Berlino. Le parole che non sai
Lo scontro tra i due era stato piuttosto violento e questo causò la separazione.
Era giunto il momento di fare un punto della situazione, di stare da soli e riflettere sugli errori commessi. Di scegliere se puntellare definitivamente un sentimento più che mai traballante o lasciarlo volare via come un inutile palloncino al vento. Dopo anni di parole, gesti e respiri condivisi pareva assurda, ad entrambi, ogni minima rinuncia.
Il cielo di Berlino quella mattina ben si adattava all’umore di lui che aveva deciso di dedicare del tempo a se stesso in una delle città europee più simboliche dell’epoca attuale. Il viaggio era stato travagliato. Il sedile accanto al suo era rimasto vuoto fino a quando fu occupato da una passeggera probabilmente sua coetanea. Le osservò sbadatamente le mani, notò degli anelli argentati, un piccolo tatuaggio sul polso. Una serie di bracciali forse regali o ricordi di qualche viaggio. Per un attimo la guardò in viso ed incrociò il suo sguardo. Non era la persona che abitualmente viaggiava con lui, pensò. Fece un sorriso di cortesia, ricambiato, poi si incupì nuovamente.
L’albergo in cui avrebbe dormito a Berlino era in una zona centrale ed era stato scelto da lei. La prenotazione era a nome della ragazza ed essere costretto a pronunciarlo al momento della registrazione gli provocò fastidio allo stomaco. Un misto tra rabbia, delusione e sacrilego. La camera dell’albergo era atipica e curata nei minimi particolari. Appoggiò la valigia e la esplorò con una prima occhiata notando un letto dall’aspetto confortevole e dalle dimensioni piuttosto grandi, poi si soffermò su alcuni quadretti e specchi appesi ad una parete. Aprì le porte del bagno e della doccia e, prima di sedere sulla poltrona di velluto, aprì le tende in modo da poter ammirare un murale dipinto su una parete nel cortile. Senza quel tocco artistico sarebbe stato un ostacolo alla vista e nient’altro. Si soffermò a scrutare altri oggetti nella stanza, poi sospirò lasciandosi cadere in un sonno profondo.
Girare una città sconosciuta da solo era una delle cose che riteneva più stressanti in assoluto. Durante il cammino era infastidito nel imbattersi in opere d’arte senza avere la possibilità di poterle condividere. Così come le persone che incrociava non avevano nessun motivo di esistere se non potevano essere commentate, spesso scherzate, nel gioco che erano soliti fare i due ragazzi. Era semplicemente un training di complicità piuttosto che malizia o cattiveria. Spunti per ridere assieme.
Prese la metropolitana per raggiungere Alexander Platz. L’unica cosa che lo distraeva dal suo pensiero fisso erano le decine e decine di murales che lo accompagnavano ovunque. Mentre immagini malinconiche scorrendo velocemente dal finestrino del treno testimoniavano il cambiamento dei tempi, cominciò a pensare che forse tra lui e Berlino qualche similitudine esisteva. Scese ad Alexander Platz.
Nella piazza, che trovò piuttosto sporca, c’era una manifestazione che denunciava un progetto di riqualifica di un quartiere storico. Contestavano l’F24 Alpha, questo il nome del piano di lavoro, di voler innestare delle case moderne ed accessibili per pochi privilegiati a discapito degli storici residenti attuali. La forma di protesta pacifica era originale se non altro. Persone truccate e vestite da zombie si spostavano sostenendo dei cartelli con scritte in tedesco. Il gruppo di protesta si chiamava Die Verdrängten, quelli repressi tradotto. Era tutto molto curioso ma l’interesse finì al termine della sfilata. Decise di mangiare qualcosa in un locale nei pressi della stazione. La famosa Alexander Platz non l’aveva entusiasmato. C’é da dire che in quelle condizioni psicologiche forse ben poche cose sarebbero riuscite a smuoverlo. Sorseggiò il té cercando di individuare qualche notifica di lei sullo smartphone ma ovviamente il nulla.
Impostò google map in direzione Checkpoint Charlie e lì si diresse. Una volta raggiunto rimase nuovamente deluso da quello che una volta era stato un’importantissimo e spesso tragico passaggio tra Occidente ed Oriente. Una delle tante assurdità architettate dall’uomo adesso era diventato un teatrino del ridicolo con dei personaggi vestiti da militari americani ma dagli accenti albanesi o rumeni, intenti a farsi fotografare dai turisti che avrebbero conservato fasulle e fittizie immagini del momento.
Proseguì il cammino fino ad arrivare al perimetro di ciò che rimane del muro di Berlino. Il simbolo per eccellenza della divisione e massima espressione dell’idiozia umana. Potere, avidità, incomprensione, ottusità. Ogni mattone che è stato posto su quella linea divisoria rappresenta i sentimenti più inumani possibili immaginabili. In molti hanno cercato di scavalcare quel muro, in pochi ce l’hanno fatta. I meno fortunati sono ancora oggi ricordati da foto o nomi che a leggerli ci si vergogna. Ma quanti muri di comodo resistono nell’oblio generale ancora oggi? Pensò il ragazzo mentre fotografava uno dei tanti simboli rimasti in memoria. Poi pezzi di muro che frenano schizzi di vernice in cerca di spazi infiniti da colorare. Che nascondono treni in movimento o persone di passaggio.
Alzò lo sguardo davanti all’imponente porta di Brandeburgo, ennesimo sigillo al potere, alla grandezza. In contrapposizione al monumento ancora proteste e rimostranze contro il sistema. La più curiosa era mossa da un uomo super fisicato che sotto una gigante bandiera tedesca elencava agli innumerevoli passanti motivazioni letteralmente insignificanti. Le foto assumevano contesti goliardici piuttosto che politici e le risatine delle ragazze intente a scattarle ne erano la conferma. Più il ragazzo sfiorava l’ilarità più ne subiva l’effetto contrario. La sua malinconia aumentava di sproposito nel vedere gli altri ridere e divertirsi.
Arrivò presto la sera e si ricordò che in tutto quel tempo non si era neanche minimamente interessato di bersi una birra. Non farlo in Germania era impensabile. Si sedette così in un locale storico della metropoli tedesca e sfogliò lentamente il menù. Pensò alla birra che avrebbe gradito la sua compagna e ne ordinò una per sé ed una per lei. Simbolicamente. Come se si fosse assentata un attimo e da lì a poco avesse preso posto accanto a lui. Come è sempre stato d’altronde. La cameriera prese l’ordine, si guardò in giro in cerca della seconda persona che ovviamente non era presente ed essendo tedesca, notò l’anomalia, ma non commentò.
Le birre aiutavano a far scivolare i turbamenti e liberare le fantasie. I pensieri si accavallavano nella sua testa in maniera disordinata e copiosa. Le proteste, i murales, i monumenti, i turisti, il muro… Già il muro. Che lui aveva condannato fermamente senza lasciare spiraglio a nessuna giustificazione era lo stesso che aveva innalzato dentro di sé. Un muro che lo divideva dalla persona che più aveva amato ed amava in quel momento. Per orgoglio, per stupidità, forse per qualcuno degli stessi motivi che il muro di Berlino aveva causato così tanto imbarazzo al mondo intero. Loro stavano facendo lo stesso in fondo, avevano cominciato una guerra fredda in cui ogni sentimento buono che cercava di scavalcare il muro veniva soppresso. Lasciato cadere a terra esanime. Quante carezze, quanti baci erano stati ammazzati fino ad ora? Persi per sempre.
Il primo boccale di birra era terminato. Il muro cominciava a vacillare.
Non ha senso tutto ciò, pensò. Come posso permettermi di giudicare gli altri se sono io il primo ad erigere delle barriere verso le persone a cui tengo di più?
Si fece coraggio. Impugnò il telefono e mandò un messaggio: Quando torno ti dirò un sacco di parole che non sai. Che non ti ho mai detto. Sono uno stupido.
Rimase a fissare lo smartphone per tutta la durata della seconda birra, sorso dopo sorso, in attesa di una risposta che non arrivava.
Rassegnato ed annebbiato da tutta quella quantità di alcool ingerita posò il bicchiere vuoto sul tavolino e mise goffamente una mano in tasca alla ricerca del portafoglio.
Nel mentre ci fu una vibrazione.
Va bene, quando torni ne parliamo, lesse.
Sorrise, ringraziò la cameriera intenta a servire altri tavoli e tornò in albergo.
Death Valley. Capire il silenzio.

Vista così è una valle desertica e basta. Come tutti i deserti, se visti di passaggio, trasmette vuoto.
Il vento ti spara in faccia l’aridità del nulla.
Sabbia, polvere, roccia, cenere, sale. Qualche mese l’anno acqua raccolta in pozzanghere.
Se l’uomo l’ha soprannominata Valle della Morte avrà avuto i suoi validi motivi. Quelli sopra appunto.
Strisce d’asfalto tagliano e costeggiano l’immenso paesaggio lunare facendo scorrere verso punti indefiniti linee di vernice gialla. Anche nei luoghi dove le avversità della natura si percepiscono piuttosto spigolose c’è sempre una mano che traccia segnali ed indica divieti.
Apparentemente prolificano poche forme di vita. Quelle esistenti probabilmente cercano riparo tra le crepe del pavimento o in qualche roccia. Sicuramente non trovano accoglienza tra i banchi di sabbia che formano delle dune. Tra queste, come sentinelle stanche appoggiate alla loro baionetta, compaiono degli arbusti spogliati da ogni foglia.
Il silenzio è rotto dal sibilo del vento, dalle macchine in transito, dai turisti che affannosamente cercano di occupare il più spazio nel minor tempo possibile di tutto quel immenso.
Qualche centinaio d’anni fa erano i ricercatori d’oro a far transitare i loro carri in quella valle inospitale. Chissà se nonostante le difficoltà di sopravvivere in quelle condizioni avessero un’opinione sacra di quel luogo. Gli sputi sui guanti riecheggiavano prima che rozzi scavatori imbracciassero i loro badili e li affondassero nella sabbia. La metafora perfetta di come quella che chiamiamo fortuna si nasconda dietro ad intuizione, lavoro, sacrificio. Senza garanzia di riuscita.
Il nativo del deserto è legato a Dio da un cordone ombelicale e non necessita di intermediari. Non ha cupole sopra la testa a proteggerlo dagli eventi, non ha filtri che impediscano di guardare i pianeti, le stelle, nessuno che gli proibisca di inginocchiarsi sulla morbida sabbia, di comunicare al cielo. Loro hanno imparato dal silenzio. Ne fanno parte e sono i custodi di questi meravigliosi spazi infiniti.
I conquistatori di nuove terre, siano essi ricercatori d’oro o corridori di ultramaratone, il deserto lo sfidano. Temono la sua immensità e tutti i rischi che ne derivano. Lo rispettano. Ma lo sfidano. Nel deserto vedono una porzione della loro vita simbolicamente insuperabile. Necessitano di realizzare qualcosa, sia questo spirituale o materiale. In cambio di ciò sull’altare del sacrificio vengono lasciate lacrime, fatica, sudore, sangue, sete e dolore.
La visione della Death Valley comincia a prendere nuove forme. Le brevi folate di poesia che sono state e, saranno, in quel luogo apparentemente dimenticato da Dio, sono piccoli morsi ad un fungo allucinogeno che ne deforma la realtà rendendola irreale, fantastica.
Il rapido avvicinamento di nubi nere e minacciose giunte dal nulla, lo scarico di una pioggia torrenziale, rivoli d’acqua che scorrono tra le fessure del canyon. Il tingersi di infinite sfumature della roccia bagnata e l’esplosione di riflessi dorati alla ricomparsa dei primi raggi di sole. L’incontro tra luce e tenebra delineata da due rassicuranti arcobaleni.
Poi ancora sole ed aridità, d’improvviso, come se in quel posto qualcosa o qualcuno di incontrollabile ed onnipotente si divertisse a scuotere una clessidra facendo impazzire la logica del tempo e chi la segue.
Lì ci sono tutti gli elementi per istigare l’uomo a raccogliere una sfida. Contro la natura, contro sé stesso.
Una coppia di giovani osservano in silenzio le badlands dallo Zabriskie point.
Sembrano entrambi concentrati nel capire il silenzio.
Perché alla fine anche tutta quella grandezza, senza i nostri piccoli gesti, sarebbe solo una distesa di morte.
Di solo silenzio.
Un elemento così sottovalutato e spaventoso. Chissà perché le persone temono il silenzio?
Probabilmente perché civiltà e sviluppo ci allevano tra confusione e rumore?
Perché ci ricorda la fine?
Ascoltiamo troppo il telefono e ascoltiamo troppo poco la natura. Il vento è uno dei miei suoni. Un suono solitario, forse, ma rilassante. Ognuno di noi dovrebbe avere il proprio suono personale e il suo ascolto dovrebbe renderlo euforico e vivo, o silenzioso e tranquillo… È un dato di fatto, uno dei suoni più importanti – e per me il suono per definizione – è il totale, assoluto silenzio.
(André Kostelanetz)
Memphis. Negro League (cap.2)
any reference to facts or persons is purely coincidental
ORE PRIMA DEL FATTO.
Era da tempo immemorabile che la famiglia W, eccetto il padre che stava scontando gli ultimi anni, non si trovava a fare colazione riunita in sala pranzo.
Dopo il periodo buio passato a frequentare bande di spacciatori e gente poco raccomandabile, B, grazie anche all’aiuto del reverendo, era riuscito a rimettersi in carreggiata. Tornato a scuola, seppur perdendo un anno, i risultati erano soddisfacenti anche considerando l’istituto pubblico che frequentava, non certo tra i più rinomati di Memphis.

Da poco aveva ripreso a suonare la batteria suscitando subito interesse da parte degli MTown-Int un gruppo fondato recentemente dai due solisti che erano ragazzi che facevano coppia anche nella vita; lui un ragazzo di colore di Memphis, lei una ragazza bianca del New Jersey che si dilettava anche a comporre alcuni brani. Il sassofonista era invece un armadio dalla faccia da bambino, originario di New Orleans e di razza nera; il chitarrista era mingherlino e psichedelico stile David Bowie nella versione anni ’80 ed infine il bassista, un ragazzo di colore trasferitosi da poco a Memphis dal Mississippi per seguire il padre impegnato in un’azienda di gasdotti.
Illustrò il progetto con entusiasmo alla madre ed al fratello che lo stavano ascoltando con aria bonaria.
“Stasera suoneremo al BB King!”
Esclamò tra una forchettata di pancake zuppo di sciroppo d’acero e l’altra.
Masticando voracemente cibo e parole continuò

“Incredibile. Vi rendete conto? Cioè il merito è di V che è davvero brava. Mamma devi sentire come canta”
La madre lo redarguì amorevolmente
“Mangia piano, non ti ingozzare. Ma chi sarebbe questa V?”
Il ragazzo non diede minimamente retta al rimprovero e continuò con la bocca piena
“Ma come chi è? Te l’ho detto cento volte! La solista del nostro gruppo!”
Intervenne il fratello
“Non rivolgerti così a nostra madre. Portale rispetto”
Finito di redarguirlo si alzò dal tavolo, si pulì la bocca con una salvietta, baciò la mamma sulla guancia e si congedò. Dentro era finalmente sereno nel rivedere B con la vita in pugno, esternamente doveva mantenere l’aspetto autoritario che l’aveva accompagnato dal giorno in cui il padre era scomparso e cui figura si sentiva obbligato a sostituire

“Arriverò tardi in Beale Street ma non mi perderò il tuo primo concerto per nessuna cosa al mondo. Però adesso pensa a studiare testone e smettila di ingozzarti!”
Stava uscendo dalla porta di casa quando B lo chiamò
“Ehi fratellone senti… Ma se andassimo a trovare papà?”
La madre intenta a pulire qualche stoviglia rimase pietrificata.
Lasciò scorrere l’acqua dal rubinetto per qualche secondo fissando il muro piastrellato davanti a sé.
“Stasera dopo il concerto ne parliamo”
L’ULTIMO CONCERTO. IL FATTO.

B teneva gli occhi chiusi e mimava le battute del pezzo iniziale che avrebbe dovuto suonare la sera stessa al BB King. Nella sua cameretta si immaginava il locale, uno dei più famosi in Beale Street e vetrina non indifferente a disposizione dei musicisti. Non pensava più al mezzo disastro combinato quella stessa mattina a scuola durante l’interrogazione. L’insegnante aveva capito la situazione. Il ragazzo sembrava davvero consapevole di come aveva buttato via un anno della sua vita e questo rendevano i professori più benevoli nei suoi confronti. In fin dei conti era buono ed ingenuo e queste caratteristiche lo esponevano maggiormente ai pericoli che quotidianamente presentava il suo quartiere. Avrebbe compiuto diciannove anni tra qualche mese, quando argomentava felice le sue fantasie ne dimostrava quindici.
Le luci del giorno cominciarono a lasciar spazio all’imbrunire mentre la stanza di B rimbombava dei bassi dei brani di Buddy Guy. La madre non volle interrompere quel momento anche se aveva la sensazione che da lì a poco la casa sarebbe potuta crollare a causa delle vibrazioni.
Non era della stessa idea il vicino che imprecò prima contro il diavolo e poi verso il ragazzo che fece cenno di scuse dalla finestra spalancata e che chiuse pochi istanti dopo aver abbassato il volume.
Il vestito che indossava per l’occasione sembrava più adatto ad una cerimonia ecclesiastica piuttosto che ad un batterista di una boys band, fatto sta che l’aspetto del bluesman ce l’aveva tutto.
Scese velocemente le scale di legno facendo rimbombare pure quelle.
Sua madre scosse rassegnata la testa e poi lo accolse per un ultimo abbraccio.
Prima di andarsene si sentì in dovere di ringraziarla
“Senza un fratello rompipalle ed una mamma come te non so se sarei riuscito a fare quello che sto facendo. Grazie. Salutami lo zio se lo senti!”
La madre rimase sulla porta a guardarlo andare via mentre la casa diventò improvvisamente muta.

B raggiunse la fermata del tram che l’avrebbe portato fino in Beale Street. Era passato parecchio tempo dall’ultima volta che era stato nella zona considerata la più turistica di Memphis.

Mentre attendeva l’arrivo del caratteristico mezzo pubblico notò passare lentamente dall’altra parte della strada una Mercedes e ne riconobbe subito il proprietario. Fece finta di niente dirigendo il proprio sguardo verso uno dei tanti murales che caratterizzano la città. La macchina scomparve nel buio della notte.
Passarono pochi istanti prima che le luci della lussuosa berlina illuminassero il tratto di strada dove si trovava B. Il finestrino oscurato del lato passeggero posteriore si abbassò facendo comparire metà faccia di K che non esitò a rivolgersi a lui arrogantemente
“Guarda chi si rivede… Ti pensavo morto fratello…”
Il ragazzo non riuscì a trattenere l’imbarazzo e non proferì parola
“Dove devi andare di bello? Non avrai mica paura di me? Dai sali su fratello che ti accompagno io”
Mentre lo invitava a salire K era stuzzicato da due appariscenti ragazzine sedute accanto a lui e cui vestiti lasciavano poco spazio alla fantasia. In quella macchina erano tutti fatti di coca e chissà che altro.
“Allora sali o no?”
Gli fecero eco le ragazze ammiccando e dispensando stupidi sorrisini
“Dai vieni qui con noi che c’è spazio per tutti”
L’ingenuità prevalse ancora una volta al buonsenso e B cedette alle insistenze del suo scomodo conoscente.

Gli occupanti della macchina si fecero stretti mentre B cercava di occupare meno spazio possibile sul sedile di pelle pregiata. Le ragazze nel frattempo gli erano piombate addosso come prostitute in cerca di clienti.
Nessuno si preoccupò di chiedere la destinazione a B tant’è che la macchina deviò per tutt’altra direzione.
“Ma dove mi state portando? Dai per favore, mi aspettano in Beale Street. Se non volete andare là almeno fatemi scendere. Dai ti prego”
Nessuno lo stava ascoltando. Gli occupanti della Mercedes, B escluso naturalmente, vivevano nel loro mondo parallelo.
K si sparse della polvere bianca sul dorso della mano che fece scomparire nelle sue narici dopo qualche istante, poi ci pensò una delle due ragazzine a ripulirne ogni traccia leccandogliela.
Fu in quel istante che il suono della sirena ed i lampeggianti rossi e blu riportarono alla realtà i balordi.
“Che cazzo facciamo adesso?” gridò terrorizzato il conducente che accennò a fermarsi.
“Non lo so. Continua a guidare. Continua a guidare. Accelera. Fammi pensare. Tu accelera cazzo!” ordinò K.
Anziché fermarsi la Mercedes cominciò a prendere velocità.
La spavalderia delle due ragazzine aveva lasciato spazio ad urla isteriche.
I due ragazzi, K e B si guardavano senza dire nulla. Il primo sapeva che quella sera sarebbe finita male per lui, il secondo che la fortuna ancora una volta gli aveva girato le spalle a pochi centimetri dalla felicità.
L’inseguimento terminò dopo poche miglia quando la macchina finì su un albero.
Il guidatore del mezzo aveva preso una bella botta ma se l’era cavata con una spalla lussata e qualche escoriazione in faccia dovuta allo scoppio dell’airbag. Fece una fatica immonda nell’aprire lo sportello della macchina e lasciarsi cadere sul prato di una graziosa villetta delimitato dal recinto in legno che aveva appena sfondato.
Le volanti della polizia nel frattempo si erano triplicate e si erano posizionate a qualche decina di metri dalla berlina fumante.
“Scendete dall’auto con le mani bene in vista!”
Urlavano gli agenti brandendo le armi in direzione della vettura
Le due ragazze utilizzarono la porta posteriore sinistra per scendere, tra grida stridule e fastidiosi lamenti. Non si erano fatte nulla.

Dalla parte destra della vettura invece scese K spogliato di tutta la sua arroganza e privo di espressività.
L’unico ad essere rimasto all’interno della Mercedes era B che fissava il cofano accartocciato abbracciato all’albero, il parabrezza frantumato, le schegge di vetro sui sedili.
Le luci blu e rosse dei lampeggianti della polizia schiarivano ad intermittenza le immagini avvolte dal buio della notte ed il fumo del radiatore.
Ad un tratto, come volesse svegliarsi da un incubo, si ricordò del concerto.
“Mi stanno aspettando, devo andare” disse tra sé e sé.
Balzò fuori dall’auto e sfilando K che era lì fuori, in piedi, immobile, vicino al portellone con le braccia alzate, sussurrò ancora.
“Mi stanno aspettando”
Cominciò a correre più veloce che poteva.
Le luci, le grida, il buio della notte, il suo respiro…
“Fermati, dove vai, così ci fai ammazzare!”
Poi uno sparo ed un calore improvviso attraversò il suo corpo.
Il primo battito alla gran cassa.
Un altro colpo. Più ovattato. Ancora calore nella schiena. Il charleston.
Altre esplosioni. Il tocco di frusta sul piatto ride. Il respiro sempre più affannoso.
Gli ultimi passi come battute di quattro quarti sui tom tom.
Un rullante che accompagna gli ultimi respiri.
La caduta. Il crash.
Il suo giro di batteria si era compiuto.

Amatorialissimi: Intervista a Maurizio De Angelis
“Comincio a pianificare la gara con un vero atleta, Maurizio De Angelis, che mi propone di correre in coppia. Ma lui merita un capitolo a parte” scrivevo nel post precedente a questo.
Ed eccolo qui il capitolo a parte.
Correre in coppia… Stando alle sue aspettative avrei addirittura dovuto sostenerlo psicologicamente nella fase finale della 60ma Maratona di New York. Peccato che pochi secondi dopo il via Maurizio era già scomparso dai radar con un ritmo gara piuttosto spinto per i miei standard. Addìos. Ci siamo rivisti in serata nella hall dell’albergo dove abbiamo fatto una bella chiacchierata.
Di cosa ti occupi?
Sono un impiegato della ditta Cooperlat di Jesi, mi occupo di programmazione della produzione e turnazione dei dipendenti.
Quali sport pratichi?
Atletica, nuoto, ciclismo, triathlon, volley, kyte surf.
Pratichi sport da quando eri bambino? Quando sei passato all’agonistica/prime gare?
Si, sin da bambino pratico sport, a Falconara Marittima negli anni 60-70 la pallavolo dominava su tutti gli sport compreso il calcio. Infatti avevamo la squadra di volley maschile nel campionato di serie A. Ed io giocavo al volley, anche se non ero un gran giocatore, sino ai primi anni 90 con squadre di categorie inferiori.
La scoperta del podismo è stata casuale perché durante una delle tante preparazioni atletiche pre-campionato, correvamo con tutti i componenti della squadra, a loro rimaneva sempre difficile invece per me era di una facilità estrema. Da lì mi sono accorto di questo ed ho continuato a correre in solitaria abbandonando il volley (anche perché iniziavo ad avere una certa età).
La prima gara podistica, una 15K cittadina con un po’ di salita, poi via via tante gare podistiche del circuito marchigiano e della mia prima maratona nel 97′ senza aver mai fatto un lungo più di una 21K. 3 ore e 13 minuti a Roma. Nel 98′ feci il mio personale nella maratona con 2.51’23” a Venezia.
Nel frattempo scoprì anche il nuoto per cercare al fisico di dargli un po’ di respiro e purtroppo mi innamorai anche del nuoto master e iniziai a partecipare a diversi meeting.
Nuotavo ma soprattutto correvo tutti i giorni ormai era diventata la mia prima passione e con un altro mio collega di squadra decidemmo di coronare la corsa iscrivendoci alla Marathon des Sables nel 2004 (corsa sulla distanza di 240K che si svolge interamente nel Sahara marocchino ndr)
Quante ore della settimana dedichi all’allenamento? (bici/corsa/nuoto)
Ora pratico sport tutti i giorni ma vario almeno in una settimana: il lunedì corro e nuoto, martedì bici in estate ed in inverno un’ora di rulli, mercoledì corsa in pista, giovedì corsa e nuoto, venerdì riposo, sabato bici e nuoto, domenica bici o gara di triathlon d’estate
Che sensazione provi ad indossare un pettorale?
Indossare il pettorale è come prendere la scossa di 220 volt…. mi scuote il torpore che qualche volta si posa dentro di me… e scaturisce in adrenalina, ogni volta che partecipo ad una manifestazione mi prometto sempre di rispettare il passo… invece se fisicamente sto bene cerco sempre di sfiorare il massimo. (me ne sono accorto… ndr) Sono consapevole di sbagliare ma è più forte di me.
Sei molto competitivo? Consideri la gara una sfida verso gli altri o verso te stesso?
Si mi sento molto competitivo come avrai capito da quello che ho risposto sopra. È una competizione solo ed esclusivamente contro me stesso. Non mi interessa del tempo degli altri, nella gara sono solo punti di riferimento “in quel frangente” altrimenti con altri atleti c’è sempre uno scambio di info o altre volte ci si aiuta negli allenamenti e addirittura nella gara. Cito un segmento della mia esperienza della Marathon des Sables quando in una tappa io ed il mio compagno di squadra abbiamo aiutato un altro italiano a terminare la tappa senza interessarci alla nostra posizione finale e questo è stato un bellissimo gesto. (non è scontato durante una gara)
C’é una gara alla quale hai partecipato che hai particolarmente a cuore? Aneddoti a riguardo?
La mia prima maratona a Roma nel 1997 , il mio personale a Venezia nel 1998 , Marathon des Sables nel 2004 resterà sempre nel mio cuore perché è stata una gara di endurance e sopravvivenza, aneddoti. Di quella c’è ne sono vari da raccontare, come ho già accennato sopra io con il mio compagno di viaggio abbiamo aiutato un ragazzo di Treviso che era in difficoltà; essendo disidratato non aveva più la forza di continuare una tappa, il mio zaino che pesava 13 kg e quello di Marco Olmo che ne pesava 6 …ed alla fine ho diviso il mio cibo con Marco.
La più faticosa (anche nella preparazione)
La più dura è stata la Maratona di Milano il 9 aprile scorso… dopo 12 anni dall’ultima maratona ho deciso di cimentarmi ancora con la regina dell’atletica, non è tanto la fatica fisica ma la costanza degli allenamenti e la paura di non riuscire ad arrivare con la forma per affrontare un obbiettivo prefissato (a 57 anni non è come a 40 che tutto è scontato) comunque è uno stress psicologico più che fisico.
Solitario o social?
Mi piace condividere sui social i miei obbiettivi, sia dei “Trionfi” che delusioni comunque il raggiungimento di un obbiettivo. Ho un profilo su FB ed Instagram, molti amici sportivi e mi interfaccio con loro.
Il tempo dedicato allo sport ti porta benefici anche nel campo lavorativo o allenarsi frequentemente è un impegno ingombrante?
Gli allenamenti portano benefici in tutti i campi: familiare, lavorativo e sportivo chiaramente; alla sera mi sento equilibrato vedo le cose nella maniera giusta questa è la dimensione dopo un allenamento. Mi alleno dopo le 17.30 quando esco dal lavoro
Progetti futuri?
Mi sono iscritto ad un Ironman completo a Klagenfurt a luglio 2019. Per chi fa triathlon e un sogno terminarlo, dato che 3.600 mt di nuoto, 180K di bici e 42K di corsa alla fine credo che per uno sportivo “normale” siano abbastanza duri. Speriamo bene.
Sogno (o sogni) nel cassetto?
Sogni nel cassetto …si con il mio allenatore di nuoto abbiamo deciso che quando avrò 80 anni e lui 50, mi accompagnerà ai mondiali di nuoto master per fare i 1500mt in vasca lunga. Non è uno scherzo.
Segui una dieta particolare?
No, non seguo nessuna dieta, mangio tradizionale una dieta mediterranea, non mi faccio mancare niente, a 57 anni se sacrifico anche il cibo alla fine lo stress aumenta. Chiaramente non bevo liquori, né vino; bevo birra con un’ottima pizza, un bel dolce a fine pasto, non mi faccio mancare niente sempre nei limiti.
Hai avuto (o hai) un atleta di riferimento?
No non avuto nessun riferimento non ho un idolo
Un suggerimento/incoraggiamento a chi vorrebbe incominciare a praticare uno sport quali nuoto/bici/corsa o tutti e tre assieme
Consigli, suggerimenti ne infondo tanti… a Falconara che è una cittadina di pochi abitanti ci si conosce e i falconaresi mi vedono sempre correre per le strade della cittadina e sono il loro riferimento per la corsa, nuoto e bici.
…ed il kite surf. Ma quella è un’altra storia ancora.
La Maratona di New York (vista da dentro)
Anche la melodia della sveglia pare diversa questa mattina.
Le luci esagerate a Time Square non hanno lasciato spazio al buio della notte così come incessanti suonano tra le mie orecchie le sirene dei mezzi di soccorso che transitano tra le vie di New York.
Sulla sedia della scrivania davanti al mio letto ho disposto tutti gli indumenti che dovrò indossare. Un gesto che non si limita alla praticità; è un rito spirituale che serve a riordinare le idee e che i maratoneti conoscono bene. Sistemare con cura pantaloncini, calze, integratori… Spillare il numero sulla canotta e poi osservarlo pensieroso per qualche minuto.
Mi lavo i denti guardandomi allo specchio e stamattina quel banale gesto assume una forma di solennità.
Finiti i preparativi esco dalla camera dell’albergo.
Già la colazione svela un’infinità di differenze tra coloro che prenderanno il via alla 60ma edizione della New York City Marathon.
Non riesco a fare a meno di sbirciare nei piatti delle persone. Siamo quello che mangiamo, diceva qualcuno; nello specifico penso che mangiamo come corriamo.
Fuori la temperatura è fresca, ma non gelida. Non si intravedono nuvole e si prospetta una bella giornata a differenza dell’anno precedente.
L’organizzazione ha già cominciato a sistemare le transenne sotto gli occhi vigili della polizia. Le sirene delle volanti ruotano ad intermittenza illuminando con fasci luminosi blu la base dei grattacieli. Grossi automezzi azionano ad ogni manovra acuti segnali acustici ritmando il frenetico ed ordinato lavoro dei volontari ed operai dai caschi gialli e giubbini catarifrangenti.
Mi sento un puntino perso nell’Universo nell’assistere a ciò che sta avvenendo. Sembra così fantastico prenderne parte.
I bus giungono al molo e le persone infreddolite attendono di salire sul traghetto.
Manhattan indossa ancora il suo bellissimo abito da sera mentre scorre tra le finestre dell’imbarcazione che ci sta accompagnando alla partenza. Non ho con me nulla per poter immortalare ciò che vedo. In un primo momento ho qualche rammarico, ma prevale l’intimità del momento. Sarà il mio cuore, supportato dalla mia memoria, a ricordare ciò che sto vivendo. Ormai non c’è dubbio che la giornata è una parentesi meteorologicamente perfetta e l’alba che si riflette tra le acque del fiume Hudson, che stiamo navigando, lo sigilla. Anche la Statua della Libertà si concede fiera e vanitosa ai nostri sguardi.
Non manca molto per arrivare a Staten Island. C’è del tempo per parlare di esperienze personali, materiali tecnici, integratori. È un modo per conoscere nuove persone ed ingannare l’emozione. Tra non molto sarò parte del colorato movimento che scandisce l’avvio della manifestazione al quale fino a pochi anni fa non davo alcun significato.
Il villaggio pre-gara accoglie i partecipanti in modo estremamente ordinato. L’ennesimo controllo di sicurezza e poi l’attesa. Bevo un tè caldo, indosso il regalo di uno sponsor preso in uno stand, ossia una cuffia colorata prevista per avvolgere il pensatoio capelluto dalle disattese rigide temperature, approfondisco qualche conoscenza. Comincio a pianificare la gara con un vero atleta, Maurizio De Angelis, che mi propone di correre in coppia. Ma lui merita un capitolo a parte.
C’è gente in ogni dove; un agglomerato di ogni genetica possibile immaginabile e quasi mi stordisce osservare tutta la varietà di persone e comportamenti.
Il tempo scorre e si avvicina il momento fatidico per cui le migliaia di persone presenti si sono preparate da mesi, forse anni. Mentre mi spoglio dall’economica tuta presa per l’occasione dedico un pensiero a chi non ha potuto esserci per svariati e sfortunati motivi. Sono centinaia le persone iscritte che rinunceranno alla maratona ed a loro auguro di far parte ad una delle prossime edizioni.
Il tonfo sordo della prima cannonata oltre a sancire la partenza dei primi atleti preoccupa un po’ tutti gli altri. Gli elicotteri sorvegliano la zona e lo spiegamento di forze di sicurezza è imponente.
Le onde colorate si susseguono velocemente fino al momento in cui è chiamata in causa quella verde di cui faccio parte.
In un attimo mi trovo a correre sul ponte di Verrazzano con una vista su Manhattan che toglie il fiato. Sono attimi che racchiudono un turbinio di emozioni e di energia che nessuno si preoccupa di nascondere. Per la gioia del momento qualcuno ride, qualcun altro urla, c’è chi piange. Poi il silenzio cadenzato dal pulsante suono di migliaia di scarpe ed altrettanti cuori.
Ho studiato abbastanza bene il percorso che sto affrontando per la prima volta e non voglio forzare già alla prima salita. Ho scelto una strategia conservativa.
Nel frattempo il mio cronometro perde il segnale gps e mi riporta valori di passo completamente sballati.
Non è la prima maratona a cui partecipo e vedermi superato dopo poche centinaia di metri da un signore che corre con i mocassini ed un peruviano in costume Inca con tanto di piume in testa non dovrebbe preoccuparmi. Comincio invece a pensare che sto esagerando con il risparmio energetico. Non c’è pubblico fino al terzo chilometro. I lati delle strade di Brooklyn già strabordano spettatori che esibiscono cartelli e tifano come fossero tutti nostri parenti. Grazie alle loro animazioni la lunga e noiosa strada che porta al 13K in prossimità del Brooklyn Academy of Music è scorrevole e divertente. Ci sono gruppi musicali e persone festanti. Scelgo di aumentare un po’ il ritmo ma mi ritrovo nuovamente davanti ad una salita. La strada in questo caso si restringe e la folla è ancora più presente. Cancello dalla mente le strategie distratto dagli incoraggiamenti di centinaia di bambini e dall’onda viola e chiassosa di un magnifico coro gospel organizzato sul marciapiede davanti ad una chiesa. A rendere l’atmosfera silenziosa ci pensa il Quartiere ebraico di Williamsburg dove la partecipazione all’evento è inesistente. Riposo le orecchie. La mezza maratona è fissata nel Queens dove pochi chilometri dopo è presente il famigerato Queensboro Bridge, rinomato per il vento che soffia gelido di traverso sui maratoneti. Una volta attraversato sarò di nuovo a Manhattan. La giornata è talmente bella che veniamo graziati dal meteo così che il ponte non presenta nessun pegno da pagare. Evento unico in 60 anni di Maratona di New York, giurano i partecipanti più esperti. Siamo intorno al 25K e mi rammarica vedere un ragazzo fermarsi per un problema al polpaccio. Non faccio in tempo a pensarci che mi ritrovo a percorrere la curva alla fine del ponte animato da un foltissimo pubblico che festeggia il nostro ingresso a Manhattan come fossimo i primi del gruppo, transitato almeno un’ora prima. La stanchezza e la botta di energia che mi arrivano dritti in faccia quasi mi commuovono.
Gli interminabili sali scendi dell’infinita 1st ave sono la rampa di lancio per cercare di abbassare il mio tempo che è molto al di sopra delle mie possibilità. Sinceramente non sto correndo per fare il mio personal best o per dimostrare niente a nessuno ma voglio dare un senso agli allenamenti svolti durante tutta l’estate. Comincio a sentire bruciore all’interno coscia di entrambe le gambe a causa di un ripetuto sfregamento dei pantaloncini. Per fortuna ai lati delle strade ci sono i volontari che oltre a liquidi ed alimenti distribuiscono anche vaselina spalmata su stecchi simil ghiacciolo. In teoria servirebbero ad evitare l’abrasione ai capezzoli che è una delle cose più dolorose che possono capitare quando corri. Non è facile riuscire a prendere un bastoncino in corsa e cercare di convincerli che sei consapevole di quello che stai facendo. In molti, infatti, scambiano la vaselina per cibo commestibile e se la mangiano. Di conseguenza i ragazzi sono esageratamente premurosi e prevenuti nel concedertene uno. La spalmo e dopo un immediato bruciore mi sento sollevato.
Entro ad Harlem.
Una carica emozionale fortissima mi dà un ulteriore spinta per aumentare il ritmo. Stavolta mi metto a correre seriamente senza dedicare tempo a dare il cinque ai bambini ai bordi delle strade o concentrarmi sulle meraviglie che mi circondano. Mancano circa 10K per entrare a Central Park e mettere fine alla gara più suggestiva che ho corso fino ad ora. È bello accelerare il passo alla fine perché c’è la cosiddetta raccolta dei cadaveri. Quelli che hanno dato tutto nella prima parte di gara e che ora sono in panne. Ne supero davvero tanti ma per recuperare il tempo perso nei primi 30K dovrei viaggiare alla velocità di Kipchoge. Vengo colto dai crampi quasi all’altezza del punto dove l’anno precedente mi ero posizionato per fare foto agli atleti. Impreco, rallento, dialogo con i muscoli, penso alla fortuna che ho questa volta ad essere dalla parte giusta della transenna e mi riprendo in fretta. L’ingresso a Central Park è spettacolare e l’incitamento che non è mai mancato per quasi 35K è commovente. Trovo le ultime motivazioni nella sfida con un altro italiano. Entrambi ne traiamo beneficio tagliando il traguardo con dignità.
C’è qualcosa nell’aria di New York che rende il sonno inutile.
(Simone de Beauvoir)
Un sincero ringraziamento ad Antonio ed Annalisa di Terramia che mi hanno concesso questa fantastica opportunità.


Ascoltiamo troppo il telefono e ascoltiamo troppo poco la natura. Il vento è uno dei miei suoni. Un suono solitario, forse, ma rilassante. Ognuno di noi dovrebbe avere il proprio suono personale e il suo ascolto dovrebbe renderlo euforico e vivo, o silenzioso e tranquillo… È un dato di fatto, uno dei suoni più importanti – e per me il suono per definizione – è il totale, assoluto silenzio.


































