Archivio tag | pizzeria

Il bar non porta i ricordi, ma i ricordi portano inevitabilmente al bar

Alzo la serranda.

Le luci che illuminano il poco che rimane della città sono artificiali.

Intorno a me il silenzio è interrotto dal rumore di qualche latta fatta cadere dai gatti randagi mentre rovistano i cassonetti in cerca di cibo. Sento un breve lontano vociare di ragazzi brilli in conclusione di nottata.

Dentro al bar, sul pavimento, trovo due lettere; una della compagnia telefonica, l’altra di un partito politico.

Le ha infilate il postino sotto la porta d’ingresso.

Raccolgo la corrispondenza e senza aprirla cestino quella del partito politico. Passo con rapide occhiate a verificare la cifra indicata nella fattura di quella telefonica.

Come ogni mattina la prima cosa da fare è accendere la macchina del caffè.aq1

La routine prevede anche di far scattare quattro interruttori ed azionare il riscaldamento.  Lo faccio.

La licenza del bar l’avevo acquisita nel 1996 da E un signore molto anziano che nonostante percepisse la pensione di vecchiaia passava le ore con gli amici seduto ai tavolini a bere, battere a carte e chiacchierare con i suoi clienti o amici che dir si voglia. Sua moglie stava al bar con lui, dietro al banco in realtà. Lui ordinava e lei eseguiva.

Assieme ai lavori di rinnovamento non tardarono ad arrivare le prime lamentele dai clienti che avevo ereditato dalla gestione precedente.

Dopo qualche settimana non entrò più nessuno di quelli, spiazzati dai cambiamenti che il locale aveva subito.

Furono rimpiazzati presto. Anche dai loro stessi familiari più giovani.

Ciò a cui puntavo, a differenza di chi mi aveva preceduto, erano le centinaia di studenti che necessitavano di colazioni golose e pranzi veloci ed economici.

C’ero riuscito. Ormai avevaq6o un nome in città e mi ero creato il giro di clientela fissa.

Sono le 6:45 ed entra il primo cliente della giornata. Saluta, si scrolla il freddo da dosso con alcuni movimenti decisi. Togliendosi i guanti di lana mi ordina un caffè indicando la brioche che gli scalderò.

La radio è ancora spenta. C’è silenzio. Dovrò sentirla per tutto il giorno e decido di non darle parola per il momento. Come il fuochista alimenta la locomotiva anch’io armeggio la mia macchina del caffè tra sbuffi, fischi della leva del vapore e brevi rumorosi scatti della macina. Con lui condivido il compito di mettere in moto qualcosa. Al fuochista spetta muovere il treno, a me la giornata dei clienti.

Negli anni d’oro del bar e della città, la prima persona che varcava l’ingresso del locale era N, un ragazzo di ventisette anni che frequentava mediazione linguistica e culturale all’Università. Il suo sorriso era sempre puntualissimo. Me lo consegnava attraverso la porta della vetrina che si affaccia alla via alcuni minuti prima che aprissi. Con aria indaffarata attendeva girassi la chiave permettendogli di entrare. Non capivo come una persona potesse essere così positiva già di prima mattina. A livello fisiologico intendo.

Non sempre apprezzavo le sue raffiche di parole dalle quali però era molto difficile smarcarsi.

Raramente si sedeva. Appoggiava la sua borsa a tracolla di stoffa verde sul tavolino, sfogliava velocemente il giornale ma senza apparente trasporto.  Preferiva commentare il suo vissuto quotidiano e ciò che lo circaq2ondava anziché perdersi dietro alle cronache altrui. Avevo inteso che i fine settimana li divideva tra un pub come barista ed una pizzeria come cameriere. Aveva molte conoscenze ma dava l’impressione di preferire starsene per le sue. Il suo modo di fare spigliato e l’aspetto fisico importante dovevano risultare particolarmente apprezzati dalle ragazze. Considerava le prime ore del mattino una tregua agli ininterrotti messaggi che riceveva durante il resto della giornata dalle spasimanti. Diceva.

Il cliente che ho servito lascia i soldi sul banco, si rimette i guanti, saluta ed esce.

La porta non fa in tempo a chiudersi dietro a lui che entrano altri due signori. Chiedono un latte macchiato, un caffè ed anche loro mi indicano due brioches da scaldare. Sposto la tazzina usata sul banco, passo lo straccio, la poso nel lavabo, mi rimetto al lavoro.

Guardo distrattamente l’orologio.

Alla fine degli anni novanta questa era l’ora in cui si animava un siparietto tragicomico tra il dottor S, giovane medico del pronto soccorso e l’anziano cav. M accompagnato dalla sua badante.

aq3Il cavaliere non perdeva occasione per esprimere chiaramente, nonostante l’età molto avanzata, la sua posizione netta non certo favorevole alla gestione del Paese. La vittima designata era il povero dottore che, sfruttando le sue origini meridionali, faceva orecchie da mercante sostenendo che questo era il sistema e non avrebbero potuto fare niente per cambiarlo. Nel mentre la badante assisteva disinteressata complici la provenienza straniera e l’impegno nel mangiare l’enorme croissant evitando di macchiarsi gli abiti di zucchero a velo o del ripieno di crema.  La signora era un’entità astratta. Presente fisicamente, mai partecipe.

Ho finito di fare qualche altra colazione, il bar è vuoto ed il numero dell’ultimo scontrino emesso segna tredici.

Approfitto del tempo libero per pulire e riordinare. Nelle ore di lavoro non c’è mai tempo per stare fermi.

Vengo interrotto dall’ingresso di altri tre avventori mentre riordino l’ingresso. Saluto, faccio due passi dietro a loro e riprendo posizione al banco. Ormai è tarda mattinata ed anche gli ordini cominciano a variare. Il signore in giacca, un professionista, ordina un caffè, gli altri due, evidentemente manovali, una bottiglia d’acqua e qualche tartina. Parlano animatamente tra loro.

Questa era l’ora degli studenti. Il quaderno che tenevo vicino alla cassa era carico di pagherò. Non ho più verificato se qualcuno di loro ha lasciato debiti. Da quando hanno smesso di frequentare il mio bar non l’ho più sfogliato.

aq4Lascio ai loro discorsi tecnici i tre uomini e riapro il libricino dei debiti che adesso giace in un cassetto. Aperta la terza pagina vengo travolto da nomi, numeri e cancellature che colpiscono la mia memoria. Le note di inchiostro blu fuoriescono come immagini contenute nei libri animati per bambini. Un turbinio di identità che avevo rimosso. Pagina dopo pagina perdo tempo nell’immedesimarmi nel periodo indicato dalle date. Riaffiorano i dialoghi. L’immaginario brusio delle voci dei ragazzi che si è ricreato in me è talmente forte che non mi accorgo che i tre clienti sono nel frattempo usciti. Arrivo all’ultima pagina stremato come avessi corso una maratona. In effetti c’è una voce che non è stata depennata. Corrisponde ad N, il ragazzo sorridente della mattina. Un cappuccino.

Prima o poi ripasserà. Il cappuccino glielo offrirò io volentieri. Parleremo della sua laurea e delle sue avventure. Chissà dove vive adesso?

L’approfondimento della memoria viene interrotto dallo schiudersi della porta. A varcarla è una avvenente signora accompagnata da un rinomato notaio della città ed un altro signore che non conosco. E’ molto giovanile e curata nell’aspetto. Da giovane sarà stata stupenda, penso. Indossa abiti e gioielli pregiati con disinvoltura e senza mascherare la propria maturità. Sorprende me e gli accompagnatori ordinando una Coca Cola. A disposizione del notaio lascio una tazza d’acqua bollente e delle bustine di tè, mentre l’altro signore ordina un macchiato.

Scambio alcune battute con i clienti. Sorridiamo. Noto che la signora ha un viso visibilmente teso.

Intuisco che hanno appena concluso una compravendita importante e preferisco spostarmi di qualche metro per non infrangere la loro privacy. Riprendo a sfogliare il quaderno cercando di non farmi coinvolgere troppo come in precedenza.

Il notaio, posizionato nel mezzo dei due, sorseggia il tè, il signore alla sua sinistra parla con aria soddisfatta delle sue proprietà alle quali si è aggiunta quest’ultima, la signora non pare coinvolta e,  nel chiedere una salvietta, sofferma lo sguardo sul quaderno degli insoluti. Passano pochi secondi e sale in me un impetuoso  bisogno di parlarle. Accennando un sorriso le dico che il bar, a suo tempo, era molto frequentato dagli studenti. Non sempre avevano contante in tasca così a volte capitava si facessero annotare alcune consumazioni. La signora accenna un sorriso e fa passare qualche minuto prima di dimostrarsi interessata ad intraprendere un breve scambio di parole con me. Anche suo figlio frequentava l’Università, dice.

Le spiego, osservato da fulminei sguardi profondi del notaio evidentemente provato dal logorroico signore accanto a lui, che prima del 6 aprile 2009 il mio bar era un luogo di ritrovo per i ragazzi, adesso ci sono solo tecnici ed addetti alla ricostruzione. Qualche minuto dopo le 3 e 32 di quella notte niente era rimasto come prima tranne la mia casa ed il mio bar. La serranda che fino ad allora facevo fatica ad alzare e richiudere si era rimessa in asse. Un paradosso. Ancora oggi devo capire se il Signore mi ha risparmiato oppure mi ha inflitto una pena maggiore distruggendo tutto ciò che mi circonda. Mi sento imprigionato nel limbo di mezzo tra la fortuna e la maledizione.

La signora ascolta in silenzio. Non tradisce emozioni.aq5

Ritengo adeguato terminare il mio discorso.  In fin dei conti le persone che vengono al bar hanno già i loro problemi e di certo non sono predisposte ad accollarsi pure quelli del barista.

Mi confida inaspettatamente che è costretta a presenziare in città per notificare la cessione di una palazzina. Suo marito, importante diplomatico che vive a Roma, l’aveva acquistata per il figlio che si era iscritto all’Università. Date le ingenti disponibilità familiari l’aveva ritenuta un buon investimento sia per sistemare l’erede che per affittarla ad altri studenti. In realtà suo figlio, confessa, non aveva ottimi rapporti con il padre e scelse di non abitare mai in quella casa. Aveva preferito trovare dei lavori qua e là per mantenersi e dormire in un piccolo appartamento condiviso. Dopo il terremoto la palazzina di loro proprietà era rimasta pressoché integra e nessuno studente aveva fortunatamente riportato ferite, mentre l’abitazione dove risiedeva il figlio era crollata senza lasciare via di scampo a lui ed alla coinquilina, anch’essa studente.

La donna si interrompe e disegna una smorfia con la bocca.

Intuisco di non essere l’unico a coltivare dubbi riguardo la bizzarra selezione divina.

L’emozione tradisce la madre dello studente ed una lacrima si fa spazio tra i segni del viso fino a dissolversi nella salvietta.

Suo figlio, continua, si chiamava N e frequentava la facoltà di mediazione linguistica e culturale all’Università de L’Aquila. Era un bravo ragazzo.

Il terremoto toglie tutto. Anche le forze di sconvolgersi o sorprendersi; non aggiungo nulla infatti e non faccio trapelare niente.

In questo momento sta parlando solo la radio di sottofondo.

Apro il quaderno, cerco la pagina dove è segnato il cappuccino rimasto in sospeso e lo depenno. Butto nel cestino sia il quaderno che la biro.

Il notaio cortesemente invita gli altri due a lasciare il bar dopo che il signore logorroico ha insistito per pagare il conto che ho garbatamente rifiutato di incassare.

Questo giro lo offro io.

Gerusalemme: a cena con il nemico

Vivere nell’ombra dell’olocausto ed aspettarsi di essere perdonati di ogni cosa che fanno, a motivo della loro sofferenza passata, mi sembra un eccesso di pretese. Evidentemente non hanno imparato molto dalla sofferenza dei loro genitori e dei loro nonni

Josè Saramago, premio Nobel per la letteratura 1998

 

Il buffet dal quale mi ero servito era essenziale, ma di qualità e pulito.

wallA tavola sarei stato raggiunto da lì a poco dalla guida J. che durante la giornata mi aveva accompagnato a visitare Gerusalemme.  Era impegnato a scegliere le pietanze; si muoveva con disinvoltura tra battute ai camerieri ed ammiccamenti ai turisti, palesando il fatto che quella che per me era un’esperienza unica e speravo, irripetibile, per lui fosse routine. L’ulteriore conferma, ce ne fosse stato bisogno, giunse durante il primo scambio di parole a biglie ferme, ossia quando anch’io gli porsi domande fuori dagli schemi che altrimenti la visita guidata impone di seguire.

Il suo fare superficialmente simpatico e minimizzatore era alquanto irritante al cospetto di una persona che tende a ragionare sui perché anziché subire tesi precotte che, in Israele, sono la specialità della casa.

Chiesi se c’era la possibilità di avere del vino, in risposta mi sentì dire da J. che Israele era un Paese democratico e che non c’erano alcune restrizioni in tal merito. Anzi, il vino era molto buono a detta degli esperti. Lui era astemio ovviamente e la mia domanda era una richiesta specifica e non un quesito sulle abitudini locali dato che le bottiglie ben esposte evidentemente erano in vendita.

muropiantoLa stanchezza che cominciava a salire non era dovuta allo sforzo fisico delle camminate per le caotiche vie della Gerusalemme antica della giornata appena trascorsa, quanto per la violenza psicologica subita durante gli estenuanti controlli il giorno prima, quando proveniente dalla Giordania attraversai il ponte confine Allenby/Re Hussein. Un nutrito gruppo di post adolescenti, uomini e donne, perlopiù in servizio di leva in abiti civili con interi arsenali bellici ornamentali, mi riempirono di domande, perquisendo ogni angolo della mia essenziale borsa da viaggio. Il sorriso stampato sulla loro faccia, apparentemente cortese, era espressione di baldanzeria. Persi moltissimo tempo, nulla in confronto ai palestinesi transfrontalieri.

L’avevo fatto presente a J. ancor prima che sul tavolo comparisse la bottiglia di Yatir Sirah del 2009 che nel frattempo avevo ordinato, provocando la prima reazione infastidita dell’uomo; questa era la conseguenza dovuta agli attacchi terroristici che Israele subiva giornalmente. La sua opinione.

L’aria che si respirava era pesante alla pari del profumo dozzinale impregnato tra la folla che ero costretto a respirare in quei giorni di visita, quindi decisi di allentare per qualche istante la pressione ripercorrendo nei ricordi le immagini della via Dolorosa, meglio conosciuta come via Crucis, il percorso che fu costretto a fare Gesù Cristo per raggiungere il luogo dove sarebbe stato crocifisso. La Sua storia è nota a quasi tutti.

crucisAnche in quel caso non riuscì a fingere e nascondere la delusione per l’esperienza vissuta. Non sono un credente ma la formazione ricevuta in ambienti scolastici ecclesiastici, mio malgrado, decontestualizzava la realtà in cui mi trovavo. Immaginare Gesù Cristo camminare con una croce in spalla tra le vie del suq, tra bancarelle e gente urlante sapendo che in una stazione della via Crucis oggi sorge una pizzeria armena ed in un’altra un internet point, mi lasciava perplesso. Il Golgota, Calvario, brulla e desertica collina cui sabbia vide scorrere il sangue di Cristo, è ora inglobata da una cattedrale con un intensità sacrale pari al parco giochi Epcot ad Orlando. Luogo della crocifissione, Sudario e Sacro Sepolcro tutte circoscritte in pochi metri; è quello il posizionamento originario o si è semplificato per sfruttamento commerciale?

Quest’ultima logica aveva contribuito ad aumentare la soglia di sopportazione nei miei confronti di J. che, da buon ebreo, si dimostrava poco coinvolto nel discorso mirato alle falde cattoliche, molto più intento a tingere nello zattar il suo marqūq; gli unici suoi inserimenti nel mio ragionamento si riferivano al fatto che Gerusalemme era un’ottima fonte di guadagno per molti, indipendentemente dal credo. Annuì.

mall-busLa conversazione si concentrò nuovamente sul cibo ma il vino che stavo bevendo cominciò a picconare sempre più violentemente il muro di ritegno che mi ero ripromesso di conservare nei confronti di J.; frantumato il mio muro eccone servito un altro, pensai: la barriera di separazione israeliana. Così chiamata in gergo politicamente corretto, migliaia di palestinesi vivono le loro vite rinchiusi in un lembo di terra circondato da mura di cinta alte 8 metri con restrittivi orari di ingresso ed uscita. Un campo di concentramento, fondamentalmente, delimitato dal muro della vergogna o apartheid e lungo ben 730km. Ingloba oltre alle persone, terreni coltivabili e pozzi d’acqua togliendo ancora una volta risorse a quelli che gli ebrei considerano i nemici arabi. La giustificazione di J. a ciò che stavo esponendo in modo piuttosto diretto e provocatorio, fu la stessa di prima: Israele era stata costretta a costruire quella protezione per difendersi dagli attacchi dei terroristi arabi. L’atteggiamento di J. cominciò a cambiare quando gli feci presente che anche l’ONU aveva condannato questa misura di sicurezza come fortemente penalizzante per la comunità araba del territorio e che se avessero liberato i territori occupati forse anche gli attacchi nei loro confronti sarebbero terminati. Negli atteggiamenti di J. spuntò all’improvviso la tipica autodifesa ebraica che sfocia nel vittimismo, con sospetti di antisemitismo rivolti all’interlocutore e tacita pretesa di inviolabilità intellettuale.

Si alzò quindi con fare seccato e si recò al buffet. Anch’io feci lo stesso, appesantito dal vino ma nello stesso tempo alleggerito dal rospo che gli avevo sputato nel piatto poco prima. Ripreso il nostro posto a tavola ci fu un prolungato silenzio che comunque non mi indusse in dovere di porgere le mie scuse; J., d’altro canto, mi parve troppo schiavo della sua storia e della sua ottusità per permettersi di indietreggiare.

Volli disintegrare completamente l’ultimo barlume di diplomazia rimasto, tanto dopo la frutta del dolce avrei anche fatto a meno e J. non l’avrei più rivisto, speravo. Adottai una nuova strategia per convincere il baldanzoso cicerone a scendere in battaglia dialettica. Nel frattempo che affilavo le armi feci lodi sperticate al pompelmo di Jaffa che stavo tastando con l’intento di dimostrare volontà di tregua. Certo, il rapporto era compromesso, ma la sua professionalità lo costrinse ad indossare i panni della persona accondiscendente, a recitare la parte e di portare a casa il salvabile. Ero pur sempre un ospite. Gli feci notare di quanta prosperità ci fosse nello Stato di Israele, davvero una terra prescelta tenuto conto che tutto attorno c’era il deserto. La bontà dei frutti e l’importanza che assumono nella voce export. A J. gli si illuminarono gli occhi; partì con un’ultima filippica riguardante l’ingegneria israeliana, vanto internazionale.

Quasi mi dispiacque far scattare la ghigliottina che da lì a poco avrebbe definitivamente staccato ogni nostro rapporto; gli chiesi se era a conoscenza del fatto che Israele aveva lasciato senza acqua la Giordania attingendo dalle acque del lago Tiberiade prosciugando di giorno in giorno il fiume Giordano che conseguentemente stava riducendo di diversi metri all’anno la profondità del Mar Morto in cui affluiva.

Non credo fosse rimasto fino a mia conclusione, sono invece sicuro che mi ritrovai a ristudiare l’etichetta della bottiglia ormai vuota di Sirah completamente solo.

_20160915_024327Mi diedi una pulita alla bocca, lasciai un ultimo segno sul tovagliolo bianco ed uscì dalla sala. Prima di andarmene però il mio occhio cadde su una tavola che era stata poco prima abbandonata da un gruppetto di ragazzi ebrei ; evidenziava un enorme spreco di cibo mischiato e disordinatamente abbandonato su tutto il tavolo. Decine di piatti accatastati l’uno sul altro, sostanze colanti e residui sul pavimento. Tra tutto questo schifo fu la quantità enorme di pane abbandonato e scalfito con ditate e coltellate che più mi infastidì. Il nostro pane quotidiano, recita la preghiera.

Forse quelli erano nipoti o figli degli stessi che durante la seconda guerra mondiale sopravvissero mangiando briciole raccolte tra le fessure dei pavimenti di legno dei campi di sterminio.

Sempre vittime; dell’involuzione della specie, questa volta.

Pensai.

Slow Food Greco: Questo era, Questo è.

La globalizzazione che senza mezze misure sta conformando costumi, culture e tradizioni mondiali non guarda in faccia nessuno tantomeno la Grecia che, come risaputo, non sta passando di certo dei momenti spensierati all’interno della Comunità Europea e le austere leggi finanziarie che ne conseguono.

Ristorante Kontiki Rodi

Per divulgare il verbo dell’eguaglianza commerciale le lobby mondiali utilizzano principalmente come megafono delle loro campagne la vecchia cara televisione che ultimamente ha uniformato i programmi televisivi più seguiti in format di successo che lasciano ben poco spazio ad ideazioni locali. Tra i vari hanno raggiunto un boom inaspettato quelli riguardanti cuochi, chef e cucina che hanno letteralmente invaso gli schermi piatti (nipoti dei tubi catodici) che fanno compagnia a milioni e milioni di spettatori, nord e sud americani, italiani, tedeschi, greci, cinesi, australiani e chi più ne ha più ne metta.

Tutta questa premessa serve a capire come in questi ultimissimi anni la cucina greca sia stata influenzata da questi format televisivi e come si presenta oggi sulle tavole di caratteristiche taverne e ristoranti ellenici.

11324183_10153478787684668_2014593499_n

Cucina greca che in quanto a varietà non regge il minimo confronto con quella italiana e francese che invece sono caratterizzate da un’infinita scelta e diversità dovute alla frammentazione regionale e provinciale che hanno contribuito ad arricchire e caratterizzare ogni singolo piatto.

Nonostante la monotonia dei menù ellenici i greci, alla stregua degli italiani in pizzeria, passano decine di minuti a consultare e sfogliare le pagine della lista per alla fine ordinare sempre le stesse cose, esattamente come chi appurata l’esistenza di 23 pizze differenti ordina le solite due varianti da 30 anni.

Prima però di parlare dell’attuale offerta culinaria greca sarà bene ricordare ciò che la storica filosofia mangereccia di questo Paese ha offerto e continua ad offrire ai suoi abitanti e visitatori: se la loro vita è scandita da tempi piuttosto lazy come d’altronde in tutta la fascia mediterranea, altrettanto dicasi dei pasti completi che sono tradizionalmente piuttosto lunghi; essendo tutto slow, ovviamente anche il food non poteva diversificarsi, trasformandosi in fast solo nell’occasione in cui ci si rifocilla con del pitagyros che in Italia viene smerciato dai nord africani come kebab; nome che i greci, visto il non proprio idilliaco rapporto con i turchi, non digeriscono proprio; tanto per stare in tema.

Foto Kontiki Rodi

Il pranzo e la cena sono posticipati rispetto agli orari di riferimento del nord Europa ed inevitabilmente sono di durata infinita. Il primo comune errore che compie lo straniero, in particolar modo l’italiano, che non conosce la metrica del pasto greco è quella di mangiare con troppa velocità le pietanze che sono servite in contemporanea e che riempiendo la tavola provocano un certo disagio iniziale e l’impressione che non si riuscirà mai a finirle per tempo. I greci dal canto loro non si curano del tempo abitualmente, figuriamoci quando mangiano.

20150617_212811

Taverna a Kalavarda

Le molteplici porzioni che sono servite a mitraglia ad inizio pasto si chiamano mezedès e sono l’antipasto di quello che sarà il piatto principale. Tanti assaggi di numerose bontà quasi sempre fresche e genuine quali la feta, le dolmades, halloumi, pitaroudia, anthothiro, koriatiki, tsatsiki, olive, patate, dakos e via di questo passo, condite da fiumi di olio extra vergine d’oliva di qualità e pane casereccio di sovente abbrustolito. Il vino della casa generalmente ha un’acidità piuttosto elevata e non sempre viene gradito dai commensali forestieri. Stessa cosa dicasi per il caratteristico vino resinato Retsina che o piace tantissimo oppure viene scartato senza appello. Rimanendo in tema bevande l’acqua minerale gassata non fa parte della tradizione greca e, nelle taverne più semplici e caratteristiche, è molto difficile trovarla se non sotto forma di lattina Tuborg Soda che però contiene tanta di quell’anidride carbonica da dover necessitare di mezza foresta amazzonica per assorbirla.

20150617_211505

Terminato il primo round che spesso decreta il k.o. di numerosi frettolosi ed ingordi avventori, ecco che arriva il piatto principale che può suddividersi in carne, pesce o sfornati di pasta quale la moussaka. Naturalmente contornati da altri ingredienti classici quali insalata, legumi, patate fritte o al forno, tsatsiki e via dicendo. L’italiano naturalmente predilige il pesce che viene pescato anche durante la stessa giornata come nel caso dei disgraziati polpi, ma anche la carne è di eccelsa qualità dato che è praticamente impossibile che provenga da allevamenti intensivi. Letta da vegetariani e vegani non è certo una bella prospettiva la mattanza culinaria appena descritta ma anche i cultori della non violenza potranno sfogare le loro umane frustrazioni su zucchine, cetrioli, pomodori, melanzane, carote, cipolle che arrivano da coltivazioni realmente biologiche, allevate e raccolte probabilmente dalla stessa persona che le ha cucinate e ve le sta servendo.

20150617_212246

Questo è lo storico della cucina greca che ancora si trova in moltissimi luoghi tradizionali come a Rodi parte est nella pratica Faliraki presso la Taverna Mousikorama a gestione familiare, molto pulita e curata nei particolari, con prezzi decisamente bassi e piatti sfiziosi.

Come anticipato all’inizio post i format televisivi e la moda della cucina ricercata hanno portato cambiamenti ed in taluni casi miglioramenti rispetto a quella che si spera rimarrà la cucina tradizionale che possiamo trovare a costi molto bassi nelle numerose taverne.

Kontiki by Night

I locali di gran moda ad Atene e Salonicco o nelle isole particolarmente glamour sullo stile di Mykonos e Santorini hanno saputo evolversi ed offrire un prodotto finalmente adatto anche alle persone più esigenti che apprezzano sì la serata in amicizia nella taverna tradizionale, ma che ricercano anche la giusta riservatezza ed atmosfera in occasioni più formali. In questo tipo di ristoranti il menù dei vini ovviamente prende una piega decisamente più adeguata ai palati istruiti che intendono godere degli abituali prodotti locali intrecciando nuove combinazioni di gusti e sapori che li rendono gradevoli, delicati ed esclusivi.

Foto Kontiki Rodos

L’accostamento che viene in mente scrivendo queste righe è sicuramente uno dei numerosi antipasti composto dalla noiosamente immancabile feta trasformata in prelibatezza dal sapore unico solo perché presentata con una dorata pané con pennellate di miele. Inutile dire che anche la presentazione del cibo è adeguata alla qualità e proporzionale all’abilità dello chef che la propone.

Un piatto può essere rivisitato senza perdere la sua tradizione, la cucina è fantasia, ma ci vuole sempre tecnica e studio per creare una personale variante” (Alessandro Borghese)

 

 

 

 

11117658_10153478788119668_1667260604_n

Foto Kontiki Rodi

11426469_10153478787804668_1505401792_n

Foto Kontiki Rodi

11647266_10153478787874668_436652589_n

Foto Kontiki Rodi

11650487_10153478787714668_1651941684_n

Foto Kontiki Rodi

11650653_10153478787834668_1022249130_n

Foto Kontiki Rodi

11650999_10153478787704668_207835973_n

Foto Kontiki Rodi

11651304_10153478788099668_462459868_n

Foto Kontiki Rodi

11652167_10153478787869668_1534335957_n

Foto Kontiki Rodi

11652178_10153478787724668_709494284_n

Foto Kontiki Rodi

11653293_10153478787884668_172985827_n

Foto Kontiki Rodi

Italiani all’estero: artisti a tutto tondo.

Agli italiani risulta particolarmente difficile staccarsi dalla cucina nostrana indipendentemente da dove si trovino.

E’ frequente trovare connazionali alla disperata ricerca di un piatto di spaghetti al dente che ricordi vagamente quello cucinato tra le mura domestiche, piuttosto che la pizza con i suoi semplici, ma a volte impossibili condimenti, come la mozzarella, spesso un vero e proprio miraggio nel deserto di formaggi dai più disparati gusti e variabili consistenze, fusi sulla nostra pseudo margherita.

Un viaggiatore è consapevole del fatto che lo spirito d’adattamento è fondamentale nella buona riuscita dell’esplorazione del territorio, sempre apprezzato anche dalle persone locali che spesso raccontano parte della loro storia attraverso i piatti tradizionali che ci propongono.

Fatto sta che di ristoranti italiani il mondo è stracolmo, specie di questi tempi dove gli italiani stessi cercano altrove la serenità economica e sociale che nell’ex Belpaese è ormai ostacolata da programmi politici europeisti che mal si sposano con la cultura italica.

Italiani DOC all'estero...

Italiani DOC all’estero…

Anche nella bella Rodi, l’isola greca che ormai abbiamo approfondito in ogni angolo più recondito, va segnalato un ristorante pizzeria gestito da una simpatica famiglia italiana che non solo rappresenta una cannula d’ossigeno ai turisti che necessitano di una ricarica di pasta o pizza cucinate a dovere, ma offre un atmosfera molto piacevole e rilassata.

Interno del locale

Interno del locale Michele Arcangelo

 

Parliamo della pizzeria Michele Arcangelo, che prende il nome dal personaggio storico importante e ben raffigurato nel Monastero di Panormitis (isola di Symi) a lui dedicato.

Le pizze da Michele Arcangelo

Le pizze da Michele Arcangelo

Situato nel pieno centro storico a pochi passi dalla Piazza Ippocrate e dalla famosa fontana che è un punto di riferimento e di ritrovo per tantissimi locali e turisti, poche decine di metri dalla porta Marina, ingresso più frequentato per entrare tra le mura di Rodi vecchia.

Nel fine settimana inoltre, oltre all’arte culinaria, la proprietaria Anita propone anche della musica dal vivo, anche quella fatta in casa… Infatti a cantare è proprio lei, ripercorrendo così le sue origini da cantante sulle navi da crociera che, complice il destino, l’hanno accompagnata fino a Rodi.

Le canzoni di Anita

Le canzoni di Anita

Gli italiani sono propensi alle chiacchiere, è risaputo e confermato da chi ci governa, ma in questo caso sarà bene lasciar parlare i fatti. Anzi, i piatti.

Buon appetito!

Michele Arcangelo

Pizzeria Ristorante Michele Arcangelo