Hanoi. The guide
Il gruppo di anziani attendeva impaziente di essere imbarcato sul volo che nel giro di qualche ora gli avrebbe trasportati fino l’altra parte del mondo. In Vietnam. Gli acciacchi fisici derivanti dalla terza età non avevano impedito a nessuno di farsi trovare pronto nell’affrontare un viaggio piuttosto impegnativo. In aeroporto ogni partenza era caratterizzata da un brontolio generale riguardante la mancanza di posti a sedere, la scomodità della seduta, i prezzi elevati dei bar ed ovviamente il disordine delle file al momento dell’imbarco. Di inframezzo la lista delle malattie affrontate o da affrontare. Come se lo scambio delle figurine che praticavano da bambini avesse ripreso moda anche nella vecchiaia. Le raffigurazioni dei calciatori erano state però sostituite con quelle delle artrosi, cervicali, diabeti e patologie tiroidali. La capogruppo, un’energica piccoletta un pò più giovane rispetto agli altri, si prodigava nel mantenere il gruppo unito, cercando di assecondare il più possibile ogni loro esigenza. Chi doveva andare urgentemente in bagno, chi voleva acquistare le parole crociate, chi gironzolava a vuoto per sgranchirsi le gambe. Gli uomini si intrattenevano per lo più discutendo di politica spiccia. Le donne intervenivano energicamente quando si trattava di elencare i disservizi presenti nel Belpaese. Dalle affermazioni convinte si evinceva che la causa attuale di tutti i mali, o quasi, erano gli extracomunitari. Gente pericolosa che, quando non dedita alla macchia, rubava posti di lavoro e case agli italiani. Tra loro c’era anche chi sosteneva che questa tesi era una sciocchezza, ma veniva ben presto tacciato da coloriti esempi di furti, rapine, violenze e qualsiasi altra ingiustizia quotidiana commessa dai forestieri. Man mano che l’orario di apertura del gate si avvicinava, la sala si popolava di passeggeri in attesa. L’aumentare del vociare e la presenza sempre più ingombrante delle persone fece distogliere ad un ragazzo lo sguardo dal monitor del portatile che stava maneggiando e che rifletteva il suo viso dai tratti orientali. Smise di armeggiare la tastiera, si levò delle corpose cuffie dalle orecchie e si rivolse ad una signora del gruppo per invitarla a sedere al posto suo. La gentilezza non fu ricompensata. La donna si impossessò del posto senza ringraziare. “Era ora” si limitò a bofonchiare.
In attesa del loro arrivo ad Hanoi la guida vietnamita aveva ingannato il tempo chiacchierando con l’autista del pullman che stava anche sostenendo il cartello con stampato il nome del gruppo. Era una ragazza minuta con poca esperienza alle spalle e fresca di laurea ma ciò nonostante non tradiva alcuna insicurezza. Alle uscite si era creata parecchia confusione vista la presenza di professionisti del settore e parenti o amici in attesa dei loro cari. Questo non aveva impedito alla guida di individuare subito il gruppo. Le voci di varie nazionalità si accavallavano tra loro creando un trambusto infernale. A queste si aggiunse il rumore delle rotelle delle valigie strascinate dai visitatori ed i nomi urlati per non disperdersi. L’umidità completava il disagio. Quasi tutto il gruppo si lamentava delle condizioni poco confortevoli in cui erano costretti a sottostare, mentre la tour leader tardava ad arrivare. Più di qualcuno fece subito notare alla guida vietnamita che in Italia certe cose non sarebbero mai potute accadere. Finalmente arrivati al bus e caricate le valigie a bordo presero posto defaticandosi e rinfrescandosi con l’aria condizionata erogata dalle bocchette.
La guida estrasse quindi il microfono, si accertò che funzionasse, poi con la sua voce delicata e con un accento marcatamente orientale si presentò dando il benvenuto ai nuovi ospiti. Il chiacchiericcio sul fondo riguardante la scomodità dei sedili impedì a più di qualcuno di capire cosa stesse dicendo. Si augurarono che il resto delle spiegazioni fosse più chiaro rispetto a quello trascorso. La capogruppo si preoccupò di chiedere se all’arrivo in hotel fosse stato adibito un buffet dato che erano piuttosto stanchi ed affamati. Ulteriore timore per niente velato fu quello di accertarsi che l’eventuale cibo fosse commestibile. Impensabile per un italiano cibarsi di solo riso, appuntò. La guida dovette necessariamente interrompere le prime spiegazioni quando notò che tutti erano inevitabilmente distratti dal caotico traffico di Hanoi. Non si fecero certo attendere i commenti sull’inadeguatezza di alcuni mezzi circolanti e la promiscuità del codice stradale. Qualcuno volle specificare che in Italia cose così sarebbero impensabili. Anche al sud.
Il tragitto da percorrere per raggiungere l’hotel era particolarmente breve ma la densità del traffico allungava i tempi. La guida ne approfittò per riepilogare il programma che avrebbero affrontato nei tre giorni di presenza ad Hanoi, prima del loro trasferimento all’interno del Paese dove sarebbero stati accolti da un’altra guida. Illustrò quindi la passeggiata serale che avrebbero fatto attorno al West Lake, il lago della leggenda della spada restituita, con la visione illuminata del ponte rosso Hoan Kiem. Struttura che avrebbero attraversato anche il giorno seguente e che li avrebbe portati all’interno del tempio Ngoc Son. Complici la fame, la stanchezza e la pronuncia non proprio perfetta della guida la maggior parte sembrava assopita nei propri pensieri e poco attenta al discorso. Si risvegliarono tutti immediatamente quando qualcuno con voce decisa chiese alla guida se c’era il segnale per il wifi. La spiegazione riguardo questa problematica si svolse durante la sosta ad un semaforo rosso a pochi metri dal Tempio della Letteratura dedicato a Confucio. Intenti a smanettare i propri smartphone come adolescenti all’uscita di scuola, nessuno fece caso ad un gruppo di studenti neo laureati che stava festeggiando la fine dell’attività scolastica sfoggiando sorrisi e gioia per il riconoscimento conseguito.
La guida riprese a fatica, ma sempre con il sorriso sulle labbra, a raccontare dello spettacolo delle marionette che si svolge al Thang Long Water Puppet Theatre. Prima dello spettacolo avrebbe fatto assaggiare loro il famoso caffé all’uovo di Hanoi portandoli tutti in una tipica caffetteria locale. Subito i signori chiesero spiegazioni riguardo questa variazione che andava a sfidare il caffé espresso, orgoglio italiano. Di similitudini, a parte la materia prima, non ce n’erano. Qualcuno si informò se, a parte l’assaggio folcloristico di questo caffé all’uovo, ci fosse la possibilità di bere un buon caffé espresso anche in Vietnam. Altri ci scherzarono sopra, ma non troppo, riguardo la possibilità di correggerlo con la grappa.
Finalmente si cominciò a percepire un pò di buon umore che lasciò spazio alla preoccupazione durante l’attraversamento del quartiere vecchio e le numerose bancarelle ai cigli della strada allestite per l’assaggio di cibo di ogni genere. In questo caso tutti sollevarono perplessità riguardanti le condizioni igieniche vista l’esposizione diretta degli alimenti agli eventi atmosferici e l’inquinamento dei mezzi transitanti a breve distanza. In Italia li avrebbero messi al bando in men che non si dica.
Erano quasi giunti in hotel quando una signora affermò che si aspettava tutt’altro dal Vietnam. In mente aveva sconfinate terrazze di risaie arrampicate su verdi e rigogliose colline. Cose che avrebbero visto a Sapa, qualche giorno dopo.
La guida consapevole della loro stanchezza trovò inefficace continuare a parlare di Hanoi. Rinunciò così a descrivere la fotografia che avrebbe fatto scattare loro a Khâm Thiên, dove il treno passa a pochi centimetri delle case.
Ringraziò il gruppo ricordando che a breve sarebbero giunti a destinazione, quindi ripose il microfono nel suo alloggio e si sedette nel posto a lei riservato. Sospirò e scambiò incomprensibili parole con l’autista che intanto stava attraversando il lungo ponte di Long Bien, orgoglio vietnamita.
Fece qualche minuto di silenzio prima di venir bussata sulla spalla da una passeggera seduta dietro: “Mi scusi se la disturbo” la guida si girò verso di lei sorridente “ma anche qui da voi siete pieni di extracomunitari?”
New Orleans. Immagini e parole (parte terza)
Ehi, adesso ti dico qual è il problema dell’America. Potrebbe essere il più grande paese della Terra. Davvero. C’è tutta questa gente diversa che viene per fuggire all’oppressione e alla povertà, in cerca di una vita migliore. E poi cosa fanno? Rimangono attaccati alle cose che li hanno messi nei guai. Continuano a combattere le stesse guerre e odiare le stesse persone del loro vecchio mondo. Vogliono essere italiani o greci, irlandesi o polacchi o russi, africani o vietnamiti o cambogiani o che altro… E a quello restano appiccicati. Stanno con quelli della propria razza e dubitano di tutti gli altri e perché…? Cultura? Storia? Che diavolo è, un mucchio di roba che i tuoi ti hanno detto di credere per tutta la vita? E quindi è tutto vero? Hitman
”Perché della cucina non ne vogliamo parlare?” Disse con aria severa mentre staccava i jack dell’amplificatore dal suo basso. “E’ una forma d’arte anche quella. Cioè scegli gli ingredienti, che sono le note e ci componi un brano bilanciato ed armonico. Poi pensa che a disposizione non hai solo sette note…” Lo ascoltavo mentre passavo lo straccio sul sassofono. “Ti dirò di più… In certe jam session facciamo friggere gli strumenti come delle padelle incandescenti” Continuò senza alzare lo sguardo concentrato com’era a riporre il basso nella custodia “Cioè a me piace la varietà delle cose. L’alternarsi del gusto, dei colori e delle note. Quindi mi spieghi che cazzo ne può capire un razzista della Jambalaya? Cioè mi spieghi come fa un razzista ad ordinare una Jambalaya?”
Nel giornaliero slalom di distinzioni c’è spazio anche per il contrasto tra filosofi e pratici, antipodi che battagliano spesso per lo scalpo della ragione. I pratici hanno parecchie componenti per formare il loro nutrito esercito da schierare nella battaglia per aggiudicarsi lo scettro del più indispensabile del pianeta. Sostengono che senza il loro sudore quotidiano il mondo sarebbe una bolla di idee e niente di più. D’altro canto l’esercito delle menti affila le armi nel sostenere che senza concepimento logico nessun oggetto potrebbe prendere vita. In questo tiro alla fune le forze si equilibrano rendendosi indispensabili l’un l’altra.
La cosa bella della musica è che fondamentalmente è anarchica. Tutti, ma proprio tutti, possono ascoltarla e suonare lo strumento che gli pare. Ci sono eccezioni anche in questo caso, vero, ma più che sociali sono fisiche. Il benestante è esclusivista nel acquistare un pianoforte a coda o un’arpa che sono strumenti parecchio costosi, vero, ma esistono alternative anche per chi è impossibilitato a farlo. Basta suonare una tastiera elettronica o un piano a muro, i tasti non cambiano. Il silenzio invece è sempre più difficile da comprare. E’ difficile godere del silenzio in un palazzo condiviso da più famiglie; una villa singola ed isolata è inaccessibile per la maggior parte delle persone. Il meno abbiente fatica a trovare silenzio anche durante gli spostamenti, costretto ad usare rumorosi mezzi pubblici. Il ricco può scegliere e spesso preferisce muoversi autonomamente su auto sempre più insonorizzate. Ecco nella musica non c’è questa disparità. Una ragazza può scegliere di suonare il suo violino per strada o in un’orchestra. Ricca o povera essa sia, poco conta.
”Ehi uomo fammi il favore, sali dietro e reggi la scala. Non vorrei la perdessimo durante il tragitto” “Ok uomo ma sei sicuro d’averla assicurata bene? Non vorrei cadesse la scala con me sopra” “Santo dio… Certo che l’ho legata bene.” “Senti uomo, ma se sei così sicuro d’averla fissata come dio vuole mi spieghi che senso ha che io mi ci sieda sopra?” “Dannazione uomo è solo una forma di sicurezza in più. Serve a farmi stare più tranquillo.” “Ehi uomo fa stare più tranquillo te ma non me. Devo proprio salirci?” “Ehi uomo sali su quella cazzo di scala” “Ok uomo, se lo dici tu ci salgo. Ok”
Una casa non è una questione di mattoni, ma di amore. Anche uno scantinato può essere meraviglioso.
(Christian Bobin)













Sono un uomo diabetico di sessantanove anni divenuto diversamente abile nel corso della vita in seguito all’amputazione bilaterale degli arti inferiori, situazione che mi ha portato a dovermi muovere a bordo della sedia a rotelle.
Per un breve tratto del loro cammino, ossia una giornata intera, sono stati accompagnati dal mio caro amico Andrea Monti. Andrea non ha esitato nell’informarmi di questi intrepidi e la loro impresa tramite una video chiamata durante una giornata uggiosa di maggio a pochi giorni dall’inizio del viaggio. Sono partiti da Merate in provincia di Lecco, Lombardia ed erano già arrivati a Peschiera del Garda. La destinazione, Catania, Sicilia, comprende l’attraversamento di 7 regioni con 50 tappe previste. Il coraggio e la pazzia di questi due temerari si sta rivelando anche un esperimento sociale di grande valore che ancora una volta mette alla prova l’innata bontà degli italiani, spesso volontari nell’offrire cibo ed ospitalità senza chiedere nulla in cambio.
Inevitabile imbattersi anche nei deboli citati nell’incipit del post che compaiono anche nelle vesti di baristi, ad esempio, che nonostante nel proprio locale abbiano toilette attrezzate ad accogliere persone disabili si rifiutino di metterle a loro disposizione, insegnandoci così che la follia spesso non si trova in chi si mette sempre in gioco, bensì in chi sceglie di rinchiudersi tra le proprie miserabili mura. Ma in 1200 Km di camminata chissà quanti aneddoti umani ed incredibili i due avventurieri avranno modo di raccontarci.



Un uomo dorme sul suo trono divano all’aperto, in un cortile al bordo della strada. Chi è quest’uomo? Cosa fa nella vita? Sicuramente non teme i giudizi. Forse una delle poche, autentiche e percepite libertà negli Stati Uniti è proprio quella di non essere giudicati. Ognuno si sente libero di vestirsi, manifestarsi, esprimersi a proprio piacimento. Il giudizio è una subdola forma opprimente che costringe gli individui a celare le proprie caratteristiche. Quante volte si è costretti a reprimere le proprie virtù per non essere travolti dal giudizio dei mediocri? Giudizi spesso affrettati ed azzardati. Quell’uomo potrebbe essere esausto per aver scaricato da solo un camion di cemento. Oppure distrutto per aver assistito qualcuno in ospedale la notte precedente. Potrebbe aver scelto di far nulla durante il suo giorno libero. Addirittura un’artista che riposa dopo essersi costruito il suo regno.
Che ne sa la gente di New Orleans. Che ne sa di come si cresce a New Orleans. Tra i colori, gli strumenti a fiato. Le note di un pianoforte che vibrano tra i muri di qualche rumoroso locale nella Barbour. Nelle corde di bassi e violoncelli tirate e ricalibrate per interi giorni, settimane, mesi, anni. Della felice fatica nel buttar fiato dentro agli ottoni. Che ne sanno della musica di Shannon Powell e delle sue percussioni. A New Orleans si cresce circondati dai colori e dalla musica. Che ne sa la gente di come si tifa per i Saints o di come è bello girovagare per i quartieri di New Orleans in sella ad una moto. Che ne sa…
Oltre quel muro c’è il Mississippi. Oltre quel muro ne è passata di sofferenza. Di lotte e battaglie per costruire una città di diritto. Così poi è stato. Oltre quel muro è passata la devastazione di Katrina a cui, di diritti, poco importa. La natura mica fa sconti quando deve ribellarsi. Così dall’altra parte del muro c’erano solo macerie. Adesso, mentre ci cammino a fianco, vedo una grossa scritta. E mi dispiace per lei ma un giorno non ci sarà nemmeno più perché al di là del muro stanno costruendo nuove case colorate, nuovi negozi luminosi, nuovi locali festosi. Un mondo spensierato dove questo muro non avrà più senso di esistere.
Un vecchio scuolabus abbandonato. Una carcassa gialla che affascina solo gli allievi di una scuola di fotografia che, a turno, lo inquadrano. Lo sezionano e lo scompongono come se si potessero spremere le ultime gocce di fascino e di storia dalla vernice rimasta e dalla ruggine che lo sta consumando. Chissà da quei finestrini quanti visi si sono affacciati. Quante mani ci si sono appoggiate. E quante dita avranno contornato il paesaggio che sfuggiva e si trasformava. Quella porta che ha accolto migliaia di volte piccoli studenti accompagnati dai loro padri, madri, nonni che, amorevolemente gli avranno sospinti sulle scalette. All’interno rimbomberanno ancora la voce di quei bambini e dei loro maestri. Le spiegazioni e le sgridate in cambio di silenzio ed attenzione.
Assetato portò la pinta alle labbra, e, come il suo fresco ristoro cominciò a lenire la gola, ringraziò il cielo che in un mondo così pieno di malvagità ci fosse ancora una cosa buona come la birra.
I grandi amano le cifre. Quando voi gli parlate di un nuovo amico, mai si interessano alle cose essenziali. Non si domandano mai: «Qual è il tono della sua voce? Quali sono i suoi giochi preferiti? Fa collezione di farfalle?» Ma vi domandano: «Che età ha? Quanti fratelli? Quanto pesa? Quanto guadagna suo padre?» Allora soltanto credono di conoscerlo.








In quei luoghi sospesi tra il tenebro ed il fiabesco c’è chi ci ha passato la propria vita e continua a farlo. Una barca carica di turisti lascia la riva tra i rimbrotti del motore e le raccomandazioni del pilota ai suoi numerosi passeggeri guardinghi. Sotto l’albero da dove sono partiti torna ad esserci il silenzio e la scia spezzata di muschio verde si ricompatta. Il sentiero che costeggia il lago è invitante ed insidioso. La via è ben delineata ma dietro le sterpaglie o sotto il folto manto erboso rinforzati dagli acquazzoni invernali si potrebbero celare animali non troppo amichevoli. Ci sono pescatori su piccole barche e piccoli pescatori sul molo che manipolano ami ed esche con la speranza di ingannare voraci pesci gatto. Per individuare qualche specie animale interessante è indispensabile prestare molta attenzione e fare massimo silenzio.
Il primo incontro è con un serpente. Si mimetizza perfettamente con il territorio ed è abbastanza difficile scorgerlo anche in vicinanza. Il fatto che il rettile non indossi colori particolarmente vivaci induce all’ottimismo. Da quelle parti ci sono sette specie letali, ma è abbastanza anomalo incontrarle e, nel caso, ci tengono a farsi riconoscere. Lui si gode la quiete adagiato su uno spuntone nel lago Martin.
Lo sguardo si dedica al cielo di una giornata imprevedibilmente primaverile. Ci sono poche nuvole a protezione del sole che osserva ogni movimento dall’alto della sua lucentezza. La temperatura si avvicina a quella estiva, non fosse che nella stagione più calda la cappa di caldo umido raggiunge picchi quasi insopportabili; lo diventa con la presenza di migliaia di insetti pronti ad approfittare degli scoperti e sudati escursionisti ai quali viene negato il cammino perché spesso sorpresi a lanciare sassi agli animali.
Passo dopo passo si allontana sempre di più l’ingresso al percorso che circonda il bacino d’acqua. Una mountain bike ed il suo cavaliere sfrecciano veloci lasciando l’impronta degli pneumatici sulla terra battuta senza lasciare tempo ad un altro serpente di rendersi conto di cosa stia accadendo. Si limita ad alzare la testa precauzionalmente. Anche lui, come la serpe avvistata in precedenza, non presenta colorazioni allarmanti. I serpenti non velenosi si procurano le prede avvinghiandole a sé fino a provocarne il soffocamento. Il soggetto non sembra intenzionato a sfoggiare le proprie doti da cacciatore e continua a beneficiare degli inaspettati raggi di sole.
Tra i protagonisti della storia del lago Martin c’è un anziano signore ottantacinquenne che in quella circoscritta parte di mondo ha costruito la sua vita. Ormeggia la barca a fondo piatto sotto un salice in attesa di qualche turista. Porta con sé una valigetta ventiquattro ore nella quale custodisce le porte d’accesso alla sua memoria. Conserva foto che evocano un’altra epoca, una bottiglia di whisky, la piccola testa scheletrica di un caimano ed un cranio molto più grande appartenente ad un coccodrillo americano. Quest’ultimo presenta un buco ben visibile sulla nuca. Il tallone d’Achille delle bestie primordiali si trova esattamente lì.
Se oggi gli spari che si sentono echeggiare sono dedicati all’uccisione di anatre e papere, non troppo tempo fa erano diretti alla testa degli alligatori che da temibili predatori venivano brutalmente trasformati in risorse culinarie e decorative. Il dubbio se siano pericolosi per l’uomo viene presto sciolto dal vecchio cacciatore: no, temono gli uomini.
I sentimenti divergono davanti ai racconti epici di quest’uomo che esaltano il nostro ingegno volto ad ingannare la nostra fragilità strutturale. Un innato animo maledetto alla continua ricerca della conquista e della supremazia delle altre specie. Miliardi di milioni di esseri umani che si sono mossi e si muovono sul pianeta come un virus che giornalmente ne demolisce una parte. In fin dei conti anche in questo meraviglioso stupido lago prima dell’avvento dei conquistadores europei esisteva una magica e naturale armonia. Quasi completamente distrutta da coloro che professano la presenza di fantasiose vite ultraterrene senza rispettare ciò che di reale abbiamo a disposizione.
L’articolo del National Geographic di cui l’uomo custodisce gelosamente una rara copia, per scelta della casa editrice con la copertina priva del caratteristico bordo giallo, racconta quello spicchio di Bayou che la barca attraversa tra la posa di enormi caimani, aironi ed il passaggio di un fenicottero rosa che stupisce anche il vecchio; mai visto prima, sostiene. Lo racconta alternando un comprensibile idioma americano ad un perfetto francese.
L’avvicinamento ad un tronco sotto riva è popolato da decine di alligatori cuccioli che mettono subito in allarme la madre, un esemplare di oltre due metri cui dall’acqua sporge l’inquietante muso. Avvicinarsi troppo ai piccoletti causerebbe la reazione furibonda della madre. L’esperto cacciatore alla guida della barca non usa mezzi termini. Fallo e… You would get yourself in trouble.
La tarda mattinata al lago Martin continua a scorrere tra quello che rimane della natura incontaminata e le specie che la popolano. Le tartarughe d’acqua dolce si immergono al solo sentire dei motori senza rischiare il contatto visivo. Si fa fatica ad individuare e comprendere le centinaia di specie animali presenti nel lago. Quando succede le guardiamo con timore e diffidenza. Ci sentiamo indifesi. Basterebbe invertire il punto di vista per constatare come in realtà ad essere terrorizzati da noi siano proprio loro.
Una pittrice di stazza robusta intinge il pennello nella tavolozza di colori. Attorno a sé il silenzio. Non teme nessuna aggressione da parte di caimani affamati sia perché si trova a distanza di sicurezza dalle rive, sia perché non potrebbe essere digerita facilmente nemmeno da un alligatore. Gli alberi adagiano i loro rami sulla superficie piatta dell’acqua. Tra questi prolificano decine di specie di uccelli protetti. Attendono la stagione estiva per intraprendere un nuovo corso della sorprendente vita che li aspetta.
Tutti i coccodrilli sono animali acquatici: si trattengono preferibilmente nei fiumi e torrenti a lento decorso e presso le paludi profonde. Approdano a terra soltanto per dormire e per riscaldarsi al sole, per deporre le uova e per passare di fiume in fiume o di palude in palude.
