Archivio tag | Saramago

Sulle orme di Saramago (viaggio tra padre e figlia)

La nostra conversazione telefonica si è appena conclusa.

chitarraioNonostante i molti anni passati, mi sento frastornata dal sentimento di rabbia e d’amore che provo nei suoi confronti. Non riesco a spiegarlo a me stessa ora, figuriamoci da bambina quando vedevo scorrere la mia vita da inconsapevole mutilata d’affetto. Le mie rivoluzioni ormonali le ha dovute subire mia madre; scontri a muso duro, pianti ininterrotti e porte chiuse in faccia alla persona che portava sulle spalle ciò a cui lui aveva rinunciato. Per la musica, avevamo voluto credere entrambe; semplice irresponsabilità la realtà dei fatti.

Il tempo ricuce vecchie ferite, da galantuomo qual è arrotonda gli spigoli, annebbia i ricordi. Le rughe del viso sono file di eserciti arresi al nemico. Sempre più numerosi, evidenti; stremati e raggruppati su campi di battaglia di pelle rosea.

Da poco ho accettato tutto questo e da altrettanto tempo ho caricato nel mio pc le poche fotografie scattate di quando ero piccola. Sorridevano tutti e quasi non riconosco più nessuno di noi.

Mi intenerisce la foto dove lui mi tiene in braccio. L’indice della mia minuta mano sfiora il suo volto. Forse già allora avevo presagito che qualcosa sarebbe andato storto. L’indicavo con innocenza come a voler dire E’ lui. E’ colpa sua. L’interpretazione attuale toglie molto alla realtà di quello scatto. Una semplice famiglia abbracciata e vestita in modo buffo.

dsc_5509Ad ogni apparizione a casa ed alle sue infrequenti sortite si materializzava una specie di eroe. Era lui che più si avvicinava al mio mondo immaginario di giochi e castelli di fantasia. Al cospetto di mia madre, pratica e disillusa, lui portava poesia e musica. Lasciava una scia di polvere luminosa evanescente ad ogni suo, raro, passaggio. Quanto avrei voluto seguirlo nei suoi viaggi, nelle sue avventure. Farmi accompagnare alla scoperta del nostro mondo.

Sono emozionata e sorpresa nel doverci passare qualche giorno assieme. L’invito a seguirlo ad una sua esibizione in Portogallo è nato casualmente; invito intricato da anni in attesa che una mia sciocca domanda lo scardinasse facendolo volare come un palloncino nel cielo.

Le nostre conversazioni sono fredde, distaccate. Ci scambiamo informazioni. Molte delle sue domande sono ripetitive. Quando si accerta delle condizioni di salute di mamma non credo lo faccia con pentimento. Forse è affetto, probabilmente abitudine. Non ha mai chiesto del mio compagno o della sua esistenza; come se le lancette del suo orologio si fossero fermate a quand’ero bambina.

Vivremo dei giorni strani, sicuramente interessanti, imprevedibili.

casaSuonerà a Casa da Musica a Porto, un enorme struttura futuristica a più piani che contiene diverse sale da concerto. Già lo immagino mentre appoggia la sua custodia ed apre con fare sicuro e rituale le clip usurate. Il vecchio legno che modella la sua splendida e lucente chitarra che estrarrà nuovamente è la dimostrazione della sua fedeltà. Tra la fuoriuscita di tante note la parola fedeltà sembra una forzatura di questo brano vissuto, invece è l’ottava sopra.

Mio padre è una coerente testa di cazzo, il titolo che leggo sullo spartito della mia vita.

Non ci sono stati molti abbracci tra me e lui. La sua chitarra era presente anche in quei rari momenti. Ricordo con piacere il calore del suo corpo mentre mi avvolgeva da tergo e posizionava le mie piccole mani sullo strumento, intento ad insegnarmi gli accordi. Una voce profonda e rassicurante accompagnava lo scorrere delle mie minuscole dita tra le metalliche corde di quel complicato arnese. Quante vesciche e quanto dolopidaore.

Passeremo alcuni giorni a Porto e poi andremo a visitare Lisbona, mi ha detto. Nella capitale voglio visitare la Fondazione Saramago, l’unico sogno da adulta che metterò in valigia.

Il mio desiderio di riscoprire azioni infantili è annientato dal suo sorprendente entusiasmo e dal programma di viaggio. Colorato e surreale, come le nostre vite d’altro canto.

Mi ha parlato del piccolo agglomerato di case grigie con gli infissi blu chiamato Pidao. Collocato tra le montagne e nascosto timidamente tra esse al riparo del sole. Lo visiteremo di strada scendendo da nord verso il cdsc_5553entro.

Ci sarà Sintra con i suoi castelli. Varcati i reticolati di cinta ci perderemo dentro giardini, corsi d’acqua, laghetti e fitta boscaglia formata da alberi centenari testimoni delle lunghe e riflessive passeggiate dei nobili feudatari la cui immensa ricchezza non sempre fu sufficiente a riempire incertezze e solitudini. Si dischiuderanno tra le nebbie i caldi e vivaci colori del Palacio da Pena, uno dei castelli più originali mai costruiti.

Approderemo nella capitale lusitana dopo aver percorso una ventina di chilometri brulicanti di antiche ville immerse in verdi parchi e vicoli inerpicanti fino ad approdare alla torre di Belem, ennesima meraviglia portoghese patrimonio dell’Unesco.dsc_5590

Guiderò io la macchina.

Rassegnata al fatto che ancora una volta sarà protagonista la musica; ad inframmezzare le nostre poche parole.

Magari quelle mai dette tra padre e figlia.

 

 

 

Se non sei mai stato odiato da tuo figlio, non sei mai stato genitore.
Bette Davis

Controviaggio: Qualcosa è cambiato

Meno idee si hanno e meno si è disposti a cambiarle

Michelangelo

Della notte appena trascorsa sotto il temporale erano rimaste solo delle inquietanti nubi nere e pozzanghere tanto vaste e profonde da rallentare il flusso del traffico. Avevo trascurato il fatto che avrei perso parecchio tempo prima di svincolarmi dagli ingorghi e raggiungere l’ufficio. Pagai la disattenzione con circa venti minuti di ritardo ma almeno ebbi tempo di riempirmi un po’ lo stomaco prima di uscire di casa.

Al mio ingresso nella conference room erano già tutti schierati ai bordi del lungo tavolo dove ad ogni sedia  corrispondevano colleghi, fotografi, cameraman ed analisti e davanti a loro report pronti ad essere esposti al grande capo, l’unico in piedi, che nel frattempo si impegnava a pulire la lavagna magnetica da appunti precedenti.

stonesProprio lui, ovviamente, esordì in tono severo “finalmente ci siamo tutti, possiamo incominciare”. Notai qualche sguardo indirizzato nei miei confronti con l’intento evidente di imputarmi l’attesa ma non ebbi tempo di scusarmi perché il direttore non perse tempo nel arrivare al punto: “Colleghi, avremo modo di constatare dati alla mano che le cose non vanno malissimo, ma non basta. Non possiamo accontentarci, non siamo qui per galleggiare. Dobbiamo cambiare linea così rischiamo troppo e tutto” mentre lo diceva si muoveva coprendo con la sua snella e decisa figura i pochi appunti rimasti sul boarding; incalzò “se qualcuno di voi ha delle idee questo è il momento per tirarle fuori. Tutte. Anche quelle che a voi sembrano più idiote potrebbero essere vasi di pandora che ci conducono a qualcosa di grande” Le facce preoccupate fecero presto spazio a sorrisini di compiacimento a chi ricopriva ruoli creativi, come il mio, mentre irrigidirono ulteriormente quelli degli analisti che si sentirono esclusi da questa prima richiesta.

Il primo ad esordire fu S che era sempre la più preparata in questi casi. I pezzi che scriveva erano sempre molto dettagliati e ricchi di informazioni ed il lettore, specie quello femminile, la ripagava con numerose gratificazioni “Personalmente credo ci debba essere più sintonia tra i vari pezzi. Mi spiego, quello che pubblico spesso fa difficoltà ad agganciarsi a quello che scrive lui, ad esempio”. Ancora una volta mi ritrovai tutti gli sguardi addosso, perché “lui” ero io. Erano due i motivi per cui ammiravo S: l’aspetto fisico, cui un certo rigore si opponeva idealmente all’immagine di lei in una sognata intimità e la sua sete di successo che la rendeva implacabile ed impeccabile. Ma senti sta pezza di merda, pensai all’occasione facendo svanire tutti i sogni precedenti e sentendo la fronte raffreddarsi all’improvviso. Non ebbi tempo di rispondere che il primo analista, dopo averle staccato di dosso a fatica lo sguardo incantato, partì con un elenco interminabile riguardante i numeri che effettivamente poteva vantare S.

“Sì d’accordo S. grazie ed anche a lei, ma l’intento di oggi non è quello di perfezionare, ma di stravolgere” tagliò corto il capo. “Noi possiamo sicuramente osare di più” intervenne F, responsabile del canale dedicato su You Tube, prontamente incalzato a continuare dal direttore “abbiamo grossi margini di miglioramento, con interviste più approfondite e d’inchiesta. Dobbiamo coinvolgere più persone, ma non è sempre facile”. I cameraman annuivano mentre seguivano le indicazioni del loro responsabile che invece fece innervosire non poco il big boss che lo interruppe “Facile? E chi cazzo ha mai parlato di cose facili? Qualcuno di voi ha forse avuto facilmente il posto che ricopre? In caso posso prendere informazioni ed altrettanto facilmente vi ritrovereste col culo sul marciapiede di fuori. Qui niente è facile. Entusiasmante, importante, crescente, ma non facile”

Erano passati parecchi minuti di discussione e non sembrava esserci soluzione alle richieste di cambiamento. L’aria si era appesantita nonostante i continui flussi di aria condizionata, quasi inefficaci al cospetto dell’umidità emessa dalle persone all’interno della sala e di quella che si intravedeva dalle finestre che davano sul parco difronte allo stabile.

La segretaria personale del grande capo aveva provvidentemente fatto irruzione nell’ufficio chiamandolo a rispondere al telefono con una certa urgenza, così da permetterci una pausa. Gli analisti si raggrupparono tra loro e cominciarono a snocciolare dati, scartare cibi e sorridere di nuove scoperte nel mondo dei videogame, S aprì la propria borsetta, estrasse lo smartphone e non esitò un istante a digitarci centinaia di parole probabilmente dirette al suo amante o a qualche amica di pettegolo; i fotografi si sedettero sul tavolo in compagnia dei cameraman smaniosi di fumare qualche sigaretta e scambiarsi informazioni sui nuovi viaggi in agenda. Rovistai d’istinto, senza un motivo specifico, nella mia borsa; forse in cerca del tablet. Mi capitò tra le mani un libro che avevo cominciato a leggere ma non ero mai riuscito a portare avanti. Viaggio in Portogallo, di José Saramago. Una guida turistica spirituale, poetica e romanzata del Paese lusitano che aveva dato i natali allo scrittore premio Nobel della letteratura.

Il capo rientro e le persone cominciarono a ricomporsi lasciando da parte almeno apparentemente il clima apatico che si era formato.

“Un romanzo!” esclamai attirando questa volta volutamente gli sguardi “…sembrerà di leggere un romanzo!” Nessuno aveva ancora capito cosa stava balenando tra la mia testa in quel momento, ma ignaro di tutto continuai “la rete è piena stracolma di indirizzi, numeri, prezziari, indicazioni e suggerimenti su cosa fare, come e perché” si era spento anche l’ultimo brusio “mancano indicazioni per raggiungere l’anima, la spiritualità, il carattere dei luoghi.” S sorrise scettica ed accennò una timida interazione che venne sommessa dal capo che mi fece cenno di andare avanti “Ci sono migliaia di siti uguali, diari di viaggiatori che ci raccontano quello che hanno fatto e quello che dobbiamo fare per seguirne le orme. Va bene, grazie, utili. Noi però possiamo offrire qualcosa di diverso evitando di togliere o opacizzare la convinzione del viaggiatore di essere il primo scopritore di ciò che vede. Quella sgradevole sensazione di bere da un bicchiere dove hanno già bevuto altre persone.” “Interessante”, si lasciò scappare F tra lo sguardo esterrefatto degli analisti e quello visibilmente stizzito di S “inutile stare a descrivere le dimensioni del bicchiere e la bevanda che ci puoi versare. Descriverò chi la bevanda l’ha prodotta, come e dove vive, i suoi amori e le sue paure. Ci saranno aneddoti di vita, di speranze, di gioie che alla fine la bevanda nel bicchiere sarà un frullato di sentimenti. Ecco con cosa si asseterà il mio lettore.” S questa volta non riuscì a trattenersi “ma così andiamo a stravolgere tutto!” mettendo sul vassoio d’argento la mia rivincita lavorativa che non tardò ad arrivare per bocca di chi decideva “Quello che avevo chiesto”

La gioia di aver contribuito a trovare la nuova via lasciò da parte inutili rancori e prese ancora più slancio: “e credo che far interagire la parte romanzata con quella informativa e di ricerca possa essere di ulteriore successo. Il lettore vorrà ricalcare le orme del protagonista ed andare a visitare il set”  non tardò la puntualizzazione del capo “Bene S, compito tuo spiegare come arrivarci a questo set

La stanchezza e la staticità mentale papabile fino a prima del mio speech d’improvviso imboccarono la via della creatività e da lì a poco la lavagna diventò un campo di battaglia carica di informazioni, collegamenti e sottolineature.

Minuto dopo minuto si intensificava frenetico il lavoro di restauro della nostra opera.

Nel frattempo però accadde qualcosa di strano ed inspiegabile: i colleghi cominciarono uno ad uno a sbiadirsi, disperdersi tra le luci della stanza, scomparire lentamente, come anime libere che si introducevano ed incastravano nel progetto che assimilava queste forze per ingigantirsi, colorarsi, prendere vita.  Rimasi lì, a guardare ciò che stava accadendo, quasi incredulo che fossi proprio io la causa di tutto ciò. Le persone con le quali avevo ideato questa nuova formula erano scomparse ed anche la lavagna, il tavolo e l’ufficio si scomposero in tanti piccoli pezzi che volarono all’orizzonte lasciandomi solo in mezzo al nulla.

Solo, con le mie fantasie ed un nuovo progetto tra le mani.

Gerusalemme: a cena con il nemico

Vivere nell’ombra dell’olocausto ed aspettarsi di essere perdonati di ogni cosa che fanno, a motivo della loro sofferenza passata, mi sembra un eccesso di pretese. Evidentemente non hanno imparato molto dalla sofferenza dei loro genitori e dei loro nonni

Josè Saramago, premio Nobel per la letteratura 1998

 

Il buffet dal quale mi ero servito era essenziale, ma di qualità e pulito.

wallA tavola sarei stato raggiunto da lì a poco dalla guida J. che durante la giornata mi aveva accompagnato a visitare Gerusalemme.  Era impegnato a scegliere le pietanze; si muoveva con disinvoltura tra battute ai camerieri ed ammiccamenti ai turisti, palesando il fatto che quella che per me era un’esperienza unica e speravo, irripetibile, per lui fosse routine. L’ulteriore conferma, ce ne fosse stato bisogno, giunse durante il primo scambio di parole a biglie ferme, ossia quando anch’io gli porsi domande fuori dagli schemi che altrimenti la visita guidata impone di seguire.

Il suo fare superficialmente simpatico e minimizzatore era alquanto irritante al cospetto di una persona che tende a ragionare sui perché anziché subire tesi precotte che, in Israele, sono la specialità della casa.

Chiesi se c’era la possibilità di avere del vino, in risposta mi sentì dire da J. che Israele era un Paese democratico e che non c’erano alcune restrizioni in tal merito. Anzi, il vino era molto buono a detta degli esperti. Lui era astemio ovviamente e la mia domanda era una richiesta specifica e non un quesito sulle abitudini locali dato che le bottiglie ben esposte evidentemente erano in vendita.

muropiantoLa stanchezza che cominciava a salire non era dovuta allo sforzo fisico delle camminate per le caotiche vie della Gerusalemme antica della giornata appena trascorsa, quanto per la violenza psicologica subita durante gli estenuanti controlli il giorno prima, quando proveniente dalla Giordania attraversai il ponte confine Allenby/Re Hussein. Un nutrito gruppo di post adolescenti, uomini e donne, perlopiù in servizio di leva in abiti civili con interi arsenali bellici ornamentali, mi riempirono di domande, perquisendo ogni angolo della mia essenziale borsa da viaggio. Il sorriso stampato sulla loro faccia, apparentemente cortese, era espressione di baldanzeria. Persi moltissimo tempo, nulla in confronto ai palestinesi transfrontalieri.

L’avevo fatto presente a J. ancor prima che sul tavolo comparisse la bottiglia di Yatir Sirah del 2009 che nel frattempo avevo ordinato, provocando la prima reazione infastidita dell’uomo; questa era la conseguenza dovuta agli attacchi terroristici che Israele subiva giornalmente. La sua opinione.

L’aria che si respirava era pesante alla pari del profumo dozzinale impregnato tra la folla che ero costretto a respirare in quei giorni di visita, quindi decisi di allentare per qualche istante la pressione ripercorrendo nei ricordi le immagini della via Dolorosa, meglio conosciuta come via Crucis, il percorso che fu costretto a fare Gesù Cristo per raggiungere il luogo dove sarebbe stato crocifisso. La Sua storia è nota a quasi tutti.

crucisAnche in quel caso non riuscì a fingere e nascondere la delusione per l’esperienza vissuta. Non sono un credente ma la formazione ricevuta in ambienti scolastici ecclesiastici, mio malgrado, decontestualizzava la realtà in cui mi trovavo. Immaginare Gesù Cristo camminare con una croce in spalla tra le vie del suq, tra bancarelle e gente urlante sapendo che in una stazione della via Crucis oggi sorge una pizzeria armena ed in un’altra un internet point, mi lasciava perplesso. Il Golgota, Calvario, brulla e desertica collina cui sabbia vide scorrere il sangue di Cristo, è ora inglobata da una cattedrale con un intensità sacrale pari al parco giochi Epcot ad Orlando. Luogo della crocifissione, Sudario e Sacro Sepolcro tutte circoscritte in pochi metri; è quello il posizionamento originario o si è semplificato per sfruttamento commerciale?

Quest’ultima logica aveva contribuito ad aumentare la soglia di sopportazione nei miei confronti di J. che, da buon ebreo, si dimostrava poco coinvolto nel discorso mirato alle falde cattoliche, molto più intento a tingere nello zattar il suo marqūq; gli unici suoi inserimenti nel mio ragionamento si riferivano al fatto che Gerusalemme era un’ottima fonte di guadagno per molti, indipendentemente dal credo. Annuì.

mall-busLa conversazione si concentrò nuovamente sul cibo ma il vino che stavo bevendo cominciò a picconare sempre più violentemente il muro di ritegno che mi ero ripromesso di conservare nei confronti di J.; frantumato il mio muro eccone servito un altro, pensai: la barriera di separazione israeliana. Così chiamata in gergo politicamente corretto, migliaia di palestinesi vivono le loro vite rinchiusi in un lembo di terra circondato da mura di cinta alte 8 metri con restrittivi orari di ingresso ed uscita. Un campo di concentramento, fondamentalmente, delimitato dal muro della vergogna o apartheid e lungo ben 730km. Ingloba oltre alle persone, terreni coltivabili e pozzi d’acqua togliendo ancora una volta risorse a quelli che gli ebrei considerano i nemici arabi. La giustificazione di J. a ciò che stavo esponendo in modo piuttosto diretto e provocatorio, fu la stessa di prima: Israele era stata costretta a costruire quella protezione per difendersi dagli attacchi dei terroristi arabi. L’atteggiamento di J. cominciò a cambiare quando gli feci presente che anche l’ONU aveva condannato questa misura di sicurezza come fortemente penalizzante per la comunità araba del territorio e che se avessero liberato i territori occupati forse anche gli attacchi nei loro confronti sarebbero terminati. Negli atteggiamenti di J. spuntò all’improvviso la tipica autodifesa ebraica che sfocia nel vittimismo, con sospetti di antisemitismo rivolti all’interlocutore e tacita pretesa di inviolabilità intellettuale.

Si alzò quindi con fare seccato e si recò al buffet. Anch’io feci lo stesso, appesantito dal vino ma nello stesso tempo alleggerito dal rospo che gli avevo sputato nel piatto poco prima. Ripreso il nostro posto a tavola ci fu un prolungato silenzio che comunque non mi indusse in dovere di porgere le mie scuse; J., d’altro canto, mi parve troppo schiavo della sua storia e della sua ottusità per permettersi di indietreggiare.

Volli disintegrare completamente l’ultimo barlume di diplomazia rimasto, tanto dopo la frutta del dolce avrei anche fatto a meno e J. non l’avrei più rivisto, speravo. Adottai una nuova strategia per convincere il baldanzoso cicerone a scendere in battaglia dialettica. Nel frattempo che affilavo le armi feci lodi sperticate al pompelmo di Jaffa che stavo tastando con l’intento di dimostrare volontà di tregua. Certo, il rapporto era compromesso, ma la sua professionalità lo costrinse ad indossare i panni della persona accondiscendente, a recitare la parte e di portare a casa il salvabile. Ero pur sempre un ospite. Gli feci notare di quanta prosperità ci fosse nello Stato di Israele, davvero una terra prescelta tenuto conto che tutto attorno c’era il deserto. La bontà dei frutti e l’importanza che assumono nella voce export. A J. gli si illuminarono gli occhi; partì con un’ultima filippica riguardante l’ingegneria israeliana, vanto internazionale.

Quasi mi dispiacque far scattare la ghigliottina che da lì a poco avrebbe definitivamente staccato ogni nostro rapporto; gli chiesi se era a conoscenza del fatto che Israele aveva lasciato senza acqua la Giordania attingendo dalle acque del lago Tiberiade prosciugando di giorno in giorno il fiume Giordano che conseguentemente stava riducendo di diversi metri all’anno la profondità del Mar Morto in cui affluiva.

Non credo fosse rimasto fino a mia conclusione, sono invece sicuro che mi ritrovai a ristudiare l’etichetta della bottiglia ormai vuota di Sirah completamente solo.

_20160915_024327Mi diedi una pulita alla bocca, lasciai un ultimo segno sul tovagliolo bianco ed uscì dalla sala. Prima di andarmene però il mio occhio cadde su una tavola che era stata poco prima abbandonata da un gruppetto di ragazzi ebrei ; evidenziava un enorme spreco di cibo mischiato e disordinatamente abbandonato su tutto il tavolo. Decine di piatti accatastati l’uno sul altro, sostanze colanti e residui sul pavimento. Tra tutto questo schifo fu la quantità enorme di pane abbandonato e scalfito con ditate e coltellate che più mi infastidì. Il nostro pane quotidiano, recita la preghiera.

Forse quelli erano nipoti o figli degli stessi che durante la seconda guerra mondiale sopravvissero mangiando briciole raccolte tra le fessure dei pavimenti di legno dei campi di sterminio.

Sempre vittime; dell’involuzione della specie, questa volta.

Pensai.