Archivio tag | religione

Panarea. Roulette.

“Hai deciso cosa ordinare? Io prenderò un sandwich… Con una birra. Ci sta”

“Buona idea. Dai, uguale”

La giornata è soleggiata e limpida. Il sole è nel pieno della sua forza.

“Scusi signorina… Noi avremmo deciso”

La cameriera puntò la penna sul piccolo block notes pronta a trascrivere l’ordine dei due ragazzi seduti al tavolino “Ci siamo! Ditemi tutto!” Disse sorridente.

“Dunque, due sandwich e due birre. Piccole o grandi?” Si rivolse all’amico abbassando la lista che stava consultando.

“Vorrei provare la birra Cristalli di Sale… In bottiglia. Che dici?”

L’amico annuì, ricambiò il sorriso alla gentile insererviente e le restituì il menù.

“Abbiamo fatto bene a venire a Panarea. Guarda che incanto di isola

“Davvero. E’ proprio spettacolare. Mi ricorda la Grecia. Qualche isola delle loro. Con queste case bianche. I colori pastello degli infissi. I vasi. Anche le piante sono simili”

“Sì, stesso stile. Il clima, i colori… Vero.”

La cameriera appoggiò bicchieri e bottiglie di birra sul tavolo.

“Perfetto. Avevo una sete che non ne potevo più”

“Tra poco vi porto anche il resto. Cin!”

I ragazzi accompagnarono con lo sguardo i primi passi della ragazza che tornò al banco con il vassoio vuoto.

“Niente male” disse uno dei due.

“Ma dai. Pensi sempre a quello” rispose l’altro

“Scusa, siamo in ferie, in un posto spettacolare, tranquilli e rilassati, soli… Se non ci penso adesso quando mai dovrei pensarci?”

“Comunque confermo. Bella ragazza. Dai, assaggiamo sta birra prima che si scaldi”

Con il primo sorso eliminarono l’arsura della bocca, poi si dedicarono a studiarne il gusto.

“Ci voleva. Buona. Mi piace. Per essere una birra in bottiglia non è niente male”

Tornò nuovamente la cameriera con i sandwich.

Si concentrarono sullo spuntino.

“Che spettacolo. Guarda che mare. Si è alzato anche un po’ di vento, si sta benissimo”

“Certo che è impressionante vedere tutti questi yacht al largo”

“Beh, Panarea è un’isola ricchissima. Hai visto che razza di ville abbiamo incontrato sulla strada. Mi fanno impazzire tutti questi giardini e terrazze affacciate sul mare. Chissà chi si può permettere queste case. Che poi, sono case di villeggiatura. Sembra di vivere in una rivista di architettura

I due rimasero per qualche istante in silenzio a contemplare il paesaggio.

“Certo che è assurdo se ci pensi” disse uno dei due.

“Cosa è assurdo?” rispose l’altro masticando con gusto l’ultimo morso del panino.

“Gli squilibri nella distribuzione della ricchezza. Ci sono alcune persone a bordo di yacht con la servitù che pasteggiano ad ostriche e champagne e migliaia di altre che non hanno a disposizione neanche una ciotola di riso al giorno” L’amico spalancò gli occhi incredulo a ciò che le sue orecchie avevano appena sentito, si ripulì la bocca da qualche briciola, sorseggiò la birra e ribatté

“Ma ti sei fulminato il cervello? A te il caldo fa male… Sarai mica diventato comunista?”

“E’ una constatazione. Scusa, non ci vedi dell’ingiustizia in tutto questo?”

“Assolutamente no. A meno che i ricconi non abbiano rubato per avere ciò hanno, non ci vedo niente di male. Anzi, sai quanti posti di lavoro offrono queste persone ai meno abbienti?”

“Ma io non contesto il fatto che uno sia ricco o meno. Trovo ingiusto il fatto che non ci siano pari opportunità”

“Ecco. Sei diventato comunista. Dimmi te se mi doveva capitare anche un amico comunista. La birra non ti ha dato in testa perché la sto bevendo anch’io, i panini erano uguali… Manca solo che confessi d’esserti innamorato di me. Anzi, ti dirò, meglio un amico finocchio che comunista!”

Né uscì un sorriso. Si conoscevano da troppo tempo e nessuno dei due voleva giungere al litigio.

“Tranquillo, anche se fosse non saresti il mio tipo” Risero di gusto. Poi il discorso proseguì.

“La cosa che mi fa riflettere è che la nostra esistenza scaturisce da un colpo di fortuna o sfortuna. Il lancio di una monetina. Nascere in una famiglia di ricchi o di poveracci non è una scelta. Noi siamo bianchi, italiani. Nati e cresciuti in famiglie benestanti che ci hanno permesso di crescere, studiare, essere qui adesso…  Ma in procinto d’esser creato non mi è stata data la possibilità di scegliere il grembo a me più congeniale. Mi spiego?”

L’amico ascoltava allibito e totalmente discordante “Che ne sai che non hai scelto? Magari Dio ti ha dato questa possibilità e non te lo ricordi…”

“Se così fosse o esistono dei cretini che scelgono di nascere nella miseria più assoluta o Dio è così figlio di puttana da mettere in difficoltà da subito milioni di suoi figli. Io Dio lo lascerei proprio fuori dal discorso…”

“Magari vuole metterli alla prova”

“E’ questione di fortuna. Una roulette. Infatti non capisco nemmeno questi forti sentimenti di nazionalismo che da millenni ci stanno ammazzando gli uni con gli altri”

L’amico visibilmente destabilizzato da conclusioni così filosofiche ed inaspettate fece il gesto del conto alla cameriera.  Non si tirò certo indietro nell’affermare che era orgoglioso delle sue radici, di essere italiano.

“Ma hai scelto te di essere italiano? No. Sei nato in Italia per casualità. Ci scontriamo su concetti di appartenenza di etnia, dialettica, eredità e cultura, basate su un diritto acquisito casualmente”

I due si alzarono, pagarono il conto soddisfatti, scambiarono qualche parola di cortesia con la ragazza che li aveva serviti e si incamminarono verso il porto dove avrebbero aspettato la barca diretta a Stromboli.

“Vabbé, ho l’amico comunista. Robe da pazzi. Basta che non cominci a rompere i coglioni che gli extra comunitari vanno accolti e via dicendo perché ti mando a fanculo!

“No tranquillo. Godiamoci la vista di queste magnifiche ville e delle barche che veleggiano verso il tramonto

 

Io amo pensare alla Sicilia come un luogo dove puoi trovare qualunque tipo di contraddizioni. Troverai sempre che tutto ha un fondamento. Però certamente il fatto che sia un’isola ha influito moltissimo sulla capacità di ragionare, ma anche, forse, sulla capacità di sragionare, se vogliamo sempre citare Pirandello. Quello che a me sempre ha colpito è che, secondo me, l’isola, l’essere nati in un’isola ha accentuato la vena sognatrice dei siciliani. L’essere costretti ad immaginarsi che cosa ci sia dall’altra parte dell’orizzonte ha accentuato molto questa vena visionaria che mi è molto vicina, in qualche modo.
(Giuseppe Tornatore)

 

 

Natchez. Gospel.

Ce ne stavamo andando da Natchez.

La piccola cittadina ci aveva accolto il giorno precedente baciata dai raggi di sole ed avvolta in una temperatura mite.

Le sembianze degli edifici si allineavano allo stile pressoché comune negli Stati del Sud. Rispecchiavano il carattere di chi lo abitava. All’ingresso delle case in legno era frequente vedere delle sedie a dondolo sistemate su piccoli davanzali. Alla tinta unita delle pareti si contrapponevano le stelle e strisce delle bandiere, esposte fiere alla vista dei passanti. Fasce di terreno erboso circondavano le abitazioni e le distanziavano, di non molto, le une dalle altre. Tra queste, non frequentemente, spiccavano le grandi ville padronali. I proprietari di questi poderi sono stati perlopiù personaggi illustri nell’epoca dell’Indipendenza.

Al centro della città l’austera Basilica di St.Mary anch’essa edificata verso la fine del’800.

Il fiume Mississippi, intanto, scorreva fino al Golfo del Messico.

Ero nella corsia di sinistra pronto a lasciarmi Natchez alle spalle, quando mia moglie mi fece notare un piccolo assembramento di persone davanti ad una piccola chiesa battista. Ciò che particolarmente colse la sua attenzione furono gli abiti dei coristi gospel. I pochi secondi che ci separavano dal verde del semaforo, furono sufficienti a convincerci di non perdere l’occasione per assistere ad una cerimonia religiosa locale. Il muso della macchina cambiò cosi direzione.

La piccola casa del Signore era situata su una collina ed i fedeli che la raggiungevano affrontavano il vialetto in salita con caparbia ed un po’ di fatica. Molti di loro erano fragili ed anziani, qualcuno in sovrappeso. Non era un quartiere ricco. Tutti erano dignitosamente vestiti a festa.

Il reverendo accoglieva i seguaci sul bordo dell’ultima delle tre scale che si affacciavano alla porta d’ingresso. Dispensava generosi sorrisi a tutti quanti. Mi rivolsi a lui “Scusi, possiamo entrare vestiti così?” Quella tappa non era prevista, perciò indossavamo entrambi abiti casual. Una tshirt e dei pantaloni corti. Il sacerdote non ci pensò su e mantenne intatto il suo sorriso “Certamente. Qui sono tutti benvenuti”

L’interno della chiesa si presentava come una comune stanza. Era libera di dipinti celestiali e statue di santi martorizzati. Le file dei banchi terminavano in prossimità di un pulpito. Alla sinistra di questo una tastiera, alla destra una batteria.

La sala di culto si riempì velocemente. Occupammo i posti più arretrati convincendoci che la nostra scelta fosse dettata dal rispetto. Era titubanza. A fianco a noi una minuta signora anziana custodiva amorevolmente tra le mani una grossa bibbia vissuta. Le pagine contrassegnate con post it colorati.

Il reverendo cominciò a celebrare attirando a sé l’attenzione dei presenti.

Guardandomi in giro notai che tra tutti eravamo le uniche persone di razza bianca. Nessuno dei presenti pareva farci caso anche se, di tanto in tanto, mi capitava di incrociare lo sguardo severo di una signora delle prime file laterali. Era molto distante da me ma, essendo frontale, inevitabilmente capitava di incontrarci visivamente.

Immaginai la sala a razze invertite.

I miei genitori avevano affidato la mia educazione infantile ed adolescenziale a suore e preti, più per motivi lavorativi che religiosi. Quegli anni servirono a coltivare in me l’ateismo. Maturando avevo anche imparato a polemizzare il meno possibile con i fervidi credenti indifferentemente dal culto, accomunandoli tutti ad una spiccata ottusità. Dalle porte della chiesa, intanto, una lunga processione di persone con abiti talari violacei, si diresse verso il palco dalla parte opposta. Battevano le mani a ritmo e cantavano intonati. Sembrava di assistere ad uno spettacolo più che ad una celebrazione liturgica. Perlomeno non a quelle tradizionali con cui ero cresciuto ed abituato ad assistere. I presenti partecipavano cantando, scandendo il ritmo con le mani, ballando. Il coro si posizionò al suo posto.

L’entusiasmo di quella gente mi stava coinvolgendo tant’è che mia moglie me lo fece notare “Dai smettila!”

Abitualmente ho reazioni fisiche granitiche ed odio profondamente balletti, ballerini e coreografi. Essendo bandita la naturalezza dalla nostra educazione religiosa, trasportato dall’enfasi del momento, magari mi sarà scappato un sorriso. Mi ricomposi immediatamente.

Il reverendo cominciò la sua predica con entusiasmo e fermezza, alternando discorsi e parole rivolte al Signore a prove canore ammirevoli. La temperatura dell’ambiente si scaldava sempre più ad ogni accordo del tastierista, rullata del batterista e note del coro. Tutte le persone presenti, indistintamente, erano avvolte dalla gioia. Ad ogni passo della celebrazione i loro volti si ammorbidivano. Si spogliavano dalle preoccupazioni e dolori e si rivestivano di gioia e speranza. Visibilmente.

“Scusate se non sono venuto qui per molto tempo” esclamò un signore quando il reverendo lasciò la parola ai fedeli “Ho sbagliato. Mi sono allontanato da Dio e dalla comunità perché avevo smarrito la strada”

Venne rincuorato dal sacerdote “Qui sarai sempre il benvenuto. Non devi scusarti di niente.”

Ricevette l’abbraccio spirituale di tutte le persone presenti. Anche il nostro.

Accortasi della difficoltà che stavamo incontrando nel trovare la pagina della sacra lettura richiesta, vuoi per la lingua che per la poca pratica, la gentile signora accanto a noi condivise immediatamente la sua bibbia.

Dolcemente prese per mano mia moglie e le indicò il verso da seguire.

Alternavo la mia attenzione a questi piccoli grandi gesti, alle corpulente sagome di alcune coriste ed alla grazia dei loro volti, ai vestiti di festa dei miei vicini. Ai loro capelli. Al respiratore che qualcuno di loro era obbligato a portare con sé. Al viso di una ragazza scavato da una brutta malattia. Alla partecipazione gioiosa di una bambina disabile. Mi rendevano partecipe della loro serenità.

Pregavano gioiosi un Dio imposto dal colonialismo e dall’avidità dei popoli europei. Un Dio con lo stesso colore della pelle dei loro carnefici e dei trafficanti di schiavi che li avevano deportati dalle loro terre. Nonostante questo si erano convertiti ad una religione nata per sovrastare, ingannare, annientare ed inglobare le risorse altrui arricchendola e mischiandola con il loro paganesimo. Tanti spiriti liberi a disposizione degli altri.

“Una volta usciti dalla Casa del Signore” terminò il pastore tra gli amen della sua gente “andate a visitare i più bisognosi. Negli ospedali, nelle strutture di accoglienza per anziani, nelle carceri. Aiutate la comunità. Dio non è qui, è la fuori che vi aspetta…”

La sensazione che provammo sia io che mia moglie terminata la celebrazione la descrivo con una metafora: il passaggio di due automobili in un autolavaggio. Polverose prima, pulite e splendenti poi.

Durante il tragitto NatchezBaton Rouge ci accompagnarono molte riflessioni e per qualche mese si insinuò in me la spiritualità di quel Dio che ogni domenica si esprimeva attraverso i sentimenti puri di quelle belle persone. Mi piaceva.

Lo immaginai fatto persona. Simpatico, alla mano. Sorridente. Giovane. Riflessivo e benevolo. Un po’ artista e paradossalmente fatalista. Dalle realistiche pretese. Sincero.

Poi lo confrontavo al mio. O meglio, quello a cui sono stato costretto a credere e venerare da ragazzino.

Un vecchio scorbutico ed altezzoso. Permaloso. Circondato da Santi adulanti cui vite sono state segnate da privazioni e punizioni, torture e dannazioni. Autoritario. Severo. Ossessivo compulsivo, represso e bipolare.

Ancora oggi quando il minimo dubbio affiora in me riguardo l’esistenza di Dio ho a che fare con quest’ultima idealizzazione.

Forse la colpa è di chi mi ha insegnato che Dio è sofferenza, crocifissione; sapore di spugna intonsa di aceto. Magari è colpa mia che non ho colto i messaggi della sua rinascita ed immortalità. La costante fuga da diavoli tentatori ed angeli redentori.

O magari, come direbbe il Dio più simpatico, smetti di assegnare colpe a te ed agli altri.

Vivi semplicemente con gioia. Dona e ricevi più gioia che puoi. Fin quando potrai.

Amen.

Si considera l’Amen come una chiusa; ma esso dovrebbe essere soltanto una parola di passaggio all’atteggiamento di preghiera che deve continuare nel lavoro; in ogni altro compito. Dicendo «Così sia», pensiamo che ciò che era nella preghiera anche in futuro sarà così, e conserverà lo stesso valore. L’Amen in sé è parola di preghiera e l’orante deve metterci dentro tutta la sua forza, perché proprio questa parola sia viva e vera in tutto quello che fa. Questo è possibile se l’uomo prende in se stesso tutta la forza della parola e se ne lascia influenzare.

(Adrienne von Speyr)

Giordania. Lawrence si arrabbia.

Il vento, le bufere di sabbia, uomini intrepidi che attraversano il deserto del Wadi Rum a costo delle loro vite. Nonostante le scomodità ed i pericoli trovano il tempo per contemplare la grandezza della natura, la bellezza che si presenta davanti ai loro occhi di giorno e di notte. Tra gli ammiratori di questo mondo c’è un soldato inglese diventato leggenda: Thomas Edward Lawrence, per i più conosciuto come Lawrence d’Arabia. Cavalca un dromedario, si spoglia delle sue vesti di ufficiale dell’esercito inglese per indossare una galabeya e combattere a fianco delle etnie beduine. Saranno le promesse di ricchezze ed autonomia a convincere questi ultimi ad intraprendere epiche battaglie al suo fianco. Sarà lo spirito libero di Lawrence a farlo innamorare di popoli dalle tradizioni così distanti e basiche rispetto al protocollo di Sua Maestà. Non sarà uno scontro con i nemici ad ucciderlo, ma un’uscita di strada nella Contea di Dorset in sella alla sua moto nel 1935.

Il suo spirito, c’è da crederci, sarà tornato a rivivere i suoi giorni migliori sfruttando le folate di vento o i raggi di sole che giorno dopo giorno aleggiano nello scenario del Wadi Rum. Come c’è da credere che se il Tenente Colonnello  Lawrence fosse stato ancora vivo ai giorni nostri, avrebbe presenziato fisicamente quei luoghi. Chissà se anche lui, visti i tempi di crisi, avrebbe optato per un volo low cost. Non avrebbe riconosciuto Amman, la capitale della Giordania, che in questi decenni è diventata una vera e propria metropoli. Le migliaia di case in pietra bianca costruite su ogni centimetro disponibile dei colli che circondano la meravigliosa Cittadella. L’enorme quartiere abitato dai rifugiati palestinesi ormai rassegnati all’esilio forzato. Niente dromedari o sabbia tutto intorno ma strade affollatissime; pochi suk ma tanti centri commerciali. Poi Università, banche, locali e ristoranti tipici di elevata qualità. Ma si sarebbe fermato a contemplare nuovamente il Teatro romano che, come la città di Jerash, non solo resiste alle intemperie ed alla stupidità umana, ma rimane lì a ricordarci di come il Sacro Romano Impero abbia dominato gran parte del continente europeo e buona parte dei territori allora conosciuti; lasciando eredità storiche e culturali ancora oggi di immenso valore. Si pensi solo che l’antica Gerasa o Jerash dir si voglia, meraviglioso patrimonio storico inspiegabilmente non protetto dall’Unesco, è emersa solo in percentuale che si aggira intorno al 15%. Lawrence, tra le varie anche archeologo, si sarebbe inorridito a vedere gran parte della città romana ostruita dalla costruzione di case moderne. Passeggiando tra le rovine sarebbe stato tra gli unici ad appoggiare le mani sui pilastri di roccia, a chiudere gli occhi e riceverne l’energia, come in un viaggio nel tempo. Ignaro che questa è l’epoca del selfie.

Attorno le guide, rassegnate ad un pubblico disinteressato e disattento con la memoria da pesce rosso, la curiosità di un ficus e vanesio come il Narciso di Caravaggio.

Nella tasche dell’ufficiale inglese sarebbe stata ancora presente la chiave che tante porte gli aveva aperto. Si chiama rispetto. Sul Monte Nebo, sia stato credente in Dio o meno, fedele alle parole del Papa o no, si sarebbe soffermato a guardare dall’alto quello spicchio di terra Sacra all’umanità e che proprio in nome di Dio sta causando tutt’oggi disperazione, morte ed apartheid. Un moderno crocefisso come protagonista, fredda composizione metallica e sullo sfondo il bagliore della cupola della Moschea di Al Aqsa a Gerusalemme, i riflessi del Mar Morto, il fiume Giordano e le sue acque purificatrici, il nuovo Stato di Israele e le sue prepotenze nascoste dietro ad un orizzonte placido e luminoso. Su quelle terre quanti eserciti, pellegrini, popoli disperati o speranzosi avevano cercato un po’ di fortuna. Magari una verità. O forse Dio o loro stessi. Lawrence si sarebbe riparato dal freddo stringendo le braccia tra la galabeya e coprendosi il volto con la kefiah. In silenzio contemplativo. Intorno a lui gruppi di persone urlanti eccitate all’idea di fare un’attività di gruppo: un selfie.

Ancora una volta la direzione di Lawrence sarebbe Aqaba. Dal Monte Nebo seguirebbe le coordinate 29°Nord e 35°Est e presto arriverebbe nella sua Valle della Luna. Durante il suo cammino rincontrerebbe i popoli nomadi che nei periodi più freddi lasciano le montagne per montare le loro tende in pianura. Tra coltivazioni di pomodori e greggi di pecore. Costeggerebbe  parte del Mar Morto che troverebbe di alcuni metri più basso rispetto ai suoi tempi. Prosciugato dallo sprezzo di Israele che pompa acqua dal Lago Tiberiade e dal Fiume Giordano noncurante del fatto che tra qualche decennio non ci sarà più traccia di questo leggendario bacino che, tra le varie caratteristiche, è situato a 415 metri sotto il livello del mare. Si soffermerebbe  a curiosare le fabbriche che trattano il sale del mare citato nella Bibbia come mare Salato per l’appunto.

Lawrence d’Arabia finalmente si addentrerebbe nuovamente nel deserto del Wadi Rum dove si commuoverebbe nel farsi scivolare tra le dita la sabbia rossa con la quale ha dovuto lottare fino allo strenuo delle sue forze durante i suoi lunghi ed epici trasferimenti. Seguirebbe con lo sguardo la roccia che in tutti questi anni, modellata dal vento, ha cambiato fisionomia ma non carattere. Guarderebbe l’orizzonte e riconoscerebbe lo stesso azzurro immenso del cielo che più di una notte, amorevolmente, l’aveva ricoperto di stelle.

Non sarà avvolto dal silenzio come allora perché ai giorni nostri non è contemplato. I discendenti dell’esercito di beduini da lui comandato adesso è al servizio dei turisti che cercano spiritualità patinate. Guidano dei fuoristrada accompagnando sulle dune frotte di forestieri in cerca di selfie.

Lawrence rimarrebbe sconvolto nel constatare la presenza di plastica quasi ovunque.

Forse mesto lascerebbe dietro a sé turisti e Wadi Rum arrabbiato e deluso dai cambiamenti e, fermandosi alla vecchia stazione dove tanti anni fa aveva organizzato l’assalto ai treni degli invasori turchi, sarebbe salito sulla vecchia locomotiva a vapore e, prima d’esser circondato da decine di visitatori fai da te con le loro grida e bambini invadenti, si sarebbe fatto un selfie.

Per poi dissolversi nel vento e nella sabbia e ritornare così ad essere uno spirito libero.

Ecco cosa si deve combattere

Je-suis-Charlie-liberi-di-raccontare-liberi-di-vivereCi risiamo…

E’ partita l’ennesima caccia al nemico. Invisibile, cattivo, spietato. Il mostro che vuole invaderci e conquistarci sgozzando gole e decapitando teste, di donne e bambini, di tutti gli infedeli, al grido di un dio intransigente.

Abbiamo da poco ripulito di coriandoli e tappi di champagne le strade nelle quali abbiamo accolto speranzosi il 2015 ma la mentalità e le informazioni cui siamo sottoposti utilizzano la stessa tecnica del medioevo quando i crociati, truppe militari cristiane capeggiate dalla Chiesa, partivano in estenuanti missioni pacifiche verso il lontano Medio Oriente dove a suon di mazzate date e prese ergevano crocifissi qua e là nella speranza di monopolizzare il mondo. Allora Saladino veniva descritto come feroce e, guarda caso, taglia teste: era il Bin Laden dei tempi antichi. In realtà non esistono documenti risalenti all’epoca che testimonino di una testa mozzata ad un qualsiasi cristiano, come oggi ancora non esistono prove di armi chimiche utilizzate da Saddam Hussein.

Giustificazioni mediatiche per raggiungere il consenso del proprio popolo.

Il nemico deve avere accentuate diversità, deve essere facilmente riconoscibile e possibilmente un po’ sporchino e disagiato. I popoli poco o per niente integrati alla cultura occidentale sono un ottimo obiettivo da combattere. Colpire senza capire.

Per difendere il proprio orticello le persone comuni hanno bisogno di difesa, di sicurezza; dal punto di vista politico avere un popolo spaventato ed allertato davanti alle diversità fa comodo per diverse ragioni: la prima perché così l’attenzione si focalizza altrove rispetto i malaffari che si sviluppano giornalmente all’interno dei palazzi di vetro, la seconda perché contrastare militarmente le minacce dell’invisibile nemico generano un business incalcolabile tra ricerca di nuove tecnologie belliche e preventive, acquisto di armamentari, mezzi corazzati e quant’altro serve a condurre una guerra tradizionale. Morale della favola il giro di affari si ingrossa e le persone si barricano terrorizzate nelle proprie case.

Questo è quello che accade e sarebbe sotto gli occhi di tutti ma accettare verità diverse non è semplice, specie se queste insinuano dubbi sulla condotta non solo storica occidentale, che negli anni hanno colonizzato mezzo mondo spazzando via intere culture o si sono intromesse in politiche estere con guerre liberatorie e confini disegnati con il righello dopo un abbondante pranzo, ma anche atteggiamenti personali caratterizzati da egoismo e chiusura.

D’altronde essere perennemente allertati che un nemico è alle porte di certo non facilita aperture.

L’idea di massima dovrebbe essere che dovremmo fornire i nostri vicini di mezzi e strutture per costruirsi il proprio avvenire, per evitare che in assenza di crescita autonoma questi prendano di mira proprio il nostro orticello.

Partendo dal presupposto che troppi ancora confondono arabo con musulmano e che farebbero bene ad informarsi prima di sparare (sentenze), arriviamo presto alla soluzione a questo tipo di problema comunitario: gli esecutori terroristi, così come quelli mafiosi o i semplici delinquenti, al 99% dei casi provengono da realtà disagiate ed instabili, dove le alternative alla scelta del proprio futuro sono completamente assenti. Le uniche speranze sono riposte in promesse economiche o religiose, quest’ultime perché incontrovertibili. Nessuno potrà mai dimostrare che dio non esiste, nessuno potrà mai dimostrare che chi promette in suo nome dica stupidaggini.

L’unica ancora di salvezza a tal proposito è l’istruzione. Insegnare la logica, completamente assente nella mentalità dei Paesi nord africani ad esempio, istituire università, investire nella ricerca e nello sviluppo, arte, cultura, creare speranze. Questo si deve fare.

Ecco perché le matite e le menti di chi le utilizzano per diffondere cultura vanno salvaguardate, nonostante non sempre il loro carboncino tratteggi linee adeguate e rispettose.

Per sconfiggere il terrorismo è inutile bombardare case altrui per colpire presunti combattenti sacrificando migliaia di persone innocenti e disperate costrette a fuggire altrove alla ricerca di nuova vita. Anime perse che rischiano di essere rimpiazzate da anime malvagie.

Per sconfiggere il terrorismo è inutile continuare la corsa agli armamenti ed ostinarsi a sostenere le invasioni israeliane in Palestina solo perché bene o male hanno un modello di vita occidentale e sono stati pesantemente puniti dalla storia recente.

Il vero nemico della libertà è l’ignoranza, ed è quella che va combattuta con ogni mezzo e con tutte le nostre forze perché, che ci piaccia o no, questo mondo malato ce lo dobbiamo condividere tra tutti.