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L’ignorante è nemico di se stesso

La guida raccontava con passione al centro della piazza il significato di foro ovale e cardo massimo. In quello stesso  punto lo circondavano prestandogli il meritato interesse un gruppo di turisti, di cui io stesso facevo parte.  Accompagnava le sue parole con ampi gesti che indirizzavano gli sguardi alle meraviglie circostanti. Le persone erano serie ed incantate nel guardarsi intorno; muovevano il capo all’unisono nel individuare gli aspetti che venivano di volta in volta indicati dall’esperto cicerone.

Le uniche teste che non si spostavano nella direzione di quelle del gruppo erano la mia e quella di un maniaco del telefono ossessionato dalla carenza di segnale.

Nonostante il sito archeologico di Jerash sia incredibilmente affascinante e ben conservato, ero distratto dalla presenza di una ragazza che già avevo notato nei giorni precedenti e che mai ebbi occasione di conoscere. Capelli scuri raccolti, occhiali scuri, espressione imbronciata, snelle linee del corpo definite da un piumino ed un paio di jeans stretti neri.

Un primo contatto mi fu impedito dalla presenza dei genitori che risultava abbastanza anomala visto che la figlia pareva aver superato l’adolescenza da un bel po’. Pensai che al mondo esistono famiglie molto unite. Forse esageratamente unite. Il mio pensiero però non si focalizzò a stabilire quale modello di famiglia risultasse più anormale perché preferivo concentrarmi sulle movenze della ragazza e sul paesaggio edilizio circostante. Mi entusiasmavano entrambe le cose.

Le prime parole gliele rivolsi al Tempio di Giove dove si era fatta scattare alcune foto dal padre. Fu quest’ultimo a chiedermi la cortesia di immortalare la loro famiglia. Prima di passarmi la macchina dedicò alcuni secondi al rito di spiegazione d’utilizzo, come se non ne avessi mai usata una. Non mi piacque il suo approccio altezzoso ma l’interesse per sua figlia non era diminuito, anzi. L’immagine della famiglia ricca, felice e spensierata in posa, appoggiata ad una delle grandi colonne del tempio con lo sfondo del foro ovale, sarebbe probabilmente finita tra le altre decine di foto di viaggio dalle lucide cornici d’argento esposte nel loro enorme soggiorno. La figlia si soffermò un po’ più a lungo dei suoi genitori al tempio ed io ne approfittai per rivolgerle le prime parole. L’unico sorriso che le vidi fare fu durante lo scatto della foto. Un sorriso superficiale. Poi,  anche noi ci incamminammo in direzione delle Chiese di Pietro e Paolo. La zona circostante, oltre ad ospitare i maestosi resti della città romana, offriva un paesaggio verde e fertile; passeggiare tra quelle rovine faceva pulsare il mio corpo, scosso dai fantasmi degli abitanti dell’epoca. Camminare vicino a lei mi faceva sentire un fanciullo con indosso una tunica bianca e dei semplici sandali alla corte della musa del villaggio che non distoglie lo sguardo dall’orizzonte per non rivelare alcun sentimento.

Parlando con lei del più e del meno ebbi conferma che la mia idea iniziale riguardo la sua famiglia era esatta.

Quando raggiungemmo gli altri la guida aveva cominciato da qualche minuto ad illustrare l’architettura delle due chiese. Qualcuno del gruppo cominciava a perdere l’attenzione ed esaurito lo stupore iniziale ci furono i primi commenti, a mio avviso, idioti. La prima considerazione riguardava il fatto che non ci fossero abbastanza indicazioni per segnalare i pericoli o balaustre a delimitare zone sconnesse, cosa che in Italia sicuramente non sarebbero mancate.  Non proferì parola ma il mio volto probabilmente non riuscì a nascondere un espressione piuttosto contrariata visto che la mia nuova amichetta se ne uscì dal nulla sostenendo che, in fin dei conti, avevano ragione a pensarla così. La mia idea invece era che gli italiani fossero abituati ad uno Stato esageratamente assistenzialista e che non fossero vergognosamente in grado di fare mezzo passo da soli senza qualcuno che indichi loro un gradino da salire o una buca da evitare. La mia frase risultò un granello di zucchero finito in un ingranaggio già di suo poco oliato o almeno così pensai. In realtà alimentai una discussione che avrebbe preso pieghe ben più ampie con il proseguo della visita che nel frattempo ci aveva portato alla cavea del teatro meridionale che con la sua bellezza aveva offuscato l’episodio precedente. Io e lei ci trovammo fianco a fianco ad arrampicarci sulle ripide gradinate. Non so se per fortuna o meno, il mio cervello elabora gli antichi e consumati oggetti in fantasiosi restauri dinamici. Immaginavo il teatro strabordante in attesa di qualche evento, con le persone sedute sulle loro poltroncine scolpite nella pietra. Il gruppo si era disunito alla ricerca del punto di vista migliore dove scattare delle foto o per riposarsi. Caratteristica fondamentale e geniale degli antichi teatri è sempre stata la perfetta resa del suono. La prima fila e l’ultima, senza alcun espediente elettronico, avevano la stessa percettibilità d’ascolto. Riuscì a goderne l’effetto dapprima ascoltando la piccola orchestra che si stava esibendo in nostro onore e poi nell’intercettare un dialogo tra i genitori di lei ed alcuni anziani signori seduti nelle prime file, probabilmente ignari che le loro idiozie potessero ampliarsi alle orecchie di tutti. La scintilla fu una battuta sugli orchestranti che poi diventò materiale fertile per dibattere sull’invasione degli extra comunitari in Italia. I signori che stavano affrontando il discorso provenivano dal nord est, zone particolarmente inclini ad indipendenze ed autonomie. In quel frangente non fu la mia espressione a tradirmi ma un commento vero e proprio che, per evitare posizioni dirette poco diplomatiche nei confronti del padre di lei, si limitò ad un non sono d’accordo.

E’ vero, esiste un problema, ma l’atteggiamento superficiale e superiore che hanno certe persone nell’affrontarlo è irritante. Dissi.

La ragazza dal canto suo non poteva certo discostarsi dagli insegnamenti familiari ed incominciò ad elencarmi tutti i disagi che lei e la sua famiglia stavano sopportando a causa dell’incessante occupazione di profughi e migranti. L’aumento della microcriminalità, il degrado, la disoccupazione e tutto il resto cui la televisione ci informa quotidianamente. La discussione giunse  fino al Tetrapylon meridionale dove la guida ci lasciò un po’ di spazio per continuare a parlarne.

Sostenere la tesi ognuno a casa sua all’interno di una città romana distante 3.914Km da Roma, che raggiunse il suo apice proprio nell’epoca in cui fu dichiarata colonia, era di una imbecillità apocalittica. Essere momentaneamente disturbati dallo sbarco di centinaia di persone provenienti  dai territori africani ed asiatici dopo che nei secoli l’Europa ha colonizzato, convertito, schiavizzato e saccheggiato le loro risorse è condizione da limitati mentali.

Pensare che la propria libertà ed autonomia debba essere sdoganata a suon di bombe intelligenti lanciate da un Paese che nasce grazie all’insediamento di galeotti, schiavi neri d’Africa e sulle ceneri del genocidio dei nativi americani è semplicemente da ignoranti. Recita un proverbio arabo: l’ignorante è nemico di se stesso.

Superati i bagni alimentati da un astuto sistema ingegneristico come tradizione romana vuole, la guida si soffermò vicino ad una colonna presente al Ninfeo.  Sapientemente fece notare al gruppo, finalmente riunito ed attento alla spiegazione, di come all’epoca fossero attenti agli eventi sismici. Così inserì una penna in una fessura presente alla base della colonna e con un appena accennato movimento creò il dondolio a dimostrarne la plasticità delle opere, studiate proprio per contrastare i terremoti.

Prima di giungere all’arco di Adriano calpestammo la sabbia dell’ippodromo, dove immaginai le furiose sfide tra i nitriti dei cavalli e le urla dei condottieri, acuti tra l’ovattato boato della folla.

L’Antico Romano Impero, la Magna Grecia, l’Egitto… L’eredità dell’inestimabile grandezza culturale di questi popoli è giunta ai giorni nostri completamente sbriciolata. Tritata. Inesistente.

Essa sopravvive nella frustrazione di chi ogni giorno combatte contro l’inciviltà e l’ignoranza.

Inutilmente. Pensai mentre il pullman lasciava dietro a noi Jerash.

 

La ragazza? Il giorno seguente c’è stato un’ulteriore diverbio sulla comodità dei materassi italiani rispetto a quelli giordani. Ma stavolta le ho dato ragione.

Vi è molto di folle nella vostra cosiddetta civiltà.
Come pazzi voi uomini bianchi correte dietro al denaro, fino a che ne avete così tanto, che non potete vivere potete vivere abbastanza a lungo per spenderlo.
Voi saccheggiate i boschi e la terra, sprecate i combustibili naturali.
Come se dopo di voi non venisse più alcuna generazione, che ha altrettanto bisogno di tutto questo.
Voi parlate sempre di un mondo migliore mentre costruite bombe sempre più potenti per distruggere quel mondo che ora avete.

Tatanga Mani, capo indiano della tribù degli Sioux Oglala, conosciuto come Toro Seduto

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Copertina Settembre 2017

Il bar non porta i ricordi, ma i ricordi portano inevitabilmente al bar

Alzo la serranda.

Le luci che illuminano il poco che rimane della città sono artificiali.

Intorno a me il silenzio è interrotto dal rumore di qualche latta fatta cadere dai gatti randagi mentre rovistano i cassonetti in cerca di cibo. Sento un breve lontano vociare di ragazzi brilli in conclusione di nottata.

Dentro al bar, sul pavimento, trovo due lettere; una della compagnia telefonica, l’altra di un partito politico.

Le ha infilate il postino sotto la porta d’ingresso.

Raccolgo la corrispondenza e senza aprirla cestino quella del partito politico. Passo con rapide occhiate a verificare la cifra indicata nella fattura di quella telefonica.

Come ogni mattina la prima cosa da fare è accendere la macchina del caffè.aq1

La routine prevede anche di far scattare quattro interruttori ed azionare il riscaldamento.  Lo faccio.

La licenza del bar l’avevo acquisita nel 1996 da E un signore molto anziano che nonostante percepisse la pensione di vecchiaia passava le ore con gli amici seduto ai tavolini a bere, battere a carte e chiacchierare con i suoi clienti o amici che dir si voglia. Sua moglie stava al bar con lui, dietro al banco in realtà. Lui ordinava e lei eseguiva.

Assieme ai lavori di rinnovamento non tardarono ad arrivare le prime lamentele dai clienti che avevo ereditato dalla gestione precedente.

Dopo qualche settimana non entrò più nessuno di quelli, spiazzati dai cambiamenti che il locale aveva subito.

Furono rimpiazzati presto. Anche dai loro stessi familiari più giovani.

Ciò a cui puntavo, a differenza di chi mi aveva preceduto, erano le centinaia di studenti che necessitavano di colazioni golose e pranzi veloci ed economici.

C’ero riuscito. Ormai avevaq6o un nome in città e mi ero creato il giro di clientela fissa.

Sono le 6:45 ed entra il primo cliente della giornata. Saluta, si scrolla il freddo da dosso con alcuni movimenti decisi. Togliendosi i guanti di lana mi ordina un caffè indicando la brioche che gli scalderò.

La radio è ancora spenta. C’è silenzio. Dovrò sentirla per tutto il giorno e decido di non darle parola per il momento. Come il fuochista alimenta la locomotiva anch’io armeggio la mia macchina del caffè tra sbuffi, fischi della leva del vapore e brevi rumorosi scatti della macina. Con lui condivido il compito di mettere in moto qualcosa. Al fuochista spetta muovere il treno, a me la giornata dei clienti.

Negli anni d’oro del bar e della città, la prima persona che varcava l’ingresso del locale era N, un ragazzo di ventisette anni che frequentava mediazione linguistica e culturale all’Università. Il suo sorriso era sempre puntualissimo. Me lo consegnava attraverso la porta della vetrina che si affaccia alla via alcuni minuti prima che aprissi. Con aria indaffarata attendeva girassi la chiave permettendogli di entrare. Non capivo come una persona potesse essere così positiva già di prima mattina. A livello fisiologico intendo.

Non sempre apprezzavo le sue raffiche di parole dalle quali però era molto difficile smarcarsi.

Raramente si sedeva. Appoggiava la sua borsa a tracolla di stoffa verde sul tavolino, sfogliava velocemente il giornale ma senza apparente trasporto.  Preferiva commentare il suo vissuto quotidiano e ciò che lo circaq2ondava anziché perdersi dietro alle cronache altrui. Avevo inteso che i fine settimana li divideva tra un pub come barista ed una pizzeria come cameriere. Aveva molte conoscenze ma dava l’impressione di preferire starsene per le sue. Il suo modo di fare spigliato e l’aspetto fisico importante dovevano risultare particolarmente apprezzati dalle ragazze. Considerava le prime ore del mattino una tregua agli ininterrotti messaggi che riceveva durante il resto della giornata dalle spasimanti. Diceva.

Il cliente che ho servito lascia i soldi sul banco, si rimette i guanti, saluta ed esce.

La porta non fa in tempo a chiudersi dietro a lui che entrano altri due signori. Chiedono un latte macchiato, un caffè ed anche loro mi indicano due brioches da scaldare. Sposto la tazzina usata sul banco, passo lo straccio, la poso nel lavabo, mi rimetto al lavoro.

Guardo distrattamente l’orologio.

Alla fine degli anni novanta questa era l’ora in cui si animava un siparietto tragicomico tra il dottor S, giovane medico del pronto soccorso e l’anziano cav. M accompagnato dalla sua badante.

aq3Il cavaliere non perdeva occasione per esprimere chiaramente, nonostante l’età molto avanzata, la sua posizione netta non certo favorevole alla gestione del Paese. La vittima designata era il povero dottore che, sfruttando le sue origini meridionali, faceva orecchie da mercante sostenendo che questo era il sistema e non avrebbero potuto fare niente per cambiarlo. Nel mentre la badante assisteva disinteressata complici la provenienza straniera e l’impegno nel mangiare l’enorme croissant evitando di macchiarsi gli abiti di zucchero a velo o del ripieno di crema.  La signora era un’entità astratta. Presente fisicamente, mai partecipe.

Ho finito di fare qualche altra colazione, il bar è vuoto ed il numero dell’ultimo scontrino emesso segna tredici.

Approfitto del tempo libero per pulire e riordinare. Nelle ore di lavoro non c’è mai tempo per stare fermi.

Vengo interrotto dall’ingresso di altri tre avventori mentre riordino l’ingresso. Saluto, faccio due passi dietro a loro e riprendo posizione al banco. Ormai è tarda mattinata ed anche gli ordini cominciano a variare. Il signore in giacca, un professionista, ordina un caffè, gli altri due, evidentemente manovali, una bottiglia d’acqua e qualche tartina. Parlano animatamente tra loro.

Questa era l’ora degli studenti. Il quaderno che tenevo vicino alla cassa era carico di pagherò. Non ho più verificato se qualcuno di loro ha lasciato debiti. Da quando hanno smesso di frequentare il mio bar non l’ho più sfogliato.

aq4Lascio ai loro discorsi tecnici i tre uomini e riapro il libricino dei debiti che adesso giace in un cassetto. Aperta la terza pagina vengo travolto da nomi, numeri e cancellature che colpiscono la mia memoria. Le note di inchiostro blu fuoriescono come immagini contenute nei libri animati per bambini. Un turbinio di identità che avevo rimosso. Pagina dopo pagina perdo tempo nell’immedesimarmi nel periodo indicato dalle date. Riaffiorano i dialoghi. L’immaginario brusio delle voci dei ragazzi che si è ricreato in me è talmente forte che non mi accorgo che i tre clienti sono nel frattempo usciti. Arrivo all’ultima pagina stremato come avessi corso una maratona. In effetti c’è una voce che non è stata depennata. Corrisponde ad N, il ragazzo sorridente della mattina. Un cappuccino.

Prima o poi ripasserà. Il cappuccino glielo offrirò io volentieri. Parleremo della sua laurea e delle sue avventure. Chissà dove vive adesso?

L’approfondimento della memoria viene interrotto dallo schiudersi della porta. A varcarla è una avvenente signora accompagnata da un rinomato notaio della città ed un altro signore che non conosco. E’ molto giovanile e curata nell’aspetto. Da giovane sarà stata stupenda, penso. Indossa abiti e gioielli pregiati con disinvoltura e senza mascherare la propria maturità. Sorprende me e gli accompagnatori ordinando una Coca Cola. A disposizione del notaio lascio una tazza d’acqua bollente e delle bustine di tè, mentre l’altro signore ordina un macchiato.

Scambio alcune battute con i clienti. Sorridiamo. Noto che la signora ha un viso visibilmente teso.

Intuisco che hanno appena concluso una compravendita importante e preferisco spostarmi di qualche metro per non infrangere la loro privacy. Riprendo a sfogliare il quaderno cercando di non farmi coinvolgere troppo come in precedenza.

Il notaio, posizionato nel mezzo dei due, sorseggia il tè, il signore alla sua sinistra parla con aria soddisfatta delle sue proprietà alle quali si è aggiunta quest’ultima, la signora non pare coinvolta e,  nel chiedere una salvietta, sofferma lo sguardo sul quaderno degli insoluti. Passano pochi secondi e sale in me un impetuoso  bisogno di parlarle. Accennando un sorriso le dico che il bar, a suo tempo, era molto frequentato dagli studenti. Non sempre avevano contante in tasca così a volte capitava si facessero annotare alcune consumazioni. La signora accenna un sorriso e fa passare qualche minuto prima di dimostrarsi interessata ad intraprendere un breve scambio di parole con me. Anche suo figlio frequentava l’Università, dice.

Le spiego, osservato da fulminei sguardi profondi del notaio evidentemente provato dal logorroico signore accanto a lui, che prima del 6 aprile 2009 il mio bar era un luogo di ritrovo per i ragazzi, adesso ci sono solo tecnici ed addetti alla ricostruzione. Qualche minuto dopo le 3 e 32 di quella notte niente era rimasto come prima tranne la mia casa ed il mio bar. La serranda che fino ad allora facevo fatica ad alzare e richiudere si era rimessa in asse. Un paradosso. Ancora oggi devo capire se il Signore mi ha risparmiato oppure mi ha inflitto una pena maggiore distruggendo tutto ciò che mi circonda. Mi sento imprigionato nel limbo di mezzo tra la fortuna e la maledizione.

La signora ascolta in silenzio. Non tradisce emozioni.aq5

Ritengo adeguato terminare il mio discorso.  In fin dei conti le persone che vengono al bar hanno già i loro problemi e di certo non sono predisposte ad accollarsi pure quelli del barista.

Mi confida inaspettatamente che è costretta a presenziare in città per notificare la cessione di una palazzina. Suo marito, importante diplomatico che vive a Roma, l’aveva acquistata per il figlio che si era iscritto all’Università. Date le ingenti disponibilità familiari l’aveva ritenuta un buon investimento sia per sistemare l’erede che per affittarla ad altri studenti. In realtà suo figlio, confessa, non aveva ottimi rapporti con il padre e scelse di non abitare mai in quella casa. Aveva preferito trovare dei lavori qua e là per mantenersi e dormire in un piccolo appartamento condiviso. Dopo il terremoto la palazzina di loro proprietà era rimasta pressoché integra e nessuno studente aveva fortunatamente riportato ferite, mentre l’abitazione dove risiedeva il figlio era crollata senza lasciare via di scampo a lui ed alla coinquilina, anch’essa studente.

La donna si interrompe e disegna una smorfia con la bocca.

Intuisco di non essere l’unico a coltivare dubbi riguardo la bizzarra selezione divina.

L’emozione tradisce la madre dello studente ed una lacrima si fa spazio tra i segni del viso fino a dissolversi nella salvietta.

Suo figlio, continua, si chiamava N e frequentava la facoltà di mediazione linguistica e culturale all’Università de L’Aquila. Era un bravo ragazzo.

Il terremoto toglie tutto. Anche le forze di sconvolgersi o sorprendersi; non aggiungo nulla infatti e non faccio trapelare niente.

In questo momento sta parlando solo la radio di sottofondo.

Apro il quaderno, cerco la pagina dove è segnato il cappuccino rimasto in sospeso e lo depenno. Butto nel cestino sia il quaderno che la biro.

Il notaio cortesemente invita gli altri due a lasciare il bar dopo che il signore logorroico ha insistito per pagare il conto che ho garbatamente rifiutato di incassare.

Questo giro lo offro io.

Cerchi lavoro a Barcellona? Eccolo

IMG_20160331_192939Premesso che chi fatica a collocarsi in Italia sicuramente non troverà vita facile nemmeno negli altri Paesi EU, Spagna compresa, la percezione di crescita a Barcellona, così come in Portogallo per citare un altro esempio, fa ben sperare in un presente più roseo ed in un futuro meno traballante ai disillusi cittadini del Belpaese che, zaino in spalla o bagaglio alla mano, cercano dignità altrove.

Mentre Italia e Grecia si alternano negli ultimi posti di tutte le classifiche necessarie a porre le basi di una eventuale ricrescita economica, ma soprattutto civica, evidenziando ogni giorno di più ingiustizia e malaffare sistematici creando malessere, povertà e sconforto tra la maggior parte dei cittadini, a Barcellona ci si è rimboccati le maniche cercando di far buon viso a cattiva sorte.

Vero è che i Paesi del Mediterraneo non sono certo contenti del trattamento impari imposto dai freddi uffici di Bruxelles probabilmente dettati dai teutonici, ma le reazioni sono differenti ed incidono sulle giornate dei comuni mortali che si devono nel frattempo inventare il metodo più consono per andare avanti.

Se la direzione degli italici ed ellenici pare virare verso l’illegalità in un balletto tra burocrazia asfissiante elaborata da malintenzionati cialtroni incapaci e cittadini furbetti spesso costretti, ma anche no, ad una escalation di irregolarità ed illegalità che quotidianamente affossano gli Stati, a Barcellona si assiste ad una notevole prova di forza dove la meritocrazia è ben salda sul podio delle materie indispensabili.

Tornando a noi quindi, l’italiano che va a Barcellona in cerca di lavoro deve coltivare una preparazione non tanto e solo professionale, quanto mentale; se il suo approccio sarà quello di continuare a sguazzare tra le paludi dell’illegalità come abitudinariamente concesso nel Belpaese, in Spagna andrà in contro a ben poche soddisfazioni.

DSC_4100Nella metropoli catalana, dove comunque non tutto è rose e fiori, la maggior parte delle imprese sono gestite da persone giovani con idee avveniristiche e tante ore di lavoro sulle spalle per concretizzarle, come nel caso di Raul Resina Martos, giovane titolare dell’agenzia immobiliare Vivendis cui lui stesso è alla ricerca di agenti e direttori da inserire nel suo organico; ma nonostante anche in Spagna ci siano milioni di disoccupati, fatica a reclutare persone adatte al ruolo. Il mercato immobiliare a Barcellona è in crescita in quanto le persone non fidandosi più delle banche, cui scandali sono ampiamente emersi anche in suolo italico, preferiscono mirare i propri investimenti nel mattone che, volenti o nolenti è sempre qualcosa di concreto.

mercatGli imprenditori che avranno la voglia di mettersi in gioco nella città iberica non dovranno fare altro che spiegare le vele ed aspettare che il vento soffiato da migliaia di turisti, studenti e locali, faccia attraversare loro le prime onde che, a differenza del mare in tempesta perennemente agitato dal Poseidone italiano di turno, probabilmente in men che non si dica calmerà le sue acque rendendo il viaggio scorrevole e redditizio.

Chi invece vorrà adattarsi a realtà esistenti, quindi alle dipendenze altrui, in un primo momento dovrà accontentarsi di svolgere un lavoro dove non sono richieste particolari conoscenze che invece, ovviamente, risulteranno indispensabili in seguito. Se infatti l’istruzione italiana continua a sfornare diplomati e laureati con una scarsissima padronanza delle lingue estere, ma pure di quella nostrana se è per quello, gli altri Paesi mediterranei, tra cui gli orgogliosi ed iper-nazionalisti francesi, spagnoli, portoghesi e pure greci hanno da tempo cambiato marcia ritenendo giustamente imprescindibile l’apprendimento di almeno una lingua straniera.

DSC_4101Esiste l’Erasmus o la buona volontà di moltissimi ragazzi italiani che emigrano a frotte verso Paesi almeno apparentemente più fiorenti, ma la sensazione è che non siano sufficienti questi pur lodevoli movimenti a cambiare faccia alla bastonata cultura italiana.

Morale della favola è che le persone che si sentono in grado di poter dire la propria a Barcellona troveranno sicuramente campo fertile; per chi invece punta a scaldare poltroncine ed alla merendina garantita le porte da bussare si trovano percorrendo altre vie. E tutte le strade, è risaputo, portano a Roma.

Correre a Bruxelles si può ma…

Gli appassionati della corsa, che annoverano tra le loro file sempre più persone, mantengono il costante desiderio di correre ogni qualvolta si presenti la possibilità o, qualora ci fosse qualche gara all’orizzonte, in occasione delle giornate indicate dal programma di allenamento. Se gli atleti professionisti dedicano la loro vita all’attività sportiva, non si può chiedere lo stesso a chi conduce un’esistenza considerata normale e che coltiva la sua passione cercando di farla coincidere anche con gli altri impegni, tra cui anche delle meritate gite fuori porta il fine settimana. I costi dei biglietti aerei delle compagnie low cost ormai hanno stravolto le abitudini di viaggio degli italiani che si spostano nelle varie capitali europee con estrema facilità. Qualcuno, come nel mio caso, cerca di unire il dilettevole all’ancor più dilettevole, ossia partecipando a manifestazioni podistiche in città scelte per la loro bellezza e mai visitate precedentemente. palazzo realeCosì nel bagaglio, oltre alla Nikon indispensabile per i produrre nuovi capitoli di Controviaggio, non manca il necessario per il running. Nel caso specifico di Bruxelles mi aspettavo molta più facilità nel poter svolgere i miei compitini in preparazione alla mezza maratona di Barcellona, ma la capitale belga che pur presenta numerose piste ciclabili in realtà mi ha lasciato un po’ deluso in tal senso. Risiedendo fortunatamente in un albergo del centro in Boulevard du Jardin Botanique (Metro Roger) la prima sgambata di 13K l’ho fatta seguendo la via medesima fino all’ingresso dell’Elisabethpark dove, tra l’altro, sorge la bellissima Basilica Nazionale del Sacro Cuore. Essendo il primo giorno di approdo nella metropoli fiamminga, non mi sono fidato di addentrarmi in quartieri o vie sconosciute visto il mio iniziale disorientamento e, non lo nascondo, ho faticato abbastanza a rilassarmi e godermi il mio training quotidiano a causa della noia nel completare brevi e ripetuti giri nel parco. runFortunatamente passati due giorni è stato invece più agevole e soddisfacente completare 18K che mi hanno visto arrivare dal solito punto di partenza all’Esplanade, ossia dove è situato l’Atomium. In questo secondo caso ho costeggiato il canale Zeekanaal Brussel-Schelde per poi salire al Parco Van Laken cui ho seguito una parte perimetrale. Essendo Bruxelles costruita su dei colli in stile Roma, il sali scendi è notevole pertanto le corse sono un interessante banco di prova. La delusione maggiore deriva invece dal fatto che le numerose piste ciclabili sono tempestate di semafori che regolarizzano il passaggio pedonale che, in teoria, non permettono di svolgere sessioni senza pause e che, lo sa bene chi corre, spezzano il ritmo. Personalmente mi son preso qualche rischio o semplicemente o allungato di qualche metro le strade per cercare di passare con il verde evitando insulti bilingui.

La pavimentazione non è sempre delle migliori a causa della scivolosità che ne deriva in seguito alle frequenti giornate uggiose, ma tutto sommato è abbastanza agevole. L’impressione è che gli abitanti del posto preferiscano lo jogging nei parchi piuttosto che il running e, specie nella zona del Parlamento Europeo nonché nel Warandepark che è il Parco situato difronte il Palazzo Reale, è frequente vedere molte persone più attente all’immagine che alla sostanza. Almeno l’impressione è quella.

Correre nei parchi, a meno che non siano decisamente enormi, suscitano in me l’effetto pesce in acquario ma talvolta è sempre meglio sgranchirsi le gambe tra prati ed alberi secolari che starsene sdraiati in qualche camera d’albergo.

Certo è che se tra le tante invenzioni qualcuno escogitasse una rete di tour guide runners, ovvero delle persone disposte a guidare in percorsi sicuri e divertenti turisti con la voglia di esplorare parte della città a loro sconosciuta correndo, sarebbe ben accolta da molti, il sottoscritto in primis.

Qualcuno disposto ad aiutarmi nel crearla?

Steve McCurry a Monza: fotografo d’anime

Il fotografo artista Steve McCurry espone le sue immagini in una mostra di altissimo livello a Monza presso l’altrettanto spettacolare Villa Reale, dal 30 ottobre 2014 al 6 aprile 2015. 20141208_111107I primi scatti professionali di Steve McCurry avvengono all’età 19 anni in qualità di reporter in un piccolo giornale in Pennsylvania e che nessuno, lui compreso, avrebbe immaginato si sarebbero evoluti fino a tal punto. La fantastica parabola ascendente deriva dal fatto che il successo professionale è accompagnato passo dopo passo da quello umano, lato che in ogni sua foto è imprescindibile, in alcuni tratti commovente. L’umiltà e la voglia di mettersi in gioco davanti alle persone ed alle situazioni che ha immortalato scatto dopo scatto durante i suoi innumerevoli reportage, sono stati indispensabili per raggiungere l’eccellenza. IMG-20141208-WA0009Nell’epoca del digitale in cui siamo inflazionati da foto di ogni genere e tipo, tra tanta puerilità e mediocrità presente sui social, è davvero gratificante perdersi nel mondo del McCurry che ci porta per mano, anzi, per occhio, non solo tra i mondi considerati meno fortunati e martoriati da guerre o povertà, ma tra le persone che li popolano, vivono e caratterizzano, facendo notare con discrezione e palpabile garbo i sentimenti contrastanti che essi portano nel cuore e nell’anima. Nelle sale espositive di Palazzo Reale le foto sono esposte senza criterio geografico o temporale ed è davvero piacevole ritrovarsi dall’Afganistan all’India, dallo Yemen al Brasile piuttosto che Giappone, da New York a Roma nel giro di pochi passi. Spaziando nel tempo che i più attenti collocheranno con esattezza storica senza l’ausilio delle targhette identificative (ovviamente presenti) dato che è sufficiente guardare con attenzione la grana della pellicola per distinguere quali furono scattate in Kodachrome da quelle più recenti, digitali. Un abisso tecnologico facilmente riconoscibile. IMG-20141208-WA0007Tra i tanti volti sconosciuti e veri protagonisti della mostra spicca quello stranoto di Robert De Niro, scelto per simboleggiare la città di New York ed immortalato nell’ultima pellicola kodachrome allora disponibile; foto sviluppata e stampata nell’ultimo piccolo laboratorio esistente al mondo che ancora trattava pellicole prima dell’inevitabile estinzione. Un omaggio di Steve McCurry a questa fantastica pellicola prima di concedersi definitivamente alla tecnologia digitale. IMG-20141208-WA0008Per dimostrare che niente è per caso e che Steve è un predestinato, un fuoriclasse del reportage fotografico, rimaniamo proprio a NY, dove nel 2001 in occasione di uno dei più tragici eventi mai accaduti ossia il crollo delle Twin Towers, dove oltre al fatto curioso che possedesse un ufficio con vista sul World Trade Center si aggiunge quello che ci fosse tornato proprio un giorno prima da un lungo viaggio, il 10 settembre; come se l’appuntamento con la documentazione di fatti epocali fosse stato scritto sulla sua agenda vitale e come se il destino aspettasse ogni volta quest’uomo per farsi immortalare un’ultima volta prima di cambiare corso alla storia. Davvero incredibile. 20141208_120740 D’altronde per essere delle persone uniche e speciali, dei fuoriclasse, non basta il talento, la volontà o qualche colpo di fortuna ma un concatenarsi di astri favorevoli ed avvenimenti che attimo dopo attimo si intreccino con la vita del prescelto in un eterna e formidabile unione di azioni e conseguenze esclusive ed irripetibili. 20141208_122610Oltre all’utilità delle audioguide indispensabili in alcune foto per svelare retroscena, significati ed anche prospettive, che per Steve McCurry saranno anche naturali ma per il comune visitatore sarebbero ardue da focalizzare, l’ausilio di brevi resoconti filmati in cui l’autore racconta vari aneddoti e storie da lui vissute risultano essere molto piacevoli ed altrettanto efficaci nello scopo di integrarci completamente con lo spirito dell’interprete e diventare a nostra volta, con una semplicità disarmante, protagonisti delle storie e luoghi riprodotti dal fotografo. 20141208_121924La lezione che ne deriva, indipendentemente se rivolta ad aspiranti fotografi, professionisti o meno è che con l’umiltà, la passione ed il rispetto verso il prossimo, il mondo ramificherà sotto i nostri piedi infinite strade verso il successo che, come in questo caso, faranno apparire quasi come dettaglio ininfluente la Nikon che ha tecnicamente eseguito lo scatto ma che senza l’ausilio di un grande spirito ad indirizzarla nel cogliere il momento ideale, altro non sarebbe che un prezioso ed inutile oggetto. 20141208_114152 Mostra assolutamente da non perdere. Bellissima. “Ho imparato a essere paziente. Se aspetti abbastanza, le persone dimenticano la macchina fotografica e la loro anima comincia a librarsi verso di te“.  (Steve McCurry) Instagram: @McCurryStudios 20141208_120838  20141208_121128

Giordania: cultura contro pregiudizio

Finalmente pubblichiamo anche l’articolo riguardante un Paese davvero sorprendente qual’é la Giordania. Luogo nel quale ci si arriva fondamentalmente dopo aver scelto di visitare la fù capitale dei Nabatei, Petra. Una delle sette meraviglie al mondo moderno, patrimonio dell’umanità dell’Unesco e facente parte dell’area dichiarata parco nazionale archeologico, Petra la fa da padrona incontrastata dei luoghi più simbolici da visitare.

Giordania non è solo Petra

Giordania non è solo Petra

La Giordania va vista con il cuore, prima che con gli occhi, sempre pronta a regalarci qualcosa di inaspettato dietro ad ogni angolo del suo pur contenuto territorio ed in grado di sorprenderci in continuazione. Più facile a dirsi che a farsi per molti turisti che non si vogliono staccare dagli affanni della loro quotidianità e che ormai si preoccupano più del segnale wifi che delle antiche realtà che hanno la fortuna di sfiorare. La confusione tra arabo e musulmano è uno dei primi grossolani errori che si compie nel giudicare il popolo giordano, la mancata distinzione tra musulmani sciiti e sunniti è il secondo e per finire l’atteggiamento di superiorità è il terzo. Tre elementi che generalmente ostacolano la buona riuscita della visita. La Giordania appartiene al ricchissimo territorio storico culturale chiamato la Grande Siria (Sham), che comprende la Siria, i territori occupati quale la Palestina, Libano, Iraq, fino ad arrivare al Kuwait. Confini creati in maniera alquanto maldestra e dei quali paghiamo oggi le conseguenze dalle varie colonie che negli anni hanno frammentato questi territori. Gli inglesi e Churchill con il suo righello sparti-territori in primis. “Noi siamo quello che mangiamo” recita un detto popolare che mai meglio si concretizza proprio in questo caso, dato che tutti i territori sopra citati sono anche accomunati da una cucina pressoché identica. Qualcuno starà attendendo la citazione del vicino Egitto, piuttosto che Tunisia o Marocco, tanto per buttare gli arabi nello stesso calderone; si persiste nell’errore, perché gli ultimi tre Stati citati ben poco hanno a che fare con gli arabi essendo popoli nord africani. Musulmani sì, ma non arabi.

Maklube ed altre prelibatezze

Maklube ed altre prelibatezze

Ed anche l’atteggiamento delle persone in Giordania si differenzia di gran lunga da altri popoli più o meno vicini: desta quasi sorpresa il fatto di poter attraversare un Suq (mercato) senza esser presi di mira e senza essere infastiditi dai vari commercianti. In Giordania il contatto con lo straniero non è gratuito, nessuna pacca sulla spalla, nessun “amico, amico, compra, compra”. L’ospitalità araba si basa sul rispetto dell’ospite. La prima cosa che disorienta l’arroganza occidentale è proprio questo atteggiamento apparentemente distaccato e fiero del popolo giordano che può vantare un laureato in ingegneria ogni quindici abitanti. Il livello di istruzione è decisamente alto grazie all’investimento culturale voluto fortemente dai regnanti capeggiati dal benvoluto Re Abdallah e la Regina Ranja, molto attiva sul piano dell’integramento sociale lavorativo (e non) da parte dei meno abbienti, in particolar modo donne e bambini. Chi si aspetta di trovare un popolo allo sbaraglio sbaglia di grosso: il dinaro, moneta locale, viaggia di pari passo con il dollaro e le banche proliferano come funghi grazie al flusso di soldi proveniente da Paesi esteri quali l’Arabia Saudita. La Giordania è una sorta di Svizzera del Medio Oriente per intenderci. Scuole ed Università coprono la stragrande maggioranza dei cittadini che una volta conseguita la laurea si spostano nel mondo ad esercitare la loro professione. Grazie a condizioni favorevoli che la Giordania offre loro, rimandano i capitali nel Paese d’origine.

La stupefacente città romana Jerash

La stupefacente città romana Jerash

Ecco perché gli italiani con il naso all’insù quando arrivano nella capitale Amman rimangono perplessi nel vedere scorazzare Porsche, Mercedes, BMW, Mustang ed Hammer come se piovesse. Sgomenti lo diventano quando vengono a sapere che le tasse sulle vetture fan lievitare il prezzo di quasi il doppio rispetto all’Italia, ad esempio. Fuori dalle finestre degli hotel di Amman il canto dei Muazzin provenienti dalle moschee si insinua tra la massa di milioni di mezzi che si muovono all’unisono verso le varie destinazioni di questa enorme città, originariamente costruita su sette colli sul modello di Roma e che ora ne conta diciannove.

Pista di ghiacchio nel raffinato centro commerciale Taj Mall

Pista di ghiaccio nel raffinato centro commerciale Taj Mall

Città che continua inesorabilmente ad espandersi verso ovest in contrapposizione con il silenzioso e maestoso deserto del Wadi Rum, scenario che ha svolto il ruolo da protagonista durante le numerose battaglie della rivoluzione araba capeggiate dall’irlandese Lawrence d’Arabia e sfociate nella liberazione dagli invasori turchi ed il colonialismo inglese. Wadi Rum che ancora oggi ospita gli abitanti del deserto, i beduini, definiti commerciali da qualche turista ignorante ma che, in realtà, hanno adeguato un pezzettino delle loro giornate alle invadenti visite, quelle sì commerciali, di ingombranti visitatori. Difficile capire per un occidentale che il beduino non ha bisogno di soldi per vivere; quando navighi con il tuo fedele dromedario tra la sabbia ed il sole cocente devi essere in grado di trovare la vita ovunque, anche nei posti più impensabili. Se non hai beni da acquistare a ben poco servono i soldi.

Deserto di Wadi Rum. L'anima di Lawrence d'Arabia

Deserto di Wadi Rum. L’anima di Lawrence d’Arabia

Così, nella terra dove manca l’acqua e dove il fiume Giordano, deviato dall’arrogante Israele per raffreddare le proprie centrali nucleari, è sempre più debole ed incapace di rigenerare il mar Morto che perde a sua volta un metro l’anno, viene ancora offerta la possibilità di fare un viaggio dentro al viaggio. Un viaggio verso le nostre origini.

Rio de Janeiro: lo stadio Maracanã

Scegliere Rio de Janeiro come meta per trascorrere le proprie ferie, implica il fatto di dover necessariamente organizzare una visita al tempio del calcio, l’ Estádio Jornalista Mário Filho, detto Maracanà.

L'Estádio Jornalista Mário Filho, Maracanã

L’Estádio Jornalista Mário Filho, Maracanã

Per farlo ci siamo affidati alla professionale ed appassionata guida locale, Sergio Manhães che durante la settimana passa le sue giornate lavorando in banca, per poi trasformarsi in tifoso ed abile guida durante gli eventi sportivi. Il nostro gruppetto comprendeva anche i velisti della nazionale francese.

Il nuovo impianto Maracanà, recentemente riaperto (28 aprile 2013) è sceso dalle 200.000 presenze documentate agli attuali 78.838 posti a sedere.

Impianto da mille ed una... notte

Impianto da mille ed una… notte

Per raggiungere il mitico Maracanà abbiamo utilizzato la metropolitana che anch’essa merita un cenno per quanto si sia dimostrata decisamente sicura, nuova e pulita. Se uno si aspetta un inferno sotterraneo verrà piacevolmente smentito: la metro infatti è molto più simile a quella di Parigi, funzionale e piacevole, rispetto a quelle di Milano e Roma, sporche e trascurate.

Addirittura mr. Vap è riuscito ad attaccare bottone con due tipe. Al solito tutto si è concluso con un nulla di fatto, in questo frangente fortunatamente per lui. Già, perché le tipe erano tipe cesse.

Percorso della Metro

Percorso della Metro

La fermata Maracanà è collegata da una sopraelevata che ci porta esclusivamente e direttamente agli ingressi dello stadio. Impossibile sbagliare quindi e non solo per questo motivo, ma anche perché l’edificio si fa notare. L’efficiente e ramificato servizio fornito dagli steward non lascia nulla al caso e rende l’affluenza scorrevole e sicura.

Ingresso

Ingresso

La partita che ci siamo visti era abbastanza delicata per gli esiti della permanenza in prima serie del Vasco da Gama che ha giocato contro la prima della classe, il Cruzeiro di Belo Horizonte, ecco perché si sono aperte le porte del magnifico impianto utilizzato altrimenti solo per eventi di spessore. Rumorosi cori a ritmo di samba e sventolii di bandiere prima, durante e dopo il match, in un ambiente decisamente gioioso. (La settimana seguente si registreranno feriti gravi durante scontri, ma non al Maracanà, proprio tra tifosi del Paranaense e Vasco che retrocederà)

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Fatto sta che due ore prima del fischio d’inizio in un’ampia zona adiacente lo stadio è proibito servire alcolici agli avventori per evitare appunto che eventuali alterazioni possano portare a gesti violenti e così, per noi di Controviaggio che siamo accomunati al Vasco da Gama per i colori del nostro logo (ma che nulla ha a che vedere con squadre di calcio italiane, figuriamoci quelle brasiliane) ed i loro colori sociali, bianco, nero e rosso, , riuscire a berci una birretta è stato abbastanza arduo, ma alla fine ce l’abbiamo fatta anche grazie a Sergio.

La nostra fortuna culminerà nell’insperata vittoria del Vasco de Gama che s’imporrà per 2 a 1 sul Cruzeiro e che naturalmente renderà felici i suoi tifosi dando vita ad una festa incessante sugli spalti e fuori.

Festa tra i tifosi del Vasco da Gama

Festa tra i tifosi del Vasco da Gama

Uno spettacolo da non perdere anche per chi non segue il calcio, mentre per gli appassionati di questo sport al Maracanà c’é la possibilità di vedere, oltre al Vasco da Gama che però è retrocesso, il famoso e popolare Flamengo (del noto campione Arthur Antunes Coimbra meglio noto come Zico), il Botafogo (dove militò il fantastico Garrincha), la Fluminense (retrocessa pure questa).

Se volete organizzare una visita allo stadio Maracanà visitate il blog di Sergio futebolnomaracana.blogspot.com oppure contattatelo direttamente  ssm10@hotmail.com

Le 4 maggiori squadre di Rio

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