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Bayou. The Caymans attitude

Gli elementi per scrivere una storia o una favola ci sono tutti.

Un enorme territorio paludoso chiamato Bayou che si estende sulle rive del Mississippi tra Louisiana e Texas ed un infinito proliferare di corsi d’acqua e laghi che ospitano migliaia di animali su cui tutti, ma proprio tutti, pende una taglia.

13In quei luoghi sospesi tra il tenebro ed il fiabesco c’è chi ci ha passato la propria vita e continua a farlo. Una barca carica di turisti lascia la riva tra i rimbrotti del motore e le raccomandazioni del pilota ai suoi numerosi passeggeri guardinghi. Sotto l’albero da dove sono partiti torna ad esserci il silenzio e la scia spezzata di muschio verde si ricompatta. Il sentiero che costeggia il lago è invitante ed insidioso. La via è ben delineata ma dietro le sterpaglie o sotto il folto manto erboso rinforzati dagli acquazzoni invernali si potrebbero celare animali non troppo amichevoli. Ci sono pescatori su piccole barche e piccoli pescatori sul molo che manipolano ami ed esche con la speranza di ingannare voraci pesci gatto. Per individuare qualche specie animale interessante è indispensabile prestare molta attenzione e fare massimo silenzio.

2Il primo incontro è con un serpente. Si mimetizza perfettamente con il territorio ed è abbastanza difficile scorgerlo anche in vicinanza. Il fatto che il rettile non indossi colori particolarmente vivaci induce all’ottimismo. Da quelle parti ci sono sette specie letali, ma è abbastanza anomalo incontrarle e, nel caso, ci tengono a farsi riconoscere. Lui si gode la quiete adagiato su uno spuntone nel lago Martin.

Tra un passo e l’altro si mastica umidità e l’acre sapore della natura.

7Lo sguardo si dedica al cielo di una giornata imprevedibilmente primaverile. Ci sono poche nuvole a protezione del sole che osserva ogni movimento dall’alto della sua lucentezza. La temperatura si avvicina a quella estiva, non fosse che nella stagione più calda la cappa di caldo umido raggiunge picchi quasi insopportabili; lo diventa con la presenza di migliaia di insetti pronti ad approfittare degli scoperti e sudati escursionisti ai quali viene negato il cammino perché spesso sorpresi a lanciare sassi agli animali.

È consigliabile guardare dove si mettono i piedi anziché camminare a testa in su.

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Bisogna essere buoni osservatori per individuare la presenza di un caimano dalle medie dimensioni mentre immobile come una roccia scruta ciò che accade intorno. L’unica cosa da fare è trattenere il fiato ed ammirare questo animale dalle origini preistoriche. Una macchina da guerra adita alla sopravvivenza della sua specie; geneticamente perfetta allo scopo fin dalle origini. Il lago ne accoglie centinaia, ma lui è il primo ad essere avvistato.

14Passo dopo passo si allontana sempre di più l’ingresso al percorso che circonda il bacino d’acqua. Una mountain bike ed il suo cavaliere sfrecciano veloci lasciando l’impronta degli pneumatici sulla terra battuta senza lasciare tempo ad un altro serpente di rendersi conto di cosa stia accadendo. Si limita ad alzare la testa precauzionalmente. Anche lui, come la serpe avvistata in precedenza, non presenta colorazioni allarmanti. I serpenti non velenosi si procurano le prede avvinghiandole a sé fino a provocarne il soffocamento. Il soggetto non sembra intenzionato a sfoggiare le proprie doti da cacciatore e continua a beneficiare degli inaspettati raggi di sole.

DSC_0504Tra i protagonisti della storia del lago Martin c’è un anziano signore ottantacinquenne che in quella circoscritta parte di mondo ha costruito la sua vita. Ormeggia la barca a fondo piatto sotto un salice in attesa di qualche turista. Porta con sé una valigetta ventiquattro ore nella quale custodisce le porte d’accesso alla sua memoria. Conserva foto che evocano un’altra epoca, una bottiglia di whisky, la piccola testa scheletrica di un caimano ed un cranio molto più grande appartenente ad un coccodrillo americano. Quest’ultimo presenta un buco ben visibile sulla nuca. Il tallone d’Achille delle bestie primordiali si trova esattamente lì.

4Se oggi gli spari che si sentono echeggiare sono dedicati all’uccisione di anatre e papere, non troppo tempo fa erano diretti alla testa degli alligatori che da temibili predatori venivano brutalmente trasformati in risorse culinarie e decorative. Il dubbio se siano pericolosi per l’uomo viene presto sciolto dal vecchio cacciatore: no, temono gli uomini.

L’ennesima conferma che la specie più pericolosa sulla terra siano gli homo sapiens e la loro caymans attitude che impone loro di inglobare e dominare ciò che li circonda.

5I sentimenti divergono davanti ai racconti epici di quest’uomo che esaltano il nostro ingegno volto ad ingannare la nostra fragilità strutturale. Un innato animo maledetto alla continua ricerca della conquista e della supremazia delle altre specie. Miliardi di milioni di esseri umani che si sono mossi e si muovono sul pianeta come un virus che giornalmente ne demolisce una parte. In fin dei conti anche in questo meraviglioso stupido lago prima dell’avvento dei conquistadores europei esisteva una magica e naturale armonia.  Quasi completamente distrutta da coloro che professano la presenza di fantasiose vite ultraterrene senza rispettare ciò che di reale abbiamo a disposizione.

6L’articolo del National Geographic di cui l’uomo custodisce gelosamente una rara copia, per scelta della casa editrice con la copertina priva del caratteristico bordo giallo, racconta quello spicchio di Bayou che la barca attraversa tra la posa di enormi caimani, aironi ed il passaggio di un fenicottero rosa che stupisce anche il vecchio; mai visto prima, sostiene. Lo racconta alternando un comprensibile idioma americano ad un perfetto francese.

12L’avvicinamento ad un tronco sotto riva è popolato da decine di alligatori cuccioli che mettono subito in allarme la madre, un esemplare di oltre due metri cui dall’acqua sporge l’inquietante muso. Avvicinarsi troppo ai piccoletti causerebbe la reazione furibonda della madre. L’esperto cacciatore alla guida della barca non usa mezzi termini. Fallo e…  You would get yourself in trouble.

DSC_0584La tarda mattinata al lago Martin continua a scorrere tra quello che rimane della natura incontaminata e le specie che la popolano. Le tartarughe d’acqua dolce si immergono al solo sentire dei motori senza rischiare il contatto visivo. Si fa fatica ad individuare e comprendere le centinaia di specie animali presenti nel lago. Quando succede le guardiamo con timore e diffidenza. Ci sentiamo indifesi. Basterebbe invertire il punto di vista per constatare come in realtà ad essere terrorizzati da noi siano proprio loro.

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15Una pittrice di stazza robusta intinge il pennello nella tavolozza di colori. Attorno a sé il silenzio. Non teme nessuna aggressione da parte di caimani affamati sia perché si trova a distanza di sicurezza dalle rive, sia perché non potrebbe essere digerita facilmente nemmeno da un alligatore. Gli alberi adagiano i loro rami sulla superficie piatta dell’acqua. Tra questi prolificano decine di specie di uccelli protetti. Attendono la stagione estiva per intraprendere un nuovo corso della sorprendente vita che li aspetta.

Sempre che questo venga loro concesso.

 

16Tutti i coccodrilli sono animali acquatici: si trattengono preferibilmente nei fiumi e torrenti a lento decorso e presso le paludi profonde. Approdano a terra soltanto per dormire e per riscaldarsi al sole, per deporre le uova e per passare di fiume in fiume o di palude in palude.
(Alfred Edmund Brehm)

 

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Questo ero, questo sono

Chissà chi si è accorto che a dicembre non ho postato nulla.
Qualcuno avrà pensato che controviaggio e chi lo scrive si saranno esauriti, qualcun altro forse avrà sentito la mancanza di una nuova storia; la maggior parte non si sarà accorta di niente. Intanto io mi sono preso un mese di pausa totale perché avevo bisogno di staccare la spina alla parte creativa del cervello. Forse l’unica mia funzionante tra l’altro. Mentre premeditavo quello che avete appena letto, mi è venuto in mente quando da ragazzino conducevo un programma radiofonico di mia creazione. La radio era locale e non proprio seguitissima, ma a vent’anni l’idea di avere a disposizione un mezzo di comunicazione potenzialmente così efficace era sicuramente esaltante. L’idea di lavorare in radio mi attirava tantissimo, fino al punto da spingermi incoscientemente a bussare letteralmente alle porte delle emittenti e chiedere un posto come speaker radiofonico. Radio Popolare nella piccola Gorizia, non quella famosa ed impegnata di Milano per intenderci, mi aprì la porta e mi insegnò ad usare microfoni, mixer, piatti e via dicendo. Il mio primo programma era serale, naturalmente non remunerato; non ricordo che argomenti trattasse ma trasmetteva musica di cantautori per lo più italiani; non erano così commerciali come lo sono diventati negli anni a seguire. Si chiamava Slight Night, Notte leggera. All’epoca mi piaceva il suono delle parole con cui avevo titolato il mio spazio radiofonico, sinceramente non ne conoscevo il significato.
Fatto sta che praticamente ogni notte le mie frequenze giungevano sotto onde fm presso gli apparecchi di qualche ascoltatore. Non c’erano social da utilizzare per valutare lo share e l’unico modo per avere un riscontro immediato era il telefono fisso della radio. Quello nel mio studio non squillava mai. Nessuna interazione, nessuna richiesta, il nulla. Tant’è che ben presto cominciai a pensare che la sola utilità di quel programma era che io potessi registrare sulle cassette (allora quelle c’erano) tutte le canzoni e dischi presenti in archivio. Un universo musicale che non conoscevo minimamente.Tutto questo preambolo per evidenziare una similitudine con controviaggio, ossia ciò che avvenne una di quelle notti in cui, completamente preso dallo sconforto, premetti il pulsante on del microfono e dissi in diretta che Slight Night era un programma inutile, non ascoltato da nessuno e che quella sarebbe stata la mia ultima trasmissione. Dopo qualche secondo, per la prima volta, il vecchio telefono azzurro della radio squillò facendo lampeggiare uno dei suoi grandi tasti. Non ci potevo credere. Aveva chiamato una signora, dal tono vocale presumo anziana, che mi pregò molto gentilmente di continuare a mettere su canzoni ed argomentare. Disse che ero di buona compagnia e mi spronò a proseguire.
Certo non è come affacciarsi ad un balcone ed avere i fans che ti acclamano e si strappano i capelli per te, ma essere in qualche modo utile anche ad una o poche persone è qualcosa di gratificante.
Ecco, io non so chi legge e perché quello che scrivo, ma che sia una persona o diecimila poco importa. Controviaggio non è un blog come ce ne sono a migliaia gestiti da influencer che si raccontano attraverso i loro spostamenti seguendo il cliché guida turistica. Dal mio punto di vista nei posti dove andate, se ci andate, potete fare quello che più vi pare e come meglio vi pare. A voi il gusto della scoperta. Fare da cicerone non mi interessa perché lo faccio già di lavoro controviaggio è un impegnativo passatempo, ma non il mio lavoro.
Non sono una persona particolarmente social e preferisco la qualità alla quantità. Il buon vino sta nella botte piccola.
Ciò detto vado avanti e vediamo quali corde riuscirò a toccare il prossimo anno solare che, almeno dal punto di vista logistico, promette abbastanza bene.

Andiamo avanti e vediamo cosa succede…

“Non abbassare mai i tuoi standard per compiacere gli altri.”
(Vince Lombardi)

Mekong. Noi ed il fiume

Il Mekong attraversa impetuoso e scuro il vasto territorio asiatico partendo dall’altopiano tibetano, bagnando poi Cina, Birmania, Thailandia, Laos, Cambogia ed infine il Vietnam.

Certo riesce improbabile descrivere a sole parole le emozioni che il fiume trasporta con sé. Sarebbe più adeguato trascriverle in uno spartito ove comporre una sonata; dove far esprimere orchestre e musicisti per replicare, forse comunque inappropriatamente, le tante sfumature di pulsante vita che giornalmente si anima tra le acque del Mekong.

1Un gigante sole infuocato si spegne nell’orizzonte di Cần Thơ, oscurando minuto dopo minuto il ponte che collega la città sulle sponde del Delta del Mekong a Vĩnh Long. Due piccole realtà che si affacciano sull’undicesimo corso d’acqua più lungo del mondo. L’imponente fiume dettò gli scambi commerciali fino alla comparsa delle prime autostrade che hanno modificato la vita quotidiana di molte persone. Il grigio ed innaturale cemento si prende carico delle migliaia di automezzi pesanti che trasportano i loro materiali tra nuvole di gasolio e la lenta levigazione di enormi pneumatici. La protagonista della nostra storia indossa il tipico copricapo chiamato dai vietnamiti nón lá; vive in una capanna di legno e lamiera, come tante, ai bordi del corso d’acqua. A condividere la casa con lei non ci sono più uomini, ma solo una foto in bianco e nero sbiadita che ritrae suo padre da giovane ed un’alta foto a colori stropicciata ai bordi in cui compare abbracciata a suo marito.

Nel cuore di tutte le notti si alza, mette sul fuoco qualcosa da mangiare e si prepara per la lunga giornata che dovrà affrontare.

A Cần Thơ intanto il laconico monumento dedicato al già leader Ho Chi Minh svolge il suo compito, focalizzare l’attenzione dei turisti sul glorioso e difficile passato vietnamita. Ma le statue rimangono inermi e passive dinanzi alla realtà che scorre inesorabile come il Mekong. Dal buio del fiume e tra le aiuole della passerella che lo costeggiano, fanno fugaci ma inquietanti comparse giganti ratti neri a caccia di cibo. Intorno ambiziose costruzioni moderne e luminose che attirano la curiosità dei turisti che inesorabili proseguono la ricerca del selfie.

DSC_7667La barca carica di merce della donna è già in navigazione da diversi minuti ed il sole compare timidamente; riesce difficile pensare sia la stessa stella che la sera precedente ha infuocato e dipinto d’arancio il cielo. Il silenzio viene scalfito dal progressivo crescendo dei motori delle imbarcazioni dirette al mercato.

Il fermento degli scambi commerciali è tenuto in vita dalla respirazione bocca a bocca praticata dai tour organizzati e da una generazione troppo compassata per aderire al cambiamento. Mentre anche lei si dirige al mercato è cullata dalle onde provocate da enormi natanti di rientro; questi nella notte hanno rifornito i piccoli grossisti. Ad accompagnarli nel tragitto le centinaia di industrie che sono spuntate come funghi negli ultimi vent’anni. Riversano indisturbate i loro liquami contenenti metalli pesanti ed arsenico nel Mekong trasformandolo in una trappola mortale per migliaia di esseri viventi tra cui l’uomo stesso.

2La barca della donna si affianca ad un barcone più grande del suo e cominciano le contrattazioni. Deve fare presto altrimenti non avrà tempo a sufficienza per sistemare al meglio il banco al mercato.

E’ tra quei banchi che pesci di ogni genere e tipo, rane, molluschi e crostacei si abbandonano inermi al loro ultimo respiro, pronti ad essere sacrificati in nome della culinaria.

4Al mercato di Cần Thơ non ci si preoccupa di vendere e cibarsi di cibo altamente inquinato così come nessuno fa cenno alla costruzione della diga idroelettrica in Cina che potrebbe sancire la definitiva chiusura del sipario del Mekong vietnamita e di tutti i suoi componenti che oggi a gran fatica lo compongono.

Il prezzo da pagare in nome dello sviluppo e della crescita è altissimo.

5Ma chissà quali sono i pensieri degli ultimi sopravvissuti della strage modernista e capitalista. Resistono oasi di silenzio, scanditi dalle pagaiate armoniose delle rematrici vietnamite che di quel luogo ne custodiscono il fascino. Inconsapevoli che l’essenzialità dei loro gesti è l’unica via d’uscita del finale già scritto.

Intanto ci facciamo trasportare convinti d’esser soli. Noi ed il fiume.

 

Guardare il fiume fatto di tempo e d’acqua
e ricordare che il tempo è un altro fiume.
Sapere che ci perdiamo come il fiume
e che passano i volti come l’acqua.
(Jorge Louis Borges)

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Editoriale: Riecco il Titanic

Dall’oblò di questa nave non c’è nessun mondo da guardare. Al momento solo una sconfinata distesa di mare.

L’imbarcazione prosegue il suo viaggio in una giornata soleggiata, oscillando tra le onde.

Che all’esterno faccia freddo o caldo non mi è dato saperlo dato che non ho messo naso fuori dalla cabina da praticamente più di 11 ore. E’ un viaggio di rientro dopo l’ennesima stagione portata a termine tra alti e bassi come in ogni lavoro. Sono anni che utilizzo questo scomodo, dispendioso e lento mezzo di trasporto per raggiungere la destinazione, ma questa volta qualcosa mi ha davvero impressionato come mai in precedenza. Durante il tragitto iniziale con il primo traghetto, desideroso di sgranchirmi le gambe dopo alcune ore di immobilità, ho raggiunto il ponte. Lì generalmente si incontrano camionisti che fumano maleodoranti sigarette, bevono un caffè dietro l’altro e raccontandosi aneddoti cercano di ingannare il tempo; turisti suddivisi tra anziani possessori di camper che scorazzano per l’Europa in cerca di luoghi sereni e giovani con zaino e sacco a pelo affamati di conoscenza ed al culmine dell’eccitazione nel aggredire nuovi mondi inesplorati. Ma questa volta lo spazio comune non era occupato da queste persone, bensì da decine di famiglie e centinaia di individui provenienti dal Medio Oriente visti gli evidenti tratti somatici e l’idioma arabo con cui dialogavano tra loro. Sinceramente non so chi fossero e dove andassero di preciso, fatto sta che gli indumenti che indossavano, il forte odore acre che emanavano e gli atteggiamenti che assumevano non mi hanno dato l’impressione che si trattasse di un convegno di medici o di un gruppo di rappresentanti in viaggio premio con rispettive famiglie a seguito.

Quelle presenze mi hanno scosso. Ad un certo punto ho avuto anche timore, tant’è che sul ponte ci sono rimasto pochissimi minuti per rientrare velocemente nella mia cabina dove paradossalmente avrei trovato aria. La mia aria era, ed è, la sicurezza.

Attraccati nella notte ad Atene, mentre abbandonavo la nave, i fari della mia vettura squarciavano le tenebre e come in un film il loro fascio di luce sembrava proiettare immagini di centinaia di persone, silenziose, in fila, dirigersi verso uno o più luoghi a me sconosciuti.

Ma cosa sta succedendo là fuori? Fuori dalle nostre cabine, dal mondo virtuale e dai mass media che ci sciacquano periodicamente la testa? Chi sono tutte quelle persone? Da dove vengono? Perché erano imbarcate sulla mia nave a turbare la mia stupida normalità?

Riconoscendo d’esser stato uno studente non proprio brillante e sprovvisto di titoli d’alcunché, non posso comunque fare a meno di citare una frase in latino che spesso ripeteva un mio professore di italiano e storia: Historia est magistra vitae.

Durante quel periodo, il periodo delle scuole superiori, la mia mente navigava spensierata tra motociclette e canzoni di Lucio Dalla e Francesco De Gregori che spesso stridevano tra le mura di casa di famiglia, politicamente schierata dalla parte opposta rispetto i due cantautori. A me piacevano la musica ed i testi che parlavano di ideali, libertà nonché spesso d’amore, motore della vita e musa delle arti. Sinceramente di schieramenti politici non m’interessavo né ci capivo un granché. Premesso questo, proprio un brano del “PrincipeDe Gregori cui titolo è Titanic, era ed è la metafora perfetta del mondo in cui viviamo. Non è cambiato nulla.

Nell’epoca della sfortunata nave Titanic c’erano dei disperati che lasciavano la smembrata ed ancora fumante Europa dell’immediato dopoguerra in cerca non di fortuna come tanti erroneamente sostengono, ma di dignità. Con le loro valigie di cartone legate con lo spago, vestiti in modo approssimativo e sicuramente non profumati e curati come usciti dal barbiere facevano storcere il naso agli occupanti della prima classe che già irrigidivano i volti rivolgendo lo sguardo a quelli della seconda. Persone fisicamente fuggite alla morte in cambio della loro anima. Involucri umani svaligiati e bruciati visceralmente come le case da cui stavano scappando, forse spinti dall’ultimo desiderio di rendere la vita dei loro figli semplicemente normale. Erano le scomode vittime innocenti che aveva prodotto la società della prima classe e con cui obbligatoriamente stavano dividendo lo stesso mezzo di trasporto.

La storia si ripete, la storia siamo noi, la storia insegna. Quella vera però, perché spesso la storia ci viene presentata in maniera distolta e come in un equazione con valori sballati alla fine il risultato non torna, lasciando irrisolte domande che spesso vengono cavalcate in maniera opportunistica e fuorviante da chi ha interessi nel farlo.