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Lisbona. Sostiene Pereira

28Ultimi sorsi di .

Accartoccio l’incommestibile della mia colazione e lo butto.

Noto quanto sia davvero spropositato il materiale di scarto intanto che il cestino straborda.

Sono avvolto da un alone di stranezza ed incredulità, affrontare un viaggio adesso forse non è la cosa migliore da fare.

La porta si chiude dietro me, una mandata di chiave, la seconda e sono già sulle scale.

Si spegne la luce sui pochi miei averi e certezze che lascio dentro il mio appartamento. Cala il buio anche sul comodino ed il libro che vi è appoggiato sopra. Sotto la lieve patina di polvere sulla copertina si legge Sostiene Pereira.

Tabucchi inventa e descrive la storia di un protagonista mediocre, giornalista timoroso e passivo di ciò che accade in una Lisbona sotto assedio dittatoriale. E’ ambientato nel 1938.

Magari è causa di quel libro se la meta del viaggio è la capitale lusitana.

Arrivato, tra gli innumerevoli sali scendi e binari del tram ordinatamente adagiati sull’asfalto che li ricoprono, soffro un’aria irrespirabile. Penso sia dovuto al fatto che le case sono costruite una attaccata all’altra. Sembrano franate da una montagna e raggruppate ai bordi dell’Oceano in balia di un infinito istante prima di scivolarci dentro. Un affascinante ammasso colorato.

Chi mi ospita nella capitale è sicuro del fatto che la coltre di smog sia dovuta ai nuovi ambiziosi lavori di riqualifica del centro e dall’immane fatica che devono sostenere i mezzi per inerpicarsi tra le vie di Lisbona.

Mi sembra strano rivedere F dopo tanto tempo. Eravamo rimasti in contatto, sporadico, grazie alla semplificazione tecnologica. In altri tempi una semplicissima leccata al francobollo sarebbe risultata fatale al nostro rapporto.

Non mi colloca nella mia situazione attuale se ci troviamo a mangiare una nata in un rinomato locale in Praça dos Restauradores. Bellissima e ricca zona del centro costruita volutamente dopo il terribile terremoto del 1755 che distrusse tutta la città tranne qualche raro edificio. Mentre ci incamminiamo con goffaggine infantile mi pulisco la mano dagli ultimi residui di crema pasticcera, ripieno generoso della terza nata che ho ingerito. Forse non è il momento più adatto per specchiarmi nelle vetrine dell’Avenida Liberdade. Provo un sentimento più solidale rispetto al pover uomo che chiede l’elemosina a pochi passi dai negozi Burberry e Louis Vuitton, che alla agghindata signora che precede il bellman intento ad aprirle la splendente porta del Tivoli.

verdeCi avviciniamo al Parque Eduardo VII. Nell’attraversare l’Avenida Liberdade le mie vie respiratorie hanno goduto di una tregua, ora che siamo seduti al parco ricomincio a respirare. A spezzarmi dinuovo il fiato è la vista panoramica della città.

Ci raccontiamo pagine sparse delle nostre vite ed associo la mia alla Lisbona martoriata dal terremoto. Dentro di me solo macerie e nessuna visione di viali o parchi costruiti per siglare la rinascita. Troppo presto. D’altronde, mi spiega pazientemente F, ci vollero cent’anni prima che il francese Marchese di Pombal diede il via alla costruzione della Avenida Liberdade.

tram2Condizionato dalle descrizioni mi aspettavo una città più poetica. Magari più artistica. Eppure F è emigrato dall’Italia decenni or sono per impiantare lì il suo studio di pittura. Ero tra quelli che all’epoca lo sottostimava mentre mi concentravo a primeggiare nella competizione del consumismo più sfrenato. Rispetto ai suoi epocali detrattori mi sento meschino e vigliacco. Mi nascondevo dietro persone che dichiaravano con cattiveria, ma in prima linea, il disprezzo nei suoi confronti. Usavo un fasullo sentimento d’amicizia per fargli pesare la mia presunta superiorità. Era alternativo, a modo suo unico e così lo vedo anche adesso mentre con disinvoltura continua a spiegarmi ogni angolo della sua città adottiva guardando fuori dalle finestre del tram 26. Per lui la libertà è qualcosa di naturale. E’ cresciuto libero. La riscoperta di questa libertà mi destabilizza.

Scendiamo dal tram 26. Il percorso è stato sorprendente ed ha svelato la parte più tradizionale di Lisbona. Sento di indossare un sorrisino da ebete mentre osservo il cartello di avviso nel vagone; informa i passeggeri del pericolo di borseggiatori. Non è l’insegna che mi fa sorridere bensì il confronto tra l’accorgimento protettivo adottato dal mezzo pubblico per evitare spiacevoli furti di modesti valori e la totale noncuranza con cui avevo portato al lastrico intere famiglie senza il benché minimo avviso.

fumettoDistolgo lo sguardo dall’intenso azzurro di occhi di donna che colgo nel ordinato intreccio di colori di uno dei quadri dipinti da F. Non riesco a farmi distrarre da niente e vengo completamente coinvolto dalle opere esposte. La mia glaciale scalata al successo aveva chiuso ogni spiraglio all’idea che quel ragazzo senza ambizioni potesse affinare la sua tecnica fino addirittura consentirgli di vivere di arte.

Non sono tutte sue le opere.

Mi racconta che lo studio è frequentato da altri due artisti con i quali ha un rapporto professionale duraturo e fraterno. Ama ospitare ragazzi talentuosi desiderosi di esprimere le loro idee attraverso l’arte. Per partecipare alle sessioni artistiche hanno l’obbligo di pagare una retta che consiste nel portare con sé qualche lattina di birra, qualcosa da mangiare e qualche amico musicista. Spesso impiegano più tempo a discutere, bere e suonare che a dipingere.

Il quartiere storico docolorve ci troviamo si chiama Alfama e non ha un aspetto rassicurante. Per accedere al suo studio siamo entrati da una finestra affacciata sulla strada riadattata all’uso di porta. Viene oscurata per qualche secondo al frequente passaggio del tram.

Nel frattempo si è fatta sera e decide che oggi è un giorno troppo speciale da passare chiusi nel suo laboratorio. Armeggia gli interruttori ed usciamo da una porta secondaria. Si spengono le luci dietro a noi. Attraversiamo l’ampia ed ordinata stanza adiacente dove prevale il colore neutro grigio delle pareti. Le sculture esposte nelle teche hanno uno spot di luce ed una targhetta con la schematica descrizione. Anche l’arte per sopravvivere necessita di una parte meno nobile, commerciale. Penso.

dsc_5755Tra le portate del menù che stiamo consultando su una piccola lavagnetta nel caratteristico locale dove ci troviamo permane ancora dell’imbarazzo. Le ridotte dimensioni della stanza obbligano gli avventori a sedere gomito a gomito anche tra sconosciuti. Diversità compresse in pochi metri quadrati.

Tutto sommato avrei desiderio di parlare di me e di cosa stava accadendo ad F, ma non trovo lo slancio per farlo. Penso alla faccia che farebbe la mia giovane sconosciuta vicina di panca se sentisse e capisse chi sono veramente. La cena invece scorre veloce tra la curiosità d’aver indovinato il cibo ordinato e le scritte sui muri, riesumazioni adolescenziali e commenti sugli altri commensali.

L’indaffarata e cordiale signora che si muove agilmente tra le barriere umane del suo ristorante si appoggia al nostro tavolo e conteggia velocemente su un piccolo block notes quello che dobbiamo lasciare. Intravedo la cifra, onesta, ma non ho il tempo di pagare. Vengo trattenuto da F che scambiando sorrisi e parole portoghesi incomprensibili con l’affabile locandiera salda abilmente il conto. Ringrazio F ma lo obbligo a continuare la serata altrove a mie spese.

I vicoli che attraversiamo sono riflessi nelle pozzanghere d’acqua che l’abbondante piovuta pomeridiana ha lasciato dietro sé.

A Lisbona la musica rimbalza tra le pareti dei muri delle case e trova la sua massima dimensione nei locali di Fado.

veccioSono un broker, fallito come le persone che ho strascinato dentro la follia economica di cui mi assetavo. Non conosco amicizia e sincerità ma solo il lusso dell’inanimato e rapporti pretenziosi ed occasionali. Il suono violento e sordo delle due porte che mi sono state chiuse in faccia in questi ultimi giorni rimbombano continuamente in me. E’ il vuoto che ho dentro alimenta l’eco di questo dolore che pare infinito. Ero e sono drogato di numeri, economia, soldi. Di niente.

Di locali assordanti e ristoranti di prestigio, abiti cuciti su misura, donne a cottimo e polvere bianca. Mal di testa e bruciore agli occhi. Occhi arrossati dall’alcool e dal monitor del mio laptop. Investimenti incoscienti e proposte indecenti nell’emozionante sali scendi della Borsa. Roller Coaster su cui ho volutamente, irresponsabilmente, egoisticamente stipato gente in ogni spazio del treno.

Follia alimentata da persone dalle mani ruvide, camminate stanche, sguardi fiduciosi.

Ho rovinato loro. Ho rovinato me.

Arrivano i nostri drink e non ho seguito nulla della descrizione di F riguardante il Fado. Era assorto nei miei pensieri. Pensieri che continuo a nascondergli.

Nella sala si accende una luce rossa. Segnala l’arrivo del gruppo che da lì a pochi istanti si esibirà per l’intima platea.

Porto il bicchiere alla bocca e Cristiana Águas comincia a cantare.

Ascolteremo questi canti e lascerò Lisbona. Penso.

Domani caricherò il mio pesante fardello e tornerò da dove sono arrivato.

Da dove non c’è domani.

Controviaggio: Qualcosa è cambiato

Meno idee si hanno e meno si è disposti a cambiarle

Michelangelo

Della notte appena trascorsa sotto il temporale erano rimaste solo delle inquietanti nubi nere e pozzanghere tanto vaste e profonde da rallentare il flusso del traffico. Avevo trascurato il fatto che avrei perso parecchio tempo prima di svincolarmi dagli ingorghi e raggiungere l’ufficio. Pagai la disattenzione con circa venti minuti di ritardo ma almeno ebbi tempo di riempirmi un po’ lo stomaco prima di uscire di casa.

Al mio ingresso nella conference room erano già tutti schierati ai bordi del lungo tavolo dove ad ogni sedia  corrispondevano colleghi, fotografi, cameraman ed analisti e davanti a loro report pronti ad essere esposti al grande capo, l’unico in piedi, che nel frattempo si impegnava a pulire la lavagna magnetica da appunti precedenti.

stonesProprio lui, ovviamente, esordì in tono severo “finalmente ci siamo tutti, possiamo incominciare”. Notai qualche sguardo indirizzato nei miei confronti con l’intento evidente di imputarmi l’attesa ma non ebbi tempo di scusarmi perché il direttore non perse tempo nel arrivare al punto: “Colleghi, avremo modo di constatare dati alla mano che le cose non vanno malissimo, ma non basta. Non possiamo accontentarci, non siamo qui per galleggiare. Dobbiamo cambiare linea così rischiamo troppo e tutto” mentre lo diceva si muoveva coprendo con la sua snella e decisa figura i pochi appunti rimasti sul boarding; incalzò “se qualcuno di voi ha delle idee questo è il momento per tirarle fuori. Tutte. Anche quelle che a voi sembrano più idiote potrebbero essere vasi di pandora che ci conducono a qualcosa di grande” Le facce preoccupate fecero presto spazio a sorrisini di compiacimento a chi ricopriva ruoli creativi, come il mio, mentre irrigidirono ulteriormente quelli degli analisti che si sentirono esclusi da questa prima richiesta.

Il primo ad esordire fu S che era sempre la più preparata in questi casi. I pezzi che scriveva erano sempre molto dettagliati e ricchi di informazioni ed il lettore, specie quello femminile, la ripagava con numerose gratificazioni “Personalmente credo ci debba essere più sintonia tra i vari pezzi. Mi spiego, quello che pubblico spesso fa difficoltà ad agganciarsi a quello che scrive lui, ad esempio”. Ancora una volta mi ritrovai tutti gli sguardi addosso, perché “lui” ero io. Erano due i motivi per cui ammiravo S: l’aspetto fisico, cui un certo rigore si opponeva idealmente all’immagine di lei in una sognata intimità e la sua sete di successo che la rendeva implacabile ed impeccabile. Ma senti sta pezza di merda, pensai all’occasione facendo svanire tutti i sogni precedenti e sentendo la fronte raffreddarsi all’improvviso. Non ebbi tempo di rispondere che il primo analista, dopo averle staccato di dosso a fatica lo sguardo incantato, partì con un elenco interminabile riguardante i numeri che effettivamente poteva vantare S.

“Sì d’accordo S. grazie ed anche a lei, ma l’intento di oggi non è quello di perfezionare, ma di stravolgere” tagliò corto il capo. “Noi possiamo sicuramente osare di più” intervenne F, responsabile del canale dedicato su You Tube, prontamente incalzato a continuare dal direttore “abbiamo grossi margini di miglioramento, con interviste più approfondite e d’inchiesta. Dobbiamo coinvolgere più persone, ma non è sempre facile”. I cameraman annuivano mentre seguivano le indicazioni del loro responsabile che invece fece innervosire non poco il big boss che lo interruppe “Facile? E chi cazzo ha mai parlato di cose facili? Qualcuno di voi ha forse avuto facilmente il posto che ricopre? In caso posso prendere informazioni ed altrettanto facilmente vi ritrovereste col culo sul marciapiede di fuori. Qui niente è facile. Entusiasmante, importante, crescente, ma non facile”

Erano passati parecchi minuti di discussione e non sembrava esserci soluzione alle richieste di cambiamento. L’aria si era appesantita nonostante i continui flussi di aria condizionata, quasi inefficaci al cospetto dell’umidità emessa dalle persone all’interno della sala e di quella che si intravedeva dalle finestre che davano sul parco difronte allo stabile.

La segretaria personale del grande capo aveva provvidentemente fatto irruzione nell’ufficio chiamandolo a rispondere al telefono con una certa urgenza, così da permetterci una pausa. Gli analisti si raggrupparono tra loro e cominciarono a snocciolare dati, scartare cibi e sorridere di nuove scoperte nel mondo dei videogame, S aprì la propria borsetta, estrasse lo smartphone e non esitò un istante a digitarci centinaia di parole probabilmente dirette al suo amante o a qualche amica di pettegolo; i fotografi si sedettero sul tavolo in compagnia dei cameraman smaniosi di fumare qualche sigaretta e scambiarsi informazioni sui nuovi viaggi in agenda. Rovistai d’istinto, senza un motivo specifico, nella mia borsa; forse in cerca del tablet. Mi capitò tra le mani un libro che avevo cominciato a leggere ma non ero mai riuscito a portare avanti. Viaggio in Portogallo, di José Saramago. Una guida turistica spirituale, poetica e romanzata del Paese lusitano che aveva dato i natali allo scrittore premio Nobel della letteratura.

Il capo rientro e le persone cominciarono a ricomporsi lasciando da parte almeno apparentemente il clima apatico che si era formato.

“Un romanzo!” esclamai attirando questa volta volutamente gli sguardi “…sembrerà di leggere un romanzo!” Nessuno aveva ancora capito cosa stava balenando tra la mia testa in quel momento, ma ignaro di tutto continuai “la rete è piena stracolma di indirizzi, numeri, prezziari, indicazioni e suggerimenti su cosa fare, come e perché” si era spento anche l’ultimo brusio “mancano indicazioni per raggiungere l’anima, la spiritualità, il carattere dei luoghi.” S sorrise scettica ed accennò una timida interazione che venne sommessa dal capo che mi fece cenno di andare avanti “Ci sono migliaia di siti uguali, diari di viaggiatori che ci raccontano quello che hanno fatto e quello che dobbiamo fare per seguirne le orme. Va bene, grazie, utili. Noi però possiamo offrire qualcosa di diverso evitando di togliere o opacizzare la convinzione del viaggiatore di essere il primo scopritore di ciò che vede. Quella sgradevole sensazione di bere da un bicchiere dove hanno già bevuto altre persone.” “Interessante”, si lasciò scappare F tra lo sguardo esterrefatto degli analisti e quello visibilmente stizzito di S “inutile stare a descrivere le dimensioni del bicchiere e la bevanda che ci puoi versare. Descriverò chi la bevanda l’ha prodotta, come e dove vive, i suoi amori e le sue paure. Ci saranno aneddoti di vita, di speranze, di gioie che alla fine la bevanda nel bicchiere sarà un frullato di sentimenti. Ecco con cosa si asseterà il mio lettore.” S questa volta non riuscì a trattenersi “ma così andiamo a stravolgere tutto!” mettendo sul vassoio d’argento la mia rivincita lavorativa che non tardò ad arrivare per bocca di chi decideva “Quello che avevo chiesto”

La gioia di aver contribuito a trovare la nuova via lasciò da parte inutili rancori e prese ancora più slancio: “e credo che far interagire la parte romanzata con quella informativa e di ricerca possa essere di ulteriore successo. Il lettore vorrà ricalcare le orme del protagonista ed andare a visitare il set”  non tardò la puntualizzazione del capo “Bene S, compito tuo spiegare come arrivarci a questo set

La stanchezza e la staticità mentale papabile fino a prima del mio speech d’improvviso imboccarono la via della creatività e da lì a poco la lavagna diventò un campo di battaglia carica di informazioni, collegamenti e sottolineature.

Minuto dopo minuto si intensificava frenetico il lavoro di restauro della nostra opera.

Nel frattempo però accadde qualcosa di strano ed inspiegabile: i colleghi cominciarono uno ad uno a sbiadirsi, disperdersi tra le luci della stanza, scomparire lentamente, come anime libere che si introducevano ed incastravano nel progetto che assimilava queste forze per ingigantirsi, colorarsi, prendere vita.  Rimasi lì, a guardare ciò che stava accadendo, quasi incredulo che fossi proprio io la causa di tutto ciò. Le persone con le quali avevo ideato questa nuova formula erano scomparse ed anche la lavagna, il tavolo e l’ufficio si scomposero in tanti piccoli pezzi che volarono all’orizzonte lasciandomi solo in mezzo al nulla.

Solo, con le mie fantasie ed un nuovo progetto tra le mani.

Bruges: Aime moi peu, mais continues

fiumeL’ho incontrata per caso, per chi crede nel caso, in un piccolo bar dove mi ero chiuso per ripararmi dal freddo. Ero a Bruges per scrivere un pezzo e la persona che attendevo da oltre tre ore in piazza Markt non si era fatta viva all’appuntamento. Evidentemente aveva trovato di meglio da fare.

Che io fossi uno straniero probabilmente lo si capiva dal fatto che all’interno del tiepido locale ero l’unico infreddolito a vestire il giubbotto, mentre il secondo palese indizio era che a scaldarmi le mani non ci fosse una bevanda calda, ma un bicchiere di birra ambrata. Belga ovviamente.

kunstLei era seduta da sola in disparte a fianco alla vetrina. I passanti che dalla strada limitrofa sbirciavano dentro la sala videro una figura parzialmente nascosta dall’insegna del bar. La scritta era formata da caratteri liberty dorati. Sul suo tavolino una tazza di fumante tenuta tra le pallide mani di ragazzina. Nonostante l’atteggiamento indicasse la voglia di non apparire, il volto luminoso la rispecchiava quasi ovunque. Tra gli specchi del locale, nel bancale contente dolci e cibarie varie, nella vetrina di prima e, sono sicuro, anche nella piccola superficie di circoscritta nella tazza che di tanto in tanto portava alle sue sensuali labbra rosse. Mentre lo sorseggiava, di riflesso porgeva lo sguardo in un punto fisso. Guardava fuori. Finito, appoggiava la tazza e riprendeva a guardare un po’ di qua, un po’ di là. Disinteressata.

La osservavo nei movimenti, ne seguivo lo sguardo. C’erano degli abiti appesi all’ingresso, chissà se un lungo cappotto color crema ed un berretto in lana dalle larghe maglie fossero stati posati lì da lei al suo ingresso. Poteva essere, perché il maglione che indossava si abbinava perfettamente al resto. Anzi, era proprio così; a pensarci bene erano suoi per forza.

legoCominciò lei la conversazione. Se non ricordo male mi chiese se Bruges era di mio gradimento. Preso alla sprovvista non brillai certo nella prima risposta. Migliorai in quelle successive, dove la banalità della descrizione degli edifici medievali, i negozi di cioccolata onnipresenti, il turismo di massa e la qualità della birra lasciarono posto a considerazioni più profonde. Mi piace parlare con le persone che danno slancio al discorso, che utilizzano le parole come operai in un cantiere impegnati a costruire qualcosa di solido ed importante. Parlare con lei, a Bruges, con questi toni, aveva un significato ancora più simbolico. In fin dei conti un buon narratore ha molte similitudini con una città medievale; Possiede forti mura a protezione dei suoi beni e delle sue convinzioni;  l’interno della città deve essere vitale, aperta a nuove idee, in movimento costante e pronta ad espandersi e difendersi, se necessario. Mantenendo lo stile, senza stravolgere le origini; come il suo grammaticalmente perfetto inglese, cadenzato da un’andatura in levare francese.

kruispoortIl treno per Bruxelles non m’avrebbe di certo aspettato e, francamente, una giornata a Bruges sarebbe stata più che sufficiente per vedere ciò che avrei utilizzato per descriverla. Il colloquio con lei era piacevole anche se spesso perdevo dal mio carro dell’attenzione qualche sacco di sue rivelazioni, inevitabilmente distratto dai suoi occhi verdi e dal passare del tempo.

Mi anticipò di qualche minuto, con un congedo sorprendente quanto l’introduzione. Si alzò, salutò frettolosamente ma con garbo, indossò gli abiti che le avevo assegnato d’intuito, senza bisogno di aiuti galanti.

Mi ero riseduto e lei non c’era più.

Non conoscevo il suo nome e spinto dalla curiosità lo chiesi al gestore del locale che, indaffarato nel passare lo straccio sul banco, non mi rivelò nulla. Pare non l’abbia mai vista prima. Anzi, ne era sicuro.

orsettoSalutai, prima di aprire la porta chiusi bene il giubbotto,  indossai guanti e berretto, quindi uscii, diedi uno sguardo a sinistra e destra per evitare d’essere investito da onnipresenti biciclette o carrozze trainate da cavalli ed in men che non si dica mi trovai nuovamente catapultato nel freddo di Bruges. Dopo tanto romanticismo avrei dovuto fare in fretta a ricordarmi le coordinate per arrivare alla Station Brugge, il più veloce possibile appunto.

Ci riuscì e solo dopo qualche minuto di viaggio a bordo del mio treno pensai che non sapevo nemmeno il nome di lei, eppure per qualche istante l’avevo amata.

Per poco, ma l’avevo amata.

Ogni volta che ricorderò quei momenti l’amerò, mi dissi.

Per poco, ma continuerò ad amarla.

 

Dedicata a Bruges

 

I Racconti d’estate: Il Barbiere di Patrasso

Per il periodo estivo e non solo dato che sul blog i post rimangono accessibili ad ogni stagione, potrete fare letture di brevi racconti con comun denominatore un salone da barbiere. Tanto per non perdere l’abitudine ai viaggi, ad ogni storia cambierà il luogo d’ambientazione e di conseguenza la nazionalità del barbiere di turno. Solo il cliente sarà lo stesso ed è lui a scrivere ciò che state leggendo…

Tra intrecci noir e grotteschi, tra invenzione e realtà, non vi rimane altro che incominciare la lettura…

 

IL BARBIERE DI PATRASSO

Ci sono diversi modi per affrontare la vita, tra questi non decidere di risolvere gli eventi e farsi trasportare dagli stessi o viceversa dare un senso anche alle cose meno simpatiche.

Tra le varie disdicevoli ricorrenze naturali, forse la più trascurabile, per molti addirittura non più esistente, c’è la ricrescita dei capelli.

Chi per svariati motivi è spesso lontano da casa ed è incapace di utilizzare le infernali macchinette tosatrici si ritrova obbligato a rivolgersi di volta in volta a barbieri sconosciuti che, non è un esagerazione, dal momento in cui prendono le forbici al taglio della prima ciocca, suscitano sempre sudori freddi.

Per sdrammatizzare quel fatidico momento generalmente si incominciano delle conversazioni basate su banalità tra domande e risposte viziate da incomprensioni e timori. Spesso è il barbiere che intavola il discorso…

A Patrasso ero appena sbarcato dopo ore di noiosissimo viaggio su uno dei tanti enormi traghetti che fa spola dall’Italia alla Grecia. Le ore di strada che mi separavano al porto del Pireo ad Atene erano nulla rispetto a quelle che avrei dovuto aspettare prima di imbarcare nuovamente la macchina per raggiungere l’isola di destinazione. Sarà stato il caldo o la stanchezza ma avere il capello leggermente fuori misura e disordinato mi fece optare al taglio seduta stante. La ricerca del barbiere a Patrasso non fu così difficile vista l’ora pranzo in cui l’unica bottega con la porta aperta ed apparentemente disponibile pareva essere quella di un signore piuttosto anziano. Indossava un grembiule stile anni sessanta e teneva i capelli bianchi imbrillantinati e solcati da un pettine a denti larghi. Questo signore era di carnagione scura, abbastanza minuto, con il viso un po’ scafato, il naso aquilino; tipico greco, pensai. Probabilmente aveva da poco terminato di servire un cliente dato che armeggiava la scopa per pulire i capelli residui sul pavimento. Mi fece accomodare sulla poltrona dopo avermi salutato in greco con un deciso e forte kalimera. Dopo avermi avvolto con un telo nylon bianco per evitare di riempire di peli gli indumenti che indossavo, diede qualche colpo deciso con il piede alla leva, mi posizionò alla giusta altezza e guardandomi allo specchio che oltre a me rifletteva una pompetta dell’acqua, altre forbici ed una pomata ordinatamente sistemati su di una mensola in legno piuttosto retrò mi chiese che taglio volessi. In greco. Capì ciò che mi disse ma non riuscì a rispondere nella sua lingua che pur parlicchiavo, facendogli però inequivocabilmente intendere la mia provenienza. “Ah, italiano” disse. Lui l’italiano lo parlava dato che aveva vissuto per molti anni in un paesino non ben definito di qualche regione che non capì bene.

Cominciò a raccontare in un italiano approssimativo e con forte accento greco stile “una fazza una razza” che per comodità trascriverò in modo corretto per facilitarne la lettura e la comprensione del senso “Sono stato per molti anni in Italia e la conosco bene. Ci andai da ragazzino, ero povero quella volta”.

-Non sembra ricco manco adesso, pensai maliziosamente

“I miei genitori erano molto poveri. Mio papà lavorava su una piccola barca di pescatori vicino ad Olympia, mentre mia mamma rimaneva a casa a cucinare ed a badare a me ed i miei dodici fratelli. Solo uno è rimasto vivo. Si è trasferito a Salonicco ed aveva dodici figli. Ma solo uno è rimasto vivo. Si è trasferito ad Atene. Mio nipote è sposato e sua moglie è incinta per la dodicesima volta.

Quegli anni erano duri, noi eravamo molto poveri. Aiutavo mio papà a districare le reti e fu proprio durante una di quelle giornate sotto il sole tra il groviglio di fili di cui non venivo a capo che decisi di prendere le forbici e tagliare tutto. Mio padre non la prese bene e per punizione mi chiuse in una cassa di legno per alcuni giorni. Purtroppo i soldi erano pochi e non riuscimmo a ripagare il danno fatto ai pescatori che davano lavoro a mio padre tanto che fummo costretti ad emigrare l’anno dopo. Quando uscì dalla cassa mi stropicciai gli occhi e vidi un paesaggio diverso da quello che ricordavo prima d’esserci entrato. La gente si spostava in groppa agli asini come in Grecia, c’era caldo come in Grecia, resti di templi abbandonati come in Grecia, ma la gente parlava in modo diverso, avevano una lupara a tracolla ed invece del caffè bevevano la granatina. Capì subito che eravamo in Germania. Mio papà trovò lavoro come pescatore anche là. Oltre alla cassa con me dentro probabilmente si era portato dietro anche il diploma da pescatore e quello che rimaneva delle reti che avevo tagliuzzato l’anno precedente. Purtroppo quell’annata non fu delle migliori, il pescato non abbondava ed a casa il cibo cominciava a scarseggiare. I miei dodici fratelli, che ci raggiunsero qualche mese più tardi assieme al mia povera mamma, lavoravano come muratori ed in un anno avevano costruito tre nuovi quartieri finché non venne detto loro che c’erano sei case libere per ogni abitante e sarebbe stato meglio prendersi una breve pausa prima che il paesello di S.Rocco Barbinaceo (quello si capiva…) fosse stato completamente sommerso dal cemento. Le ultime costruzioni che ricordo sono due enormi colonne di sostentamento ad un ponte, proprio in concomitanza con la sparizione di due miei fratelli.

Eravamo molto poveri”.

-Li lasci pure più lunghi sopra, grazie. Mi spiace per i fratelli. Proprio scomparsi?

“Decidemmo di tornare in Grecia, ci mancava.

Fui accolto da uno zio vicino a Salonicco, è da lì che incominciai il mio mestiere. Facevo il garzone nella sua bottega di barbiere…”

-A che età? …circa

“Avevo 25, 36 anni…

Mio zio era una persona molto importante nel paese. Da lui andavano a tagliarsi i capelli il sindaco, il prete ed il capo della polizia. Un giorno mi ricordo che sentì degli spari nel campo dietro alla Chiesa. Accorremmo subito a vedere quello che era successo. Ricordo che in quel preciso istante mio zio stava tagliando le basette proprio al capo della polizia che, sentito gli scoppi, si alzò dalla poltrona con un balzo, diede qualche sorso al caffè ed impugnando l’arma si precipitò ad accertarsi di cosa stava accadendo… Io ero terrorizzato al solo pensiero di quello che poteva essere successo ed infatti non mi sbagliavo. Nella nostra bottega girava voce che la moglie del falegname fosse uscita da sola sul terrazzo e nonostante l’assenza del marito, abbia rivolto lo sguardo al figlio del pastore che in quel momento stava pascolando le pecore. Il figlio del pastore era un bel ragazzo giovane e prestante. La domenica si faceva il bagno e partecipava alla cerimonia religiosa, persona per bene. Il falegname però, che stupido non era, si accorse di tutto e così quel giorno fece una pazzia.

Quando arrivammo sul posto era troppo tardi per fermarlo: gli scoppi che sentimmo erano usciti dallo scarico del furgoncino del falegname che, caricata la moglie e tutte le loro provviste, abbandonò il paese dalla vergogna. Riuscimmo a vedere solo la sagoma del malandato furgoncino azzurro che si allontanava inequivocabilmente in qualche posto lontano dove ricominciare la loro vita”.

  • Ah, pensavo ad un finale peggiore sinceramente…

“Oggi giorno i tempi sono cambiati. L’ultimo dei miei dodici figli mi è morto ammazzato da delinquenti l’anno scorso. Gli altri sono morti prima. Aveva solo 34 anni.”

  • Pure lui? Ma la sua famiglia non è molto fortunata mi pare di capire… Mi dispiace… Cosa gli è successo?

“Quella mattina ero sceso a lavorare come sempre. Avevo aperto bottega presto e mi ero messo a riordinare. I miei figli fortunatamente non sono nati in una famiglia povera come la mia; hanno trovato una casa, cibo e sono andati a scuola anche fino ai 13 anni. Tutti intelligenti, ma lui speciale. Mi aveva fatto capire, per dire quanto era intelligente, che se lui fosse venuto in bottega ad aiutarmi la gente avrebbe pensato che un giorno sarebbe potuto diventare più bravo di me, in seguito avrebbe aperto un suo salone ed io sarei rimasto senza lavoro perché tutti sarebbero andati da lui. Ma mio figlio, intelligente ed altruista, volle evitare questa situazione e così evitò di venire a lavorare in bottega sforzandosi di fare il mantenuto. Gli costava caro dormire fino alle prime ore del pomeriggio ed uscire la notte ad ubriacarsi con gli amici fino al mattino seguente e vedevo quanto era mortificato ogni volta che passava a trovarmi mentre ero al lavoro per chiedere delle dracme di sostentamento.”

  • Ma poi di cosa è morto?

“Una fine stupida, come la maggior parte delle volte che la morte viene a bussare. In modo stupido.

Quella mattina stavano trasferendo uno spazzaneve da Salonicco a Patrasso perché avevano previsto forti nevicate. Ma a Patrasso non nevica mai! Greci idioti!

Mio figlio dopo anni si era svegliato presto ed aveva deciso di andare a cercare un lavoro che non fosse il barbiere. Ho ancora in mente l’immagine che vedevo attraverso il lunotto del maggiolone: un bel ragazzo sorridente con i capelli lunghi neri e la barba incolta, maglietta rossa e con la sigaretta nella mano sinistra e bicchiere di Nescafé e cellulare nella destra mentre parla al telefono con probabilmente la sua ragazza. Come dimenticare il crocifisso che appeso allo specchietto ciondola riflettendo la sua immagine sui suoi occhiali scuri? Non l’avrei mai più rivisto.

Dicono che mentre guidava gli sia caduta della cenere nel caffè e così abbia provato a toglierla dal bicchiere con l’antenna del cellulare e che non si sia accorto che il pitagyros che aveva appoggiato vicino al cambio sia finito proprio sotto al pedale del freno. L’impatto con lo spazzaneve è stato fatale.

Ed a Patrasso non nevica mai”.

  • Che sfiga, vero… Bene, quanto le devo?

“30 euro”

  • Ah, pensavo meno…

“Eravamo poveri, molto poveri…”