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Vietri sul Mare. 47 e l’eredità

“Prego si accomodi, il dottore la sta aspettando”

La signora in sala d’aspetto in paziente attesa della convocazione, si alzò dalla sedia ed entrò nello studio del notaio. Salutò educatamente e colse l’invito a sedere nuovamente. Una pregiata scrivania in legno la divideva dal funzionario che reggeva tra le mani una busta da lettere sigillata. Lui teneva gli occhiali sulla punta del naso che si reggevano come equilibristi sulla fune e, ad ogni suo movimento, sembravano lasciarsi scivolare. Scrutava tutti i particolari con dovizia mentre alle sue spalle un ricercato orologio a muro scandiva i secondi che riecheggiavano nella stanza. I doppi vetri delle finestre la isolavano quasi completamente dai rumori provenienti dalla strada limitrofa.

Il notaio aprì la busta ed estrasse la lettera. Si mise a leggerla tra sé e sé, sussurrando di tanto in tanto qualche spezzone di parola contenuta nel testo. La sua testa lucida e pelata rifletteva la luce che filtrava nella penombra dello studio. La signora attendeva un riscontro da parte del funzionario intento ad interpretare lo scritto. Fino a che questi si pronunciò traendo le prime conclusioni.

“Dunque, la defunta pare abbia espresso in piena consapevolezza quanto riportato da lei stessa in questo manoscritto”

La signora era visibilmente dispiaciuta per la dipartita della conoscente.  Si limitò ad ascoltare il notaio senza proferire parola che elencò le volontà della donna precisando da subito un particolare.

“Qui viene indicata come unica erede la nipote, tale signorina M.T., cui però legalmente grado di parentela non risulta in essere”

“No, infàtt a’ signurina…” Il notaio fece segno con la mano di aspettare, interrompendo sul nascere l’iniziativa della cliente “Dicevamo…” continuò “non è riconosciuta legalmente, però non ci dovrebbero essere problemi in tal senso. Che lei sappia c’è qualche parente interessato ad impugnare il testamento?”

“A’ poverà signòr nun ricevèv visitè ra tiemp immemorè. ra quantò ne so io, in tuttì chisti annì in cui ha abitàt int’a’ nostrà palazzìn nun si è maje presentàt nisciuno a farlè visità. Tantu menò lei ha maje fatto cennò a’ parentì, poi nun credò chè…” Nuovamente il notaio fece cenno zittendo la signora. Lesse qualche riga prima di riprendere il discorso.

“Dunque parrebbe che l’unica persona che aveva a cuore era questa ragazza che lei chiama affettuosamente nipote ed alla quale ha dato disposizione di lasciare tutto”

La signora dinanzi al notaio riprese timidamente parola.

“Vere era na’ persòn assaie solitarià e l’unìc persòn a cui sembràv da’ na’ certà confidènz è statà mia figlià. Fin ra piccolà. pure a’ mia criatura stavà simpatìc a’ signorà, tànt’è ca’ capitàv spessò ca’ andàss a farlè visità e’ pomeriggì. A vote’ si fermàv a studiàr ra leì” il notaio ascoltava e lasciava proseguire il discorso con lo sguardo vigile e severo “Povèr signorà, era assaie coltà e e’ frequènt aiutàv mia figlià a fa’ e’ compitì. E’ prestàv e’ librì. Parlavàn tantu assiemè. Forsè l’unà e l’àltr avevàn trovàt e’ figurè e’ nonnà e nipotè ca’ entràmb nun hannò maje avutò”

“Capisco signora. Però già le dico che la situazione qui è piuttosto complicata. Sua figlia dove si trova adesso?”

“Mia figlià fatica all’esterò. nun ha fatto nimmanco in tiemp a tornare ppe o’ funeralè. Ci tenevà davvèr tantu a salutàrl un’ultìm voltà. Era affrànt”

Il notaio annuì, poi finalmente posò la lettera sulla scrivania.

“Quindì cosà pòzzo comunicàr a mia figlià? Lei nun si nullà e’ chesta cosà. nimmanco io me immaginàv ca’ a’ signòr e’ lasciàss chillu pocò ca’ avevà. Poverinà. Sicuramènt decidèrà e’ donarè mobilì e vestìt in beneficenzà. Magarì si tèrrà cacc librò e’ ricòrd”

Il notaio fece una smorfia di disappunto.

“Ma allorà davvèr nun si e’ cosà stiamo parlànd?”

La signora non capì.

Leggo testualmente.

Il notaio riprese in mano il documento e cominciò a leggere ad alta voce.

“L’unica pace di cui avevo bisogno l’ho ritrovata nei libri che ho letto in questi lunghi anni. Periodo in cui ho liberamente scelto di separarmi da ogni vincolo materiale. Poeti e filosofi sono state le guide che mi hanno accompagnato in questo lungo e tortuoso sentiero spirituale. Ho scelto di chiudere la porta dell’uscio e rifugiarmi in me stessa rifiutando qualsivoglia contatto con le persone che distrattamente per scelta loro, o meno, si destreggiano a vivere, forse sopravvivere, nel mondo là fuori. Ma questo è un lascito, non un giudizio. Puntando il dito rinnegherei gli insegnamenti di libertà cui sono stata fiera allieva. Di conseguenza la mia volontà che esprimo nel pieno possesso delle mie facoltà, è quella di agevolare la vita dell’unica persona che con la sua gioia, spontaneità e spensieratezza ha sempre illuminato la parte più buia di questa casa e di me stessa. Essere diventata nonna, senza i requisiti né la volontà d’esserlo, è stato il premio più bello che mi potesse capitare. Non sono credente e non ho un Dio specifico da ringraziare. Di concreto c’è la mia nipotina invece, cui dispongo di lasciare, i miei averi elencati di seguito e di cui lei ignora l’esistenza”

Alla signora spuntarono le lacrime agli occhi.

Il notaio fece un sospiro ed elencò i beni materiali. Tre appartamenti nel centro della città, alcuni terreni sulla costiera amalfitana, gioielli ed altri valori depositati presso una banca, mentre in un altro istituto titoli ed un cospicuo conto corrente.

Come avviene nelle piccole cittadine la voce si sparse velocemente tant’è che, come da previsione del notaio, i primi a fare causa all’ereditiera furono due sorelle della defunta ed i loro figli, quelli sì legalmente nipoti, che si fecero vivi per la prima volta. Si erano preparati al meglio “Poverà nonnà” versavano lacrime “leì ci scrivèv semprè. Ci riceva ca’ era costrètt a starsèn chiusà a casa ppe paurà ca’ e’ rubassèr tuttò. Ci parlàv e’ na’ uagliuncella ca’ avevà miso e’ uocchi sullè sue cosè. Ma chi pensàv andavà a ferni’ còsì? Tantà crudèltà è inimmaginabìl”

Anche il sindaco e qualche assessore non mancarono di far valere ragione “a’ signòr avevà assaie a core a’ sua cìttà. Spessò telefonàv o’ Comunè ppe informàrs sui lavorì e’ mantenimentò, sullò statò ra’ conservaziòn dei palàzz storicì” Chiaramente non era vero “Era attènt a’ cultùr e, ca’ io sappià, cacc semana prima e’ muri’ ci era giuntà vocè ra’ sua volòntà e’ donarè na’ cospicuà sommà indirizzàt e’ operè pubblìch“

Immancabilmente ebbe da dire la sua pure il prete che aveva speso malvolentieri qualche minuto del suo esercizio per cospargerla di acqua santa e dedicarle una preghiera al cospetto di una funzione deserta che, al pratico, significava l’assenza di offerte.

“Comm nun ave’ a core e’ sortì e’ chesta anema ca’ a modò suo seguìv a’ lucè ro’ Dio misericordiosò” disse stringendo un rosario ed il vangelo al proprio petto “unà femmena cui a’ presènz è sempe statà costànt o’ cospètt e’ nostrò Signorè. Song certò ca’ sul o’ pocò tiemp rimàst e o’ smarrimènt ra’ malattià e’ abbiàn impedìt e’ esprimèr a’ sua volòntà ca’ evidentemènt includèv nu’ generòs obolò a’ Chiesà”

Furono i più rappresentativi, ma non gli unici, a presentare le mani tese al cospetto del notaio ed alcuni di loro, come i nipoti ad esempio, ne ebbero convenienza.

Solo i libri non furono soggetti della disputa. L’eredità spirituale di quella donna finirono sugli scaffali della nipotina che fu l’unica tra tutti a non aspettarsi nulla ed a ricevere il dono più grande che la sua nonna acquisita potesse lasciarle in eredità:  la conoscenza.

Non le case, i terreni, o i gioielli, ma la conoscenza fu la chiave della felicità di quella bambina che nel frattempo aveva imparato a splendere di luce propria.

E fu felice.

Si ereditano beni mobili o immobili. Si ereditano anche dei debiti. Tutto ciò che si eredita è sempre di una materia contabile. È possibile che non si possa ereditare, nemmeno dalle persone più care, un patrimonio che non sia venale? Ereditare sogni, pensieri sfusi, fantasie di vario genere; e poi spunti di romanzi o di romanze, dubbi filosofici, amori, certezze teologiche, brandelli di poesie, magari chiacchiere e bugie da tener buoni per le ore di solitudine. Questo si chiamerebbe ereditare.
(Francesco Burdin)

Il turismo: orfano di follia e romanticismo

1994, Primavera.

Rimini. Io ed il mio amico Andrea abbiamo parlato, riso, scherzato; progettato il futuro.

Oscillando tra incoscienza ed utopie.

Poi una cabina telefonica lungo la strada e la chiamata rassicurante di rito ai genitori. Rispose mia madre.

Guarda hanno telefonato, ti cercavano. Ti hanno preso.

L’intero post lo puoi leggere cliccando il link qui sotto:

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Lettura consigliata:

Atlanta: la resa dei conti

Atlanta è una città visibilmente stanca, avvolta da un opacizzato smalto fine anni 90.

L’affascinante strascico delle Olimpiadi del 1996 è presente quasi ovunque, in particolare a South Downtown nel Centennial Olympic Park. I ragazzini si arrampicano sui cinque cerchi colorati eretti all’ingresso del parco.  Nella vasta area verde sorge anche il museo del simbolo commerciale americano più invasivo e potente al mondo, la Coca Cola. La bevanda creata dal farmacista John Stith Pemberton nel 1886 è l’esempio lampante di come la sete di consumismo stia pericolosamente guidando il mondo verso il baratro. Il marketing della bevanda color marrone è vincente perché maledettamente semplice: il prodotto è alla portata di tutti e piace a tutti, dal Presidente degli USA al senza tetto. Ognuno di noi può avere un dollaro in tasca per acquistarla, moltiplicato per i 7 miliardi di abitanti che popolano il mondo i conti sono presto fatti.

Atlanta è la capitale dello Stato della Georgia che nel 1929 vide nascere il Reverendo Protestante ed attivista politico pacifista Martin Luther King al quale fu assegnato nel 1964 il Nobel per la Pace. Nella città è stato costruito il Martin Luther King Jr. National Historic Site in sua memoria ed anche una via principale porta il suo nome. Il Reverendo King cominciò il suo cammino di lotta pacifica contro l’ingiustizia civile in una piccola chiesa a Montgomery, cittadina dell’Alabama non troppo distante da Atlanta e resasi nota per episodi di impegno civile quali il boicottaggio dei mezzi pubblici in seguito al rifiuto della coraggiosa Rosa Parks di rinunciare al suo posto sul bus riservato ai bianchi ed il Bloody Sunday, la celebre marcia da Selma a Montgomery. Nella cittadina sorgono il National Memorial for Peace and Justice ed il Civil Rights Memorial luoghi dove sono conservate le memorie del lungo periodo in cui la parte di popolazione più forte ha approfittato dei più deboli con reiterate e consapevoli ingiustizie e soprusi. Fatti di cronaca che ancora oggi penalizzano la libertà e giustizia di alcune etnie.

Sarebbe impossibile riassumere in poche righe ciò che centinaia di pubblicazioni autonome stanno cercando di far emergere senza essere disinnescate dai tentacoli della censura occidentale, ma la situazione che si è creata è evidente a tutti. Tutto ha inizio con il colonialismo spagnolo, portoghese, quello inglese e le conquiste di nuovi territori perpetrati da ciechi soldati di Dio, presuntuosi della loro evoluzione in ambito di medicina e scienza, spesso trainata da esigenze belliche. L’imprinting del conquistadores è ancora oggi caratteristica europea, la stessa che ha di fatto sterminato l’intero popolo di nativi americani che oltre ad essere stati usurpati di terre e diritti sono stati umiliati per anni dalla rivisitazione storica hollywoodiana specialista in indottrinamento delle masse occidentali. In tutti i film, poche le eccezioni, tutti i nemici di zio Sam sono dipinti come spietati e crudeli assassini, malvagi terroristi privi di scrupolo ed immorali, contrapposti all’esercito dei buoni e comprensivi americani intenti a distribuire cioccolate e chewing gum alle mani tese delle popolazioni liberate. Siano questi soldati, cowboy, pugili o combattenti di qualsiasi tipo sono caratterizzati da un’infinita umanità, solidarietà, calma e sicurezza anche quando scaricano interi caricatori addosso al truce nemico. Quanti telefilm polizieschi indottrinano intere generazioni che un uso lecito delle armi porta benefici alla comunità? I videogame sparatutto non hanno la stessa funzione? Chi non è dalla nostra parte va eliminato per il bene comune. Le campagne mediatiche di questo tipo sono una prassi che utilizza sistematicamente anche Israele per dimostrare al mondo di essere nella parte del giusto mentre giornalmente compie atroci ed efferati delitti contro la Palestina che sta, passo dopo passo, sgretolandosi con il tacito consenso del mondo occidentale. Ma perché l’ingiustizia trionfa senza che nessun Paese così detto democratico di fatto prenda una ferma e decisa posizione in tal senso? Perché a muovere i fili delle marionette del teatrino del mondo ideale ci sono gli interessi economici. Il razzismo fondamentalmente riguarda i poveri. Il terrore dei privilegiati che i ruoli si possano invertire. Nel 1865 a seguito della guerra civile venne emanato il XIII emendamento della Costituzione degli Stati Uniti che decretò la fine della schiavitù. Questo fatto comporterà paradossalmente un ulteriore disagio sociale enorme in particolar modo per quelli che oggi chiamiamo afroamericani. Essendo stati prelevati forzosamente dalle loro terre native, una volta terminata la condizione di schiavitù almeno dal punto di vista legislativo, si trovarono abbandonati a loro stessi senza poter contare su nessun sostegno economico.  Questo è stato il vero disastro.

In Europa stiamo pagando scelte di alcune centinaia di anni fa quando l’osannato statista inglese Sir Winston Churchill si ricoprì di fama e gloria grazie alle strategie vincenti che consentirono gli alleati di sconfiggere i temuti nazisti cui scopo finale era lo stesso di chiunque scateni o partecipi ad una guerra: annientare l’avversario possibilmente cancellandolo dalla faccia della terra. L’hanno fatto gli americani con i coreani o gasando i vietnamiti, sganciando bombe atomiche in Giappone; tutt’oggi lo fanno gli israeliani bombardando i civili palestinesi o con escursioni belliche in Siria dove colpiscono ospedali e scuole. Per non parlare di ciò che avviene in Afghanistan, Iraq, Yemen e via dicendo. Churchill tracciò con righello e matita i confini del Medioriente separando pacifiche tribù di beduini. Lo fece senza interpellare nessuno durante un caldo pomeriggio, dopo aver pranzato e bevuto abbondantemente come suo solito.

Eppure sui libri ufficiali è quasi impossibile leggere versioni realistiche di quanto avvenuto.

Chi vince scrive la storia.

Poi c’è lo stato di polizia che serve a mantenere chiaro il concetto che al povero non è consentito partecipare alla spartizione del bottino. Per mantenere vivo il decadente equilibrio del capitalismo c’è necessità che una piccola parte di mondo goda del prodotto, gli altri devono lavorare duramente per produrla. L’abolizione della schiavitù non comporta l’acquisizione dei diritti fondamentali. Nativi americani, afroamericani, asioamericani ed ispanici sudamericani, hanno continuato ad essere discriminati perché poveri. Negli anni c’è stata un’evoluzione economica e tra questi molti sono emersi. Anche in questo caso sono stati i mass media occidentali a sdoganare l’immagine del poveraccio che cavalca il sogno americano sostenendo che è merito della democrazia liberista delle pari opportunità se qualcuno di loro è diventato ricco e famoso. Sappiamo che non è così. L’etnia bianca si tramanda il senso di superiorità verso le etnie di origini povere o dissociate al capitalismo che si traduce in sguardi languidi e comprensivi che in realtà sono un sommario lavaggio di coscienza.

Per sancire dei diritti fondamentali si è dovuta scatenare una guerra civile che evidentemente non è bastata. Non sono bastate le manifestazioni pacifiche di Martin Luther King né tantomeno quelle violente delle Pantere Nere o Malcom X. Non sono bastati i disperati gesti simbolici durante le manifestazioni sportive. Non bastano i movimenti artistici. Non bastano i morti che ci sono stati e ci saranno.

Il capitalismo è una guerra giornaliera in cui tutti siamo illusi di correre sulla stessa pista ma la cui distanza è variabile per ognuno e ad alcuni non è manco consentito di partire.

Una cosa è certa: non si può più procrastinare la propria presa di posizione. L’attendismo di comodo si sta crepando sotto i colpi di una parte di società che non è più disposta ad alimentare il mondo dei potenti in cambio di infelicità. Se fortunatamente ci si trova tra i pochi che usufruiscono di privilegi sarà il caso di agire in modo tale da ripensare le regole ed inglobare nel progetto l’intera popolazione mondiale raggiungendo traguardi di uguaglianza e sostenibilità. Altrimenti si dichiari apertamente la volontà di salvaguardare il sistema attuale, dove l’uso della forza fisica e psicologica perpetrata dai potenti consenta di mantenere la supremazia a danno dei soliti poveri.

Consapevoli di questo prepariamoci alla resa dei conti.

 

Il capitalismo corre sempre il rischio di ispirare gli uomini ad essere più interessati a guadagnarsi da vivere che a vivere

(Martin Luther King)

 

La Mezza Maratona di Donostia San Sebastian

I motivi che spingono molti appassionati, perlopiù europei, a partecipare alla maratona o mezza maratona a Donostia San Sebastian sono principalmente le caratteristiche del percorso, prevalentemente flat, il fattore climatico, che offre temperature miti e naturalmente la bellezza della cittadina stessa.

Ma perché mai un italiano dovrebbe fare tutti questi chilometri per partecipare ad una 42K o 21K all’estero piuttosto che correrle a casa sua? Le principali motivazioni sono queste: unire la passione del viaggio con quella della corsa e l’eliminazione delle pratiche che in Italia sono un costoso fardello burocratico.

A San Sebastian la partecipazione non è eccessiva nonostante l’accorpamento in un’unica giornata delle due competizioni, di conseguenza anche il ritiro del pettorale non è accompagnato dai soliti expo che abitualmente sono luminose vetrine colorate di articoli settoriali.

Nel caso specifico ci sono solo alcuni stand posizionati all’interno del palazzetto dello sport di cui l’ingresso è anche segnalato approssimativamente. Certo se uno è abituato alle manifestazioni statunitensi o quelle che si svolgono in città più grandi dove gli sponsor fanno a spallate per rifilarti mille gadget e venderti qualunque cosa rimarrà un po’ spiazzato da tutta quella semplicità.

In realtà questo aspetto scarica l’atmosfera da fattori esterni che ci allontanano da quello che è il nostro obiettivo reale: la gara.

La mia esperienza personale non è stata delle migliori a causa di fastidi fisici che mi portavo dietro da un po’ di tempo probabilmente causati da una preparazione mal gestita, ossia un sovraccarico di lavoro che ha causato l’irrigidimento di entrambi i polpacci. Specifico per chi non mi conosce che sono un maratoneta amatoriale con tempi medio alti per la fascia d’età cui appartengo e che pratico allenamenti fai da te con tabelle scaricate da una rivista specializzata. Vero è anche che ho sposato una fisioterapista ma si sa che il figlio del calzolaio ha sempre le scarpe bucate.

Tornando a San Sebastian la vigilia non è stata delle migliori dato che la cittadina basca è stata investita da una vera e propria tempesta che ha causato parecchi danni materiali. La pioggia ma soprattutto il fortissimo vento hanno celato molte delle bellezze che si presentano agli occhi dei visitatori che si addentrano tra i vicoli della parte vecchia, rimandando di fatto alle ore seguenti le romantiche passeggiate tra i caratteristici negozietti ed i rumorosi aperitivi dei numerosi locali affacciati nelle strade.

Oltre quindi alla preoccupazione di non terminare la gara per motivi fisici ecco subentrare anche quella delle condizioni climatiche. In Spagna a Las Palmas già mi era capitato di dover rinunciare alla mia prima mezza maratona, rinviata per analoghi motivi. Sei mesi di preparazione buttati per colpa di una bufera.

La notte della vigilia l’ho passata con un bendaggio all’ossido di zinco sui polpacci pazientemente applicate dalla mia fisiowife, mentre il giorno della gara sperimenteremo il taping.

Il meteo nel frattempo non sembrava intenzionato a darci tregua con la pioggia che ha infastidito partecipanti ed accompagnatori fino ai nastri di partenza a pochi metri dallo stadio comunale e dal palazzo dello sport preposto al ritiro del bib. Con un ponte a fungere da parziale copertura sopra le teste, i massaggi scaldamuscoli pre-gara e l’incertezza di riuscire a completare la mezza maratona è cominciato il countdown che da li a poco ha dato il via alla manifestazione.

Quasi in contemporanea con lo sparo, anche il cielo si è schiarito regalandoci un’inaspettata  tiepida ed asciutta mattinata priva di vento. Le condizioni ideali per correre.

Il percorso come anticipato facilita la ricerca di tempi abbastanza veloci ed offre un panorama molto interessante specialmente nel passaggio del lungomare. Per quanto mi riguarda era già un miracolo poter correre e tenuto conto delle complete sessioni d’allenamento saltate e la totale mancanza di una recente preparazione alle lunghe distanze ritengo d’esser stato anche bravino ad aver gestito la situazione. Che stavo correndo al limite delle mie possibilità fisiche lo dimostra il fatto che all’ultimo chilometro, animato dall’euforia d’essere arrivato alla fine nonché da un partecipante che mi respirava sul collo ho cominciato a spingere quasi a voler lasciare indietro tutti i problemi fisici. Risultato? I miei polpacci si sono irrigiditi come due tocchetti di legno che fosse successo 6K prima non arrivavo alla fine.

Peggior tempo personale di sempre.

L’arrivo situato nella pista d’atletica dello stadio suscita sempre belle emozioni agli atleti che hanno la fortuna di attraversarlo per essere investiti della simbolica medaglia che premia lo sforzo compiuto. Sforzo doppio è invece quello che aspetta chi affronta la maratona dato che anziché infilarsi nello stadio dovrà proseguire per compiere un secondo giro da 21,097K e rimandare per un po’ di tempo i suoi meritati momenti di gloria.

Ci vuole solo coraggio, o forse buon senso, per capire che le lezioni migliori sono di solito le più dure; e che spesso fra queste ultime c’è la sconfitta.
(Anthony Clifford Grayling)

Louisville. Talent scouts.

Avevo del tempo rimanente prima di incontrare i miei due ex compagni del college, così che lo impiegai gironzolando il piccolo Ohio State Park. Il vento soffiava molto forte e non riuscì a fare ciò che avrei voluto. Qualche foto panoramica della città, alcuni scatti al fiume e poi al caratteristico orologio del museo Colgate Palmolive.

Lo skyline di Louisville si ripresentò davanti a me mentre attraversavo il Big Four Bridge.

Alle mie spalle lasciavo lo Stato dell’Indiana che si ferma qualche metro di terra prima del fiume Ohio. Entrambe le rive bagnate dal corso d’acqua appartengono infatti allo Stato del Kentucky.

A quell’ora la città era deserta e questo mi consentì di oltrepassare downtown piuttosto velocemente. Volevo raggiungere il più in fretta possibile l’ippodromo di Churchill Downs dove si corre il leggendario Kentucky Derby. Essere a Louisville e non fare una visita ad una delle istituzioni sportive più antiche di tutti gli Stati Uniti lo consideravo un delitto.

Per raggiungere Churchill Downs dovetti spingermi fino alla Old Town ma, come detto, non essendoci traffico impiegai davvero poco tempo per arrivarci. La luce del sole veniva riflessa prima dalle vetrate dei grandi palazzi, poi man mano che mi addentravo nella periferia, dalle casette in legno bianche. Bianca era anche la lunga staccionata che delimitava la strada principale diretta all’ippodromo.  Parcheggiata la macchina rimasi subito colpita dalla statua in bronzo di un cavallo che galoppa verso la vittoria: Barbaro. Il suo nome a carattere cubitali spiccava fiero sul basamento.

Che emozione il Kentucky Derby. Nasce nel 1875 ed è una competizione per cavalli purosangue dell’età di tre anni che si corre sulla distanza del miglio e un quarto. Da allora si è svolta regolarmente tutti gli anni alimentando storie e leggende come quella del cavallo che detiene il record della gara, Secretariat, stabilito nel 1973 o quella di Barbaro appunto. Già, perché dedicare proprio a lui un monumento all’ingresso? Premesso che stiamo parlando di una tomba dove si trovano i resti dello sfortunato purosangue, è stata edificata all’esterno su volere dei suoi proprietari per dare così la possibilità a tutti di visitarla senza pagare il costo d’ingresso all’ippodromo. Il purosangue inglese nato il 29 aprile 2003 e deceduto il 29 gennaio 2007 è stato un campione imbattuto e che godeva di ogni entusiasta parere degli esperti che lo giudicavano un fuoriclasse assoluto. Ma il destino non guarda in faccia nessuno così che a seguito di una caduta al Preakness Stakes-G1 si distrusse la gamba posteriore destra fratturandola in tre punti. Subì diversi interventi ma alla fine dovette arrendersi alla laminite che nel frattempo si era presentata agli arti anteriori. Non potendosi più appoggiare a nessuna delle sue gambe i proprietari decisero di praticare l’eutanasia. Moltissime furono le persone che rimasero scosse dalla perdita dell’animale tant’é che il proprietario Roy Jackson dopo la morte del cavallo dichiarò: “Non so spiegare cosa abbia colpito l’immaginazione di tutti per questo cavallo, la gente ama gli animali e probabilmente ci sono tante di quelle cose negative nel mondo che alla fine si erano aggrappati a lui”.

Il tempo scorreva velocemente mentre nella mia immaginazione si susseguivano le immagini di leggendari cavalli, spinti al massimo da gloriosi fantini. Zolle di sabbia e terra sradicate dal suolo dalla potenza devastante scaricata al suolo ad ogni galoppata. Polvere e fango contrapposte alle facoltose signore dai loro eccentrici cappelli ed abiti dai colori sgargianti. Il nitrito delle bestie spinte al limite, lo schioccare dei frustini, le urla degli appassionati e degli scommettitori. Miriadi di emozioni compresse in pochi numeri. Profumo di rose, soldi e sapore di champagne nel palato dei vincitori. Delusione, polvere e rassegnazione nelle menti degli sconfitti.

Competizione è eccellere, l’eccellenza fa parte del percorso di evoluzione di una specie. I migliori, i più forti, si guadagnano il diritto alla sopravvivenza. Qualunque sia il punto di vista etico riguardo le competizioni trovo affascinante pensare che l’uomo sia riuscito ad incanalare in rappresentazioni sportive la forza della selezione naturale. Una sorta di esperimento da laboratorio.

Ripresi la macchina e lasciai dietro a me quel luogo sacro e mi diressi nuovamente verso downtown.

L’appuntamento con i ragazzi era in prossimità della gigante mazza da baseball sulla W Main Street. Non fu difficile riconoscere il palazzo in questione. Anche in questo sport le storie e le leggende hanno riempito pagine di migliaia di libri ed impresso altrettante pellicole. Nella memoria di ogni cittadino americano risuona il colpo sordo di una palla che colpisce la mazza ergendosi in aria oltre ad una rete. Oppure oltre una barriera o mentre si schianta sui lampioni dello stadio. Nel momento in cui rimane impigliata nel guantone di un giocatore o afferrata dai tifosi eccitati ed accalcati sugli spalti. Questo da tempo immemore o più precisamente da quando nel 1927 la leggenda Babe Ruth bussò alla porta della fabbrica di Hillerich & Bradsby e si fece costruire la R43 che gli consentì di battere il suo record personale. Quell’anno infatti furono sessanta i fuoricampo che fece. Gli eroi e le loro imprese vanno omaggiate, così che la stessa azienda produttrice delle epiche mazze Slugger  ben pensò di realizzare una replica della R43 alta 36.576 metri e pesante di 30845Kg. Quella appoggiata allo stabilimento di Louisville che stavo guardando.

Attendevo l’arrivo dei ragazzi e pensavo al lavoro che avevano scelto. Talent scouts. Bisogna avere vocazione nel girare il mondo in cerca di talenti. Trovare il giusto blocco di marmo da consegnare a scultori che dedicheranno il loro tempo, martellando e scalpellando, in attesa di scoprire se il materiale si plasmerà come un Donatello o si sgretolerà sotto i primi colpi. I dialoghi con i ragazzi per capire le loro velleità. Le parole di convincimento per i genitori. Le porte chiuse in faccia, le telefonate infinite. I giorni trascorsi seduti sulle tribune di legno o cemento dei college o delle università con il capo chino a raccogliere informazioni, a prendere appunti. Poi, tra tanti, il campione e la soddisfazione immensa d’averci creduto. Il merito di aver tracciato la strada che potrà intraprendere emergendo tra tanti. Un prezioso pass per praticare l’infinita ed entusiasmante corsa alla sopravvivenza della specie dove solo i migliori sono ricompensati.

Intanto che li aspettavo mi godei ancora un pò Louisville.

 

“E’ difficile battere una persona che non si arrende mai” (Babe Ruth)

 

…e adesso i lamentosi che diranno?

Quella mattina mi trovavo ad Amman ed il pullman con tutti i turisti a bordo era pronto per partire verso il Mar Morto. Erano settimane natalizie, quando le presenze chiaramente aumentano. In quel periodo dell’anno e specie in quell’area della Giordania, è facile imbattersi nel brutto tempo. Le giornate possono presentarsi fortemente piovose o addirittura innevate. Questo può disattendere le aspettative dei clienti e creare un po’ di scontento e malumore tra di essi.

Personalmente lavorare in quel Paese mi accresceva culturalmente giorno dopo giorno e non nascondo che quell’esperienza ha abbattuto molti miei pregiudizi. Mi sentivo sereno e cercavo di trasmetterlo ai clienti che, avendo scelto una destinazione così particolare dove passare le loro ferie, reputavo non dico migliori di altri, ma forse più sensibili e predisposti ad affrontare un viaggio introspettivo.

Quel giorno si respirava aria pesante causa le solite lamentele riguardanti il cibo o chissà cos’altro, fatto sta che era cominciato con un sole splendente e nessuna nuvola a contornarlo. Significava che al Mar Morto avrebbero avuto la possibilità di fare il bagno e di godere di una temperatura mite.

Insomma, una fortuna non da poco vista la stagione.

Salì le scale del pullman, presi in mano il microfono e salutai tutti quanti.

Recitai sorridente un brevissimo proverbio scritto dai nativi americani che invitava le persone ad apprezzare i regali che ci concede madre natura. Chiaramente mi riferivo al fatto che potevamo affrontare la giornata accompagnati dal sole dopo giorni di freddo e pioggia, fattore a mio avviso più importante del caffè allungato o del materasso scomodo.

La reazione non fu quella prevista. Tra i mugugni dei turisti, un ragazzo delle prime file mi derise: “Ecco bravo, se arbitro fischia è rigore” Evidentemente avevano considerato il mio intervento banale ed infantile. In fin dei conti ero pagato per risolvere concretamente i loro problemi, non per filosofeggiare.

Scrivo queste righe mentre il mondo affronta il Covid-19 che ha momentaneamente devastato ogni nostra sicurezza. Ecco il punto: può l’uomo fidarsi delle proprie aspettative? Cosa ci garantisce il futuro?

Non serviva calassero improvvisamente le tenebre della pandemia per renderci conto di come le nostre fortune possano improvvisamente vanificarsi. I vacanzieri perennemente scontenti e lamentosi dovrebbero vivere il presente anziché rincorrere i loro sogni. Il paradosso è che spesso chi si lamenta di più è quello che subisce di meno.

Dubito che queste persone abbiano appreso la lezione e poco m’importa.

Il mio pensiero è invece rivolto a tutti gli anziani che ho incontrato in questi anni e che spero siano riusciti a superare questo disagio. Impressi nella memoria rimangono i momenti in cui varcano le porte dell’aeroporto. Tra loro chi con passo lento e bisognoso di sostegno, i super arzilli persi nei parcheggi; quelli sguardi pieni di gioia in attesa di raggiungere le destinazioni tanto desiderate. L’entusiasmo di poter vivere ancora una volta il mare. Semplicemente di poter giocare a carte o fare qualche ballo di gruppo in compagnia. Certo, anche tra gli anziani non mancano i lamentosi, però la maggior parte di loro è consapevole che è più il tempo che hanno trascorso di quello che rimane. Poterlo impegnare in autonomia, con la propria testa, con le proprie gambe, è un grandissimo dono che la vita regala.

Possibile che ci si debba rendere conto delle cose belle solo quando vengono meno?

Tra mesi, forse anni, chi leggerà quello che ho scritto sorriderà sarcasticamente ad una situazione che ora fa tremare il mondo. Nel turismo sarà cambiato poco e niente e tutti gli allarmi del distanziamento sociale o delle mascherine saranno caduti nel vuoto, dopo la scoperta di qualche pasticca curante o vaccino antivirus. Tra i sopravvissuti  all’epidemia ed al disastro economico-sociale, si ripresenteranno ai blocchi di partenza i lamentosi.

Se mi troveranno sorridente ad accoglierli in qualche aeroporto non è dato a saperlo. Nel caso, salirò sul pullman e racconterò ancora una volta un proverbio dei nativi americani. Qualcuno non gradirà. Pazienza.

Mi rivolgerò ai miei cari anziani che non ci sono più e di cui molti, lo so per certo, hanno fatto l’ultimo viaggio a bordo del convoglio di camion militari che ha attraversato la loro città buia e deserta.

Poi, ad aspettarci, ci sarà sempre il sole, la spiaggia ed il mare.

 

Cos’è la vita? È il lampo di una lucciola nella notte. È il respiro di un bufalo d’inverno. È la piccola ombra che attraversa l’erba e si perde nel tramonto
(Proverbio dei Piedi Neri)