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La sposa di Hội An

Le due amiche camminavano per le vivaci stradine di Hoi An guardandosi in giro.

A giudicare dai loro volti sorpresi non sembrava nemmeno che vi ci abitassero da sempre.

Erano nate e cresciute lì.

Figlie uniche di famiglie rispettate e conosciute di commercianti della piccola cittadina vietnamita, avevano entrambe avuto la possibilità di studiare. Una, la più carina delle due, gli aveva terminati.

Da bambine erano entrambe molto belle. Passato il periodo dell’adolescenza solo lei mantenne le caratteristiche di bellezza che la rendevano la donna tra le più affascinanti del paese; a differenza sua l’amica non badò molto alla cura della propria persona rendendo superfluo ogni privilegio naturale. Quest’ultima, forse consapevole di questo fatto, aveva sempre accettato il ruolo di amica della più bella della città senza farsi prevaricare da forme di invidie e gelosie.

Alle due giovani piaceva mischiarsi ai turisti di Hoi An, che negli ultimi anni erano aumentati in maniera esponenziale e, come loro, attraversare il ponte nuovo, fotografarsi vicino all’altro ponte, quello coperto giapponese ed affacciarsi ai negozi che si trovavano lungo il fiume. In particolare quello delle lampade, il più simbolico e caratteristico. Specie la sera, quando gli oggetti esposti illuminavano i piccoli mercatini.

Le lanterne e le candele di Hoi An bruciavano le loro fiammelle quasi ovunque; anche adagiate sul canale e dal quale venivano trasportate chissà dove. Il fuoco sfidava l’acqua ardendo fiero su di essa. Si sedettero su una panchina ad osservarle mentre scorrevano sotto i loro occhi e quelli dei passanti. Tra questi qualcuno faceva delle foto, come due turisti occidentali preoccupati che qualche imbarcazione ormeggiata nei paraggi non venisse incendiata dalla processione di lumi; di fianco alla panchina dei ragazzi praticavano un gioco dall’aspetto elementare ma molto divertente a giudicare dalle risate e dagli schiamazzi dei partecipanti.

Anche il modo di stare seduto delle due amiche faceva notare come negli anni si fossero formate in modo differente: gli atteggiamenti di una la facevano sembrare una principessa, l’altra un maschiaccio libera di fare ciò che meglio credeva. La felpa con il cappuccio, i capelli corti, le movenze, potevano trarre in inganno addirittura sulla sua sessualità. Pensare che da bambina era sempre ricoperta dal suo vestitino preferito in tulle rosa. Dall’alto del poggia schiena della panchina dove si era seduta si rivolse alla sua amica.

– Sicura che lo vuoi sposare?

– Che domande, certamente.

Nel porle la domanda aveva assunto un timbro di voce profondo e serioso che le aveva fatto perdere anche l’ultimo tocco di femminilità rimasto.

– Insomma è arrivato il momento. Chissà, magari adesso ci divideremo, non ci vedremo più…

– Ma che dici? Siamo cresciute assieme, siamo amiche da sempre. Lui sarà mio marito, tu rimarrai una sorella. Perché siamo sorelle vero?

Il nero delle tenebre si faceva sempre più intenso ma a sfidarlo ci pensavano le piccole fiammelle che continuavano a bruciare instancabili.

– Insomma sei sicura. Ne abbiamo già parlato e non voglio farti credere che io sia contraria. Potresti pensare che io sia invidiosa di te ma…

– Ma che dici?

Venne interrotta per un attimo dall’amica e riprese a fatica il discorso.

– Sai che suo padre era un violento. Qui ad Hoi An lo conoscevano tutti. Le urla di sua moglie erano solite svegliare i vicini di casa nel cuore della notte. Lui tornava a casa ubriaco e si metteva a picchiare qualunque cosa gli capitasse a tiro. Scusa forse non dovrei ricordartelo proprio adesso…

Entrambe guardarono il pavimento di freddo cemento per qualche secondo. La futura sposa annuì con il capo e sospirò forte.

L’amica, pur rischiando di provocare una rottura nel rapporto, non si fermò

– Lo dico per te. Davvero. Quella è una famiglia di matti. Se ti mette ancora le mani addosso giuro che…

Questa volta venne bruscamente interrotta

– Non capiterà più! Capito?

L’amica rispose stizzita e decisa. Riprese il controllo di sé nel ribadirlo

– Non succederà più. Lui è un bravo ragazzo. E’ successo una volta soltanto che alzasse le mani su di me. L’ho perdonato. Ci siamo parlati. Poi è una storia passata ed in fin dei conti me la sono andata a cercare. Non avrei dovuto dare troppa attenzione al tipo del cinema

Era davvero convinta di quello che stava dicendo, anche se non era la prima volta che quello che sarebbe diventato il suo futuro marito l’avesse molestata fisicamente. La fragile bellezza della ragazza era stata più volte violata con lividi che aveva sempre faticosamente nascosto. Ma se i segni sul corpo in qualche modo si possono occultare, quelli dell’anima e dello sguardo rimangono indelebili agli occhi di chi ci ama davvero.

Rientrando verso le loro case le due amiche si soffermarono a guardare una coppia di novelli sposi mentre si facevano fotografare da un giovane intento a dirigere la scena ed istruire l’assistente su dove posizionare il fascio di luce.

– Guarda, ha l’abito come il tuo!

Ormai i discorsi seri erano scivolati via come i lumini sull’acqua del fiume. Ma esattamente come quei fuochi continuavano ad ardere nel cuore preoccupato della novella sposa di Hoi An.

– Sì. E’ esattamente come il mio.

Le rispose.

 

Non sposare un uomo violento: i bambini imparano in fretta
(Slogan sulla violenza contro le donne)

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La Mezza Maratona di Torremolinos

Visto il percorso non proprio velocissimo e la modesta dimensione della località balneare spagnola, la mezza maratona di Torremolinos è da considerarsi una di quelle gare di seconda, terza fascia.

Abbastanza comodamente raggiungibile dalla vicina Malaga la gara si corre i primi di febbraio e può essere usata come test di allenamento in vista delle più rinomate mezze o maratone di aprile.

Nonostante il mese invernale in cui si svolge il clima è abbastanza mite ed adatto alla corsa. Discreta l’affluenza di pubblico, sempre partecipativo come avviene abitualmente in Spagna, anche se la manifestazione attrae principalmente e quasi esclusivamente atleti, corridori ed addetti ai lavori più che gente comune.

Gli stranieri più presenti sicuramente gli inglesi che si presentano al via con numerosi gruppi organizzati.

La partenza avviene presso la pista di atletica dello stadio comunale di Torremolinos dove i più veloci devono sgomitare un po’ per posizionarsi nelle prime file che consentono loro di non essere rallentati. Essendo una competizione non troppo partecipata chiaramente non sono predisposti wave, quindi chi prima arriva meglio alloggia. Almeno così dovrebbe essere perché anche alla partenza delle gare podistiche c’è sempre chi cerca di infrangere le regole della fisica impegnandosi nella difficile impresa di oltrepassare i corpi solidi che interferiscono tra lui ed il nastro del via.

Prima di recarmi sul posto ho cercato filmati o informazioni riguardanti il tracciato con l’intenzione di preparare una strategia di gara, ma non ho trovato nulla. Preferendo risiedere a Malaga anziché Torremolinos, non ho avuto modo di testare nemmeno parte delle strade che avrei dovuto affrontare. Il fattore sorpresa non aiuta certamente, sia nella strategia di gara che mentalmente.

Già alla prima curva usciti dallo stadio un disguido: una strettoia che costringe la maggior parte dei corridori a rallentare a tal punto da camminare. Ecco il perché in molti hanno spintonato alla partenza per garantirsi la prima fila.

Dopo questo intoppo parte il pendio. Una prima parte di mezza maratona velocissima dove, prendendo di riferimento anche la condotta di gara di alcuni locali, ho usato il freno per cercare di non disperdere tutte le energie in discese forsennate ed in attesa di ciò che mi sarebbe aspettato in seguito.

Sbagliato.

Nella parte centrale, quella visivamente più attraente con un passaggio sul lungomare e completamente piatta, mi sono accodato con non troppa disinvoltura, ad una ragazza dai tempi ben lontani di quelli del mio personal che resiste ancora da quel di Bonn e che nel mondo della mia fantasia avrei voluto battere a Torremolinos. Il cronometro diceva che la nostra andatura era da maratona più che da mezza. Lentissimi.

Strategia sbagliata nuovamente.

Solo all’ultimo tornante prima di entrare nella terza fase di gara ho cominciato a correre nelle mie possibilità ed ho guadagnato metri su metri sulla ragazza alla quale avevo tenuto la scia e che mi aveva fatto perdere molto tempo. L’ultima parte di gara ripresenta tutte le discese affrontate all’inizio sotto forma di salite ovviamente. Quindi, vero è che risparmiare energie serve a superare queste insidiose pendenze, vero è anche che essendo il sottoscritto allenato per la maratona, in salita avrei fatto più o meno gli stessi tempi con o senza energie da spendere. Quindi la tattica migliore sarebbe stata quella di tirare come un pazzo nelle prime due parti di gara e mantenere un ritmo lento costante nei chilometri finali.

Fatto sta che questa mezza maratona è stata archiviata con un tempo insoddisfacente ed un’esperienza in più da raccontare.

Per quanto riguarda il discorso gadget, sponsor ed organizzazione non si sono risparmiati con una caratteristica e variopinta medaglia finale, una t shirt tecnica ed un telo mare. Tanto per completezza di informazione, non che la scelta delle gare ricada sulla qualità o l’abbondanza dei gadget chiaramente.

Avete appena letto il resoconto di un consapevole podista amatoriale senior dalle irrilevanti tempistiche, quindi prendete le mie informazioni come spunti per le vostre future esperienze. Dei primi obiettivi da raggiungere se siete principianti alle prime armi oppure con pietà e tenerezza se siete professionisti o giovani fuoriclasse.

Cap.2 Ti troverò a Manhattan

A questo punto, vista la vicinanza con Wall Street non mi rimase altro da fare che raggiungere la statua del toro che tra l’altro fu realizzata dall’artista connazionale naturalizzato Arturo Di Modica. Quella scultura servì a distrarmi per qualche momento.

Mi giocai ancora una carta prima di mollare tutto e chiesi informazioni a delle persone che attendevano il proprio turno prima di farsi fotografare assieme ai due soggetti di bronzo; l’enorme toro minaccioso e l’impavida piccola bambina dinanzi a lui in atteggiamento irremovibile. Non trovai nessuna risposta utile ovviamente, ma l’immagine della sfida impari rappresentata dalla statua riaccese in me la voglia di venire a capo di questa storia.

Ero andato a New York per trovare questo maledetto F.C. e l’avrei trovato. Non persi altro tempo a fare domande a persone evidentemente inadeguate e puntai dritto verso la West Street dove avrei trovato la sede del New York Post. Lì sicuramente qualcuno avrebbe potuto aiutarmi con informazioni più dettagliate. Così fu e non senza scomodare più di qualche persona riuscì ad incontrare un giornalista ormai prossimo alla pensione che non conosceva personalmente F.C. ma di cui si era occupato diversi anni prima per un furto che aveva subito nella casa in cui viveva a Manhattan nella Upper West Side sulla 77ma. In un primo momento mi stupì il fatto che un giornale così importante si occupò di un furto senza particolari eclatanti se non quello di una porta forzata con un grimaldello e oggetti di scarso valore sottratti al proprietario, ma la motivazione era che il ladruncolo inesperto pare ci sia arrivato violando il cortile esterno del Museo di Storia Naturale. Quella sicuramente era una notizia vendibile.

Mentre lo raccontava il giornalista prese un pesante raccoglitore da un vecchio armadio e lo aprì esibendomi la pagina con il ritaglio ben conservato dell’articolo a sua firma. Finalmente avevo conosciuto il viso dell’individuo che stavo cercando e la foto, questa volta, era inequivocabilmente la sua. Ringraziai e corsi letteralmente a prendere la metropolitana blu che mi avrebbe portato fino all’81ma, fermata Museum of Natural History.

Durante il tragitto mi lasciai trasportare dalla contentezza. Guardavo la fotocopia dell’articolo e pensavo che mi stavo avvicinando allo scrittore. Cosa gli avrei detto? Cosa avrei fatto una volta davanti a lui?

Arrivai a destinazione dopo qualche minuto di viaggio che i miei pensieri avevano reso decisamente più corto di quanto fosse nella realtà. Salì in fretta le scale della fermata della metropolitana e sbucai esattamente difronte al museo. Lasciai il verde Central Park alle spalle con la promessa di farci un giro il prima possibile e mi fiondai verso la casa dello scrittore. Mi aprì la porta una signora anziana molto gentile ed altrettanto sorda che in un primo momento non realizzò lo scopo della mia visita. Mi fece accomodare all’interno della modesta casa di due piani e venni quasi colto da un tremore quando attraversando lo scuro corridoio che odorava un misto tra lilium e muffa vidi una gigantografia in bianco e nero che ritraeva F.C. in compagnia delle tre figlie o nipoti che fossero. Una foto degli anni 80 in cui le ragazzine avranno avuto dalla più piccola cinque alla più grande dodici anni mentre lo scrittore almeno cinquanta. Con fatica, davanti ad una finestra che guardava uno scorcio di Central Park chiesi se fosse in salute e se abitava in quella casa. La risposta arrivò quando la signora mi porse delle zollette di zucchero da mettere nel che mi aveva precedentemente versato in vecchie tazze di ceramica bianche e rosa segnate da evidenti macchie che la bevanda filtrata aveva rilasciato negli anni. No, non abitava più lì.

Preso dallo sconforto mi sedetti sulle poltrone, anche quelle visibilmente macchiate, mentre la signora centellinava le informazioni intervallandole con spiegazioni riguardando i suoi fiori, la sua giovinezza passata nel Queens ed il suo vecchio amore perduto nella guerra di Corea. In tutto questo ancora non avevo capito cosa rappresentasse l’anziana signora nella vita di F.C. ma sicuramente non era la moglie. Forse una sorella, una cugina. Non m’interessava nulla di lei, obiettivamente, volevo solamente trovare una conclusione alla mia folle storia. La nostra conversazione, che in realtà era a senso unico ed alimentata solo dalla signora dai capelli bianchi e dalla vestaglia di lanetta, finalmente giunse al termine così da darmi la possibilità di avvicinarmi all’uscita di casa, ringraziare e scendere le scale. Ci sarei tornato il giorno seguente, magari avrei trovato qualcun altro più lucido dal quale ricevere le informazioni cui andavo cercando. Quando la porta stava ormai per chiudersi alle mie spalle venni fermato dal deciso richiamo della signora che mi volle salutare con un abbraccio e con un bacio sulla guancia. Mi ritrovai nelle mani anche dei cioccolatini dall’aspetto storico. Chissà, magari il museo adiacente aveva inglobato la casa ed il suo contenuto.

Lexington Avenue. Tra la 57ma e la 58ma. Era lì che avrei trovato lo scrittore.

Me lo disse come se per tutti i minuti precedenti si fosse presa gioco di me. Mi diede l’informazione più importante di tutto l’oro del mondo una volta terminato il nostro imbarazzane ma affettuoso abbraccio e poco prima di sparire dietro al portoncino verde.

Aspettai il giorno dopo per raggiungere l’abitazione di F.C. e non lo feci nemmeno subito. Prima mi concessi un giro al Central Park dove mi fermai a sfogliare qualche pagina del suo libro che ormai avevo quasi completamente usurato. Ero sereno. Feci una passeggiata lungo la 5th Avenue ad osservare tutta la ricchezza ed opulenza esistente in quella via per poi ricercare nuovamente il silenzio all’interno della Saint Patrick Cathedral che però non mi fu concesso a causa di una celebrazione. Altri passi lungo la 5th Ave. mi portarono a visitare la Biblioteca prima e la bellissima Grand Central Station poi.

Avevo passato la mattinata a gironzolare a piedi per Manhattan immaginando la quotidianità dello scrittore che aveva alimentato la mia fantasia e di chissà quanti bambini in mondi e circostanze completamente diversi dal suo. Era ovvio che un bambino cresciuto in un contesto campestre, dove la luce fioca dei lampioni è appannata dalle lunghe foschie invernali, venisse attratto da luoghi incredibili ed inavvicinabili. Solo ora realizzavo che furono concepiti in contesti esistenti.

Nel primo pomeriggio mi ritrovai davanti ad un’altra porta. Davanti a me questa volta non comparve un’anziana signora con l’alzheimer bensì una bellissima e giovane ragazza dagli occhi grandi e luminosi ed i capelli corti che risaltavano le caratteristiche del viso che in quel istante era piacevolmente sorridente. Dopo una mia breve presentazione mi fece accomodare in un gigante e lussuoso appartamento circondato da grandi vetrate e la pavimentazione in marmo e parquet di legno chiaro.

La signorina indossava una maglietta di cashmere marrone a maniche corte ed un paio di pantaloni beige che mettevano in risalto la sua aggraziata femminilità. Scomparve per qualche istante lasciandomi solo nel salone che nell’attesa cominciai a scrutare. C’erano mobili laccati prestigiosi ed essenziali e nessun oggetto riposto sopra di essi, eccezion fatta per una statuetta proveniente da chissà dove; un caminetto moderno protetto da una lucida lastra di vetro, pochissime foto contenute in cornici molto sobrie. Due quadri d’arte moderna di dimensioni considerevoli. Si respirava profumo di pulito.

Presto la ragazza ricomparve con un bicchiere riempito d’acqua e con sottobraccio un signore di almeno novant’anni. Camminavano lenti verso di me; lei attenta a non far fuoriuscire il liquido dal bicchiere, lui prestando attenzione ai suoi passi. Eccolo! Era F.C. lo scrittore che mi aveva spinto a fare l’unica vera grande pazzia della mia vita. Aveva il viso scavato ma oltre agli inevitabili segni dell’età sembrava sano e curato. La sua testa aveva perso le rotondità della giovinezza ma aveva mantenuto una chioma di capelli bianca e ben pettinata.

Era vestito con dei larghi pantaloni grigi stretti da una cintura nera ed una maglietta bordeaux. La sua figura trasmetteva spensieratezza mentre curva guardava perlopiù il pavimento. La vista l’aveva abbandonato quasi del tutto. Lasciai parlare la ragazza che era sua nipote, la più piccola delle tre. Lui non ebbe mai figli e fu accolto a casa della sorella, madre della ragazza con cui stavo conversando. Mi spiegò amabilmente che la signora che avevo incontrato nella Upper West Side era la domestica che aveva seguito per lunghissimi anni le faccende di casa dove abitava il signor F.C., finché arrivò il giorno in cui uno non era capace di badare all’altra e viceversa. Decisero di lasciarla vivere nel luogo in cui aveva passato gran parte della sua vita in segno di gratitudine.

I soldi non mancavano di certo in famiglia e nulla cambiava con una proprietà momentaneamente disponibile in meno. Durante la conversazione lo zio pareva completamente assente salvo poi intervenire di tanto in tanto con frasi che si riferivano a personaggi del suo passato o eventi racchiusi nella sua memoria o fantasia. In realtà F.C. non riuscì a mantenersi con i ricavi dei suoi libri e non raggiunse la fama. Anzi, mi disse la nipote mantenendo una accomodante gentilezza, suo zio non si riteneva nemmeno uno scrittore. Mentre mi passava alcune foto in bianco e nero ritraenti lo studio in cui F.C. scrisse i libri, mi spiegò di quanti lavori dovette cambiare prima di trovare un po’ di serenità. Era un’artista e dalle foto si capiva il carattere eccentrico di quel uomo. Sopra alla sua scrivania, collocata in una posizione apparentemente senza senso in mezzo al grande studio, erano presenti due Nikon F meccaniche ed una macchina da scrivere Olivetti lettera 32; al centro della stanza un treppiede di legno con uno straccio penzolante ed una tela dipinta a metà; colori a tempera, pennelli di varie misure e barattoli di vernice un po’ ovunque, grandi fogli arrotolati, casse in legno contenenti chissà cosa. Una radio con lo sportellino del mangiacassette aperto. Sorridemmo assieme nel commentare tutta quella confusione e creatività.

Mi sarei fermato ancora per ore ed ore a parlare con quella meravigliosa fanciulla ma si era fatto tardi ed avevo raggiunto il mio obiettivo. In fin dei conti andare alla ricerca dello scrittore era stata una scusa per rivivere la mia infanzia, per immergermi nuovamente in un mondo di avventure che non mi apparteneva più da troppo tempo. In fondo la mia nuova vita doveva ricominciare con un simbolico tributo alla persona che mi aveva regalato così tante e, fino ad allora uniche, emozioni.

Salutai la ragazza ed il vecchio scrittore. Lui, incentivato dalla nipote, contraccambiò con involontaria allegria. Poi andandomene presi dal mio borsone il libro Alice in Manhattan e riguardai soddisfatto e commosso la dedica scritta qualche istante pima dell’addio dalla mano tremante del suo autore:

Solo coloro che possono vedere l’invisibile, possono compiere l’impossibile!*

*Patrick Snow

La bambina di Saigon

La bambina animava con la sua presenza la piccola abitazione al centro di Ho Chi Minh.

I suoi acuti non riuscivano comunque ad interferire con il rombo incessante del passaggio dei motorini che a milioni sfrecciano ogni secondo tra le strade. La mamma quel giorno era indaffarata ad inseguire senza successo la piccola nella speranza di farle indossare l’ultimo capo del suo abitino da ballo. Si era fermata stremata mentre sua figlia correva ininterrottamente a destra e sinistra, eccitata per la recita alla quale da lì a poco avrebbe partecipato. Rassegnata con in mano il cerchietto da metterle in testa, le antenne da coccinella, aveva cercato comprensione nello sguardo del suo anziano padre, che a dispetto del trambusto se ne stava seduto tranquillo in un angolo della stanza ad osservare sornione, forse divertito, figlia e nipote.

A lui bastò un lieve cenno di capo per tramettere che c’era ben poco da fare con quel piccolo terremoto. Gli occhi del vecchio tradivano profondo amore nei confronti della nipotina e di quella ingenua e chiassosa infantilità che nella casa e non solo, coinvolgeva tutti.

Molte delle abitazioni  di Ho Chi Minh sono molto strette e costruite su due piani. Il piano terra viene utilizzato come attività commerciale ed è frequente vedere un officina di moto allestita in uno spazio che potrebbe essere un soggiorno, oppure un bar in cui ci si parcheggia la macchina.

Questo avveniva anche a casa della nostra piccola protagonista dove il padre si stava occupando di riparare uno scooter Honda che a suon di buche e chilometri aveva cominciato a perdere olio. Abbandonò per un attimo il motore su cui stava lavorando e, dopo essersi alzato, appoggiò lo straccio sul cassone portapacchi della moto cui pubblicità prometteva consegne rapide di cibo; si affacciò quindi alla scala a chiocciola che portava al piano superiore della casa; urlò qualcosa rivolto verso la tromba delle scale in modo che potesse dare ancora più volume alle sue parole. Si sentì qualche passo e poi il silenzio.

Evidentemente il padre, che tornò a dedicarsi alla moto, aveva minacciato qualche punizione nel caso in cui sua figlia non si fosse calmata.

La bambina non volle comunque  indossare il cerchietto e si lanciò tra le braccia del nonno a cercare conforto e protezione dopo aver subito le dure parole del padre. L’anziano signore ogni volta che teneva tra le braccia la piccolina pensava sempre a quando fu lui a diventare padre per la prima volta. Sua moglie non c’era più. Era morta qualche giorno prima che nascesse la nipotina a causa di un cancro che l’aveva tormentata per qualche anno. Erano sopravvissuti ai bombardamenti degli americani rintanandosi sotto terra e vivendo come topi finché gli invasori non li lasciarono definitivamente in pace, ma la malattia invece non le aveva dato scampo. Lui più invecchiava più pensava ai giorni della fatica, dello scavare trincee e strisciare nei cunicoli tra il fischio delle bombe nemiche che nel frattempo in superficie radevano al suolo uomini, animali, piante e qualsiasi cosa dall’aspetto vivente o meno; non lasciavano molto spazio all’amore. Eppure proprio in quel periodo conobbe la donna che avrebbe sposato. Era minuta ma molto decisa e forte. Una combattente sconfitta dalla malattia che forse era la maledizione lasciata dai soldati americani morti sul suolo vietnamita.

La guerra tradizionale, per quanto crudele e spietata, paradossalmente si può fronteggiare e combattere nella speranza di sopravvivere, ma il consumismo con il proliferare di fabbriche ed industrie inquinanti, le sostanze tossiche riversate nelle falde acquifere, le polveri sottili di camion, macchine e motorini sembrano inarrestabili. Colossi di cemento che attaccano l’uomo con armi invisibili.

Una visione tragicamente realistica del mondo in cui viveva che pareva vulnerabile solo dagli affettuosi abbracci della sua nipotina. La nuova generazione difficilmente potrà far peggio di quanto fatto da quelle precedenti. Pensò.

Passò qualche minuto e la bambina scese le scale vestita di tutto punto pronta per essere portata a destinazione dove si sarebbe esibita da lì a poco. Essere tenuta per mano dalla mamma frenava la sua vivacità che però non riusciva a trattenere completamente. Scuoteva infatti la testa in modo da far dondolare le antenne da coccinella.

Le due, dopo aver salutato il resto dei familiari, si misero in cammino tra le caotiche ed inquinate vie di Saigon in direzione del teatro all’aperto dove ad attenderle avrebbero trovato la maestra di ballo e tutti i compagni di scuola che avrebbero aderito alla recita.

 

L’ignorante è nemico di se stesso

La guida raccontava con passione al centro della piazza il significato di foro ovale e cardo massimo. In quello stesso  punto lo circondavano prestandogli il meritato interesse un gruppo di turisti, di cui io stesso facevo parte.  Accompagnava le sue parole con ampi gesti che indirizzavano gli sguardi alle meraviglie circostanti. Le persone erano serie ed incantate nel guardarsi intorno; muovevano il capo all’unisono nel individuare gli aspetti che venivano di volta in volta indicati dall’esperto cicerone.

Le uniche teste che non si spostavano nella direzione di quelle del gruppo erano la mia e quella di un maniaco del telefono ossessionato dalla carenza di segnale.

Nonostante il sito archeologico di Jerash sia incredibilmente affascinante e ben conservato, ero distratto dalla presenza di una ragazza che già avevo notato nei giorni precedenti e che mai ebbi occasione di conoscere. Capelli scuri raccolti, occhiali scuri, espressione imbronciata, snelle linee del corpo definite da un piumino ed un paio di jeans stretti neri.

Un primo contatto mi fu impedito dalla presenza dei genitori che risultava abbastanza anomala visto che la figlia pareva aver superato l’adolescenza da un bel po’. Pensai che al mondo esistono famiglie molto unite. Forse esageratamente unite. Il mio pensiero però non si focalizzò a stabilire quale modello di famiglia risultasse più anormale perché preferivo concentrarmi sulle movenze della ragazza e sul paesaggio edilizio circostante. Mi entusiasmavano entrambe le cose.

Le prime parole gliele rivolsi al Tempio di Giove dove si era fatta scattare alcune foto dal padre. Fu quest’ultimo a chiedermi la cortesia di immortalare la loro famiglia. Prima di passarmi la macchina dedicò alcuni secondi al rito di spiegazione d’utilizzo, come se non ne avessi mai usata una. Non mi piacque il suo approccio altezzoso ma l’interesse per sua figlia non era diminuito, anzi. L’immagine della famiglia ricca, felice e spensierata in posa, appoggiata ad una delle grandi colonne del tempio con lo sfondo del foro ovale, sarebbe probabilmente finita tra le altre decine di foto di viaggio dalle lucide cornici d’argento esposte nel loro enorme soggiorno. La figlia si soffermò un po’ più a lungo dei suoi genitori al tempio ed io ne approfittai per rivolgerle le prime parole. L’unico sorriso che le vidi fare fu durante lo scatto della foto. Un sorriso superficiale. Poi,  anche noi ci incamminammo in direzione delle Chiese di Pietro e Paolo. La zona circostante, oltre ad ospitare i maestosi resti della città romana, offriva un paesaggio verde e fertile; passeggiare tra quelle rovine faceva pulsare il mio corpo, scosso dai fantasmi degli abitanti dell’epoca. Camminare vicino a lei mi faceva sentire un fanciullo con indosso una tunica bianca e dei semplici sandali alla corte della musa del villaggio che non distoglie lo sguardo dall’orizzonte per non rivelare alcun sentimento.

Parlando con lei del più e del meno ebbi conferma che la mia idea iniziale riguardo la sua famiglia era esatta.

Quando raggiungemmo gli altri la guida aveva cominciato da qualche minuto ad illustrare l’architettura delle due chiese. Qualcuno del gruppo cominciava a perdere l’attenzione ed esaurito lo stupore iniziale ci furono i primi commenti, a mio avviso, idioti. La prima considerazione riguardava il fatto che non ci fossero abbastanza indicazioni per segnalare i pericoli o balaustre a delimitare zone sconnesse, cosa che in Italia sicuramente non sarebbero mancate.  Non proferì parola ma il mio volto probabilmente non riuscì a nascondere un espressione piuttosto contrariata visto che la mia nuova amichetta se ne uscì dal nulla sostenendo che, in fin dei conti, avevano ragione a pensarla così. La mia idea invece era che gli italiani fossero abituati ad uno Stato esageratamente assistenzialista e che non fossero vergognosamente in grado di fare mezzo passo da soli senza qualcuno che indichi loro un gradino da salire o una buca da evitare. La mia frase risultò un granello di zucchero finito in un ingranaggio già di suo poco oliato o almeno così pensai. In realtà alimentai una discussione che avrebbe preso pieghe ben più ampie con il proseguo della visita che nel frattempo ci aveva portato alla cavea del teatro meridionale che con la sua bellezza aveva offuscato l’episodio precedente. Io e lei ci trovammo fianco a fianco ad arrampicarci sulle ripide gradinate. Non so se per fortuna o meno, il mio cervello elabora gli antichi e consumati oggetti in fantasiosi restauri dinamici. Immaginavo il teatro strabordante in attesa di qualche evento, con le persone sedute sulle loro poltroncine scolpite nella pietra. Il gruppo si era disunito alla ricerca del punto di vista migliore dove scattare delle foto o per riposarsi. Caratteristica fondamentale e geniale degli antichi teatri è sempre stata la perfetta resa del suono. La prima fila e l’ultima, senza alcun espediente elettronico, avevano la stessa percettibilità d’ascolto. Riuscì a goderne l’effetto dapprima ascoltando la piccola orchestra che si stava esibendo in nostro onore e poi nell’intercettare un dialogo tra i genitori di lei ed alcuni anziani signori seduti nelle prime file, probabilmente ignari che le loro idiozie potessero ampliarsi alle orecchie di tutti. La scintilla fu una battuta sugli orchestranti che poi diventò materiale fertile per dibattere sull’invasione degli extra comunitari in Italia. I signori che stavano affrontando il discorso provenivano dal nord est, zone particolarmente inclini ad indipendenze ed autonomie. In quel frangente non fu la mia espressione a tradirmi ma un commento vero e proprio che, per evitare posizioni dirette poco diplomatiche nei confronti del padre di lei, si limitò ad un non sono d’accordo.

E’ vero, esiste un problema, ma l’atteggiamento superficiale e superiore che hanno certe persone nell’affrontarlo è irritante. Dissi.

La ragazza dal canto suo non poteva certo discostarsi dagli insegnamenti familiari ed incominciò ad elencarmi tutti i disagi che lei e la sua famiglia stavano sopportando a causa dell’incessante occupazione di profughi e migranti. L’aumento della microcriminalità, il degrado, la disoccupazione e tutto il resto cui la televisione ci informa quotidianamente. La discussione giunse  fino al Tetrapylon meridionale dove la guida ci lasciò un po’ di spazio per continuare a parlarne.

Sostenere la tesi ognuno a casa sua all’interno di una città romana distante 3.914Km da Roma, che raggiunse il suo apice proprio nell’epoca in cui fu dichiarata colonia, era di una imbecillità apocalittica. Essere momentaneamente disturbati dallo sbarco di centinaia di persone provenienti  dai territori africani ed asiatici dopo che nei secoli l’Europa ha colonizzato, convertito, schiavizzato e saccheggiato le loro risorse è condizione da limitati mentali.

Pensare che la propria libertà ed autonomia debba essere sdoganata a suon di bombe intelligenti lanciate da un Paese che nasce grazie all’insediamento di galeotti, schiavi neri d’Africa e sulle ceneri del genocidio dei nativi americani è semplicemente da ignoranti. Recita un proverbio arabo: l’ignorante è nemico di se stesso.

Superati i bagni alimentati da un astuto sistema ingegneristico come tradizione romana vuole, la guida si soffermò vicino ad una colonna presente al Ninfeo.  Sapientemente fece notare al gruppo, finalmente riunito ed attento alla spiegazione, di come all’epoca fossero attenti agli eventi sismici. Così inserì una penna in una fessura presente alla base della colonna e con un appena accennato movimento creò il dondolio a dimostrarne la plasticità delle opere, studiate proprio per contrastare i terremoti.

Prima di giungere all’arco di Adriano calpestammo la sabbia dell’ippodromo, dove immaginai le furiose sfide tra i nitriti dei cavalli e le urla dei condottieri, acuti tra l’ovattato boato della folla.

L’Antico Romano Impero, la Magna Grecia, l’Egitto… L’eredità dell’inestimabile grandezza culturale di questi popoli è giunta ai giorni nostri completamente sbriciolata. Tritata. Inesistente.

Essa sopravvive nella frustrazione di chi ogni giorno combatte contro l’inciviltà e l’ignoranza.

Inutilmente. Pensai mentre il pullman lasciava dietro a noi Jerash.

 

La ragazza? Il giorno seguente c’è stato un’ulteriore diverbio sulla comodità dei materassi italiani rispetto a quelli giordani. Ma stavolta le ho dato ragione.

Vi è molto di folle nella vostra cosiddetta civiltà.
Come pazzi voi uomini bianchi correte dietro al denaro, fino a che ne avete così tanto, che non potete vivere potete vivere abbastanza a lungo per spenderlo.
Voi saccheggiate i boschi e la terra, sprecate i combustibili naturali.
Come se dopo di voi non venisse più alcuna generazione, che ha altrettanto bisogno di tutto questo.
Voi parlate sempre di un mondo migliore mentre costruite bombe sempre più potenti per distruggere quel mondo che ora avete.

Tatanga Mani, capo indiano della tribù degli Sioux Oglala, conosciuto come Toro Seduto

Havana: La memoria è vita

L’uomo è seduto nel cortile della sua umile e decorosa abitazione.

Nonostante i suoi limitati movimenti indossa ancora un percettibile fascino dovuto ai capelli bianchi; alle sue rughe.

E’ lì, come un vecchio relitto spiaggiato, arrugginito; mosso di tanto in tanto dalle onde del mare che nella navigazione l’hanno sospinto per infinite miglia. Ora lo tormentano, lo consumano. Senza tregua.

La sedia su cui poggia stanco è essenziale. Riverniciata.

L’uomo ha scelto di vivere nella semplicità privandosi di molte comodità.

La privazione di oggetti superflui gli occidentali la percepiscono come povertà.

Per lui, che decise di rimanere a Cuba anche dopo la dipartita degli americani, la ricchezza è sempre giaciuta negli occhi neri della sua compagna; un tesoro luccicante che traspariva nel suo sorriso, nelle sue graziate movenze.

Ora è molto magro. La camicia azzurra di lino che qualche anno fa indossava orgogliosamente veste abbondante. Anche i pantaloni sono tenuti stretti in vita da una cintura a cui sono stati aggiunti dei fori.

La malattia lo sta consumando lentamente.

Il suo sguardo è puntato al grande lenzuolo bianco che sta stendendo sua figlia. Di lei si intravedono solo i polpacci color miele che spuntano nella parte inferiore della biancheria. Compaiono le mani dalle dita affusolate, di tanto in tanto, impegnate ad appendere altri indumenti.

La ragazza in braccio tiene un bambino di pochi mesi. Anche lui, come il nonno, non è consapevole  di cosa stia succedendo. Si lascia cullare dai movimenti della madre ed esplora la propria piccola bocca con la manina destra.

La scatola dei ricordi del bambino è quasi vuota ma, giorno dopo giorno, una nuova esperienza ne occupa un angolino. Anche quella del nonno è quasi completamente vuota; con un procedimento inverso però. Tutto è andato perso, un pezzettino alla volta, come se un’inafferrabile mano col passare del tempo raccogliesse ogni parte del contenuto e lo gettasse via. Nel vuoto.

Non potrà mai raccontare al bambino, come fece con sua figlia, di quando Cuba era un’isola ricca. Luminosa. L’Havana è sempre stata luminosa ad onor del vero, ma nel periodo in cui gli americani la facevano da padrone lo era artificialmente. Era un periodo di trasgressione, rum, belle e facili donne; macchine lussuose dalla carrozzeria scintillante ed abiti in lino bianchi. Lo spagnolo e lo slang si mischiavano tra le nuvole di fumo dei sigari cubani e si facevano bere nei bicchieri di cristallo a bordo dei tavoli verdi.

Ai margini di questa società, presso una fabbrica di lavorazione di zucchero di canna, conobbe la persona più importante della sua vita. La sua compagna per sempre.

Nelle due foto bicolore un pò sgualcite e segnate dal tempo esposte nella sua camera da letto è ritratta giovanissima mentre sorride. Una è stata scattata in una zona del porto dove ancora oggi i ragazzi si divertono ad ammirare l’Oceano mentre spruzza le sue onde fino alla strada. Come se il grande blu volesse porgere la mano alle nostre colate di cemento cui andiamo così orgogliosi.

Ma i ricordi più belli, se potesse ancora raccontarli, sono ambientati nelle spiagge sabbiose, tramonti dal cielo ambrato e dalle grandi palme curve. Le passeggiate mano nella mano sul bagnasciuga ed i piedi bagnati dalla schiuma delle onde.

I baci segreti, le parole di amore e rivoluzione che si scambiarono i due innamorati sono destinati a rimanere tali. Nell’oblio della scomparsa di lei e la malattia di lui.

Per le vie dell’Havana, mentre il vento soffiava promesse post rivoluzionarie e prima che l’entusiasmo ideologico venisse razionato come il cibo, i due ragazzi vivevano sereni. Tutto ciò cui serviva loro per essere felici era stare assieme. Il suo lavoro era una carezza sul viso di lei, il compenso un sorriso.

Il loro amore si autoalimentava e non necessitava di un frigorifero o di una macchina nuova.

Il frivolo jazz lasciava il palcoscenico alle musiche inneggianti Il Comandante e le imprese dei suoi fedeli combattenti ma nella capitale cubana si respirava arte e poesia  in ogni angolo, un paradiso in provetta dove le vite effimere dei turisti ben presto avrebbero minato la moralità dei locali. Il consumismo, che aveva lasciato macerie culturali dietro a sé, si insinuava nuovamente sotto forme più subdole e redditizie per i leader. Ovviamente.

Prima di esaurire tutto il suo senso critico, disilluso, l’anziano signore sosteneva che le grandi ideologie sono solo delle accozzaglie di sentimenti che gonfiano le tasche di alcuni.

Adesso rimaneva seduto; fermo a scrutare chissà cosa.

Circondato da qualche gallina, la vecchia bicicletta senza copertoni ed una cassa di bottiglie vuote tappate con del sughero.

Il poco superfluo che per qualche tempo ancora l’avrebbe accompagnato verso l’essenziale sorriso della sua amata.

L’unico irrinunciabile tesoro terreno.

 

1992: La mia prima esperienza in un Paese lontano. In tutto. Un indelebile momento di vita vissuto con compagni di viaggio eccezionali con i quali condivido episodi irripetibili. A loro dedico questo post.

 

La Mezza Maratona di Bonn

La Deutsche Post Marathon di Bonn in Germania si svolge ad aprile e comprende sia la maratona di 42K che la mezza di cui ci occuperemo in questo caso.

La scelta di correre una mezza maratona in questa località è fondamentalmente scaturita da due fattori, uno dovuto alla curiosità ed uno economico. La curiosità nasce dal fatto di visitare due interessanti realtà teutoniche quali Bonn, Capitale della Germania Ovest prima della riunificazione ed un anno dopo la caduta del muro di Berlino (che avvenne nel 1989) e Colonia dove vi si è quasi costretti a transitare in quanto è lì che è situato l’aeroporto di riferimento.

La distanza tra le due città è davvero breve e con efficienti collegamenti che permettono di dedicare un giorno del week end per visitare l’interessante Colonia bagnata dal fiume Reno che nel suo lunghissimo tratto navigabile scorre fino ed anche a Bonn, creando così un collegamento fluviale tra i due centri tedeschi.

Economicamente, accennavo nelle premesse, c’è la possibilità di trovare prezzi dei voli ridottissimi con le solite compagnie low cost dato che, almeno in questa occasione, l’evento sportivo non ha contribuito ad alzare le tariffe. Prenotare un biglietto aereo nel week end in cui si svolge una maratona di prestigio spesso significa sborsare un ingente quantitativo di denaro in più rispetto alla media.

La mezza maratona di Bonn, così come la maratona, non è internazionale e per di più si svolge in contemporanea con quella di Berlino che, per ovvi motivi, è la più ambita.

Non essendo internazionale la navigazione del sito ufficiale  e la conseguente iscrizione per chi non parla o legge tedesco diventa abbastanza complicata ma, con l’aiuto delle tecnologie moderne, nulla è impossibile.

Pettorale e gadget si ritirano vicino il luogo stabilito per la partenza che avviene nei pressi dell’Università di Bonn. Le gare meritano di essere corse solo per il gusto di poter ritirare la t-shirt omaggio che è una delle più brutte casacche mai viste in circolazione e per questo motivo diventa di primaria importanza riuscire ad impossessarsene ed indossarla almeno una volta nella vita.

Chiaramente modesto anche lo stand dedicato agli articoli per corridori che nelle manifestazioni internazionali siamo abituati a vivere come vere e proprie fiere.

Ciò premesso l’ambiente che si respira è quello di una competizione paesana e spensierata con non moltissimi partecipanti, circa 1000, anche se al nastro della partenza non mancano atleti professionisti di buon livello. Il rischio per un amatore con tempi appena decenti, come nel mio caso, è di ritrovarsi proprio nelle primissime file con atleti che al via partono a razzo costringendoti a fare altrettanto per non essere travolto. Personalmente è stata la prima volta che anziché cercare di guadagnare posizioni ho indietreggiato per evitare di partire in prima fila con i professionisti o presunti tali dalle velocità esorbitanti. Ciò nonostante ai primi metri avevo un ritmo di 4,18 che neanche a vent’anni avrei tenuto.

Il percorso, se si è fortunati nel viverlo in una giornata primaverile soleggiata, è davvero bello.

Usciti dal centro cittadino si attraversa immediatamente il ponte sul Reno Kennedybrücke e ci si trova a correre sulla sponda opposta di Bonn, a Beuel, tra quartieri signorili, ci si immerge in un polmone verde, si scende un pezzo di superstrada per poi risalirlo, si pratica la pedonale che costeggia il Reno per poi riattraversare il ponte che ci porterà nuovamente al centro di Bonn. Curiosi i punti di ristoro che, oltre ai soliti maledetti bicchieri di plastica d’acqua impossibili da bere in corsa, presentano la bevanda energetica per eccellenza in Germania: la sacra birra. Assurdo.

Fatto sta che i ritmi della gara sono davvero buoni per chi è in cerca del suo personale.

L’affluenza di pubblico è presso che nullo fino alla zona del Parco Hofgarten dell’Università a circa 3K dall’arrivo dove invece le strade sono stracolme di curiosi e sostenitori che indubbiamente spingono gli atleti a dare il massimo fino all’arrivo allestito a Piazza Markt.

Tagliato il traguardo e ritirata la medaglia, pure questa di scarso appeal estetico, ci si addentra nel paddock riservato agli atleti dove rifocillarsi con prodotti locali e litri di birra nei numerosi chioschi sponsorizzati che per molti dei partecipanti locali pare essere il vero scopo dell’iscrizione.

In conclusione Bonn con la sua mezza maratona diventerà un piacevole ricordo ed un’esperienza da non perdere. Consigliata.

 

Bonn. L’ex bancario

Arrivai alla stazione dei treni di Bonn nel primo pomeriggio.

Dopo pochi minuti di cammino, trascinandomi dietro un piccolo trolley, raggiunsi l’abitazione di mio zio che si trovava nell’elegante Poppelsdorfer Allee. Le promesse che prima o poi sarei stato io a fargli visita caddero nel vuoto, dato che ci incontrammo sempre e solo nelle rare occasioni in cui si presentava nella nostra dimora di famiglia ad Aylesbury, in Inghilterra.

Questa era dunque la mia prima visita nella sua casa, ma lui non se ne sarebbe mai potuto compiacere dato che era morto una settimana prima del mio arrivo. Mi trovavo a Bonn, infatti, per presenziare alla lettura del testamento. Il giorno seguente avrei avuto un appuntamento dal notaio in Piazza Markt, a pochi metri dall’edificio Altes Rathaus, il regale municipio cittadino.

Raggiunto il numero indicato nell’indirizzo che corrispondeva ad una facoltosa casa bianca di tre piani, appoggiai il trolley sul marciapiede e suonai il campanello; ad aprirmi fu il domestico che da molti anni serviva diligentemente e fedelmente lo zio.

Lui era probabilmente l’unica persona alla quale permetteva confidenza, seppur nel rispetto dei ruoli. Come tutti gli uomini in carriera arrivati, d’altronde, anche mio zio era una persona molto diffidente. Più la professione gli concedeva soddisfazioni economiche di alto livello, più si distanziava dalla società e dai rapporti con le persone evidentemente interessate. La chiusura semi totale era avvenuta con il raggiungimento della pensione che aveva deciso di vivere in solitudine e serenità. Aveva chiuso i rapporti anche con i familiari, colpevoli a dir suo, di interessarsi più ai suoi averi che al suo essere. Il motivo del perché sarei stato il solo presente alla lettura del suo testamento fu anche questo. I suoi soldi avrebbero fatto comodo a chiunque, ma a me sinceramente non interessavano né prima, né mai.

Il domestico mi fece cortesemente salire le scale ed accomodare nella stanza degli ospiti che notai essere il doppio della casa che utilizzavo durante il periodo degli studi a Londra che però condividevo con altri due studenti.

Dai quadri appesi e dagli oggetti presenti era facilmente intuibile del perché fosse stato sempre molto pressato dalle attenzioni di parenti o conoscenti, pronti a mettere le mani sul suo patrimonio.

In quella stanza non mi trovavo assolutamente a disagio, ma preferì non perdere tempo per fare una breve visita della città. Il domestico, saputo che sarei uscito a fare una passeggiata al centro, mi consigliò alcuni posti da visitare. Lo fece con una sincera commozione proponendomi gli itinerari che amava percorrere lo zio. Le sue passeggiate non trascuravano le vie del centro, tra cui la bella Martins Platz e la cattedrale Bonner Munster che con i suoi alti campanili era un punto di riferimento, ma preferiva raggiungere il tranquillo Parco Hoffgarten dove è presente la Rheinische Friedrich-Wilhelms-Universität Bonn. La città fiorita pareva quasi giustificare l’austera architettura teutonica abituata a climi rigidi piuttosto della giornata primaverile che favoriva la mia piacevole camminata esplorativa.

Poi lo scorrere dell’imponente Reno circondato da parchi, altre case, grattacieli e chiese.

Forse per questo motivo mio zio aveva scelto di trasferirsi in pianta stabile a Bonn. Era stato un corrispondente di filiale estero di banca per numerosi anni ed aveva vissuto in svariati luoghi. Durante le sue visite sono sempre rimasto affascinato dai suoi racconti che una volta profumavano di Parigi, altre di spezie di medio oriente e Cairo, altre ancora si tingevano di misteri, ambasciatori e guerre fredde a Berlino. Quando venne trasferito per il suo ultimo incarico a Bonn, questa era la capitale della Germania Ovest. La città era abitata da persone importanti; diplomatici, politici, faccendieri. Lui era uno di questi. Tra le sue mani sono passati documenti cui in pochi o forse nessuno saprà mai dell’esistenza. Transazioni finanziarie tra Stati ufficialmente nemici o tra individui apparentemente incompatibili. La sua banca gli aveva riconosciuto questa enorme capacità di inserimento in grosse commesse ed i capitali da lui investiti non avevano mai deluso le aspettative di nessuno.

Mi venne da sorridere pensando ad una delle tante storie che amava raccontare; con anche una certa ostentazione e presuntuosità, pur celata da un raffinato sarcasmo che inevitabilmente coinvolgeva tutti in sonore risate.

Tra passi e pensieri avevo raggiunto anche la Beethoven Haus in Bonngasse 20 dove nacque il compositore. La confusione creata da una scolaresca francese mi fece desistere dal trattenermi o curiosare all’interno.

Tutto era finito, come la sua lucida limousine che riposava ormai da tempo nel garage della casa di Poppelsdorfer Allee o forse in quello dell’appartamento di Parigi che aveva conservato senza apparente motivo. D’altronde, come amava ripetere, non aveva bisogno di vendere nulla.

Così, la sua vita solitaria, si era conclusa senza nessun fremito o tragedie da cronaca; aveva vissuto ed operato all’ombra, si era spento senza sussulti. Nel suo stile.

Rimanevano di lui oggetti preziosi, testimonianze di sentiti ringraziamenti da parte di persone in affari o acquisti preziosi.

E, forse, il bel ricordo che avremmo conservato io ed il suo fedele domestico, le uniche persone che forse lo apprezzarono semplicemente per quello che era e non per quello che aveva.

 

 

 

L’Italia che non stanca

Quella che segue è una semplice storia di ragazzi qualunque…

VASTO, (ABRUZZO) 1991

Lu Cacciunelle, così chiamato dai suoi compagni delle medie visto l’aspetto minuto ed apparentemente gracile, stava seduto sulla scalinata a fianco della casa natale del fu poeta Gabriele Rossetti.

Lui questo lo ignorava.

Dopo qualche anno e qualche febbre da cavallo Lu Cacciunelle cambiò aspetto, ma il soprannome rimase quello. Non era più un bambino. Le dita affusolate rovistavano tra le tasche del giaccone in cerca di cartine e tabacco, le sue lunghe  gambe si distendevano sulle scale, mentre lo sguardo era rivolto al primo piano di una casa poco distante. Aspettava speranzoso come ogni giorno l’arrivo di S. un’attraente ragazzina che a quell’ora abitualmente faceva ritorno da scuola. Non si erano mai conosciuti, ma nelle tante ore libere a disposizione anche un innamoramento platonico lo aiutava ad ingannare il tempo. Bastava vederla rientrare a casa per fantasticare l’inizio di una storia da film.

Puntuali come le incertezze che viveva quotidianamente Lu Cacciunelle erano i suoi tre amici che ogni giorno, di rientro anch’essi dalla scuola durante l’ora di pranzo, lo raggiungevano sulle scalinate. Lui aveva abbandonato gli studi ed era in cerca, si fa per dire, di un lavoro.

Una volta radunati il punto di ritrovo della combriccola diventava  una delle panchine che si affacciano sul lungomare. Da lì commentavano la spiaggia dove in estate gli schiamazzi dei bambini paiono arrampicarsi tra le mura antiche prima di disperdersi nel vuoto e nel calore. Gli incontri in quella parte della città duravano il tempo di qualche chiacchiera ed una sigaretta. Un saluto veloce e poi tutti a casa dove ad aspettarli c’era il pranzo.

Il primo pomeriggio Lu Cacciunelle raggiungeva l’amico B periodicamente  intento nello smontare e rimontare la sua grossa motocicletta. Il padre si era rassegnato a rinunciare al garage che aveva l’aspetto di un’officina più che di un’autorimessa. Pur passando molte ore nell’ingegnarsi ad escogitare metodi per potenziare la sua moto, B non trascurava gli impegni scolastici portando a casa soddisfacenti risultati che gli consentivano di mantenere integre le grazie del permissivo papà. Venivano raggiunti più tardi, da G che frequentava il liceo e pertanto con meno tempo libero a disposizione. Tutti e tre si concentravano sulle motociclette mentre la giovane età soffiava ininterrottamente su di loro sogni e sfrenate fantasie sfocianti in un futuro surreale. La spinta motivazionale di B nel modificare gli allestimenti della moto e potenziarne il motore proveniva dalla voglia di partecipare ad una gara di enduro regionale che si sarebbe svolta dopo qualche mese ed alla quale non avrebbe mai partecipato. G invece si dedicava giorno e notte ad improbabili calcoli ingegneristici mentre Lu Cacciunelle rimbalzava i suoi pensieri all’interno di un’immaginaria stanza bianca e vuota.

Durante una di queste paradossali superflue giornate scattò la scintilla che accese ulteriormente le fantasie dei tre ragazzi. L’insofferenza d’esser legati alle catene d’immobilità del paese scaturì l’affascinante e strampalata idea di progettare qualcosa di fortemente adrenalinico. Non poteva che nascere nella testa della persona più annoiata e slegata dalla realtà che infatti d’un tratto aprì bocca e la propose agli altri: una rapina! Lu Cacciunelle in un primo momento fu seppellito dalle risate degli altri due che però, tra una stretta di bullone ed una limata al carburatore cominciarono a considerare l’idiota proposta del loro amico. Una volta gettato il pagliericcio ad accendere il fiammifero ci pensò sorprendentemente G che scartò l’idea ridicola di infilarsi un passamontagna e fare irruzione nella banca come ipotizzato gogliardicamente in un primo momento dai tre ragazzi, ma di organizzare qualcosa di importante prendendo spunto da un libro che aveva recentemente letto. La Grande Rapina di Nizza, di Ken Follet. Ignari dell’esistenza del romanzo basato su fatti realmente accaduti, spettò a G riassumerne brevemente il concetto. Questa volta ad esser seppellito dalle risate fu lui. Eppure ridendo e scherzando in pochi minuti si era già delineata una prima folle strategia. L’obiettivo prefissato era diventata la filiale di banca dove aveva lavorato per qualche tempo come impiegato il padre di un loro ex compagno delle scuole medie. Il motivo perché si persero di vista era proprio dovuto al trasferimento del genitore presso la sede a L’Aquila. Forse il loro amichetto sarebbe potuto esser d’aiuto in qualche modo.

Nonostante il passare dei giorni non solo nessuno accennava ripensamenti, anzi, la malsana idea si gonfiava di nuove proposte e stratagemmi per evitare il peggio. Il gioco si stava trasformando in qualcosa di tremendamente reale.

Dentro ad una casa, un’anziana signora, impastava la farina e le uova. Tradizione che si trasmette da tempo immemorabile e che la nonna della bella ragazzina S compiva con abile maestria. La finestra della sua piccola cucina ospitava un vasetto di basilico profumatissimo che pareva completamente disinteressato all’inverno. Da quella stessa finestra era da qualche giorno che non si vedeva più sedere sui gradini il ragazzino che ogni giorno verso quell’ora compariva sulla scalinata.

Erano diverse mattine infatti che Lu Cacciunelle si concentrava su cose che in quel momento a lui parevano piuttosto serie. Dagli appostamenti che stavano compiendo, la banda di aspiranti criminali avrebbero tratto tutte le informazioni utili per portare a compimento il piano. Il direttore della banca non si presentava mai puntualissimo in filiale ma era abitudinario nei movimenti. Seduto al tavolino del caffè Lu Cacciunelle vide arrivare il funzionario con una Mercedes marrone chiaro. La macchina era vissuta ma con lucide e riflettenti cromature. Una volta parcheggiata s’impegnò nel far uscire dalla vettura il suo ingombrante corpo per poi incamminarsi verso l’ingresso. Teneva la giacca aperta, la cravatta allentata e la camicia sbottonata che evidenziava un largo collo. In una mano aveva una valigetta di pelle mentre nell’altra un fazzoletto di tessuto bianco che utilizzava per tergersi il sudore ed aggiustarsi gli occhiali dall’ingombrante montatura nera. Siamo in inverno e questo signore soffre già il caldo in questo modo; pensò Lu Cacciunelle mentre sorseggiava il terzo caffè della mattinata. Il direttore di banca raggiunse affannosamente l’ingresso per poi affondare la propria ingombrante sagoma nella penombra dell’ufficio.

Dopo pochi minuti fu il turno dell’impiegato, che guidava una Renault 11 beige e che sistemò ordinatamente nel posto difronte al parcheggio riservato al suo responsabile. Indossava un cappotto cammello, un completo spezzato ed un Borsalino che agli occhi degli sconosciuti potevano farlo sembrare un gangster più che un bancario.

Lu Cacciunelle attese l’arrivo dell’ultima occupante dell’ufficio che tra l’altro era una lontana parente da parte di sua madre. La signora parcheggiò la sua Y10 nel cortile riservato ai dipendenti della banca come avevano fatto in precedenza i suoi colleghi. Prima di abbandonare l’auto passò il rossetto sulle labbra guardandosi nello specchietto retrovisore, si sistemò velocemente i capelli, scese dalla vettura e percorse a piedi il breve tratto che la separava dal posto di lavoro.

L’idea dei ragazzi, affascinante quanto irrealistica, era quella di intrufolarsi nella banca la notte dalle fognature per poi svignarsela la mattina seguente prima dell’arrivo del personale.

Nel mentre della stesura del piano che avvenne in una trattoria di Vasto davanti ad un abbondante piatto Sagne e fasciul B si era detto certo nel riuscire a recuperare un furgone da camuffare da mezzo di riparazioni del manto stradale o cose simili. G dal suo canto srotolò sul tavolino con ingenuità una mappa dettagliata dell’impianto fognario della zona di Corso Mazzini che aveva recuperato da un suo zio impiegato al Comune con mansioni catastali. Il piano scorreva liscio come gli arrosticini ed il Cerasuolo che nel frattempo pareva evaporare.

Riassumendo: il giorno prestabilito alle 02.00 Lu Cacciunelle con l’aiuto di G si sarebbe dovuto trovare difronte la banca in prossimità del tombino nel vicoletto a fianco del bar. G l’avrebbe aiutato ad aprire e richiudere il tombino sopra a sé mentre lui si sarebbe intrufolato nella fognatura fino al raggiungimento della banca dove, in teoria, al di là di un muro ci sarebbe stato il caveau. Una volta dentro ed eseguito il colpo ad attenderlo per portare fuori il bottino ci sarebbero stati i due complici che nel frattempo avrebbero posizionato il furgone pronti per fuggire con il malloppo.

Totò e Peppino non sarebbero riusciti a pensarla meglio.

La vigilia di quello che era stato ideato come un gran colpo Lu Cacciunelle non chiuse occhio, girandosi e rigirandosi nel letto. Il suo incubo si materializzava in una buia cella senza finestre. Non avrebbe più potuto attendere la sua amata immaginaria S oppure semplicemente chiacchierare con i suoi amici con lo sguardo rivolto al mare. Nel bene o nel male avrebbe dovuto rinunciare ai sapori d’Abruzzo, della sua piccola e noiosa, ma tanto amata, Vasto. Le pallotte cace e ove di sua nonna e le camminate sul lungo mare con i cugini.

Il giorno della rapina B, che non riuscì a trovare nessun furgone, passò la nottata nel garage per sistemare la moto in previsione di una gara alla quale non avrebbe mai partecipato. Di G si persero le tracce per qualche giorno dato che si era rinchiuso in casa per prepararsi ad un tour de force di interrogazioni.

Le fragili fantasiose fondamenta erano crollate trascinando con sé la fantomatica rapina del secolo.

Lu Cacciunelle aveva cambiato mentalità, ma il soprannome era rimasto quello. Ancora una volta le dita affusolate rovistavano tra le tasche del giaccone in cerca di cartine e tabacco, le sue lunghe  gambe si distendevano sulle scale, mentre lo sguardo era rivolto al primo piano di una casa poco distante. Aspettò speranzoso come ogni giorno l’arrivo di S. un’attraente ragazzina che a quell’ora abitualmente faceva ritorno da scuola. Quel giorno finalmente la conobbe.

Passò poco tempo che Lu Cacciunelle trovò anche lavoro presso l’edicola di un suo caro cugino. La strampalata idea della rapina era svanita completamente nel nulla sostituita dalla più concreta voglia di passare le vacanze assieme alla sua ragazza S. Erano le prime luci dell’alba quando espose la civetta che intitolava: Arrestato il socialista Mario Chiesa.

 

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