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Copertina Dicembre 2018

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Lago di Como: l’abitudine alla ricchezza

 

 

Oltre all’azzurro del lago c’è un altro colore che riflette accecante nella mia memoria quando penso all’infanzia: il bianco.

Non è riferito a nessun luogo, bensì al colore dei pantaloni che mia madre si ostinava a farmi indossare quasi ad obbligarmi ad osservare le regole dello stare attento, del non macchiarmi. Dipendesse da me proibirei di produrre capi d’abbigliamento bianchi per bambini.

Ardua l’impresa di non macchiarli sedendosi sulle lavorate sedie di ferro, anch’esse bianche, del gazebo nel giardino della villa sul lago; sforzi vanificati durante i rari momenti di contatto con la mia sorellina che altro non poteva fare, come tutti i bambini più piccoli d’altro canto, di impiastricciarsi le mani con qualsiasi materia terrosa o liquida presente nella circonferenza delineata dalla sua larga gonna; la faceva sembrare una bambolina curiosa dalle movenze incerte. Mia madre la piazzava ferma e seduta sul prato. Giocavano con le margherite che spuntavano a centinaia nel giardino dai fili d’erba maniacalmente regolari come in tutti i migliori parchi del circondario. La piccola sorrideva ad ogni soffio di mia madre al quale corrispondeva una silenziosa esplosione di un tarassaco; il fiore chiamato volgarmente soffione per intenderci.

Non posso dire che mio padre non sia stato presente nella famiglia, anzi. Il suo apparente distacco era dovuto ai continui incontri di lavoro che spesso avvenivano proprio tra le stanze della nostra enorme dimora. Nei ricordi, sta chiacchierando con un altro uomo mentre sorseggiano una bevanda rossastra con una fetta d’arancio al bordo della piscina. Magari sarà stato un Campari, un Negroni o che so io.

Era vestito in modo sportivo, ricercato, principalmente di bianco. Pure lui come me. Forse l’adorazione di mia madre per quel uomo inconsciamente la spingeva a vestirmi seguendo il suo stile. Non so se per far felice lui o indirizzare me a seguirne le orme.

Spesso mi ritiravo a cogliere i luminosi fotogrammi della mia famiglia dal molo dove era ormeggiato il nostro Riva. Adoravo quel motoscafo. Il suo legno, le sue cromature, l’odore della pelle dei sedili. Mi ci sedevo e sognavo ad occhi aperti di pilotarlo attraverso le onde del lago. Fantasticavo di raggiungere Varenna, sull’altra sponda. O Bellagio. Di queste cittadine scorgevo le luci dalla mia camera che era stata ricavata nel sottotetto della villa. All’epoca non sospettavo minimamente che la metratura della mia cameretta avesse potuto accogliere tranquillamente un’intera famiglia di quattro persone. Non appena mia sorella diventò abbastanza grande da poter dormire da sola, la camera fu divisa in due senza che io me ne accorgessi praticamente. Ascoltavo i racconti dei domestici per i quali dimostravo ammirazione. Erano portatori di storie venute da fuori. Fuori dalla villa c’era chi viveva diversamente da me o almeno così mi raccontavano loro. Tra le labbra della servitù le storie vibravano e prendevano forma; venivano spezzate dal rombo della macchina di mio padre che si materializzava sorridente portando con sé gli ultimi raggi di luce della giornata. Si spegnevano con la chiusura dell’enorme portone in ferro battuto che si lasciava dietro. Mio padre era amante dei motori. Grande appassionato di barche, automobili e motociclette. Possedeva ognuno di questi mezzi. A dire il vero una coppia di ognuno. Oltre al Riva al lago di Como, ormeggiato sulle coste liguri ad aspettarci ogni estate c’era un Ferretti. Tradiva la famiglia con la sua Citroen DS con la quale amava scorrazzare con la capotta aperta principalmente in solitudine. Le domeniche mattine mi portava con sé tra i tornanti che costeggiano il lago. Guardavo fuori dal finestrino con il vento che mi spettinava e tra le mani tenevo il vassoio dei dolci che comprava ritualmente in pasticceria a Menaggio. L’altra vettura invece era un’enorme Mercedes 500 SEL. Di quella macchina ho ricordi di lunghi viaggi e di infinite dormite sui sedili posteriori. La musica di Ivan Graziani e dei Genesis ci accompagnava durante i trasferimenti che raramente mi vedevano ospite nelle sue trasferte di lavoro. Ed io guardavo il mondo fuori dalle finestre di ognuno di questi mezzi; dalle finestre della villa.

La cosa piuttosto interessante, che mi infastidisce tutt’ora quando ne vengo involontariamente coinvolto in discorsi estranei, è che a casa nessuno parlava mai di soldi. Era ritenuta correttamente, lo credo ancora, una forma di scortesia chiedere il costo di un oggetto o di un bene. Mio padre aveva diviso il mondo in due categorie: chi se lo può permettere e chi no. Sosteneva che se appartieni alla prima categoria non hai bisogno di sapere il prezzo perché puoi permettertelo, se la sfortuna ti ha assegnato alla seconda hai il motivo inverso per evitare di chiederlo.

In realtà non credeva nemmeno nella sfortuna: ognuno è artefice del suo destino. Diceva.

L’evidenza di vivere sommersi dal denaro era coperta da uno stile di vita sobrio e naturale anche se era evidentemente improbabile riuscire ad esternarlo essendo circondati da servitù ed oggetti lussuosi.

Negli anni avevamo acquisito l’abitudine alla ricchezza.

Il tempo passava tra lunghe giornate estive nella villa al lago all’interminabile inverno nella scuola privata di Como. Tra tuffi e spensierate avventure al mare a bordo del Ferretti ai dispetti degli amici, gelosi dei miei possedimenti. Crescevo e riflettevo: cosa avevo fatto per meritarmi tutto questo?

Ecco il ricordo della vita al lago. Seduto a bordo del motoscafo mentre mi nascondo al saluto delle centinaia di visitatori a bordo di quei lenti e goffi barconi che di buono portavano solo le risacche utili a dondolare il Riva ormeggiato in villa ed a movimentare le mie fantasie. Alle barche a vela che rubando il vento gonfiavano le vele fino a spingerle a Colico. Penso ai capelli lunghi profumati di mia madre ed alle mani piccole ed indifese di mia sorella. A mio padre che sorride mentre guida tra i tornanti.

Penso a ciò che era e ciò che rimane.

Il lago.

 

La Brianza è il paese più delizioso di tutta l’Italia, per la placidatezza dei suoi fiumi, per la moltitudine dei suoi laghi, ed offre il rezzo dei boschi, la verdura dei prati, il mormorio delle acque, e quella felice stravaganza che mette la natura né suoi assortimenti

(Stendhal)

Egitto: un fallimento annunciato

L’Egitto fa parte di uno dei tanti Paesi che, nonostante le risorse geo-culturali illimitate, non garantisce alla popolazione un tenore di vita adeguato.

Hurgh oldersLa sofferenza dello Stato che per anni è stato forse forzatamente considerato il cuscinetto tra il mondo cattolico occidentale e quello  musulmano medio orientale, sta provocando enormi scompensi nelle abitudini dei turisti per lo più facenti parte dell’Europa mediterranea e di conseguenza alle tasche dei Tour Operator che negli anni avevano investito fortemente nella terra dei Faraoni.

L’embrione del  fallimento annunciato nasce nel corso degli anni dove le interferenze politiche internazionali hanno sempre prevaricato il volere del popolo egiziano, alla fine incapace di avere una visione democratica del proprio destino. I generali, istruiti per far fronte alla guerra, o ad idearne di nuove, con attitudini emergenziali  a discapito di quelle programmatiche, sicuramente sono le persone più adatte per sopprimere ogni segnale di scontento ma anche le più inopportune per favorire lo sviluppo.

La mancanza di investimenti nell’istruzione, ridotta ormai fondamentalmente allo studio del Corano, nonché nella ricerca, nel sostegno all’artigianato, alla reale conservazione e riprogettazione dei siti archeologici e la completa inosservanza o esistenza dei piani urbanistici specie nelle nuove realtà recentemente sviluppate ad uso esclusivamente turistico, hanno mandato a picco un Paese che di suo possiede già tutto.

DSC_0640Se da un lato la noncuranza e l’approssimazione hanno mantenuto i prezzi decisamente cheap rispetto al vicinato, tra cui primeggiano le simboliche sfarzose Dubai ed Abu Dabi, paradossalmente accaparrandosi di fatto frotte di turisti low cost, dall’altro hanno lentamente strascinato l’economia turistica sempre più in basso fino all’esasperazione e nell’oggettiva impossibilità di investimento in manodopera qualificata e rimodernamento delle strutture, particolarmente fragili ed in balia dei componenti climatici per lo più corrosivi quali sabbia e salsedine.

DSCF1777La crisi che sta attanagliando l’Egitto non sarà passeggera ed i segnali che lo confermano sono evidenti: in primo luogo la mancanza di investimento nell’educazione ha creato una voragine, colmabile in non meno di vent’anni,  tra una risicata e forzata classe dirigente ed i comuni cittadini che al momento si ritrovano in balia degli eventi senza né arte né parte, spavaldamente inconsapevoli e con la sola possibilità di reinventarsi; la fuga degli investitori non sarà fulminea, in quanto le aziende hanno bisogno di piani di rientro a lungo termine che l’Egitto così com’è non può garantire; il lento ma inesorabile cambio d’abitudine del flusso turistico degli affezionati che giorno dopo giorno sembra essersi messo il cuore in pace optando per destinazioni apparentemente simili ma più accoglienti.

gioEppure questo disastro politico non è da attribuire esclusivamente ai dittatori che hanno governato il Paese e continuano a farlo, ma andrebbero rivisitati alcuni punti di vista storici propagandistici che alla fine si stanno rivelando dei boomerang che l’Occidente sta pagando con gli interessi. La pace e la ricchezza a discapito di altre realtà, lontane o vicine esse siano, sono transitorie. Gli scompensi che paghiamo oggi sono frutto dei tempi non troppo lontani in cui Churchill divideva le pacifiche etnie beduine con l’ausilio di un righello o la creazione dello Stato fantasma di Israele che si sarebbe in futuro rivelato una sorta di cancro per le popolazioni arabe, tutt’ora coinvolte in un vortice d’odio, intolleranza e distruzione.

Andrebbe forse ricusato il vanto anglosassone d’aver insegnato la civiltà a popolazioni considerate barbare perché incapaci di utilizzare la forchetta. In fondo, pur non godendo dei privilegi consumistici le tribù beduine adottano ferree regole basate sul profondo rispetto del prossimo, della comunità e di poche, ma inviolabili, leggi sacrosante che dall’altra parte sembrano invece lontani ricordi del dignitoso vivere.