troppo tempo fa erano diretti alla testa degli alligatori che da temibili predatori venivano brutalmente trasformati in risorse culinarie e decorative. Il dubbio se siano pericolosi per l’uomo viene presto sciolto dal vecchio cacciatore: no, temono gli uomini.

L’ennesima conferma che la specie più pericolosa sulla terra siano gli homo sapiens e la loro caymans attitude che impone loro di inglobare e dominare ciò che li circonda.

5I sentimenti divergono davanti ai racconti epici di quest’uomo che esaltano il nostro ingegno volto ad ingannare la nostra fragilità strutturale. Un innato animo maledetto alla continua ricerca della conquista e della supremazia delle altre specie. Miliardi di milioni di esseri umani che si sono mossi e si muovono sul pianeta come un virus che giornalmente ne demolisce una parte. In fin dei conti anche in questo meraviglioso stupido lago prima dell’avvento dei conquistadores europei esisteva una magica e naturale armonia.  Quasi completamente distrutta da coloro che professano la presenza di fantasiose vite ultraterrene senza rispettare ciò che di reale abbiamo a disposizione.

6L’articolo del National Geographic di cui l’uomo custodisce gelosamente una rara copia, per scelta della casa editrice con la copertina priva del caratteristico bordo giallo, racconta quello spicchio di Bayou che la barca attraversa tra la posa di enormi caimani, aironi ed il passaggio di un fenicottero rosa che stupisce anche il vecchio; mai visto prima, sostiene. Lo racconta alternando un comprensibile idioma americano ad un perfetto francese.

12L’avvicinamento ad un tronco sotto riva è popolato da decine di alligatori cuccioli che mettono subito in allarme la madre, un esemplare di oltre due metri cui dall’acqua sporge l’inquietante muso. Avvicinarsi troppo ai piccoletti causerebbe la reazione furibonda della madre. L’esperto cacciatore alla guida della barca non usa mezzi termini. Fallo e…  You would get yourself in trouble.

DSC_0584La tarda mattinata al lago Martin continua a scorrere tra quello che rimane della natura incontaminata e le specie che la popolano. Le tartarughe d’acqua dolce si immergono al solo sentire dei motori senza rischiare il contatto visivo. Si fa fatica ad individuare e comprendere le centinaia di specie animali presenti nel lago. Quando succede le guardiamo con timore e diffidenza. Ci sentiamo indifesi. Basterebbe invertire il punto di vista per constatare come in realtà ad essere terrorizzati da noi siano proprio loro.

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15Una pittrice di stazza robusta intinge il pennello nella tavolozza di colori. Attorno a sé il silenzio. Non teme nessuna aggressione da parte di caimani affamati sia perché si trova a distanza di sicurezza dalle rive, sia perché non potrebbe essere digerita facilmente nemmeno da un alligatore. Gli alberi adagiano i loro rami sulla superficie piatta dell’acqua. Tra questi prolificano decine di specie di uccelli protetti. Attendono la stagione estiva per intraprendere un nuovo corso della sorprendente vita che li aspetta.

Sempre che questo venga loro concesso.

 

16Tutti i coccodrilli sono animali acquatici: si trattengono preferibilmente nei fiumi e torrenti a lento decorso e presso le paludi profonde. Approdano a terra soltanto per dormire e per riscaldarsi al sole, per deporre le uova e per passare di fiume in fiume o di palude in palude.
(Alfred Edmund Brehm)

 

La Maratona di New York (vista da dentro)

Anche la melodia della sveglia pare diversa questa mattina.

Le luci esagerate a Time Square non hanno lasciato spazio al buio della notte così come incessanti suonano tra le mie orecchie le sirene dei mezzi di soccorso che transitano tra le vie di New York.

Sulla sedia della scrivania davanti al mio letto ho disposto tutti gli indumenti che dovrò indossare. Un gesto che non si limita alla praticità; è un rito spirituale che serve a riordinare le idee e che i maratoneti conoscono bene. Sistemare con cura pantaloncini, calze, integratori… Spillare il numero sulla canotta e poi osservarlo pensieroso per qualche minuto.

Mi lavo i denti guardandomi allo specchio e stamattina quel banale gesto assume una forma di solennità.

Finiti i preparativi esco dalla camera dell’albergo.

Già la colazione svela un’infinità di differenze tra coloro che prenderanno il via alla 60ma edizione della New York City Marathon.

Non riesco a fare a meno di sbirciare nei piatti delle persone. Siamo quello che mangiamo, diceva qualcuno; nello specifico penso che mangiamo come corriamo.

Fuori la temperatura è fresca, ma non gelida. Non si intravedono nuvole e si prospetta una bella giornata a differenza dell’anno precedente.

L’organizzazione ha già cominciato a sistemare le transenne sotto gli occhi vigili della polizia. Le sirene delle volanti ruotano ad intermittenza illuminando con fasci luminosi blu la base dei grattacieli. Grossi automezzi azionano ad ogni manovra acuti segnali acustici ritmando il frenetico ed ordinato lavoro dei volontari ed operai dai caschi gialli e giubbini catarifrangenti.

Mi sento un puntino perso nell’Universo nell’assistere a ciò che sta avvenendo. Sembra così fantastico prenderne parte.

I bus giungono al molo e le persone infreddolite attendono di salire sul traghetto.

Manhattan indossa ancora il suo bellissimo abito da sera mentre scorre tra le finestre dell’imbarcazione che ci sta accompagnando alla partenza. Non ho con me nulla per poter immortalare ciò che vedo. In un primo momento ho qualche rammarico, ma prevale l’intimità del momento. Sarà il mio cuore, supportato dalla mia memoria, a ricordare ciò che sto vivendo. Ormai non c’è dubbio che la giornata è una parentesi meteorologicamente perfetta e l’alba che si riflette tra le acque del fiume Hudson, che stiamo navigando, lo sigilla. Anche la Statua della Libertà si concede fiera e vanitosa ai nostri sguardi.

Non manca molto per arrivare a Staten Island. C’è del tempo per parlare di esperienze personali, materiali tecnici, integratori. È un modo per conoscere nuove persone ed ingannare l’emozione. Tra non molto sarò parte del colorato movimento che scandisce l’avvio della manifestazione al quale fino a pochi anni fa non davo alcun significato.

Il villaggio pre-gara accoglie i partecipanti in modo estremamente ordinato. L’ennesimo controllo di sicurezza e poi l’attesa. Bevo un tè caldo, indosso il regalo di uno sponsor preso in uno stand, ossia una cuffia colorata prevista per avvolgere il pensatoio capelluto dalle disattese rigide temperature, approfondisco qualche conoscenza. Comincio a pianificare la gara con un vero atleta, Maurizio De Angelis, che mi propone di correre in coppia. Ma lui merita un capitolo a parte.

C’è gente in ogni dove; un agglomerato di ogni genetica possibile immaginabile e quasi mi stordisce osservare tutta la varietà di persone e comportamenti.

Il tempo scorre e si avvicina il momento fatidico per cui le migliaia di persone presenti si sono preparate da mesi, forse anni. Mentre mi spoglio dall’economica tuta presa per l’occasione dedico un pensiero a chi non ha potuto esserci per svariati e sfortunati motivi. Sono centinaia le persone iscritte che rinunceranno alla maratona ed a loro auguro di far parte ad una delle prossime edizioni.

Il tonfo sordo della prima cannonata oltre a sancire la partenza dei primi atleti preoccupa un po’ tutti gli altri. Gli elicotteri sorvegliano la zona e lo spiegamento di forze di sicurezza è imponente.

Le onde colorate si susseguono velocemente fino al momento in cui è chiamata in causa quella verde di cui faccio parte.

In un attimo mi trovo a correre sul ponte di Verrazzano con una vista su Manhattan che toglie il fiato. Sono attimi che racchiudono un turbinio di emozioni e di energia che nessuno si preoccupa di nascondere. Per la gioia del momento qualcuno ride, qualcun altro urla, c’è chi piange. Poi il silenzio cadenzato dal pulsante suono di migliaia di scarpe ed altrettanti cuori.

Ho studiato abbastanza bene il percorso che sto affrontando per la prima volta e non voglio forzare già alla prima salita. Ho scelto una strategia conservativa.

Nel frattempo il mio cronometro perde il segnale gps e mi riporta valori di passo completamente sballati.

Non è la prima maratona a cui partecipo e vedermi superato dopo poche centinaia di metri da un signore che corre con i mocassini ed un peruviano in costume Inca con tanto di piume in testa non dovrebbe preoccuparmi. Comincio invece a pensare che sto esagerando con il risparmio energetico. Non c’è pubblico fino al terzo chilometro. I lati delle strade di Brooklyn già strabordano spettatori che esibiscono cartelli e tifano come fossero tutti nostri parenti. Grazie alle loro animazioni la lunga e noiosa strada che porta al 13K in prossimità del Brooklyn Academy of Music è scorrevole e divertente. Ci sono gruppi musicali e persone festanti. Scelgo di aumentare un po’ il ritmo ma mi ritrovo nuovamente davanti ad una salita. La strada in questo caso si restringe e la folla è ancora più presente. Cancello dalla mente le strategie distratto dagli incoraggiamenti di centinaia di bambini e dall’onda viola e chiassosa di un magnifico coro gospel organizzato sul marciapiede davanti ad una chiesa. A rendere l’atmosfera silenziosa ci pensa il Quartiere ebraico di Williamsburg dove la partecipazione all’evento è inesistente. Riposo le orecchie. La mezza maratona è fissata nel Queens dove pochi chilometri dopo è presente il famigerato Queensboro Bridge, rinomato per il vento che soffia gelido di traverso sui maratoneti. Una volta attraversato sarò di nuovo a Manhattan. La giornata è talmente bella che veniamo graziati dal meteo così che il ponte non presenta nessun pegno da pagare. Evento unico in 60 anni di Maratona di New York, giurano i partecipanti più esperti. Siamo intorno al 25K e mi rammarica vedere un ragazzo fermarsi per un problema al polpaccio. Non faccio in tempo a pensarci che mi ritrovo a percorrere la curva alla fine del ponte animato da un foltissimo pubblico che festeggia il nostro ingresso a Manhattan come fossimo i primi del gruppo, transitato almeno un’ora prima. La stanchezza e la botta di energia che mi arrivano dritti in faccia quasi mi commuovono.

Gli interminabili sali scendi dell’infinita 1st ave sono la rampa di lancio per cercare di abbassare il mio tempo che è molto al di sopra delle mie possibilità. Sinceramente non sto correndo per fare il mio personal best o per dimostrare niente a nessuno ma voglio dare un senso agli allenamenti svolti durante tutta l’estate. Comincio a sentire bruciore all’interno coscia di entrambe le gambe a causa di un ripetuto sfregamento dei pantaloncini. Per fortuna ai lati delle strade ci sono i volontari che oltre a liquidi ed alimenti distribuiscono anche vaselina spalmata su stecchi simil ghiacciolo. In teoria servirebbero ad evitare l’abrasione ai capezzoli che è una delle cose più dolorose che possono capitare quando corri. Non è facile riuscire a prendere un bastoncino in corsa e cercare di convincerli che sei consapevole di quello che stai facendo. In molti, infatti, scambiano la vaselina per cibo commestibile e se la mangiano. Di conseguenza i ragazzi sono esageratamente premurosi e prevenuti nel concedertene uno. La spalmo e dopo un immediato bruciore mi sento sollevato.

Entro ad Harlem.

Una carica emozionale fortissima mi dà un ulteriore spinta per aumentare il ritmo. Stavolta mi metto a correre seriamente senza dedicare tempo a dare il cinque ai bambini ai bordi delle strade o concentrarmi sulle meraviglie che mi circondano. Mancano circa 10K per entrare a Central Park e mettere fine alla gara più suggestiva che ho corso fino ad ora. È bello accelerare il passo alla fine perché c’è la cosiddetta raccolta dei cadaveri. Quelli che hanno dato tutto nella prima parte di gara e che ora sono in panne. Ne supero davvero tanti ma per recuperare il tempo perso nei primi 30K dovrei viaggiare alla velocità di Kipchoge. Vengo colto dai crampi quasi all’altezza del punto dove l’anno precedente mi ero posizionato per fare foto agli atleti. Impreco, rallento, dialogo con i muscoli, penso alla fortuna che ho questa volta ad essere dalla parte giusta della transenna e mi riprendo in fretta. L’ingresso a Central Park è spettacolare e l’incitamento che non è mai mancato per quasi 35K è commovente. Trovo le ultime motivazioni nella sfida con un altro italiano. Entrambi ne traiamo beneficio tagliando il traguardo con dignità.

C’è qualcosa nell’aria di New York che rende il sonno inutile.
(Simone de Beauvoir)

Un sincero ringraziamento ad Antonio ed Annalisa di Terramia che mi hanno concesso questa fantastica opportunità.

Cap.2 Ti troverò a Manhattan

A questo punto, vista la vicinanza con Wall Street non mi rimase altro da fare che raggiungere la statua del toro che tra l’altro fu realizzata dall’artista connazionale naturalizzato Arturo Di Modica. Quella scultura servì a distrarmi per qualche momento.

Mi giocai ancora una carta prima di mollare tutto e chiesi informazioni a delle persone che attendevano il proprio turno prima di farsi fotografare assieme ai due soggetti di bronzo; l’enorme toro minaccioso e l’impavida piccola bambina dinanzi a lui in atteggiamento irremovibile. Non trovai nessuna risposta utile ovviamente, ma l’immagine della sfida impari rappresentata dalla statua riaccese in me la voglia di venire a capo di questa storia.

Ero andato a New York per trovare questo maledetto F.C. e l’avrei trovato. Non persi altro tempo a fare domande a persone evidentemente inadeguate e puntai dritto verso la West Street dove avrei trovato la sede del New York Post. Lì sicuramente qualcuno avrebbe potuto aiutarmi con informazioni più dettagliate. Così fu e non senza scomodare più di qualche persona riuscì ad incontrare un giornalista ormai prossimo alla pensione che non conosceva personalmente F.C. ma di cui si era occupato diversi anni prima per un furto che aveva subito nella casa in cui viveva a Manhattan nella Upper West Side sulla 77ma. In un primo momento mi stupì il fatto che un giornale così importante si occupò di un furto senza particolari eclatanti se non quello di una porta forzata con un grimaldello e oggetti di scarso valore sottratti al proprietario, ma la motivazione era che il ladruncolo inesperto pare ci sia arrivato violando il cortile esterno del Museo di Storia Naturale. Quella sicuramente era una notizia vendibile.

Mentre lo raccontava il giornalista prese un pesante raccoglitore da un vecchio armadio e lo aprì esibendomi la pagina con il ritaglio ben conservato dell’articolo a sua firma. Finalmente avevo conosciuto il viso dell’individuo che stavo cercando e la foto, questa volta, era inequivocabilmente la sua. Ringraziai e corsi letteralmente a prendere la metropolitana blu che mi avrebbe portato fino all’81ma, fermata Museum of Natural History.

Durante il tragitto mi lasciai trasportare dalla contentezza. Guardavo la fotocopia dell’articolo e pensavo che mi stavo avvicinando allo scrittore. Cosa gli avrei detto? Cosa avrei fatto una volta davanti a lui?

Arrivai a destinazione dopo qualche minuto di viaggio che i miei pensieri avevano reso decisamente più corto di quanto fosse nella realtà. Salì in fretta le scale della fermata della metropolitana e sbucai esattamente difronte al museo. Lasciai il verde Central Park alle spalle con la promessa di farci un giro il prima possibile e mi fiondai verso la casa dello scrittore. Mi aprì la porta una signora anziana molto gentile ed altrettanto sorda che in un primo momento non realizzò lo scopo della mia visita. Mi fece accomodare all’interno della modesta casa di due piani e venni quasi colto da un tremore quando attraversando lo scuro corridoio che odorava un misto tra lilium e muffa vidi una gigantografia in bianco e nero che ritraeva F.C. in compagnia delle tre figlie o nipoti che fossero. Una foto degli anni 80 in cui le ragazzine avranno avuto dalla più piccola cinque alla più grande dodici anni mentre lo scrittore almeno cinquanta. Con fatica, davanti ad una finestra che guardava uno scorcio di Central Park chiesi se fosse in salute e se abitava in quella casa. La risposta arrivò quando la signora mi porse delle zollette di zucchero da mettere nel che mi aveva precedentemente versato in vecchie tazze di ceramica bianche e rosa segnate da evidenti macchie che la bevanda filtrata aveva rilasciato negli anni. No, non abitava più lì.

Preso dallo sconforto mi sedetti sulle poltrone, anche quelle visibilmente macchiate, mentre la signora centellinava le informazioni intervallandole con spiegazioni riguardando i suoi fiori, la sua giovinezza passata nel Queens ed il suo vecchio amore perduto nella guerra di Corea. In tutto questo ancora non avevo capito cosa rappresentasse l’anziana signora nella vita di F.C. ma sicuramente non era la moglie. Forse una sorella, una cugina. Non m’interessava nulla di lei, obiettivamente, volevo solamente trovare una conclusione alla mia folle storia. La nostra conversazione, che in realtà era a senso unico ed alimentata solo dalla signora dai capelli bianchi e dalla vestaglia di lanetta, finalmente giunse al termine così da darmi la possibilità di avvicinarmi all’uscita di casa, ringraziare e scendere le scale. Ci sarei tornato il giorno seguente, magari avrei trovato qualcun altro più lucido dal quale ricevere le informazioni cui andavo cercando. Quando la porta stava ormai per chiudersi alle mie spalle venni fermato dal deciso richiamo della signora che mi volle salutare con un abbraccio e con un bacio sulla guancia. Mi ritrovai nelle mani anche dei cioccolatini dall’aspetto storico. Chissà, magari il museo adiacente aveva inglobato la casa ed il suo contenuto.

Lexington Avenue. Tra la 57ma e la 58ma. Era lì che avrei trovato lo scrittore.

Me lo disse come se per tutti i minuti precedenti si fosse presa gioco di me. Mi diede l’informazione più importante di tutto l’oro del mondo una volta terminato il nostro imbarazzane ma affettuoso abbraccio e poco prima di sparire dietro al portoncino verde.

Aspettai il giorno dopo per raggiungere l’abitazione di F.C. e non lo feci nemmeno subito. Prima mi concessi un giro al Central Park dove mi fermai a sfogliare qualche pagina del suo libro che ormai avevo quasi completamente usurato. Ero sereno. Feci una passeggiata lungo la 5th Avenue ad osservare tutta la ricchezza ed opulenza esistente in quella via per poi ricercare nuovamente il silenzio all’interno della Saint Patrick Cathedral che però non mi fu concesso a causa di una celebrazione. Altri passi lungo la 5th Ave. mi portarono a visitare la Biblioteca prima e la bellissima Grand Central Station poi.

Avevo passato la mattinata a gironzolare a piedi per Manhattan immaginando la quotidianità dello scrittore che aveva alimentato la mia fantasia e di chissà quanti bambini in mondi e circostanze completamente diversi dal suo. Era ovvio che un bambino cresciuto in un contesto campestre, dove la luce fioca dei lampioni è appannata dalle lunghe foschie invernali, venisse attratto da luoghi incredibili ed inavvicinabili. Solo ora realizzavo che furono concepiti in contesti esistenti.

Nel primo pomeriggio mi ritrovai davanti ad un’altra porta. Davanti a me questa volta non comparve un’anziana signora con l’alzheimer bensì una bellissima e giovane ragazza dagli occhi grandi e luminosi ed i capelli corti che risaltavano le caratteristiche del viso che in quel istante era piacevolmente sorridente. Dopo una mia breve presentazione mi fece accomodare in un gigante e lussuoso appartamento circondato da grandi vetrate e la pavimentazione in marmo e parquet di legno chiaro.

La signorina indossava una maglietta di cashmere marrone a maniche corte ed un paio di pantaloni beige che mettevano in risalto la sua aggraziata femminilità. Scomparve per qualche istante lasciandomi solo nel salone che nell’attesa cominciai a scrutare. C’erano mobili laccati prestigiosi ed essenziali e nessun oggetto riposto sopra di essi, eccezion fatta per una statuetta proveniente da chissà dove; un caminetto moderno protetto da una lucida lastra di vetro, pochissime foto contenute in cornici molto sobrie. Due quadri d’arte moderna di dimensioni considerevoli. Si respirava profumo di pulito.

Presto la ragazza ricomparve con un bicchiere riempito d’acqua e con sottobraccio un signore di almeno novant’anni. Camminavano lenti verso di me; lei attenta a non far fuoriuscire il liquido dal bicchiere, lui prestando attenzione ai suoi passi. Eccolo! Era F.C. lo scrittore che mi aveva spinto a fare l’unica vera grande pazzia della mia vita. Aveva il viso scavato ma oltre agli inevitabili segni dell’età sembrava sano e curato. La sua testa aveva perso le rotondità della giovinezza ma aveva mantenuto una chioma di capelli bianca e ben pettinata.

Era vestito con dei larghi pantaloni grigi stretti da una cintura nera ed una maglietta bordeaux. La sua figura trasmetteva spensieratezza mentre curva guardava perlopiù il pavimento. La vista l’aveva abbandonato quasi del tutto. Lasciai parlare la ragazza che era sua nipote, la più piccola delle tre. Lui non ebbe mai figli e fu accolto a casa della sorella, madre della ragazza con cui stavo conversando. Mi spiegò amabilmente che la signora che avevo incontrato nella Upper West Side era la domestica che aveva seguito per lunghissimi anni le faccende di casa dove abitava il signor F.C., finché arrivò il giorno in cui uno non era capace di badare all’altra e viceversa. Decisero di lasciarla vivere nel luogo in cui aveva passato gran parte della sua vita in segno di gratitudine.

I soldi non mancavano di certo in famiglia e nulla cambiava con una proprietà momentaneamente disponibile in meno. Durante la conversazione lo zio pareva completamente assente salvo poi intervenire di tanto in tanto con frasi che si riferivano a personaggi del suo passato o eventi racchiusi nella sua memoria o fantasia. In realtà F.C. non riuscì a mantenersi con i ricavi dei suoi libri e non raggiunse la fama. Anzi, mi disse la nipote mantenendo una accomodante gentilezza, suo zio non si riteneva nemmeno uno scrittore. Mentre mi passava alcune foto in bianco e nero ritraenti lo studio in cui F.C. scrisse i libri, mi spiegò di quanti lavori dovette cambiare prima di trovare un po’ di serenità. Era un’artista e dalle foto si capiva il carattere eccentrico di quel uomo. Sopra alla sua scrivania, collocata in una posizione apparentemente senza senso in mezzo al grande studio, erano presenti due Nikon F meccaniche ed una macchina da scrivere Olivetti lettera 32; al centro della stanza un treppiede di legno con uno straccio penzolante ed una tela dipinta a metà; colori a tempera, pennelli di varie misure e barattoli di vernice un po’ ovunque, grandi fogli arrotolati, casse in legno contenenti chissà cosa. Una radio con lo sportellino del mangiacassette aperto. Sorridemmo assieme nel commentare tutta quella confusione e creatività.

Mi sarei fermato ancora per ore ed ore a parlare con quella meravigliosa fanciulla ma si era fatto tardi ed avevo raggiunto il mio obiettivo. In fin dei conti andare alla ricerca dello scrittore era stata una scusa per rivivere la mia infanzia, per immergermi nuovamente in un mondo di avventure che non mi apparteneva più da troppo tempo. In fondo la mia nuova vita doveva ricominciare con un simbolico tributo alla persona che mi aveva regalato così tante e, fino ad allora uniche, emozioni.

Salutai la ragazza ed il vecchio scrittore. Lui, incentivato dalla nipote, contraccambiò con involontaria allegria. Poi andandomene presi dal mio borsone il libro Alice in Manhattan e riguardai soddisfatto e commosso la dedica scritta qualche istante pima dell’addio dalla mano tremante del suo autore:

Solo coloro che possono vedere l’invisibile, possono compiere l’impossibile!*

*Patrick Snow

Cap.1 Ti troverò a Manhattan

Qualcuno di voi ha mai fatto una pazzia, un gesto estremo,  pur di raggiungere un desiderio? Vi siete mai sentiti come dei moscerini attratti da accecanti ed inafferrabili bagliori di luce verso i quali lasciarsi trasportare? Un tronco spinto dalla corrente del fiume, coscienti che alla fine ad aspettarvi ci siano le ripide di una letale cascata o semplicemente una spiaggia paradisiaca. Forse l’avrete fatto motivati da un amore o più probabile innamoramento, magari un capriccio oppure meschina avidità… A me, fino ad allora, non era mai capitato nulla di tutto ciò. La mia vita era sempre stata pianificata, discreta, rassicurante. Arida di sentimenti. A memoria non posso ricordare nemmeno un rischio programmato. Probabilmente risultava parecchio noiosa, vista da fuori.

Eppure fin da ragazzino rimanevo affascinato dai libri che narravano avventure. Isole di pirati e tesori nascosti; storie di esploratori e di navi ed aerei che sfidavano tempeste, tuoni, fulmini e saette con i loro misteriosi carichi. Rischi che non sempre andavano a buon fine; disgrazie che segnavano l’inizio di nuove spedizioni ed entusiasmanti racconti. Leggendo avevo cominciato a farmi una cultura generale appassionandomi in particolar modo di uno scrittore. Di lui, F.C., si sapeva poco se non  il suo nome e qualche notizia scritta sulle monocromatiche copertine dei suoi libri. A pensare oggi a quei spessi cartoncini grigiastri o verdognoli mi chiedo quale attrazione m’abbiano trasmesso nel vederli la prima volta; come fece ad incuriosirmi il contenuto? La copertina di un libro è come il viso di una ragazza, fondamentalmente. Parafrasando, mi sarei innamorato di una donna dall’aspetto orribile, ma infinitamente interessante. Ricordo anche con esattezza quando presi la decisione di andare a New York: un pomeriggio di fine estate, quando l’influenza stava finendo di martoriarmi ed i documenti di lavoro che adocchiavo caddero  inavvertitamente ai piedi della libreria. Nel raccoglierli, intontito da qualche linea di febbre e dall’aria pesante di casa, urtai la schiena sulla scrivania che finì con lo sbattere su una scansia rovesciando sulla mia testa un libro impolverato. Dopo un’imprecazione lo raccolsi per riporlo al suo posto ma non prima di soffermarmi a guardare la sfuggente immagine del, già allora, non più giovanissimo scrittore. Il volto dipinto era misterioso, un po’ cupo. Sfuggente. Non feci mai caso che tutta la collezione di F.C., cui ero forse unico possessore al mondo, non presentava nessuna foto ritratto. In pratica quel uomo che aveva contribuito ad alimentare la mia fantasia e di chissà quanti altri lettori, non aveva una faccia, un’immagine definita.

Quel pomeriggio mi ero trasformato in un moscerino e l’accecante bagliore fu la curiosità di scoprire chi fosse veramente F.C.

Le mie prime ricerche cominciarono in quel istante su internet dove ero sicuro avrei trovato tutto ciò cui andavo cercando. Aneddoti, curiosità, fotografie, biografia dello scrittore e via dicendo. Ero certo che in qualche minuto avrei potuto rispondere alle domande che, chissà come mai, mi ero posto solo allora dopo decenni in cui avevo letto i libri; notai che era passato così tanto tempo che forse avrei dovuto sfiorarli anche con uno straccio oltre che con lo sguardo. Incredibilmente in rete non trovai praticamente nulla. Una menzione del nome e delle sue opere senza nessun collegamento esterno. In pratica il mondo di F.C. conosceva esattamente e solamente ciò che io stesso possedevo: un nome e cognome, qualche prefazione di circostanza, i titoli dei suoi romanzi e gli indirizzi di due case editrici di poco conto, probabilmente già fallite da tempo. Entrambe di New York e questo poteva far pensare in qualche modo che F.C. potesse almeno provenire da quello Stato, forse quella città. Trovai anche un forum dove un certo Kiko56 si poneva la mia stessa domanda: qualcuno ha notizie di questo scrittore? Il suo intervento risaliva a dieci anni prima cui non seguitavano risposte.

Cinque giorni dopo mi trovai seduto in aeroporto ad aspettare la chiamata di imbarco per il mio volo. Di tanto in tanto verificavo sul monitor che non ci fossero cambiamenti di orario e che il gate d’uscita fosse effettivamente il numero B10. La stabile scritta azzurra New York JFK 9:00 era confortante agli occhi di chi come me, aveva volato pochissimo e non era pratico di aeroporti. Cercavo fiducia nelle persone sedute accanto a me e che sembravano sicuramente più a loro agio. Chi ascoltava musica, chi chiacchierava, chi leggeva un libro. Anch’io stavo leggendo. La storia di “Alice in Manhattan” la ricordavo abbastanza bene e questa volta la lettura consisteva nella ricerca di indizi o particolari che in qualche modo potessero portare il mio dito indice a premere il campanello giusto: quello della porta dell’autore del libro. Al lavoro mi credevano a casa con una forte influenza ed in pochi se ne sarebbero strappati le vesti; io attendevo un aereo che mi avrebbe portato a New York da lì a poco. Stavo incredibilmente vivendo la mia prima pazza avventura; la mia folle caccia al tesoro.

Durante il volo avevo proseguito nella lettura irrigidendomi e sudando freddo ad ogni vuoto d’aria, probabilmente provocando l’ilarità della mia imperturbabile obesa antipatica vicina di sedile con la quale avevo scambiato qualche occhiata e nessuna chiacchiera. Anche i controlli dell’immigrazione all’aeroporto JFK non mi avevano rubato troppo tempo così che in poco più di due ore dall’arrivo a New York mi trovai disteso sul letto nella stanza del mio albergo a pochi passi da Time Square. La stanchezza non aveva prevalso la mia voglia di uscire e curiosare la metropoli americana, fonte di ispirazione di migliaia di artisti tra cui lo scrittore cui andavo cercando. Non dovevo scordamelo, quello era il motivo per cui mi trovavo a New York. Cominciai ad addentrarmi nella nuova stravagante realtà composta da mille insegne esageratamente luminose, persone vestite da pupazzi e supereroi ed un interminabile affollamento creato da gente di ogni genere, razza, colore ed estrazione sociale. Era tutto in vendita ed i gadget strabordavano dai negozi e dalle bancarelle. Se nella vita avessi coltivato qualche rapporto sentimentalmente significativo in più, avrei dovuto acquistare un’ulteriore valigia solo per metterci i souvenir da regalare. Per fortuna non correvo questo pericolo. A Time Square scese la notte e la luminosità artificiale della piazza aumentò a dismisura. Mi sentì tramortito dalla folla e dall’incessante flash delle gigantesche insegne pubblicitarie tanto da svincolarmi ed entrare nella Broadway Avenue dove trovai un’atmosfera più nostalgica. L’avvicendarsi di insegne circondate da lampadine nel classico stile che contraddistingue Broadway e decine di colorate locandine reclamizzanti musical, mi avevano riportato a pensare agli anni 80.

Mi soffermai davanti la vetrina di un negozio di droni e dopo qualche minuto, ingolosito dal cibo esposto in vetrina,  entrai in un locale a mangiare qualcosa. Ordinai un semplice involtino con gli spinaci e, nel mentre la banconiera lo mise a scaldare, presi anche un’acqua ed una cheesecake. Pagai alla cassiera e tornai al banco a prendere il mio involtino. Provai a pescare un biglietto della mia personale lotteria chiedendo alla ragazza, che intanto mi stava porgendo il mio spuntino, se avesse mai sentito parlare dello scrittore F.C. o se si fosse mai visto da quelle parti. Ovviamente la sua risposta fu un no accompagnato da un sorriso che mal celava i suoi dubbi riguardanti la mia integrità psicologica.

Giusto il tempo di rientrare in albergo che ricevetti una chiamata dall’Italia.

Il numero era inequivocabilmente quello del mio superiore che lasciai squillare per qualche secondo nel mentre ipotizzavo il motivo di quella chiamata. Risposi senza che nessuna idea fosse pervenuta al cervello. Avevo finto una voce influenzata ma il capo chiese semplicemente chiarimenti su degli appunti che avevo lasciato in ufficio senza preoccuparsi troppo della mia salute. Prima di chiudere in effetti si interesso con distacco della mia condizione fisica. Poi esternò una battuta che mi fece sobbalzare dal letto. Sarai mica a New York, mi disse sarcastico, prima di suggerirmi di abbassare un po’ l’audio del film poliziesco che stavo, secondo lui, guardando. In realtà il sottofondo che sentiva non era quello di un film, ma l’originale colonna sonora che accompagna la Grande Mela giorno e notte. Non credo esistano città così caratterizzate dai suoni come New York.

Il giorno seguente mi recai subito alla ricerca della casa editrice che aveva distribuito gli ultimi sei libri dello scrittore che andavo cercando. Per farlo presi la metropolitana e raggiunsi la zona del Ground Zero. Quello che è stato costruito al posto delle Twin Towers si avvicina molto ad una nave spaziale. Perlomeno l’interno. Così come le enormi vasche commemorative con incisi i centinaia di nomi dei caduti evocano qualcosa di surreale. Incredibilmente anche quella tragedia è stata fonte di business come testimoniano i tanti gadget acquistabili nei paraggi. Non potevo fare a meno di visitare quel luogo che ha segnato una svolta epocale.

L’indirizzo della casa editrice corrispondeva ad una casa diroccata. Un inizio che odorava di fine.

Rimasi a guardare la casa con in mano il mio foglio con stampati i dati di riferimento. Impalato come un idiota che era ciò che in quel momento realmente sentivo di essere. Attorno a me grattacieli, camion dei vigili del fuoco e polizia, un incontro di reduci dalla guerra dell’Iraq, probabilmente. Ma come mi era saltato in mente di cercare uno scrittore di cui non conoscevo neppure il volto e di cui non sapevo nemmeno fosse vivo o morto, in una città dove vivono e transitano milioni e milioni di persone? Mi misi a camminare finché non arrivai al Battery Park da dove vidi la Statua della Libertà. Per un attimo l’emozione nel vederla mi fece dimenticare la sconfitta che stavo vivendo.

(continua)

Havana: La memoria è vita

L’uomo è seduto nel cortile della sua umile e decorosa abitazione.

Nonostante i suoi limitati movimenti indossa ancora un percettibile fascino dovuto ai capelli bianchi; alle sue rughe.

E’ lì, come un vecchio relitto spiaggiato, arrugginito; mosso di tanto in tanto dalle onde del mare che nella navigazione l’hanno sospinto per infinite miglia. Ora lo tormentano, lo consumano. Senza tregua.

La sedia su cui poggia stanco è essenziale. Riverniciata.

L’uomo ha scelto di vivere nella semplicità privandosi di molte comodità.

La privazione di oggetti superflui gli occidentali la percepiscono come povertà.

Per lui, che decise di rimanere a Cuba anche dopo la dipartita degli americani, la ricchezza è sempre giaciuta negli occhi neri della sua compagna; un tesoro luccicante che traspariva nel suo sorriso, nelle sue graziate movenze.

Ora è molto magro. La camicia azzurra di lino che qualche anno fa indossava orgogliosamente veste abbondante. Anche i pantaloni sono tenuti stretti in vita da una cintura a cui sono stati aggiunti dei fori.

La malattia lo sta consumando lentamente.

Il suo sguardo è puntato al grande lenzuolo bianco che sta stendendo sua figlia. Di lei si intravedono solo i polpacci color miele che spuntano nella parte inferiore della biancheria. Compaiono le mani dalle dita affusolate, di tanto in tanto, impegnate ad appendere altri indumenti.

La ragazza in braccio tiene un bambino di pochi mesi. Anche lui, come il nonno, non è consapevole  di cosa stia succedendo. Si lascia cullare dai movimenti della madre ed esplora la propria piccola bocca con la manina destra.

La scatola dei ricordi del bambino è quasi vuota ma, giorno dopo giorno, una nuova esperienza ne occupa un angolino. Anche quella del nonno è quasi completamente vuota; con un procedimento inverso però. Tutto è andato perso, un pezzettino alla volta, come se un’inafferrabile mano col passare del tempo raccogliesse ogni parte del contenuto e lo gettasse via. Nel vuoto.

Non potrà mai raccontare al bambino, come fece con sua figlia, di quando Cuba era un’isola ricca. Luminosa. L’Havana è sempre stata luminosa ad onor del vero, ma nel periodo in cui gli americani la facevano da padrone lo era artificialmente. Era un periodo di trasgressione, rum, belle e facili donne; macchine lussuose dalla carrozzeria scintillante ed abiti in lino bianchi. Lo spagnolo e lo slang si mischiavano tra le nuvole di fumo dei sigari cubani e si facevano bere nei bicchieri di cristallo a bordo dei tavoli verdi.

Ai margini di questa società, presso una fabbrica di lavorazione di zucchero di canna, conobbe la persona più importante della sua vita. La sua compagna per sempre.

Nelle due foto bicolore un pò sgualcite e segnate dal tempo esposte nella sua camera da letto è ritratta giovanissima mentre sorride. Una è stata scattata in una zona del porto dove ancora oggi i ragazzi si divertono ad ammirare l’Oceano mentre spruzza le sue onde fino alla strada. Come se il grande blu volesse porgere la mano alle nostre colate di cemento cui andiamo così orgogliosi.

Ma i ricordi più belli, se potesse ancora raccontarli, sono ambientati nelle spiagge sabbiose, tramonti dal cielo ambrato e dalle grandi palme curve. Le passeggiate mano nella mano sul bagnasciuga ed i piedi bagnati dalla schiuma delle onde.

I baci segreti, le parole di amore e rivoluzione che si scambiarono i due innamorati sono destinati a rimanere tali. Nell’oblio della scomparsa di lei e la malattia di lui.

Per le vie dell’Havana, mentre il vento soffiava promesse post rivoluzionarie e prima che l’entusiasmo ideologico venisse razionato come il cibo, i due ragazzi vivevano sereni. Tutto ciò cui serviva loro per essere felici era stare assieme. Il suo lavoro era una carezza sul viso di lei, il compenso un sorriso.

Il loro amore si autoalimentava e non necessitava di un frigorifero o di una macchina nuova.

Il frivolo jazz lasciava il palcoscenico alle musiche inneggianti Il Comandante e le imprese dei suoi fedeli combattenti ma nella capitale cubana si respirava arte e poesia  in ogni angolo, un paradiso in provetta dove le vite effimere dei turisti ben presto avrebbero minato la moralità dei locali. Il consumismo, che aveva lasciato macerie culturali dietro a sé, si insinuava nuovamente sotto forme più subdole e redditizie per i leader. Ovviamente.

Prima di esaurire tutto il suo senso critico, disilluso, l’anziano signore sosteneva che le grandi ideologie sono solo delle accozzaglie di sentimenti che gonfiano le tasche di alcuni.

Adesso rimaneva seduto; fermo a scrutare chissà cosa.

Circondato da qualche gallina, la vecchia bicicletta senza copertoni ed una cassa di bottiglie vuote tappate con del sughero.

Il poco superfluo che per qualche tempo ancora l’avrebbe accompagnato verso l’essenziale sorriso della sua amata.

L’unico irrinunciabile tesoro terreno.

 

1992: La mia prima esperienza in un Paese lontano. In tutto. Un indelebile momento di vita vissuto con compagni di viaggio eccezionali con i quali condivido episodi irripetibili. A loro dedico questo post.

 

Gorizia: città ai margini, ma… (parte I)

Santo SpiritoSarà che ci sono nato e forse quando si hanno le cose sotto il naso si tende a sottovalutarle ma proprio mentre facevo una scaletta mentale su come articolare i post di Gorizia su Controviaggio, mi rendevo man mano conto di come questa città sia sì ai margini di tutto, ma anche di quanto sia unica. Negli anni durante i miei lunghi soggiorni all’estero per motivi lavorativi, dopo aver risposto Gorizia alla domanda di rito di dove sei? ho dovuto affrontare sguardi perplessi ed affermazioni del tipo Ah, in Liguria, Scusa non sono brava/o in geografia, ma allora non sei italiano, così da alimentare l’innata frustrazione e stato d’impotenza che contraddistingue noi goriziani, ormai rassegnati a recitare la parte degli incompresi. In realtà per un cittadino italiano non sapere dove si Borgotrova la città di Gorizia denota non solo delle lacune in materia geografica, ma profonda ignoranza storica.

La città di origine medievale ben rappresentata dal simbolico castello  è infatti colma di episodi significativi che, non solo hanno trasformato nei secoli a venire l’esistenza locale, ma anche e soprattutto quella nazionale, con sanguinose ed atroci battaglie fondamentali ai fini esistenziali della stessa Italia. Musei della guerra e trincee sono considerate ancora oggi dagli amministratori locali inamovibili luoghi di attrazione turistica e di primaria importanza identificativa.

L’immaginario collettivo riferendosi a Gorizia è convinto di assistere ad un caso di città divisa in due dal confine nello stile della più illustre Berlino, ma così non è. Se infatti la metropoli tedesca era effettivamente attraversata da un muro che tranciava in due una sola nazione, infatti ricongiunta in seguito, la piccola provincia isontina si è ritrovata usurpata della maggior parte dei suoi territori dall’allora Jugoslavia e l’apparentemente inspiegabile atteggiamento rinunciatario del Governo Italiano dell’epoca, nonché di quello in carica nel 1973, anno in cui fu stilato il definitivo e soffocante trattato di Osimo che spazzava ogni speranza di veder riassegnati i propri territori difesi a caro prezzo. Torniamo però nel 1947, periodo dove viene tracciata la barriera con uno Stato profondamente diverso, la Jugoslavia appunto, che tra l’altro decideva di costruire in contrapposizione al mondo nemico occidentale una città nuova proprio a ridosso di quella esistente, ossia Nova Gorica, Nuova Gorizia per l’appunto.

La situazione paradossale creatasi negli anni della così detta guerra fredda quando America e URSS facevano a braccio di ferro sulla testa dei soliti cittadini, esprime tutta la sua assurdità solo in questi ultimi tempi specie a chi l’ha vissuta in prima persona e che suo malgrado ha dovuto interpretarla come normale quotidianità. Col senno di poi, pensare che una stessa via fosse divisa da un reticolato e che nella parte italiana ci vivesse una signora che per andare a trovare sua sorella che invece abitava nella parte jugoslava dovesse oltrepassare un confine posto ad 1km di distanza, non si può che pensare all’assurdità della cosa.

Se la signora in oggetto era la mia cara nonna, il luogo di cui sto parlando è via Caprin, che termina nella Piazza Transalpina, nel 2004 denominata Piazza Europa e simbolo dell’abbattimento di uno degli ultimi muri rimasti. ( tra gli ultimi rimasti uno cui molti preferiscono non menzionare che non per niente è chiamato “muro della vergogna” eretto dagli ebrei per isolare i palestinesi)

targaFatto sta che con l’ingresso in Europa da parte della Slovenia nel 2004 che nel frattempo si era ribellata alla Jugoslavia diventando autonoma nel 1991 e di fatto innescando la miccia che avrebbe fatto esplodere la guerra dei Balcani, si e sì eliminato materialmente il confine agevolando il libero passaggio da una parte all’altra, ma non si sono certo unificate le culture o le città che sostanzialmente sono sempre state piuttosto diverse tra loro. Anzi, buona parte della realtà economica goriziana nata e cresciuta grazie al mercato confinario ha subito un duro colpo, spiazzata dall’improvviso sviluppo detassato e libertino intrapreso dalla Slovenia che ha velocemente lasciato dietro a sé il severo mondo imposto dal regime socialista del maresciallo Tito, trasformando molte della allora cupe cittadine in isole del divertimento fittizio tra Casinò e soft bordelli.

Chi pertanto andrà fiero di sbandierare la ritrovata unità, troverà ancora un muro ideologico ove sbattere la faccia, dato che gli italiani sono ben fieri di esserlo ed altrettanto gli sloveni che tanto han voluto la loro indipendenza. Diversità non significa necessariamente odio ma anzi riconoscimento ed armonizzazione delle differenti culture ed identità, cosa che pian piano sta avvenendo sicuramente grazie all’abbattimento del confine.

#Parigi Il turismo responsabile

In tempi storici decisivi sono state raccolte testimonianze profonde e sentenze solenni scritte da poeti, scrittori, religiosi, statisti e dagli stessi combattenti; visioni trascritte di un mondo martoriato vissuto attraverso le sbarre di una corazza o dall’oblò di navi da guerra e carri armati. Si sono evoluti i mezzi di comunicazione e sono aumentate le documentazioni, ma il messaggio che ne deriva dalle persone informate e credibili è uno ed inequivocabile: la guerra non porta altro che morte e distruzione.

In epoca moderna esistono anche i talk show ed Hollywood dove la linea del rispetto e del silenzio è sistematicamente oltrepassata dalla spettacolarizzazione di eventi tragici con conseguente tsunami di minchiate di ospiti dalla cultura sommaria e volutamente disinformati dei fatti.

Per evitare d’essere collocati in quest’ultima categoria ci limiteremo a fare delle considerazioni su come il turismo stia vivendo queste situazioni in cui regna l’incertezza; non tanto cercando delle conclusioni scontate vista l’evidenza di tali negatività, ma cercando di fotografare alcuni aspetti caratteriali dell’occidentale che spesso la propaganda casalinga tende a sminuire preferendo, come suo compito vuole, notare pagliuzze negli occhi del nemico senza soffermarsi sulle proprie travi.

Attualmente la maggioranza della clientela italiana è composta da persone anziane, ghiotte di mete low cost a corto raggio dove godere del clima mite e di buffet più o meno ricchi. Si esprimono in dialetto e sono paradossalmente ferventi sostenitori dell’ognuno stia a casa sua. L’atteggiamento verso gli indigeni con cui trattano i loro acquisti porta con sé i profumi della polenta o dell’impepata di cozze, sapori che amorevolmente tendono ad annientare qualsiasi cuscus locale o derivante. Questi signori usano spesso lamentarsi del fatto che nel luogo di villeggiatura in nessuno o pochi parlano il loro idioma, cosa inammissibile dato il flusso di denaro garantito che essi portano in dote al Paese ospitante. Le tradizioni religiose locali vengono osservate con distacco ed arroganza, spesso commentate con lo stupore di chi vive una quotidianità composta da un’alta civiltà e solidi valori umani.

Questi eserciti di turisti sono gli ambasciatori italiani che abbiamo nel mondo e che non distinguono i musulmani sciiti da quelli sunniti, ad esempio; che induisti o buddisti son la stessa roba. Ridono di chi prega con il culo in su ma sono devoti ad individui che predicano in costumi medievali ed accessoriati con gioielleria raffinata. Schierati dalla parte di politici imprenditori cui mantenimento milionario pesa sulla società di cui fanno parte, si complimentano per la ferrea legge del taglione adottata nel luogo di villeggiatura desertico. Si lamentano dei disagi provocati dai continui rovesci nelle loro umide e piovose zone e vengono ascoltati in silenzio da pazienti guide che invece ringraziano il cielo d’avere ancora l’acqua, finché dura.

Divisi tra gli amici degli americani che nella loro correttezza civile combattono guerre giuste con armi convenzionali intelligenti che colpiscono il solo nemico e risparmiano i civili nutrendolo con barrette di cioccolato, (dimenticandosi le bombe atomiche in Giappone ed il gas nervino in Vietnam), ed i compagni di vecchio stampo cresciuti con l’Unità ed il compiacimento politico per il terrorismo nostrano.

Nei gruppi l’assortimento tra egoisticamente consci e sbadati, tralascia il fatto che se prevalesse il credo ognuno stia a casa propria l’Europa non potrebbe garantire il carburante che utilizzano i corrieri per recapitare la Play Station ai loro nipoti o quello che alimenta i trattori che macinano terreno tra le vigne dato che il Vecchio Continente ha tanta civiltà ma poco petrolio.

Ma in fin dei conti ciò che chiede il turista responsabile è poca cosa e non riguarda disagi sociali o politica: sole, spiaggia, un ombrellone e qualcuno che parli italiano; per il resto facciano quello che gli pare.

A casa loro però.