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Cap.2 Ti troverò a Manhattan

A questo punto, vista la vicinanza con Wall Street non mi rimase altro da fare che raggiungere la statua del toro che tra l’altro fu realizzata dall’artista connazionale naturalizzato Arturo Di Modica. Quella scultura servì a distrarmi per qualche momento.

Mi giocai ancora una carta prima di mollare tutto e chiesi informazioni a delle persone che attendevano il proprio turno prima di farsi fotografare assieme ai due soggetti di bronzo; l’enorme toro minaccioso e l’impavida piccola bambina dinanzi a lui in atteggiamento irremovibile. Non trovai nessuna risposta utile ovviamente, ma l’immagine della sfida impari rappresentata dalla statua riaccese in me la voglia di venire a capo di questa storia.

Ero andato a New York per trovare questo maledetto F.C. e l’avrei trovato. Non persi altro tempo a fare domande a persone evidentemente inadeguate e puntai dritto verso la West Street dove avrei trovato la sede del New York Post. Lì sicuramente qualcuno avrebbe potuto aiutarmi con informazioni più dettagliate. Così fu e non senza scomodare più di qualche persona riuscì ad incontrare un giornalista ormai prossimo alla pensione che non conosceva personalmente F.C. ma di cui si era occupato diversi anni prima per un furto che aveva subito nella casa in cui viveva a Manhattan nella Upper West Side sulla 77ma. In un primo momento mi stupì il fatto che un giornale così importante si occupò di un furto senza particolari eclatanti se non quello di una porta forzata con un grimaldello e oggetti di scarso valore sottratti al proprietario, ma la motivazione era che il ladruncolo inesperto pare ci sia arrivato violando il cortile esterno del Museo di Storia Naturale. Quella sicuramente era una notizia vendibile.

Mentre lo raccontava il giornalista prese un pesante raccoglitore da un vecchio armadio e lo aprì esibendomi la pagina con il ritaglio ben conservato dell’articolo a sua firma. Finalmente avevo conosciuto il viso dell’individuo che stavo cercando e la foto, questa volta, era inequivocabilmente la sua. Ringraziai e corsi letteralmente a prendere la metropolitana blu che mi avrebbe portato fino all’81ma, fermata Museum of Natural History.

Durante il tragitto mi lasciai trasportare dalla contentezza. Guardavo la fotocopia dell’articolo e pensavo che mi stavo avvicinando allo scrittore. Cosa gli avrei detto? Cosa avrei fatto una volta davanti a lui?

Arrivai a destinazione dopo qualche minuto di viaggio che i miei pensieri avevano reso decisamente più corto di quanto fosse nella realtà. Salì in fretta le scale della fermata della metropolitana e sbucai esattamente difronte al museo. Lasciai il verde Central Park alle spalle con la promessa di farci un giro il prima possibile e mi fiondai verso la casa dello scrittore. Mi aprì la porta una signora anziana molto gentile ed altrettanto sorda che in un primo momento non realizzò lo scopo della mia visita. Mi fece accomodare all’interno della modesta casa di due piani e venni quasi colto da un tremore quando attraversando lo scuro corridoio che odorava un misto tra lilium e muffa vidi una gigantografia in bianco e nero che ritraeva F.C. in compagnia delle tre figlie o nipoti che fossero. Una foto degli anni 80 in cui le ragazzine avranno avuto dalla più piccola cinque alla più grande dodici anni mentre lo scrittore almeno cinquanta. Con fatica, davanti ad una finestra che guardava uno scorcio di Central Park chiesi se fosse in salute e se abitava in quella casa. La risposta arrivò quando la signora mi porse delle zollette di zucchero da mettere nel che mi aveva precedentemente versato in vecchie tazze di ceramica bianche e rosa segnate da evidenti macchie che la bevanda filtrata aveva rilasciato negli anni. No, non abitava più lì.

Preso dallo sconforto mi sedetti sulle poltrone, anche quelle visibilmente macchiate, mentre la signora centellinava le informazioni intervallandole con spiegazioni riguardando i suoi fiori, la sua giovinezza passata nel Queens ed il suo vecchio amore perduto nella guerra di Corea. In tutto questo ancora non avevo capito cosa rappresentasse l’anziana signora nella vita di F.C. ma sicuramente non era la moglie. Forse una sorella, una cugina. Non m’interessava nulla di lei, obiettivamente, volevo solamente trovare una conclusione alla mia folle storia. La nostra conversazione, che in realtà era a senso unico ed alimentata solo dalla signora dai capelli bianchi e dalla vestaglia di lanetta, finalmente giunse al termine così da darmi la possibilità di avvicinarmi all’uscita di casa, ringraziare e scendere le scale. Ci sarei tornato il giorno seguente, magari avrei trovato qualcun altro più lucido dal quale ricevere le informazioni cui andavo cercando. Quando la porta stava ormai per chiudersi alle mie spalle venni fermato dal deciso richiamo della signora che mi volle salutare con un abbraccio e con un bacio sulla guancia. Mi ritrovai nelle mani anche dei cioccolatini dall’aspetto storico. Chissà, magari il museo adiacente aveva inglobato la casa ed il suo contenuto.

Lexington Avenue. Tra la 57ma e la 58ma. Era lì che avrei trovato lo scrittore.

Me lo disse come se per tutti i minuti precedenti si fosse presa gioco di me. Mi diede l’informazione più importante di tutto l’oro del mondo una volta terminato il nostro imbarazzane ma affettuoso abbraccio e poco prima di sparire dietro al portoncino verde.

Aspettai il giorno dopo per raggiungere l’abitazione di F.C. e non lo feci nemmeno subito. Prima mi concessi un giro al Central Park dove mi fermai a sfogliare qualche pagina del suo libro che ormai avevo quasi completamente usurato. Ero sereno. Feci una passeggiata lungo la 5th Avenue ad osservare tutta la ricchezza ed opulenza esistente in quella via per poi ricercare nuovamente il silenzio all’interno della Saint Patrick Cathedral che però non mi fu concesso a causa di una celebrazione. Altri passi lungo la 5th Ave. mi portarono a visitare la Biblioteca prima e la bellissima Grand Central Station poi.

Avevo passato la mattinata a gironzolare a piedi per Manhattan immaginando la quotidianità dello scrittore che aveva alimentato la mia fantasia e di chissà quanti bambini in mondi e circostanze completamente diversi dal suo. Era ovvio che un bambino cresciuto in un contesto campestre, dove la luce fioca dei lampioni è appannata dalle lunghe foschie invernali, venisse attratto da luoghi incredibili ed inavvicinabili. Solo ora realizzavo che furono concepiti in contesti esistenti.

Nel primo pomeriggio mi ritrovai davanti ad un’altra porta. Davanti a me questa volta non comparve un’anziana signora con l’alzheimer bensì una bellissima e giovane ragazza dagli occhi grandi e luminosi ed i capelli corti che risaltavano le caratteristiche del viso che in quel istante era piacevolmente sorridente. Dopo una mia breve presentazione mi fece accomodare in un gigante e lussuoso appartamento circondato da grandi vetrate e la pavimentazione in marmo e parquet di legno chiaro.

La signorina indossava una maglietta di cashmere marrone a maniche corte ed un paio di pantaloni beige che mettevano in risalto la sua aggraziata femminilità. Scomparve per qualche istante lasciandomi solo nel salone che nell’attesa cominciai a scrutare. C’erano mobili laccati prestigiosi ed essenziali e nessun oggetto riposto sopra di essi, eccezion fatta per una statuetta proveniente da chissà dove; un caminetto moderno protetto da una lucida lastra di vetro, pochissime foto contenute in cornici molto sobrie. Due quadri d’arte moderna di dimensioni considerevoli. Si respirava profumo di pulito.

Presto la ragazza ricomparve con un bicchiere riempito d’acqua e con sottobraccio un signore di almeno novant’anni. Camminavano lenti verso di me; lei attenta a non far fuoriuscire il liquido dal bicchiere, lui prestando attenzione ai suoi passi. Eccolo! Era F.C. lo scrittore che mi aveva spinto a fare l’unica vera grande pazzia della mia vita. Aveva il viso scavato ma oltre agli inevitabili segni dell’età sembrava sano e curato. La sua testa aveva perso le rotondità della giovinezza ma aveva mantenuto una chioma di capelli bianca e ben pettinata.

Era vestito con dei larghi pantaloni grigi stretti da una cintura nera ed una maglietta bordeaux. La sua figura trasmetteva spensieratezza mentre curva guardava perlopiù il pavimento. La vista l’aveva abbandonato quasi del tutto. Lasciai parlare la ragazza che era sua nipote, la più piccola delle tre. Lui non ebbe mai figli e fu accolto a casa della sorella, madre della ragazza con cui stavo conversando. Mi spiegò amabilmente che la signora che avevo incontrato nella Upper West Side era la domestica che aveva seguito per lunghissimi anni le faccende di casa dove abitava il signor F.C., finché arrivò il giorno in cui uno non era capace di badare all’altra e viceversa. Decisero di lasciarla vivere nel luogo in cui aveva passato gran parte della sua vita in segno di gratitudine.

I soldi non mancavano di certo in famiglia e nulla cambiava con una proprietà momentaneamente disponibile in meno. Durante la conversazione lo zio pareva completamente assente salvo poi intervenire di tanto in tanto con frasi che si riferivano a personaggi del suo passato o eventi racchiusi nella sua memoria o fantasia. In realtà F.C. non riuscì a mantenersi con i ricavi dei suoi libri e non raggiunse la fama. Anzi, mi disse la nipote mantenendo una accomodante gentilezza, suo zio non si riteneva nemmeno uno scrittore. Mentre mi passava alcune foto in bianco e nero ritraenti lo studio in cui F.C. scrisse i libri, mi spiegò di quanti lavori dovette cambiare prima di trovare un po’ di serenità. Era un’artista e dalle foto si capiva il carattere eccentrico di quel uomo. Sopra alla sua scrivania, collocata in una posizione apparentemente senza senso in mezzo al grande studio, erano presenti due Nikon F meccaniche ed una macchina da scrivere Olivetti lettera 32; al centro della stanza un treppiede di legno con uno straccio penzolante ed una tela dipinta a metà; colori a tempera, pennelli di varie misure e barattoli di vernice un po’ ovunque, grandi fogli arrotolati, casse in legno contenenti chissà cosa. Una radio con lo sportellino del mangiacassette aperto. Sorridemmo assieme nel commentare tutta quella confusione e creatività.

Mi sarei fermato ancora per ore ed ore a parlare con quella meravigliosa fanciulla ma si era fatto tardi ed avevo raggiunto il mio obiettivo. In fin dei conti andare alla ricerca dello scrittore era stata una scusa per rivivere la mia infanzia, per immergermi nuovamente in un mondo di avventure che non mi apparteneva più da troppo tempo. In fondo la mia nuova vita doveva ricominciare con un simbolico tributo alla persona che mi aveva regalato così tante e, fino ad allora uniche, emozioni.

Salutai la ragazza ed il vecchio scrittore. Lui, incentivato dalla nipote, contraccambiò con involontaria allegria. Poi andandomene presi dal mio borsone il libro Alice in Manhattan e riguardai soddisfatto e commosso la dedica scritta qualche istante pima dell’addio dalla mano tremante del suo autore:

Solo coloro che possono vedere l’invisibile, possono compiere l’impossibile!*

*Patrick Snow

Why do you fuckin run?

La domanda è posta da un ragazzo ubriaco trasportato da uno sfuggente pick up nella parte del cassone, in piedi, mentre si regge alla barra metallica posta a ridosso del cabinato: “Why do u fuckin run? Why?” Intuibile il significato, che comunque possiamo tradurre in “Perché minchia corri? Perché?”

L’involontario destinatario è un signore di 42 anni suonati che di corsa sullo stesso versante di strada sta intraprendendo la discesa che coincide con gli ultimi 4 km di percorso appena beatamente e pacificamente svolto.

Non trovano immediata risposta né uno, né l’altro.

Il primo probabilmente già dopo qualche metro avrà evaporato attraverso il suo sguardo ebete l’immagine di un distinto signore con due dita medie alzate a lui rivolte, il secondo, riacquisita la forma più consona agli sportivi che non agli ultrà, ha riflettuto a lungo sul: “Perché corro?”

Naturalmente di primo acchito i pensieri postumi si focalizzano a ripetere la scena con il finale più adeguato, come nei film riguardanti il conflitto tra yankee e viet cong in Vietnam, ad esempio, dove gli americani nella finzione si rimodellano vincitori morali o di battaglie di una guerra che nella realtà hanno sonoramente perso su tutti i fronti. Nello specifico il finale più adeguato sarebbe forse stato un bel “fatti i cazzi tuoi!”.

Anche in questo caso però sarebbe andato perso il piccolo patrimonio concesso da qualcuno che manovra i fili dall’alto e che quella mattina, forse stanco di pensare a cose più impegnative, ha deciso di mettere sulla strada del riservato e silenzioso omino un disturbatore filosofo. (L’omino ultimamente di squinternati ne incontra parecchi tra l’altro)

Se niente è per caso, lo stesso dicasi del meraviglioso libro “L’arte di correre” di Haruki Murakami, che è stato regalato al runner di mezza età da un suo caro amico, con il quale condivide anche questa piccola grande passione e che mai suggerimento di lettura migliore avrebbe potuto fare; perché tra i vari piacevoli e scorrevoli versetti dell’ebook (o libro cartaceo) c’è la chiave per trovare risposta al cerebroleso ubriaco che si è fatto inconscio interprete della domanda che si pongono migliaia di persone; siano esse appassionate di corsa, sportive o meno.

Corro perché mi va. Semplicemente.

Ci possono essere altrettante migliaia di motivazioni per spingerci a correre, ognuno avrà la sua personale.

I più giovani saranno alla ricerca di record da battere o per modellare il proprio fisico, i meno giovani per tenersi in forma, eliminare la pancetta e forse regolarizzare la propria vita, altri ancora lo faranno per avvicinare mete spirituali, chi lo fa per scaricare tensione o per respirare aria pura e via dicendo.

Motivazioni che, condivido con lo scrittore e maratoneta giapponese Haruki Murakami, devono nascere dal profondo di noi stessi.

Ecco perché d’istinto la risposta che scaturisce nei pochi secondi che seguono la domanda dell’ubriaco che te lo chiede alla sprovvista difficilmente sarà diversa da un vaffanculo. Un’autodifesa del nostro ego più profondo che è appena stato colpito e proprio durante il culmine dell’approfondimento.

Ma non è la risposta giusta. Quella corretta è: corro perché mi va.

A differenza della prima cavernicola reazione, questa risposta per se stessa infonde tranquillità, sicurezza e fa sì che appaia anche un sorriso a chi la pronuncia. Sorriso che è consigliato mantenere stampato sulla faccia proprio durante le ultime fatiche di una gara o esercizio in quanto aiuta a rilassare i muscoli del corpo ed inspirare più aria, che è la prima energia vitale del corridore.

Consapevolezza e libertà sono parole di grande intensità e significato ma non tutti colgono occasione per catturare lo stato di forma che questi elementi determinano.

Se ci pensiamo tutti gli uomini sono in eterno movimento spirituale, chi camminando o chi di corsa, tutti quanti percorriamo un percorso lungo e tortuoso dal finale ignoto.

Ognuno è libero di scegliere come arrivare al traguardo. L’esperienza accumulata suggerisce che scorciatoie ed artifizi non portano mai al raggiungimento di grandi risultati, qualcuno prima o poi lo coglie, qualcun altro no. Pazienza.

Se l’ebete ubriaco non poneva la domanda (quando scrivo ebete non si senta coinvolto Renzi), probabilmente l’omino avrebbe continuato a correre senza sapere fondamentalmente il perché, cercando risposte illuminanti che spesso e volentieri si trovano tra i versetti delle frasi a concorso pubblicate nelle riviste specializzate o in qualche aforisma dettato da filosofi della Magna Grecia.

Invece…

Perché minchia corri? Perché?”

Perché mi va

Pronti a partire? Ecco la cura adatta.

Più o meno velocemente si avvicina l’estate e per qualcuno è tempo di cominciare a viaggiare, se non altro con la fantasia, alla ricerca della meta vacanziera ideale.

Mal di mare? Evitare le Maldive

Mal di mare? Evitare le Maldive

Pare che negli ultimi tempi gli italiani più che scegliere i luoghi considerando le proprie possibilità ed esigenze, partecipino ad una sorta di gara fashion con i conoscenti; hai fatto il week end a New York? Ed io ti sparo una settimana in Vietnam. Tutto documentato in facebook ovviamente, con paesaggi surrealistici e sorrisi alla stregua degli appariscenti cugini yankee.

In realtà dietro a queste scelte particolarmente glamour e sorrisi preconfezionati, si celano difficoltà croniche cui il turista si scontra inevitabilmente. Il primo ostacolo è la lingua. Non si è mai capito perché l’italiano pretenda di poter utilizzare il proprio idioma in qualsiasi parte del mondo. Generalmente ci si appiglia al fatto che la maggior parte dei visitatori siano di nazionalità italiana, quindi è lecito attendersi che anche i Masai siano capaci di parlare la nostra lingua, spesso dimenticando tra l’altro che l’italiano è appunto lingua e non dialetto bresciano, bergamasco o barese e napoletano. Fantastiche sono anche le scenette in cui si parla lentamente per cercare di farsi capire con l’interlocutore che rimane ad occhi sgranati e bocca aperta per cercare di carpire qualcosa di logico da un linguaggio sconosciuto. Dialogare nella propria lingua normalmente o lentamente ad uno che non associa nessun significato logico alle parole ha ben poca rilevanza. Vero è che l’italiano oltre alla dialettica utilizza moltissimo la mimica in cui, va riconosciuto, è campione mondiale incontrastato.

Approcci Masai

Approcci Masai

Paradossalmente anche fattori che avrebbero dovuto avvicinare popoli e culture hanno agito all’esatto contrario: la riduzione dei tempi di percorrenza da un luogo ad un altro e la crescita esponenziale di offerte ed agevolazioni hanno ridotto la reale percezione delle distanze. Da Bergamo, ad esempio, la durata del volo per il Cairo e più o meno la stessa di un viaggio in auto da Milano a Marsiglia. Il tempo di trasferimento spesso non è quindi adeguato a trasmettere la reale lontananza etica e geografica. In poche ore ci si trova catapultati in realtà completamente differenti.

Non c’é da stupirsi quindi che il segnale wifi (gratuito) sia balzato in testa alle priorità del turista ovunque esso sia e si trovi, facente parte del pacchetto di pretese in cui è la nazione ospitante a doversi adeguare alle esigenze dell’ospite e non viceversa. Una licenza di limbo turistico protettivo che consente al visitatore di poter fare più o meno ciò che vuole avvolto da un’aurea colonialistica che autorizza a catechizzare gli indigeni con suggerimenti professionali e filippiche sulla presunta superiorità culturale italiana.

Già, perché all’estero nei racconti dei turisti italiani tutte le incapacità manifeste dello stivale e che riempono intere giornate tra discorsi da bar, talk show e conversazioni varie, svaniscono e lasciano spazio ad un Paese, presumibilmente, ideale ed inesistente e che spesso fan sorgere la domanda non troppo scontata: se a casa tua funziona tutto perfettamente come dici, che ci fai qui?

Foto ricordo

Foto ricordo con classe

Così ai precoci nostalgici di caffè espresso, pizza, spaghetti e mandolino, non rimangono che dure settimane di serrato confronto con popoli sottosviluppati, retrogradi e non competitivi con l’accogliente ed iper assistenzialista Mamma Italia. E’ sempre più esigua la memoria delle microsim occupata dalle foto delle cose da vivere e vedere che offre il luogo visitato, a discapito delle dettagliate documentazioni sulle inosservanze dell’alloggio che serviranno a chiedere i famigerati rimborsi una volta tornati alla civiltà; un atteggiamento da proprietario di appartamento che documenta le pecche all’amministratore condominiale e che poco aiuta nel percorso di mini integrazione.

Perù e spaghetti

Perù e spaghetti

Delle pasticche di buonsenso, uno sciroppo di logica e siringate di consapevolezza sono le medicine migliori per sconfiggere il male del secolo, il turista italicus, che oltre ad essere virale è pure contagioso.

Italians? No.

Italians? No.

Si riuscirà così a debellare il male dalle contagiate famiglie triestine che nei prati attigui ai bungolows kenioti inseguono armati di spray insetticidi animaletti volanti o napoletani alterati con commessi della pizzeria all’interno degli Universal Studios di Orlando rei di non capire il dialetto napoletano pur vendendo la pizza. Chissà, magari succede anche con qualche cittadino stelle e strisce a Napoli, incazzato perché il venditore di jeans non parla lo slang americano oppure che qualche autista di tram a Milano non comprenda il greco facendo così infuriare qualche turista di Salonicco.

In fondo tutto il mondo è paese.

Turisti tedeschi

Turisti tedeschi

(Tranne la foto delle Maldive le altre sono state prese dalla rete senza nessuno scopo offensivo o commerciale. Se fossero coperte da copyright o urtassero la sensibilità dei soggetti ripresi saranno rimosse immediatamente)