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Louisville. Talent scouts.

Avevo del tempo rimanente prima di incontrare i miei due ex compagni del college, così che lo impiegai gironzolando il piccolo Ohio State Park. Il vento soffiava molto forte e non riuscì a fare ciò che avrei voluto. Qualche foto panoramica della città, alcuni scatti al fiume e poi al caratteristico orologio del museo Colgate Palmolive.

Lo skyline di Louisville si ripresentò davanti a me mentre attraversavo il Big Four Bridge.

Alle mie spalle lasciavo lo Stato dell’Indiana che si ferma qualche metro di terra prima del fiume Ohio. Entrambe le rive bagnate dal corso d’acqua appartengono infatti allo Stato del Kentucky.

A quell’ora la città era deserta e questo mi consentì di oltrepassare downtown piuttosto velocemente. Volevo raggiungere il più in fretta possibile l’ippodromo di Churchill Downs dove si corre il leggendario Kentucky Derby. Essere a Louisville e non fare una visita ad una delle istituzioni sportive più antiche di tutti gli Stati Uniti lo consideravo un delitto.

Per raggiungere Churchill Downs dovetti spingermi fino alla Old Town ma, come detto, non essendoci traffico impiegai davvero poco tempo per arrivarci. La luce del sole veniva riflessa prima dalle vetrate dei grandi palazzi, poi man mano che mi addentravo nella periferia, dalle casette in legno bianche. Bianca era anche la lunga staccionata che delimitava la strada principale diretta all’ippodromo.  Parcheggiata la macchina rimasi subito colpita dalla statua in bronzo di un cavallo che galoppa verso la vittoria: Barbaro. Il suo nome a carattere cubitali spiccava fiero sul basamento.

Che emozione il Kentucky Derby. Nasce nel 1875 ed è una competizione per cavalli purosangue dell’età di tre anni che si corre sulla distanza del miglio e un quarto. Da allora si è svolta regolarmente tutti gli anni alimentando storie e leggende come quella del cavallo che detiene il record della gara, Secretariat, stabilito nel 1973 o quella di Barbaro appunto. Già, perché dedicare proprio a lui un monumento all’ingresso? Premesso che stiamo parlando di una tomba dove si trovano i resti dello sfortunato purosangue, è stata edificata all’esterno su volere dei suoi proprietari per dare così la possibilità a tutti di visitarla senza pagare il costo d’ingresso all’ippodromo. Il purosangue inglese nato il 29 aprile 2003 e deceduto il 29 gennaio 2007 è stato un campione imbattuto e che godeva di ogni entusiasta parere degli esperti che lo giudicavano un fuoriclasse assoluto. Ma il destino non guarda in faccia nessuno così che a seguito di una caduta al Preakness Stakes-G1 si distrusse la gamba posteriore destra fratturandola in tre punti. Subì diversi interventi ma alla fine dovette arrendersi alla laminite che nel frattempo si era presentata agli arti anteriori. Non potendosi più appoggiare a nessuna delle sue gambe i proprietari decisero di praticare l’eutanasia. Moltissime furono le persone che rimasero scosse dalla perdita dell’animale tant’é che il proprietario Roy Jackson dopo la morte del cavallo dichiarò: “Non so spiegare cosa abbia colpito l’immaginazione di tutti per questo cavallo, la gente ama gli animali e probabilmente ci sono tante di quelle cose negative nel mondo che alla fine si erano aggrappati a lui”.

Il tempo scorreva velocemente mentre nella mia immaginazione si susseguivano le immagini di leggendari cavalli, spinti al massimo da gloriosi fantini. Zolle di sabbia e terra sradicate dal suolo dalla potenza devastante scaricata al suolo ad ogni galoppata. Polvere e fango contrapposte alle facoltose signore dai loro eccentrici cappelli ed abiti dai colori sgargianti. Il nitrito delle bestie spinte al limite, lo schioccare dei frustini, le urla degli appassionati e degli scommettitori. Miriadi di emozioni compresse in pochi numeri. Profumo di rose, soldi e sapore di champagne nel palato dei vincitori. Delusione, polvere e rassegnazione nelle menti degli sconfitti.

Competizione è eccellere, l’eccellenza fa parte del percorso di evoluzione di una specie. I migliori, i più forti, si guadagnano il diritto alla sopravvivenza. Qualunque sia il punto di vista etico riguardo le competizioni trovo affascinante pensare che l’uomo sia riuscito ad incanalare in rappresentazioni sportive la forza della selezione naturale. Una sorta di esperimento da laboratorio.

Ripresi la macchina e lasciai dietro a me quel luogo sacro e mi diressi nuovamente verso downtown.

L’appuntamento con i ragazzi era in prossimità della gigante mazza da baseball sulla W Main Street. Non fu difficile riconoscere il palazzo in questione. Anche in questo sport le storie e le leggende hanno riempito pagine di migliaia di libri ed impresso altrettante pellicole. Nella memoria di ogni cittadino americano risuona il colpo sordo di una palla che colpisce la mazza ergendosi in aria oltre ad una rete. Oppure oltre una barriera o mentre si schianta sui lampioni dello stadio. Nel momento in cui rimane impigliata nel guantone di un giocatore o afferrata dai tifosi eccitati ed accalcati sugli spalti. Questo da tempo immemore o più precisamente da quando nel 1927 la leggenda Babe Ruth bussò alla porta della fabbrica di Hillerich & Bradsby e si fece costruire la R43 che gli consentì di battere il suo record personale. Quell’anno infatti furono sessanta i fuoricampo che fece. Gli eroi e le loro imprese vanno omaggiate, così che la stessa azienda produttrice delle epiche mazze Slugger  ben pensò di realizzare una replica della R43 alta 36.576 metri e pesante di 30845Kg. Quella appoggiata allo stabilimento di Louisville che stavo guardando.

Attendevo l’arrivo dei ragazzi e pensavo al lavoro che avevano scelto. Talent scouts. Bisogna avere vocazione nel girare il mondo in cerca di talenti. Trovare il giusto blocco di marmo da consegnare a scultori che dedicheranno il loro tempo, martellando e scalpellando, in attesa di scoprire se il materiale si plasmerà come un Donatello o si sgretolerà sotto i primi colpi. I dialoghi con i ragazzi per capire le loro velleità. Le parole di convincimento per i genitori. Le porte chiuse in faccia, le telefonate infinite. I giorni trascorsi seduti sulle tribune di legno o cemento dei college o delle università con il capo chino a raccogliere informazioni, a prendere appunti. Poi, tra tanti, il campione e la soddisfazione immensa d’averci creduto. Il merito di aver tracciato la strada che potrà intraprendere emergendo tra tanti. Un prezioso pass per praticare l’infinita ed entusiasmante corsa alla sopravvivenza della specie dove solo i migliori sono ricompensati.

Intanto che li aspettavo mi godei ancora un pò Louisville.

 

“E’ difficile battere una persona che non si arrende mai” (Babe Ruth)

 

La Maratona di Siviglia

La maratona di Siviglia grazie ad un percorso particolarmente veloce ed una meravigliosa città organizzatrice dal clima mite, si pone tra le più appetibili in campo europeo.

La vicinanza dall’aeroporto e le strutture ricettive a prezzi competitivi facilitano gli spostamenti dei runners che desiderano passare un weekend fuori mura, sfruttando al meglio la vocazione al turismo e le politiche ecologiche del capoluogo andaluso.

L’unico mezzo che transita tra le soleggiate vie del centro è un moderno tram, mentre gli amanti del romanticismo per visitare la città spagnola possono usufruire delle caratteristiche carrozze trainate da cavalli; queste ultime naturalmente a scopo prettamente turistico. Anche se fortemente sconsigliato in prossimità della gara, l’atleta visitatore avrà modo di fare lunghe passeggiate e scoprire così anche parte del percorso che dovrà affrontare a breve. La costante presenza di piste ciclabili inoltre facilitano lo spostamento in bicicletta, anche se è necessario acquistare un abbonamento nel caso in cui se ne usufruisse ed il prezzo non è molto conveniente. Per i runners le suddette piste ciclabili diventano anche preziosi spazi d’allenamento di rifinitura.

Nel periodo in cui si svolge la maratona anche il clima è decisamente favorevole, con l’umidità ridotta ai minimi termini e con temperature primaverili.

Il pre-gara culinario è favorito dalle centinaia di locali per tutti i gusti e tasche ed anche le panetterie pasticcerie offrono numerose soluzioni per la corretta assunzione di tutti i valori proteici necessari senza stravolgere le proprie abitudini alimentari. Sempre che, chi legge, segua una cucina mediterranea.

La partenza avviene in modo abbastanza ordinato presso la Avenida Carlos III mentre il guardaroba è situato presso lo Stadio Olimpico de La Cartuja

La Maratona di Siviglia è particolarmente spinta dagli organizzatori per la sua velocità e le percentuali di completamento molto alte ma attenzione soprattutto al primo incentivo in quanto si rischia davvero grosso. Vero è che in moltissimi corridori hanno superato la linea del traguardo ma al 35K, se non prima, parecchi hanno alzato bandiera bianca per proseguire camminando o addirittura fermandosi del tutto. La tentazione è quella di partire particolarmente veloci per poi trovarsi a metà gara con tempi molto bassi ma con un dispendio di energie che al fatidico muro rischiano di penalizzare il runner in modo significativo.

Nei punti ristoro simpatica l’iniziativa di far partecipare dei bambini nella distribuzione delle bevande e cibi vari, ma fortemente penalizzante la scelta di servire l’acqua in bicchieri di plastica e non in bottiglie. Riuscire ad ingerire una sufficiente quantità d’acqua, specie per favorire l’assunzione dei gel, è un’impresa biblica. Esperienza disastrosa.

In compenso il clima di gara è davvero piacevole specie negli ultimi 10K con il coinvolgimento di un pubblico molto numeroso, cui sostegno è costante dalla meravigliosa Plaza de Espana in poi.

Attraversando le vie centrali si sente ormai il profumo del traguardo che avviene all’interno dello stadio che offre un colpo d’occhio ragguardevole, anche in questo caso grazie alle tribune affollate che non si risparmiano certo in applausi ed incoraggiamenti rivolti ai corridori intenti a percorrere gli ultimi metri.

Con un fulmineo e banale click si ferma il nostro crono ed il nostro slancio. Il percorso che porta all’uscita è un lungo sotterraneo con numerosi punti di ristoro e l’incrementarsi di atleti ricoperti da coperte termiche rendono l’ambiente quasi surreale. La legnosità delle gambe connota inquietanti aspetti zombeschi ai maratoneti che si accingono a raggiungere i loro cari presso l’uscita.

Sfoggiando la meritata medaglia, naturalmente.

Nel complesso quindi è un’esperienza assolutamente positiva, sia per chi è alla ricerca di un significativo risultato sportivo che per chi vuole semplicemente portare a termine una maratona senza prestare particolare attenzione ai tempi.

Il percorso infatti è quasi esclusivamente pianeggiante (il più pianeggiante d’Europa) con addirittura qualche ingannevole discesa che incentiva ad aumentare i ritmi salvo poi pentirsene, come detto, alla fine.