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Costa Rica. Il laboratorio dei sogni

“Presto ai vostri posti!”

La favola incomincia così, con il laboratorio dei sogni in subbuglio.

Il perché è presto detto: il bambino si sta per addormentare ed è compito degli inventori sognatori occuparsi del suo sonno.

I severi addetti alla verifica chiusura occhi stanno controllando che tutte le luci siano spente.

Per poter lavorare hanno bisogno dell’oscurità.

“Ci siamo quasi! Siete pronti?”

Il capo reparto da il via alle operazioni quando all’improvviso ecco l’imprevisto.

“No, fermi, fermi!” grida un addetto “C’è una lucetta sotto il comodino!”

“Tranquilli!” interviene ancora il responsabile degli occhi chiusi “La mamma ha acceso una piccola lampadina perché il bambino ha paura del buio”

“Paura del buio?” gli fa verso un impiegato scatenando le risate di tutti gli altri ma non del capo che lo sgrida “Proprio tu ridi che se vedi una pulce salti sulla sedia!”

Ma mentre si discute ecco che… Tre… Due… Uno… Il bambino comincia a dormire.

Nel laboratorio riecheggia il suona dell’allarme e subito gli inventori della stanza accanto si mettono al lavoro.

Seduti attorno ad un lunghissimo tavolo ascoltano le decisioni del capo. “Signori, il nostro cliente dorme da qualche minuto e non abbiamo tanto tempo per costruirgli un bel sogno. Qualcuno di voi ha delle idee?”

Uno del gruppo alza la mano e prende la parola “Propongo di costruire una foresta piena di alberi, piante, frutti esotici. Bella fitta”

Tutti ascoltano curiosi. Qualcuno prende appunti. Lui continua. “In mezzo a tutto questo verde, facciamo dei sentieri in modo tale che ci si possa camminare dentro” Disegnò con un pennarello tantissime  linee sulla lavagna “Ecco vedete colleghi? Tipo così, così, così…”

Il grande capo sembra soddisfatto e spedisce subito il progetto al reparto costruzione sogni che dovrà far  diventare vera la foresta nel minor tempo possibile.

Uno degli inventori comincia a lamentarsi dei rumori provenienti da quella sala.

“Uffa! Qualcuno può dire ai costruttori di non fare tutta questa confusione? Non riesco a concentrarmi!”

In effetti  stanno facendo un gran baccano con seghe, martelli e trapani.

Il capo non è ancora soddisfatto “Allora signori inventori, tutto qui?”

“Possiamo aggiungere dei serpenti!” dice uno di loro

“Serpenti? Nel sogno di un bambino? Ma ti sei rincitrullito?” tuona il capo

“Capo, mi ascolti”

“Dimmi…”

“Mettiamo quelli buoni e tranquilli. Il bambino se vuole li può cercare sotto qualche foglia o sul ramo di qualche albero. Non troppo grandi e belli colorati”

Il capo riflette pensieroso “Ma non è che poi c’è rischio che lo mordono vero?” “No no capo. Tutto studiato. Li teniamo a distanza. Il bambino può solo guardare e non toccare. Nessun pericolo!”

“Progetto approvato!”

I rumori nella sala costruzione aumentano.

“Così mi viene il mal di testa e non riesco ad inventare niente!” si lamenta di nuovo l’impiegato.

Ma ecco spuntare un’altra idea.

“Un’iguana gigante!”

“Ancora rettili? Già abbiamo i serpenti! Così rischiamo di farlo diventare un incubo più che un sogno” borbotta il capo

“Capo, mi ascolti”

“Dimmi…”

“Mentre lui cammina nella foresta per uno dei sentieri, ascolta i suoni degli animali ed il canto degli uccelli. Ne vede di diversi tipi. Chi di un colore, chi di un altro. Uno più smilzo, uno più cicciotto. Uno con un becco piccolo, l’altro gigante. Uno con… ”

“Sì, sì abbiamo capito, vai avanti”

“Scusi capo. Era per farmi capire meglio. Comunque dicevo che il bambino mentre è distratto da tutte queste varietà di animali non si accorge che nel mezzo del sentiero c’è un grosso tronco con sopra appoggiata un’iguana che prende il sole.”

“E poi? Non mi fido molto”

“Guardi capo che le iguane hanno un aspetto poco rassicurante ma in realtà mangiano solo insalata e frutta. Quindi sono completamente innocue. Pensi che c’è gente che le tiene in casa!”

“Progetto approvato!”

I rumori provenienti dalla sala costruzione aumentano a dismisura per ogni idea approvata e l’impiegato infastidito non li sopporta più. “Basta! Mi state facendo venire la scimmia al cervello!”

Scimmia? Bravo, ottima idea!”

Esclamò il capo

“Progetto approvato”

Nel frattempo anche gli addetti al suono si danno il loro bel da fare per rendere il sogno il più bello e veritiero possibile.

“Dunque… Qua ci mettiamo un po’ di rumore delle onde… Qui un cinguettio” dice concentrato sul lavoro uno dei due tecnici “Il richiamo delle scimmie lo lascio così alto?”

“No, no, abbassa un po’ il volume altrimenti rischiamo di svegliare il bimbo. Sai cosa? Metti in sottofondo lo scroscio di una cascata. E’ rilassante che dici?”

Ma un sogno per essere unico deve avere qualcosa di speciale. Ad aggiungere la giusta dose di fantasia c’è l’ingegnere Svalvolato. Sta seduto tutto il giorno nel suo ufficio di un metro per un metro sommerso da centinaia di scartoffie. Non parla. Disegna giorno e notte ininterrottamente.

“Buonasera Ingegner Svalvolato” lo saluta il capo “Hai qualcosa di interessante per il nostro sogno?”

L’ingegnere continua a scarabocchiare velocissimo i suoi appunti mentre digrigna frasi senza senso “gnnn grrr gnnn grrr” D’un tratto ecco il disegno.

“Qualcuno capisce che roba è questa?”

“Certo! Un armadio di peli!” dice un inventore “Ma no!” risponde un altro “Non vedi che è una scatoletta di sardine grande come un autobus?” “Ma va!” Un altro ancora “E’ un mestolo lunghissimo”

L’ingegnere svalvolato riprende la matita e titola il disegno: ponte.

“E’ un ponte!” Esclamò il capo “Bravo! Mettiamo tanti ponti qua e la… Ma devono essere altissimi come questo. Dobbiamo far camminare il bambino nel cielo, sopra la foresta.”

All’improvviso ecco una segnalazione dall’ufficio realistico “Buonasera colleghi, mi dispiace disturbare ma devo segnalarvi che i genitori gli hanno fatto vedere un bel tramonto

“Ci penso io non preoccupatevi” interviene l’addetto alla fotografia dei sogni “trovo io qualche foto di un tramonto mozzafiato. Così avrà un ricordo ancora più bello di quello che ha visto”

Così mentre il laboratorio dei sogni progetta e realizza idee per allietare la notte che dovrà affrontare il bimbo, nel sonno lui abbozza un sorriso e comincia il viaggio.

Vivrà cose incredibili che forse esistono da qualche parte del mondo. Circondato da specie animali che non ha mai visto, da persone sorridenti, da case dipinte di rosso e lunghe strade che tagliano in due le foreste.

Spiagge affacciate sugli Oceani, il calore del sole e l’affetto della luna.

Una carezza, un bacio sulla fronte e d’improvviso il laboratorio dei sogni è costretto ad interrompersi bruscamente.

“Svegliati, che c’è una bella giornata che ci aspetta”

La mamma lo guarda amorevolmente

“Facciamo una bella colazione e poi andiamo a vedere gli animali

“Quelli del sogno mamma?”

“Sì, quelli del sogno”

 

C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole. (Giovanni Pascoli)

 

 

 

Long Beach: il banditore d’aste

“Salve…”

Dalla fessura appena socchiusa della porta d’ingresso di casa di mio fratello uscì una ragazzetta che mi salutò frettolosamente a testa bassa ed intenta ad indossare un giacchino. Nel mentre si distorceva sui tacchi in cerca del giusto equilibrio. Sparì nel nulla dopo pochi istanti come il profumo che portava addosso.

Dopo averle curiosato per qualche secondo il fondo schiena, ben evidenziato da un leggero vestito semitrasparente a righe orizzontali bianco e nere, entrai in casa. Mi piaceva l’appartamento di mio fratello, era molto ampio e luminoso con la vista sul porticciolo di Long Beach. L’aveva arredato con classe; pochi pezzi ma di grande valore. D’altronde era un banditore d’aste e nonostante la sua sindrome di Peter Pan aveva un gusto raffinato ed adulto. In questo e non solo lo aiutavano le nostre origini italiane.

Vidi transitare la sua sagoma vestita da un solo paio di pantaloni in raso e delle ciabatte che parevano quelle rubate in un albergo 5 stelle. Passò le mani tra i capelli umidi scompigliandoli. Evidentemente si era docciato poco prima. Durante questo passaggio ci salutammo mentre lui si fermò pochi istanti per sorseggiare qualcosa di ambrato contenuto nel bicchiere parcheggiato su un tavolino vicino al divano. Il bicchiere e la bottiglia di cognac, ormai vuota, probabilmente erano lì dalla sera precedente.

“Cristo, ma come fai a bere quella merda già a quest’ora?” gli dissi con un tono di voce piuttosto alto. Mi rispose dal bagno urlando ancora più di quanto stessi facendo io “Perché che ore sono?”

Mio fratello prendeva la vita così come veniva. Alla giornata. Era più piccolo di me e decisamente era riuscito meglio. Nonostante non praticasse palestra aveva un fisico grosso e scolpito. Le uscite con il surf l’avevano modellato ma dai miei ricordi ho un immagine di lui sempre bella tosta e mai fuori forma già da bambino. Nostra madre aveva provveduto a fornirgli anche degli occhi azzurri, il resto l’aveva fatto nostro nonno, che fu un bellissimo uomo.

“Ma quella che è uscita da casa chi è?”

Rispose dal bagno “Quella chi?”

Mentre mi facevo gli affari suoi guardavo il panorama a Long Beach. Mi specchiavo nella vetrata e pensavo: ma siamo davvero fratelli? I miei occhi sono scuri, ho la pancetta e comincio pure a stempiarmi. Sarò anche il fratello maggiore ma di cinque anni per dio, non venti!

Continuai la conversazione.

“Come quella chi? La ragazzina che è uscita quando sono arrivato. Ma sicuro sia maggiorenne?”

Rispose prima di accendere il phon “Carina vero? Conosciuta ieri sera ad una festa qui sotto. Non ho chiesto l’età mi pareva brutto.”

Un pazzo. Uno di questi giorni l’avrei trovato dietro le sbarre.

Presi in mano il Rolex Daytona che trovai tra le intercapedini del suo pregiato divano Moroso.

“Ma lasci in giro il Rolex in questo modo? Con sconosciute che girano per casa? Cazzo ma saranno 10.000 dollari di orologio!”

La mia frase partì pochi istanti prima che spegnesse il phon e mi sentisse nuovamente. Rispose quando riprese l’orologio dalla mia mano. Lo indossò.

“Ah ecco dov’era! Vale 21.000 dollari, non 10. E’ un black dial

“Ma quando metterai la testa a posto?”

Grazie ad una giusta intraprendenza ed un’elevata dose d’incoscienza il ragazzo raggiunse il successo in poco tempo. Raramente riscontrava delle sconfitte e quando capitavano le trasformava in opportunità. L’affare che lo introdusse nel mondo della compravendita fu qualcosa di assurdo. Andò così: una volta laureato i nostri genitori decisero di regalargli una macchina. Ci ritrovammo così nel garage di casa una vecchia Colt color beige. Non aveva il fascino di una spider ma era comunque decorosa ed utile; ma a lui a cui piace e piaceva surfare in giro per il mondo della macchina non fregava assolutamente nulla. Così che un bel giorno, chiacchierando con uno studente in cerca di un mezzo economico, venne a sapere che il ragazzino aveva ereditato dal nonno una vecchia moto impolverata e mal funzionate. Andammo assieme a San Gabriel Valley a visionare quel ferro vecchio tenuto in malo modo all’interno di una stalla adibita anche a deposito. Io ero scettico e lo sconsigliai vivamente di fare la cazzata del secolo, ossia scambiare l’auto con il rottame. Lui si scrollò dalle spalle la paglia che la gallina svolazzante gli aveva depositato addosso quando cercò di allontanarla dal motociclo e con un gran sorriso strinse la mano al giovinastro “Affare fatto. Queste sono le chiavi della macchina, è tua”

Aveva appena ceduto una Mitsubishi Colt dal valore di 1000 dollari ed aveva portato a casa quella che dopo due settimane si sarebbe rivelata una perfetta BMW R26 del 1956 dal valore di 10.000 dollari. Riuscì a piazzarla ad un produttore di Los Angeles per 12.000 dollari ancora prima di completare il restauro.

In più il produttore, incantato dalla sua dialettica, lo inserì presto nel giro; senza un minimo di esperienza, si ritrovò a vendere e comprare oggetti provenienti da tutto il mondo con persone molto più esperte e preparate di lui.

Quel giorno andai a trovarlo perché proprio a Long Beach si stava tenendo un raduno sia di auto d’epoca che tuning. Eravamo entrambi interessati a quelle d’epoca perché, riguardo alle elaborate, odio profondamente gli individui che buttano i loro soldi in particolare per potenziare a dismisura l’impianto audio delle loro vetture. Essendo loro stessi comunicatori primitivi, necessitano di mezzi che amplifichino i loro basici sentimenti. Una lieve evoluzione rispetto ai gorilla, costretti a prendersi a pugni il petto per sciorinare al mondo femminile la loro virilità. Tutto ciò che è urlato ed esageratamente evidenziato denota ignoranza. Trovo ingiusto che persone dispensatrici di scie acustiche di bassi capaci di far vibrare l’asfalto possano far parte della società moderna.

“Sei troppo silenzioso. C’è qualcosa che ti infastidisce vero?” Mio fratello sapeva leggere il mio umore come nessun altro.

“No tranquillo. Guardavo qua e là. Questa non mi dispiace…”

Avevo messo gli occhi su una curiosa Porsche d’epoca forse troppo modificata per i miei gusti.

Le vetture avevano occupato tutto lo spazio che arriva fino al faro. Preferimmo passeggiare sul lato opposto e fermarci a bere qualcosa in un pub sul molo.

Il sipario del tramonto serale di Long Beach era quasi completamente aperto alla vista del pubblico che, come noi, frequentava numeroso i locali del porticciolo; ero anche impegnato a dare ascolto alle voci che dentro di me mi invitavano a godermi lo spettacolo senza pensieri; a ripartire in fretta per evitare il cronico traffico di Los Angeles; a chiacchierare ancora con mio fratello che chissà quando avrei rivisto.

La decisione finale fu estratta dal mazzo di carte che al solito distribuiva il mio caro consanguineo, diretto in bagno e scomparso nel nulla per una mezz’ora abbondante.

“Scusa se ti ho fatto aspettare questi 10 minuti…” Disse una volta ricomparso dopo mezz’ora. Non era tornato da solo ma accompagnato da una affascinante ed acerba ragazza dai tratti orientali. In California ci sono parecchie di queste bellezze di origini asiatiche.

“Lei è…”

Nonostante gli atteggiamenti dei due fossero espressione inequivocabile di complicità, non conosceva ancora il nome della ragazza incontrata forse qualche decina di minuti prima alla cassa del bar o nella fila dei bagni “Sono K piacere” intervenne lei non curandosi minimamente dell’omissione “Cavolo siete fratelli? Non sembrate neanche cugini”

Già, pensai.

Rimasi con loro giusto il tempo per finire la birra ed ascoltare le solite avventure d’effetto che venivano da lui gettate come esche a tutte le ragazze che avrebbero passato la notte nell’attico di Long Beach.

Salutai la nuova coppietta con un sorriso forzato che mal celava il mio disagio, offrì il giro e mi incamminai verso la macchina lasciando dietro a me passo dopo passo il rumore della festa.

La forma più fondamentale d’amore, è l’amore fraterno. Con questo intendo senso di responsabilità, premure, rispetto, comprensione per il prossimo; esso è caratterizzato dall’assenza di esclusività.
(Erich Fromm)

Algarve. Alla ricerca della fine

costoneErano passati pochi giorni da quando scelsero la meta dove trascorrere del tempo assieme cercando di lasciare alle spalle, consapevoli che ciò non sarebbe mai potuto accadere, quello che era capitato e che sembrava lontano anni luce dalle loro vite. Allo scopo, pensò P, sarebbe servito un luogo superficiale, condito da un po’ di storia che non guasta, ma predisposto al divertimento ed ai sorrisi. Anche se di circostanza o d’interesse. A letto immersi tra le lenzuola stropicciate ed il volto semiscoperto da un grande piumone avevano sfogliato riviste, cataloghi, litigato con i cavi della ricarica dei loro smartphone e tablet scorrendo immagini che si riflettevano colorate sui loro volti ed alla fine avevano deciso per il Portogallo. L’Algarve per la precisione.

Dalle informazioni né risultava una regione molto poco frequentata in quel periodo dell’anno ed orientata ad un turismo frivolo piuttosto che culturale. La stagione non avrebbe permesso di usufruire delle poche spiagge presenti ed anche il mare, l’imponente Oceano Atlantico, non sembrava particolarmente avvezzo a ricevere visite se non quelle degli scalmanati surfisti.

Nei minuti che seguirono la scelta definitiva un’ulteriore scorta di futili informazioni, cui viaggiatori più esperti farebbero ben volentieri a meno, riempì i loro pensieri ed i libricino di appunti di E.

Forse l’esser giovani richiede un pegno quantificato in piccole stupidità quotidiane da compiere. Chissà che la vecchiaia non cominci proprio al rifiuto di farlo.

ponteromanoArrivati, il primo impatto non fu dei migliori, complice una giornata anonima che aveva alimentato ulteriori incertezze nei ragazzi che però non si scoraggiarono ma anzi, trovarono un posto suggestivo dove fare colazione e pianificare le ore seguenti. Le loro parole scorrevano come l’acqua del Rio Gilao che attraversava Tavira, cittadina abituata a ricevere turisti ma altresì storica ed affascinante. I loro smartphone una volta rassicurati i premurosi genitori e consultato Google Map vennero utilizzati solo per fare foto, come al caratteristico ponte romano di Tavira.  Prima di lasciare il locale avevano riempito di domande il figlio della proprietaria, loro coetaneo, che con grande pazienza ed abilità linguistica aveva illustrato i luoghi più interessanti, a suo avviso, da visitare. Dopo aver esplorato un breve tratto del corso del fiume ed aver osservato le numerose piccole imbarcazioni di pescatori ormeggiate, attraversarono il verde Jardim Publico prima e la Camara Municipal poi per ritrovarsi in pochi minuti a salire i gradini che li avrebbe visti ospiti del castello che guarda la città dall’alto. Le alte mura della fortezza servirono ai due giovani intraprendenti a realizzare foto panoramiche che in seguito sarebbero orgogliosamente finite sui social. Tra le tante ci fu anche una che li ritraeva entrambi, scattata da una turista spagnola di passaggio. L’unica in cui E pareva realmente felice.

chiesaLa giornata scorse veloce tra momenti scherzosi ed obbligate parentesi spirituali al cospetto delle Chiese de Santa Maria do Castelo e de Santiago dove sui bianchi muri cominciò a riflettere una timida luce che pareva voler intrufolarsi tra le goliardiche iniziative della coppia, facendosi spazio tra le indifferenti ed antipatiche nuvole scure e grassocce intente nel loro lineare cammino. La mattinata a Tavira trascorse serena e solo l’amorevole percezione di P nei confronti della sua compagna e della stanchezza che la stava malvagiamente artigliando interruppe altre ore di spensieratezza. Lei dormì profondamente per tutto il pomeriggio, P invece si diede silenziosamente da fare per cercare di sorprenderla al suo risveglio. Si prodigò a ricercare un ristorante dove passare la sera.

A tavola ancora una volta liquidarono al telefono i loro genitori con frasi sbrigative che il padre di lei interpretò, giustamente, che i ragazzi non desiderassero interferenze durante i loro momenti di svago. La madre di E mantenne le sue ansie e continuò a ripeterle premurosamente di riguardarsi e di assumere i medicinali.

I due intanto si stavano godendo una bottiglia di Soalheiro Allo. La scelta di questo vinho verde portoghese era stata suggerita da un’intuizione che non c’entrava nulla con la reale origine del nome. P si era ritrovato a sfogliare la lista vini come se il sesso forte sia condannato ad esser conoscitore degli uvaggi per forza, ma non ci pensò nemmeno un istante a nascondere la sua impreparazione agli occhi di E, che tra l’altro non avrebbe potuto nemmeno berlo, scegliendo una bottiglia a casaccio tra i nomi più affascinanti e fugaci sguardi al prezzo. Avevano optato per il vinho verde perché un vino verde, effettivamente, non l’avevano mai visto. Quando arrivò la bottiglia del Soalheiro si resero conto che un vino verde mai l’avrebbero visto né tantomeno bevuto. Il riferimento non era dovuto alla pigmentazione della bevanda, che risultava paglierina come un qualsiasi vino bianco, bensì  un misto tra vino giovane e vino maturo. Va consumato non più tardi di un anno dopo l’imbottigliamento si informò ulteriormente P su wikipedia.

Verde era riferito alla maturazione quindi e non al colore. Senza saperlo avevano scelto il vino più adatto per brindare alla loro condizione.

Stavano bene. Il locale era pieno di persone e la confusione avrebbe procurato fastidio a chiunque cercasse un po’ di quiete. Eppure loro si sentivano soli tra la gente. Continuarono a parlare dei loro progetti che crescevano in proporzione al vino consumato.

Colline ricoperte da un interminabile manto verde, alberi dall’aspetto centenario, bovini liberi di pascolare tra le praterie fu il paesaggio che accompagnò i due nel pezzo di autostrada che stavano percorrendo il mattino seguente per raggiungere uno dei punti più estremi dell’Europa Occidentale. Raggiunsero in poco più di un’ora Fortaleza de Sagres, palcoscenico illuminato adeguatamente dal benevolo sole. L’Oceano, abitualmente agitato dal vento, si presentava piatto come una pennellata azzurra sulla tela di un dipinto.

I ragazzi non persero tempo ad esplorare quell’incredibile costone di terra che aveva probabilmente ispirato centinaia di artisti; sicuramente il poeta tra i più significativi di lingua portoghese, Fernando Pessoa.

Ammirarono intorpescano, E si sentiva come i pescatori sul ciglio del precipizio che intanto si notavano spuntare tra i faraglioni. Fissava l’infinito appoggiata ad un parapetto in legno distratta solo da qualche apparizione volutamente goffa del suo compagno P, allontanatosi nel frattempo e che in modo affettuoso le faceva sentire la sua presenza, concedendole però l’intimità cui stava cercando. Se un letto o un’opprimente stanza d’ospedale non sono certo stabili riferimenti per capire lo scopo del nostro cammino terreno, figuriamoci quell’enorme distesa blu, il volo libero di decine di specie d’uccelli, la minuscola scia lasciata da un peschereccio all’orizzonte, tanti puntini neri sulle loro minuscole tavole da surf dondolati dalla noiosa fluttuazione di un mare restio ad ergersi nuovamente a protagonista. Lei riprese a camminare confusa dalle immagini cui bellezza parevano torturarla all’idea che tutto sarebbe potuto finire. Troppo presto.

Finché non si fermò nuovamente davanti ad una targa che recita una poesia di Pessoa, Orizzonte

 

insegnaMare anteriore a noi, le tue paure

corallo e spiagge e alberete.

Sbendate la notte e la caligine,

le tormente passate e il mistero

si apriva in fiore la Lontananza, e il Sud siderale

splendeva sulle navi dell’iniziazione.

 

Linea severa della riva remota –

quando la nave si approssima, s’alza la costa

in alberi ove la Lontananza nulla aveva;

più vicino, s’apre la terra in suoni e colori:

e, allo sbarco, ci sono uccelli, fiori,

ove era solo, di lontano, l’astratta linea.

 

Il sogno è vedere le forme invisibili

della distanza imprecisa, e, con sensibili

movimenti della speranza e della volontà,

cercare sulla linea fredda dell’ orizzonte

l’albero, la spiaggia, il fiore, l’uccello, la fonte –

i baci meritati della Verità.

 

Quella giornata terminò con il sole trasformato in una grossa palla di fuoco arancione che i due videro a Faro, città sulla via del ritorno verso Tavira.

Erano entrambi felici di quello che era accaduto e non si preoccuparono di dare spiegazioni, cercare motivi o di preoccuparsi di quello che gli aspettava.

A lei riuscì solo di dire grazie. Lui le appoggiò il braccio sulle spalle e la portò a sé mentre rimasero a fissare lo spegnersi del tramonto.

tramonto

Quelli che si lamentano di più, sono quelli che soffrono meno.  (Publio Cornelio Tacito)