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La Maratona di Los Angeles

Avranno mille difetti, tralasciando il delicato aspetto politico, ma bisogna riconoscere che nell’organizzazione eventi gli americani sono particolarmente capaci.

La maratona di Los Angeles, che chiaramente non fa parte delle sei major (Tokyo, Boston, Londra, Berlino, Chicago e New York) a dirla tutto non ha un impianto organizzativo infallibile però grazie alla cornice hollywoodiana ed ovviamente ad una importante partecipazione atleti/pubblico è molto divertente.

I giorni precedenti alla gara il ritiro del pettorale avviene al Los Angeles Convention Center situato sulla Figueroa St dove a poche centinaia di metri si trova lo Staples Center, palazzo dello sport che tra le varie ospita le franchigie NBA Lakers e Clippers. Inevitabilmente ci aspettano numerosi stand con interessanti e svariate proposte per sportivi e non. Certo, dimensioni e varietà non sono paragonabili a ciò che si può trovare a NY ma gli ingredienti per perdersi tra le proposte commerciali, spesso camuffate da divertenti giochi, ci sono tutti. Quindi il maratoneta una volta ritirato il pettorale e con la sacca piena di gadget, rimane in attesa del suo giorno.

La partenza avviene presso il Dodger Stadium, tempio del baseball. Per raggiungerlo assolutamente consigliati i mezzi pubblici riservati ai partecipanti perché altrimenti si rischia di rimanere incolonnati sulla highway dove, tra l’altro, viene chiusa l’uscita principale che da accesso diretto allo stadio. Fa freddo ed il rimedio è immergersi nel fiume di partenti dove centinaia di corpi emanano il calore necessario ad alzare un po’ la temperatura. Non per altro, ma nell’immaginario collettivo in California fa sempre caldo… Così non è specie nelle albe di marzo.

Nota negativa dell’organizzazione: se non si arriva con un certo anticipo al nastro di partenza ci si può scordare il proprio wave. Infatti, a differenza di Siviglia o Barcellona ad esempio, non ci sono ingressi laterali paralleli alla corsia di partenza così che si è costretti a fare la fila che, ovviamente, ad una certa diventa invalicabile. Partire con i più lenti (rispetto ai miei tempi) mi ha parecchio penalizzato perché ho dovuto attendere 1/2K prima di cominciare a correre decentemente. Già che ci sono: non è una gara dove cercare il personal best. A cominciare dal Dodger Stadium  e zone limitrofe non mancano le salite per quello che si rivelerà un percorso piuttosto impegnativo in tal senso. E’ sicuramente interessante correre anche tra i quartieri meno ricchi della città per poi ritrovarsi nella zona più turistica, come la Walk o Fame, il Chinese Theatre a Hollywood, per poi toccare il lusso sfrenato di Beverly Hills. Diciamo che per scoprire da cima a fondo una città la maratona è un ottimo mezzo. Un po’ faticoso certo, ma non lascia nulla di inesplorato.

Come anticipato la partecipazione del pubblico non è sensazionale ma importante ed anche questo, come sostengo sempre, è di grande aiuto. Si fa particolarmente vivace e fragorosa negli ultimi chilometri quando, come un miraggio di dune nel deserto, compaiono le ultime impegnative salite che ci dividono dal traguardo situato nella caratteristica cornice di Santa Monica. Si recuperano le ultime forze tra giovanissimi studenti intenti a distribuire bevande, gruppi rock e multicolorate cheerleaders in attesa di veder comparire l’arrivo. Per ovvi motivi di sicurezza anche la linea del traguardo è particolarmente controllata e non è facile per parenti amici avvicinarsi o raggiungere la persona che si sta aspettando.

Finita la gara ed indossata l’ennesima medaglia, che chiaramente è molto piacevole e curata nell’aspetto, non rimane che recarsi al Santa Monica Pier, famoso molo dove termina anche la Route 66 e dove ci aspettano birre e cibo per tutti i gusti e tutte le tasche.

Ulteriore demerito organizzativo il rilevamento dei tempi ufficiali che per una giornata mi ha quasi fatto credere di aver stabilito il mio personal che, tra l’altro, sarebbe stato utile per la qualifica alla maratona di Boston.  Naturalmente andava in netto contrasto con quello registrato dal mio cronometro che, per quanto possa essere approssimativa l’esattezza nel farlo scattare alla partenza e stopparlo all’arrivo non può certo sgarare di nove minuti. Ovviamente il tempo ufficiale strepitoso si è dimostrato un erroraccio quando già festeggiavo sui social la qualificazione per Boston appunto.

Morale della favola a mio avviso la maratona di Los Angeles è più orientata alla celebrazione festaiola dello sport piuttosto che all’agonismo duro e puro. Il percorso, come detto, non attrae più di tanto i top runner che preferiscono concentrarsi su altre gare ma questa non è una critica negativa, anzi. In questa maratona emerge ancora di più il lato umano delle persone più semplici con le loro svariate motivazioni che, non solo agonistiche o economiche appunto, popolano per un giorno tutte le strade di LA. Ad esempio mi viene in mente un massiccio ragazzo di colore che ho avuto a fianco per qualche centinaio di metri che ripeteva ad alta voce a se stesso ininterrottamente “You can, you can, do it, you can”. Non so se avevamo superato il 5K e chissà se avrà continuato ad automotivarsi per tutti i restanti 37K. Oppure due ragazze visibilmente fuori forma che alla mezza mi hanno superato con nonchalance ad un ritmo vertiginoso tanto da farmi sentire una completa nullità. Giuro. Dopo un po’ le ho ritrovate che camminavano sfatte; intanto fino al 21K hanno davvero corso veloci nonostante la loro stazza.

Piccole storie che Hollywood, come sempre, riesce a rendere grandi.

Tutti abbiamo delle motivazioni. La differenza tra gli individui sta nella loro capacità di farle durare a lungo nonostante ostacoli,difficoltà e problemi. La capacità di perseverare, di far durare a lungo la motivazione viene detta resilienza.

Pietro Trabucchi

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La Mezza Maratona di Rodi

E’ domenica mentre scrivo questo post e sono passati 7 giorni esatti dalla gara; ma oggi a differenza della settimana trascorsa piove e c’è un temporale mattutino.

Quel 29 aprile 2018 alle 6:45, quando già ero praticamente arrivato nella zona adibita a partenza, il sole aveva fatto la sua prima comparsa in maniera piuttosto decisa e spavalda. L’alba rossastra che in veste di fotografo mi avrebbe regalato molte soddisfazioni, in quella di maratoneta mi stava preoccupando e non poco.

La partenza della mezza maratona, cui avrei partecipato e della maratona, cui avrei curiosato, era stabilita alle 7:30.

Conoscendo molto bene l’isola avevo percepito che sarebbe stata una gara che avremmo corso con un ospite invadente e fiaccante: il sole. Così è stato.

Personalmente ho spinto al massimo all’inizio cercando di emulare i tempi del mio personal best e cercando di accumulare un margine decente per poi affrontare da lì a poco le temperature proibitive della competizione che inevitabilmente mi avrebbero rallentato un bel pò. Tattica completamente sbagliata perché al 15K arrancavo pesantemente con la testa che mi chiedeva di sdraiarmi all’ombra di un albero a sorseggiare una fresca limonata anziché proseguire spremendo la viscida, appiccicosa ed indigesta bustina di gel energetico. L’ultimo barlume di dignità, visto il tempo degno di un over 70, è stato quello di decidere di portare a termine l’impegno, con il morale chiuso per momentanea demolizione.

Ad ogni metro mancante ho pesantemente maledetto l’organizzazione ed i greci tutti, rei a mio avviso, d’averci fatto correre in quelle condizioni estreme. Pensare che ho sempre sognato una partenza almeno tiepida; in tutte le gare officiali finora corse ho sempre battuto i denti dal freddo prima del via. In Vietnam pure all’arrivo.

Ovviamente negli altri casi la pistola non ha mai esploso il suo colpo a salve dopo le 7:00 che io ricordi.

Fatto sta che se la distanza della mezza maratona è diciamo facilmente concludibile e sostenibile, lo stesso non si può dire della maratona. Lasciando stare i tempi assolutamente irrilevanti di praticamente tutti i partecipanti, almeno sulla carta, ho davvero ammirato gli impavidi che hanno terminato la 42K. Chi addirittura ha “corso” oltre le 6 ore sotto un sadico sole estivo stra-selettivo. Personalmente non l’avrei finita.

Ulteriore difficoltà il fatto che il percorso presenta dislivelli piuttosto impegnativi da affrontare fisicamente ed oltretutto essendo circuito, a mio avviso, vieni devastato mentalmente. Quando giunto a pochi metri dal mio traguardo ho svoltato a destra seguendo l’indicazione mezza maratona ed ho visto chi mi precedeva proseguire nella corsia parallela pronto a rifarsi un altro giro ho letteralmente pensato “poraccio”.

L’idea di dover ricalcare i passi fatti e ripetere l’esperienza poc’anzi vissuta deve essere davvero sconvolgente.

Dulcis in fundo aggiungiamo pure la scarsa partecipazione di pubblico. Quasi completamente assente per tutto il tragitto e colorata dalle magliette blu dei meravigliosi ragazzi volontari all’arrivo e che hanno prestato assistenza anche nei punti di ristoro. Correre senza spinta, come a me già successo alla Halong Bay Marathon in Vietnam, oltre ad essere triste è un buon pretesto per pregiudicare gara e risultato.

Certo, Rodi non è New York, ci mancherebbe. Anche la scarsa qualità ed assenza di design della medaglia ce lo ricorderà per sempre.

Suggerivo tempo fa di trascorrere qualche giorno delle proprie ferie a Rodi (Grecia) e di approfittarne per partecipare alle gare di varia distanza che si svolgono qui ad aprile. La partecipazione di molti stranieri, per lo più turisti inglesi, ha confermato che non mi sbagliavo più di tanto, anche se con un po’ di esperienza accumulata, il consiglio si riduce a chi non ripone troppe aspettative nella manifestazione locale per la serie di fattori sopra indicati. Il vincitore della maratona, ad esempio, non ne aveva mai corso una in precedenza e dubito che se avesse partecipato a quelle di Londra o Berlino, per dire, sarebbe salito sul podio. Forse sarebbe arrivato tra i primi 100. Ma i se ed i ma sono il paradiso dei coglioni, come si dice. Il senso è che chi è alla ricerca di vere soddisfazioni si confronta con i migliori, chi invece di trofei da appoggiare sopra il caminetto si accontenta  di gare meno pretenziose. Morale della favola bravissimo lui e chi lo ha preceduto perché, ripeto, solo finire la 42K di Rodi in quelle condizioni è veramente da medaglia d’oro.

Meritano una doverosa citazione anche i partecipanti della 10K e 5K che, udite udite, sono partiti alle 12:30. Orario in cui pure i gatti dormono abbracciati ai topi. Come far odiare la corsa ai principianti.

Dopo le tante 10K e questa mezza, riuscirà l’organizzazione ellenica ad appiccicare un altro bib sulla mia bella canotta? Al momento mi han fatto passare la voglia di partecipare alle competizioni paesane e limitarmi a quelle meglio organizzate. Staremo a vedere.

Se ce la metto tutta, non posso perdere. Forse non vincerò una medaglia d’oro, ma sicuramente vinco la mia battaglia personale. È tutto qui.

Pietro Trabucchi

NYC Marathon: gioie o dolori?

Se il tuo sogno è partecipare alla Maratona di New York, o ad un’altra qualsiasi maratona, ma sei giovanissimo ed alle prime armi, continua a leggere. (Puoi leggere lo stesso anche se non lo sei…)

Nel novembre 2017 ho avuto la fortuna di collaborare con un t.o. specializzato in eventi podistici tra cui l’ambita Maratona di New York. Lavorando nel settore turistico ed essendo io stesso un maratoneta (seppur amatoriale) ho decisamente vissuto questa esperienza in modo entusiasmante, vuoi per l’eccezionale impatto che offre ai visitatori New York, vuoi per esser parte dell’organizzazione della maratona mediaticamente più importante al mondo, vuoi per aver condiviso bellissimi momenti con colleghi estremamente preparati e disponibili, vuoi per il contatto con diverse personalità dello sport come il vincitore della NYC Marathon 1984 e 1985 Orlando Pizzolato o di quelli dello spettacolo come Linus o Aldo Rock, per citarne alcuni. Aggiungo doverosamente anche e soprattutto il contatto con i tanti clienti e le loro storie, persone con le quali condivido la stessa passione.

Se personalmente ho avuto la magnifica occasione di partecipare da addetto ai lavori, c’è chi sogna questo evento ed è naturalmente disposto a pagare anche cifre importanti pur di realizzarlo. Soldi ben spesi, a mio avviso.

Dopo questi preamboli che enfatizzano la gara dell’anno, chiamiamola pure così, vorrei soffermarmi invece su un episodio che mi ha particolarmente colpito. Mentre attendevo il bus shuttle che dal Le Parker Meridien, hotel di lusso sulla 56th, avrebbe portato i nostri ospiti in aeroporto, vedo uscire dall’albergo una coppia di ragazzi giovanissimi. Lui normo deambulante, lei distrutta. In un primo momento rimango un po’ spiazzato perché è abbastanza raro, ma niente di anormale intendiamoci, che il ragazzo sia spettatore della propria fidanzata podista; di solito è la donna che accompagna. Considerazione statistica e non sessista. Fatto sta che riconosco quella camminata post maratona finita al limite, che significa avere la stessa elasticità di un trampoliere o di sentire due paletti di cemento al posto degli arti inferiori. A me era successo a Siviglia dove ho stampato il mio personal best (niente di eccezionale…) ma dove ho anche rischiato di non portarla a termine; e per la cronaca non ho camminato i tre giorni seguenti. Tornando a loro, come di consuetudine, intavolo un discorso per ingannare la breve attesa che ci separa dall’arrivo del pulmino e chiedo quindi cos’è successo.

Mi viene simpaticamente risposto che la ragazza voleva a tutti i costi realizzare il suo sogno di correre la Maratona di New York. Mi incuriosisco e dato che conosco le fatiche di una adeguata o perlomeno sufficiente preparazione necessaria a terminare una maratona, mi permetto quindi di addentrarmi un po’ di più nel personale della ragazzina che, come tutti i coetanei o almeno quelli con le faccine pulite come le loro, mi mettono sempre un po’ di tenerezza e nostalgia dei tempi andati. Vengo così a scoprire che la caparbia giovanissima ha compiuto un miracolo: ha corso una maratona allenandosi tre forse quattro volte a settimana con sedute da 10K alla volta e cioè con un chilometraggio totale settimanale di 3040 K. Naturalmente mentre lo diceva ripeteva che non solo avrebbe mai più corso una maratona, ma non avrebbe mai più corso e basta! E vorrei vedere!

Allenarsi per così poco durante la settimana sarebbe a dire che, abituato a mangiare 1 hamburger al giorno per 3/4 volte a settimana d’un tratto hai 8 hamburger nel piatto da dover ingoiare anche abbastanza velocemente. Con ingredienti diversi dai quali sei abituato, per di più. (tradotto, percorso diverso) Chiaramente tutto si può fare ma con il rischio di non voler vedere mai più un hamburger in vita tua. Esempio un pò inadeguato ma, penso, abbastanza esaustivo.

A differenza della 10K o mezza maratona, che vanno adeguatamente preparate pure quelle, ma che malissimo che vada anche camminando si finiscono, terminare una maratona richiede un duro allenamento fisico e mentale. Una lunga preparazione suddivisa da sedute diversificate, quattro/cinque volte a settimana,  che comprendono corse facili dai 14 ai 26K, ripetute, lunghi da 29 a 36K che prima di una gara devono essere almeno tre. I chilometri settimanali percorsi tra i 60 e gli 80, minimo.

E’ inutile allo scopo correre 6 volte alla settimana 10K per arrivare a 60K complessivi.

Non bisogna inoltre trascurare i tempi di recupero, perché altrimenti si rischia un sovraccarico che aumenterà lo stress fisico e mentale che aumenteranno il rischio infortunio. Intanto che si costruisce la giusta muscolatura per affrontare uno sforzo fisico molto impegnativo si deve tenere d’occhio l’alimentazione. Limitare al minimo alcool e pizze (meglio sarebbe eliminare del tutto) non ci trasforma in campioni ma aiuta sicuramente; oltre a decine di altre importanti accortezze che non sto ad elencare. Necessario sperimentare i materiali tecnici per evitare dolori ai piedi o arrossamenti ed insanguinamenti in varie parti del corpo nonché i vari integratori che ci daranno spinte fondamentali prima, durante e dopo il percorso. E’ importantissimo trovarsi pronti di testa: nei momenti di difficoltà, e ce ne sono, poter ripensare a tutti gli sforzi fatti per essere lì è essenziale e gratificante.

Qualcuno penserà che sto esagerando ma quello che scrivo riguarda noi amatoriali e principianti ed è all’acqua di rose; anche perché in tutto ciò non ho menzionato i tempi di allenamento o di gara.

E’ indispensabile procurarsi una tabella d’allenamento personalizzata da seguire.

Per i professionisti la musica cambia completamente. Nel loro universo i chilometri settimanali arrivano ad essere 200 e le sedute giornaliere sono doppie, mattina e pomeriggio,  con l’aggiunta di esercizi alternativi in palestra,  piscina o bicicletta. Ma qui entrerei in un mondo di cui non ho mai fatto e mai farò parte.

Morale della favola per appassionarsi di uno sport impegnativo come la corsa bisogna innanzi tutto essere consapevoli dei propri mezzi e dei propri limiti con l’obiettivo di poterli superare. La passione si coltiva con un duro lavoro e nel caso in cui diventi coinvolgente, visto che mi rivolgo in particolar modo ai giovanissimi, con l’aiuto di un professionista o l’iscrizione in qualche associazione sportiva dove poter essere seguiti da persone esperte, potrà sfociare in qualcosa di veramente serio e divertente. Senza mai trascurare le adeguate visite mediche specializzate che non eliminano del tutto i rischi ma sicuramente sono necessarie e rassicuranti.

Fatto questo prendere parte alla NYC Marathon sarà un sogno che vi donerà più gioie che dolori.

Con l’augurio di vedere sempre più ragazzi sorridenti, preparati ed orgogliosi d’aver partecipato ad una o più maratone.

La maratona è una sorta di credo permanente: basta aver corso volta soltanto per sentirsi maratoneti a vita. Un po’ come per la psicanalisi. Sì, la considero una forma di arte marziale, una disciplina interiore. Lo è intrinsecamente. Per gli allenamenti che richiede, per il modo in cui ti porta a percepire l’ambiente, per lo sforzo che esige dal tuo corpo. Il maratoneta è un samurai con le scarpette al posto della spada: è estremamente severo verso se stesso, non si perdona mai, è costantemente in lotta contro i propri limiti… Sbaglia chi pensa alla maratona come a una scelta sportiva, è una disciplina massimamente estetica. È proprio una visione del mondo: non sono solo quei quarantadue chilometri da correre nel minor tempo possibile, è l’idea di resistere, di andare oltre…
(Mauro Covacich)

Cap.2 Ti troverò a Manhattan

A questo punto, vista la vicinanza con Wall Street non mi rimase altro da fare che raggiungere la statua del toro che tra l’altro fu realizzata dall’artista connazionale naturalizzato Arturo Di Modica. Quella scultura servì a distrarmi per qualche momento.

Mi giocai ancora una carta prima di mollare tutto e chiesi informazioni a delle persone che attendevano il proprio turno prima di farsi fotografare assieme ai due soggetti di bronzo; l’enorme toro minaccioso e l’impavida piccola bambina dinanzi a lui in atteggiamento irremovibile. Non trovai nessuna risposta utile ovviamente, ma l’immagine della sfida impari rappresentata dalla statua riaccese in me la voglia di venire a capo di questa storia.

Ero andato a New York per trovare questo maledetto F.C. e l’avrei trovato. Non persi altro tempo a fare domande a persone evidentemente inadeguate e puntai dritto verso la West Street dove avrei trovato la sede del New York Post. Lì sicuramente qualcuno avrebbe potuto aiutarmi con informazioni più dettagliate. Così fu e non senza scomodare più di qualche persona riuscì ad incontrare un giornalista ormai prossimo alla pensione che non conosceva personalmente F.C. ma di cui si era occupato diversi anni prima per un furto che aveva subito nella casa in cui viveva a Manhattan nella Upper West Side sulla 77ma. In un primo momento mi stupì il fatto che un giornale così importante si occupò di un furto senza particolari eclatanti se non quello di una porta forzata con un grimaldello e oggetti di scarso valore sottratti al proprietario, ma la motivazione era che il ladruncolo inesperto pare ci sia arrivato violando il cortile esterno del Museo di Storia Naturale. Quella sicuramente era una notizia vendibile.

Mentre lo raccontava il giornalista prese un pesante raccoglitore da un vecchio armadio e lo aprì esibendomi la pagina con il ritaglio ben conservato dell’articolo a sua firma. Finalmente avevo conosciuto il viso dell’individuo che stavo cercando e la foto, questa volta, era inequivocabilmente la sua. Ringraziai e corsi letteralmente a prendere la metropolitana blu che mi avrebbe portato fino all’81ma, fermata Museum of Natural History.

Durante il tragitto mi lasciai trasportare dalla contentezza. Guardavo la fotocopia dell’articolo e pensavo che mi stavo avvicinando allo scrittore. Cosa gli avrei detto? Cosa avrei fatto una volta davanti a lui?

Arrivai a destinazione dopo qualche minuto di viaggio che i miei pensieri avevano reso decisamente più corto di quanto fosse nella realtà. Salì in fretta le scale della fermata della metropolitana e sbucai esattamente difronte al museo. Lasciai il verde Central Park alle spalle con la promessa di farci un giro il prima possibile e mi fiondai verso la casa dello scrittore. Mi aprì la porta una signora anziana molto gentile ed altrettanto sorda che in un primo momento non realizzò lo scopo della mia visita. Mi fece accomodare all’interno della modesta casa di due piani e venni quasi colto da un tremore quando attraversando lo scuro corridoio che odorava un misto tra lilium e muffa vidi una gigantografia in bianco e nero che ritraeva F.C. in compagnia delle tre figlie o nipoti che fossero. Una foto degli anni 80 in cui le ragazzine avranno avuto dalla più piccola cinque alla più grande dodici anni mentre lo scrittore almeno cinquanta. Con fatica, davanti ad una finestra che guardava uno scorcio di Central Park chiesi se fosse in salute e se abitava in quella casa. La risposta arrivò quando la signora mi porse delle zollette di zucchero da mettere nel che mi aveva precedentemente versato in vecchie tazze di ceramica bianche e rosa segnate da evidenti macchie che la bevanda filtrata aveva rilasciato negli anni. No, non abitava più lì.

Preso dallo sconforto mi sedetti sulle poltrone, anche quelle visibilmente macchiate, mentre la signora centellinava le informazioni intervallandole con spiegazioni riguardando i suoi fiori, la sua giovinezza passata nel Queens ed il suo vecchio amore perduto nella guerra di Corea. In tutto questo ancora non avevo capito cosa rappresentasse l’anziana signora nella vita di F.C. ma sicuramente non era la moglie. Forse una sorella, una cugina. Non m’interessava nulla di lei, obiettivamente, volevo solamente trovare una conclusione alla mia folle storia. La nostra conversazione, che in realtà era a senso unico ed alimentata solo dalla signora dai capelli bianchi e dalla vestaglia di lanetta, finalmente giunse al termine così da darmi la possibilità di avvicinarmi all’uscita di casa, ringraziare e scendere le scale. Ci sarei tornato il giorno seguente, magari avrei trovato qualcun altro più lucido dal quale ricevere le informazioni cui andavo cercando. Quando la porta stava ormai per chiudersi alle mie spalle venni fermato dal deciso richiamo della signora che mi volle salutare con un abbraccio e con un bacio sulla guancia. Mi ritrovai nelle mani anche dei cioccolatini dall’aspetto storico. Chissà, magari il museo adiacente aveva inglobato la casa ed il suo contenuto.

Lexington Avenue. Tra la 57ma e la 58ma. Era lì che avrei trovato lo scrittore.

Me lo disse come se per tutti i minuti precedenti si fosse presa gioco di me. Mi diede l’informazione più importante di tutto l’oro del mondo una volta terminato il nostro imbarazzane ma affettuoso abbraccio e poco prima di sparire dietro al portoncino verde.

Aspettai il giorno dopo per raggiungere l’abitazione di F.C. e non lo feci nemmeno subito. Prima mi concessi un giro al Central Park dove mi fermai a sfogliare qualche pagina del suo libro che ormai avevo quasi completamente usurato. Ero sereno. Feci una passeggiata lungo la 5th Avenue ad osservare tutta la ricchezza ed opulenza esistente in quella via per poi ricercare nuovamente il silenzio all’interno della Saint Patrick Cathedral che però non mi fu concesso a causa di una celebrazione. Altri passi lungo la 5th Ave. mi portarono a visitare la Biblioteca prima e la bellissima Grand Central Station poi.

Avevo passato la mattinata a gironzolare a piedi per Manhattan immaginando la quotidianità dello scrittore che aveva alimentato la mia fantasia e di chissà quanti bambini in mondi e circostanze completamente diversi dal suo. Era ovvio che un bambino cresciuto in un contesto campestre, dove la luce fioca dei lampioni è appannata dalle lunghe foschie invernali, venisse attratto da luoghi incredibili ed inavvicinabili. Solo ora realizzavo che furono concepiti in contesti esistenti.

Nel primo pomeriggio mi ritrovai davanti ad un’altra porta. Davanti a me questa volta non comparve un’anziana signora con l’alzheimer bensì una bellissima e giovane ragazza dagli occhi grandi e luminosi ed i capelli corti che risaltavano le caratteristiche del viso che in quel istante era piacevolmente sorridente. Dopo una mia breve presentazione mi fece accomodare in un gigante e lussuoso appartamento circondato da grandi vetrate e la pavimentazione in marmo e parquet di legno chiaro.

La signorina indossava una maglietta di cashmere marrone a maniche corte ed un paio di pantaloni beige che mettevano in risalto la sua aggraziata femminilità. Scomparve per qualche istante lasciandomi solo nel salone che nell’attesa cominciai a scrutare. C’erano mobili laccati prestigiosi ed essenziali e nessun oggetto riposto sopra di essi, eccezion fatta per una statuetta proveniente da chissà dove; un caminetto moderno protetto da una lucida lastra di vetro, pochissime foto contenute in cornici molto sobrie. Due quadri d’arte moderna di dimensioni considerevoli. Si respirava profumo di pulito.

Presto la ragazza ricomparve con un bicchiere riempito d’acqua e con sottobraccio un signore di almeno novant’anni. Camminavano lenti verso di me; lei attenta a non far fuoriuscire il liquido dal bicchiere, lui prestando attenzione ai suoi passi. Eccolo! Era F.C. lo scrittore che mi aveva spinto a fare l’unica vera grande pazzia della mia vita. Aveva il viso scavato ma oltre agli inevitabili segni dell’età sembrava sano e curato. La sua testa aveva perso le rotondità della giovinezza ma aveva mantenuto una chioma di capelli bianca e ben pettinata.

Era vestito con dei larghi pantaloni grigi stretti da una cintura nera ed una maglietta bordeaux. La sua figura trasmetteva spensieratezza mentre curva guardava perlopiù il pavimento. La vista l’aveva abbandonato quasi del tutto. Lasciai parlare la ragazza che era sua nipote, la più piccola delle tre. Lui non ebbe mai figli e fu accolto a casa della sorella, madre della ragazza con cui stavo conversando. Mi spiegò amabilmente che la signora che avevo incontrato nella Upper West Side era la domestica che aveva seguito per lunghissimi anni le faccende di casa dove abitava il signor F.C., finché arrivò il giorno in cui uno non era capace di badare all’altra e viceversa. Decisero di lasciarla vivere nel luogo in cui aveva passato gran parte della sua vita in segno di gratitudine.

I soldi non mancavano di certo in famiglia e nulla cambiava con una proprietà momentaneamente disponibile in meno. Durante la conversazione lo zio pareva completamente assente salvo poi intervenire di tanto in tanto con frasi che si riferivano a personaggi del suo passato o eventi racchiusi nella sua memoria o fantasia. In realtà F.C. non riuscì a mantenersi con i ricavi dei suoi libri e non raggiunse la fama. Anzi, mi disse la nipote mantenendo una accomodante gentilezza, suo zio non si riteneva nemmeno uno scrittore. Mentre mi passava alcune foto in bianco e nero ritraenti lo studio in cui F.C. scrisse i libri, mi spiegò di quanti lavori dovette cambiare prima di trovare un po’ di serenità. Era un’artista e dalle foto si capiva il carattere eccentrico di quel uomo. Sopra alla sua scrivania, collocata in una posizione apparentemente senza senso in mezzo al grande studio, erano presenti due Nikon F meccaniche ed una macchina da scrivere Olivetti lettera 32; al centro della stanza un treppiede di legno con uno straccio penzolante ed una tela dipinta a metà; colori a tempera, pennelli di varie misure e barattoli di vernice un po’ ovunque, grandi fogli arrotolati, casse in legno contenenti chissà cosa. Una radio con lo sportellino del mangiacassette aperto. Sorridemmo assieme nel commentare tutta quella confusione e creatività.

Mi sarei fermato ancora per ore ed ore a parlare con quella meravigliosa fanciulla ma si era fatto tardi ed avevo raggiunto il mio obiettivo. In fin dei conti andare alla ricerca dello scrittore era stata una scusa per rivivere la mia infanzia, per immergermi nuovamente in un mondo di avventure che non mi apparteneva più da troppo tempo. In fondo la mia nuova vita doveva ricominciare con un simbolico tributo alla persona che mi aveva regalato così tante e, fino ad allora uniche, emozioni.

Salutai la ragazza ed il vecchio scrittore. Lui, incentivato dalla nipote, contraccambiò con involontaria allegria. Poi andandomene presi dal mio borsone il libro Alice in Manhattan e riguardai soddisfatto e commosso la dedica scritta qualche istante pima dell’addio dalla mano tremante del suo autore:

Solo coloro che possono vedere l’invisibile, possono compiere l’impossibile!*

*Patrick Snow

Cap.1 Ti troverò a Manhattan

Qualcuno di voi ha mai fatto una pazzia, un gesto estremo,  pur di raggiungere un desiderio? Vi siete mai sentiti come dei moscerini attratti da accecanti ed inafferrabili bagliori di luce verso i quali lasciarsi trasportare? Un tronco spinto dalla corrente del fiume, coscienti che alla fine ad aspettarvi ci siano le ripide di una letale cascata o semplicemente una spiaggia paradisiaca. Forse l’avrete fatto motivati da un amore o più probabile innamoramento, magari un capriccio oppure meschina avidità… A me, fino ad allora, non era mai capitato nulla di tutto ciò. La mia vita era sempre stata pianificata, discreta, rassicurante. Arida di sentimenti. A memoria non posso ricordare nemmeno un rischio programmato. Probabilmente risultava parecchio noiosa, vista da fuori.

Eppure fin da ragazzino rimanevo affascinato dai libri che narravano avventure. Isole di pirati e tesori nascosti; storie di esploratori e di navi ed aerei che sfidavano tempeste, tuoni, fulmini e saette con i loro misteriosi carichi. Rischi che non sempre andavano a buon fine; disgrazie che segnavano l’inizio di nuove spedizioni ed entusiasmanti racconti. Leggendo avevo cominciato a farmi una cultura generale appassionandomi in particolar modo di uno scrittore. Di lui, F.C., si sapeva poco se non  il suo nome e qualche notizia scritta sulle monocromatiche copertine dei suoi libri. A pensare oggi a quei spessi cartoncini grigiastri o verdognoli mi chiedo quale attrazione m’abbiano trasmesso nel vederli la prima volta; come fece ad incuriosirmi il contenuto? La copertina di un libro è come il viso di una ragazza, fondamentalmente. Parafrasando, mi sarei innamorato di una donna dall’aspetto orribile, ma infinitamente interessante. Ricordo anche con esattezza quando presi la decisione di andare a New York: un pomeriggio di fine estate, quando l’influenza stava finendo di martoriarmi ed i documenti di lavoro che adocchiavo caddero  inavvertitamente ai piedi della libreria. Nel raccoglierli, intontito da qualche linea di febbre e dall’aria pesante di casa, urtai la schiena sulla scrivania che finì con lo sbattere su una scansia rovesciando sulla mia testa un libro impolverato. Dopo un’imprecazione lo raccolsi per riporlo al suo posto ma non prima di soffermarmi a guardare la sfuggente immagine del, già allora, non più giovanissimo scrittore. Il volto dipinto era misterioso, un po’ cupo. Sfuggente. Non feci mai caso che tutta la collezione di F.C., cui ero forse unico possessore al mondo, non presentava nessuna foto ritratto. In pratica quel uomo che aveva contribuito ad alimentare la mia fantasia e di chissà quanti altri lettori, non aveva una faccia, un’immagine definita.

Quel pomeriggio mi ero trasformato in un moscerino e l’accecante bagliore fu la curiosità di scoprire chi fosse veramente F.C.

Le mie prime ricerche cominciarono in quel istante su internet dove ero sicuro avrei trovato tutto ciò cui andavo cercando. Aneddoti, curiosità, fotografie, biografia dello scrittore e via dicendo. Ero certo che in qualche minuto avrei potuto rispondere alle domande che, chissà come mai, mi ero posto solo allora dopo decenni in cui avevo letto i libri; notai che era passato così tanto tempo che forse avrei dovuto sfiorarli anche con uno straccio oltre che con lo sguardo. Incredibilmente in rete non trovai praticamente nulla. Una menzione del nome e delle sue opere senza nessun collegamento esterno. In pratica il mondo di F.C. conosceva esattamente e solamente ciò che io stesso possedevo: un nome e cognome, qualche prefazione di circostanza, i titoli dei suoi romanzi e gli indirizzi di due case editrici di poco conto, probabilmente già fallite da tempo. Entrambe di New York e questo poteva far pensare in qualche modo che F.C. potesse almeno provenire da quello Stato, forse quella città. Trovai anche un forum dove un certo Kiko56 si poneva la mia stessa domanda: qualcuno ha notizie di questo scrittore? Il suo intervento risaliva a dieci anni prima cui non seguitavano risposte.

Cinque giorni dopo mi trovai seduto in aeroporto ad aspettare la chiamata di imbarco per il mio volo. Di tanto in tanto verificavo sul monitor che non ci fossero cambiamenti di orario e che il gate d’uscita fosse effettivamente il numero B10. La stabile scritta azzurra New York JFK 9:00 era confortante agli occhi di chi come me, aveva volato pochissimo e non era pratico di aeroporti. Cercavo fiducia nelle persone sedute accanto a me e che sembravano sicuramente più a loro agio. Chi ascoltava musica, chi chiacchierava, chi leggeva un libro. Anch’io stavo leggendo. La storia di “Alice in Manhattan” la ricordavo abbastanza bene e questa volta la lettura consisteva nella ricerca di indizi o particolari che in qualche modo potessero portare il mio dito indice a premere il campanello giusto: quello della porta dell’autore del libro. Al lavoro mi credevano a casa con una forte influenza ed in pochi se ne sarebbero strappati le vesti; io attendevo un aereo che mi avrebbe portato a New York da lì a poco. Stavo incredibilmente vivendo la mia prima pazza avventura; la mia folle caccia al tesoro.

Durante il volo avevo proseguito nella lettura irrigidendomi e sudando freddo ad ogni vuoto d’aria, probabilmente provocando l’ilarità della mia imperturbabile obesa antipatica vicina di sedile con la quale avevo scambiato qualche occhiata e nessuna chiacchiera. Anche i controlli dell’immigrazione all’aeroporto JFK non mi avevano rubato troppo tempo così che in poco più di due ore dall’arrivo a New York mi trovai disteso sul letto nella stanza del mio albergo a pochi passi da Time Square. La stanchezza non aveva prevalso la mia voglia di uscire e curiosare la metropoli americana, fonte di ispirazione di migliaia di artisti tra cui lo scrittore cui andavo cercando. Non dovevo scordamelo, quello era il motivo per cui mi trovavo a New York. Cominciai ad addentrarmi nella nuova stravagante realtà composta da mille insegne esageratamente luminose, persone vestite da pupazzi e supereroi ed un interminabile affollamento creato da gente di ogni genere, razza, colore ed estrazione sociale. Era tutto in vendita ed i gadget strabordavano dai negozi e dalle bancarelle. Se nella vita avessi coltivato qualche rapporto sentimentalmente significativo in più, avrei dovuto acquistare un’ulteriore valigia solo per metterci i souvenir da regalare. Per fortuna non correvo questo pericolo. A Time Square scese la notte e la luminosità artificiale della piazza aumentò a dismisura. Mi sentì tramortito dalla folla e dall’incessante flash delle gigantesche insegne pubblicitarie tanto da svincolarmi ed entrare nella Broadway Avenue dove trovai un’atmosfera più nostalgica. L’avvicendarsi di insegne circondate da lampadine nel classico stile che contraddistingue Broadway e decine di colorate locandine reclamizzanti musical, mi avevano riportato a pensare agli anni 80.

Mi soffermai davanti la vetrina di un negozio di droni e dopo qualche minuto, ingolosito dal cibo esposto in vetrina,  entrai in un locale a mangiare qualcosa. Ordinai un semplice involtino con gli spinaci e, nel mentre la banconiera lo mise a scaldare, presi anche un’acqua ed una cheesecake. Pagai alla cassiera e tornai al banco a prendere il mio involtino. Provai a pescare un biglietto della mia personale lotteria chiedendo alla ragazza, che intanto mi stava porgendo il mio spuntino, se avesse mai sentito parlare dello scrittore F.C. o se si fosse mai visto da quelle parti. Ovviamente la sua risposta fu un no accompagnato da un sorriso che mal celava i suoi dubbi riguardanti la mia integrità psicologica.

Giusto il tempo di rientrare in albergo che ricevetti una chiamata dall’Italia.

Il numero era inequivocabilmente quello del mio superiore che lasciai squillare per qualche secondo nel mentre ipotizzavo il motivo di quella chiamata. Risposi senza che nessuna idea fosse pervenuta al cervello. Avevo finto una voce influenzata ma il capo chiese semplicemente chiarimenti su degli appunti che avevo lasciato in ufficio senza preoccuparsi troppo della mia salute. Prima di chiudere in effetti si interesso con distacco della mia condizione fisica. Poi esternò una battuta che mi fece sobbalzare dal letto. Sarai mica a New York, mi disse sarcastico, prima di suggerirmi di abbassare un po’ l’audio del film poliziesco che stavo, secondo lui, guardando. In realtà il sottofondo che sentiva non era quello di un film, ma l’originale colonna sonora che accompagna la Grande Mela giorno e notte. Non credo esistano città così caratterizzate dai suoni come New York.

Il giorno seguente mi recai subito alla ricerca della casa editrice che aveva distribuito gli ultimi sei libri dello scrittore che andavo cercando. Per farlo presi la metropolitana e raggiunsi la zona del Ground Zero. Quello che è stato costruito al posto delle Twin Towers si avvicina molto ad una nave spaziale. Perlomeno l’interno. Così come le enormi vasche commemorative con incisi i centinaia di nomi dei caduti evocano qualcosa di surreale. Incredibilmente anche quella tragedia è stata fonte di business come testimoniano i tanti gadget acquistabili nei paraggi. Non potevo fare a meno di visitare quel luogo che ha segnato una svolta epocale.

L’indirizzo della casa editrice corrispondeva ad una casa diroccata. Un inizio che odorava di fine.

Rimasi a guardare la casa con in mano il mio foglio con stampati i dati di riferimento. Impalato come un idiota che era ciò che in quel momento realmente sentivo di essere. Attorno a me grattacieli, camion dei vigili del fuoco e polizia, un incontro di reduci dalla guerra dell’Iraq, probabilmente. Ma come mi era saltato in mente di cercare uno scrittore di cui non conoscevo neppure il volto e di cui non sapevo nemmeno fosse vivo o morto, in una città dove vivono e transitano milioni e milioni di persone? Mi misi a camminare finché non arrivai al Battery Park da dove vidi la Statua della Libertà. Per un attimo l’emozione nel vederla mi fece dimenticare la sconfitta che stavo vivendo.

(continua)

Halong Bay Heritage Marathon. Correre in Vietnam.

L’Heritage Halong Bay Marathon è una manifestazione con pochi precedenti alle spalle e forse per questo offre il fascino della corsa dura e pura senza troppi fronzoli commerciali come avviene di consueto negli appuntamenti del Vecchio Continente, per non parlare degli Stati Uniti, regno incontrastato del marketing estremo. Al ritiro del bib si notano subito le differenze con New York, ad esempio, dove ad accoglierci non ci saranno centinaia di addetti, sicurezza e migliaia di gadget esposti negli stand dei grandi brand sportivi bensì quattro persone dietro ad un tavolo di un’enorme sala conferenze completamente fredda e spoglia.

La prima sfida è quella di assimilare il viaggio, piuttosto impegnativo, ed il fuso orario (+6) che dal punto di vista fisico non è troppo fastidioso.

Nell’immaginario di molti il Vietnam è un’apoteosi di verde, foreste, fiumi marroni, umidità ed insetti. Immagine che ci è stata inculcata in anni di film americani di guerra girati, tra l’altro, al di fuori del territorio vietnamita dove ancora oggi di queste pellicole propagandistiche ne è bandita la proiezione e la produzione. Incredibile pensare che i vietnamiti non hanno idea di chi sia Rambo, altro esempio.

Fatto sta che la Baia di Halong, almeno nel periodo in cui si corre la maratona, ossia in novembre, presenta un clima piuttosto favorevole alla corsa. Alle prime ore della mattina quando ci si presenta al via, la temperatura è addirittura gelida.

Non si scalda nemmeno al nastro di partenza, dove le poche presenze degli atleti, la scarsa affluenza di pubblico e le prime e poche luci dell’alba, rendono l’atmosfera dello start simile a quello delle ultra maratone o delle ultra trail piuttosto che alla 42K cui stiamo partecipando.

Ovviamente non ci sono wave colorate da seguire e poco male se si parte per ultimi come il sottoscritto dato che pensavo che il colpo di cannone (si fa per dire) sarebbe avvenuto mezz’ora dopo…

Sottointeso che sia necessaria una adeguata preparazione fisica per terminare decorosamente una maratona, nel caso specifico è indispensabile presentarsi all’appuntamento fisicamente e mentalmente al meglio solo per finirla (anche senza decorosamente) in quanto il percorso tecnicamente è piuttosto impegnativo. Le gambe vengono messe a dura prova nell’affrontare le due salite più ostiche (e di conseguenza le ripide discese) che ci fanno salire sul punto più alto del percorso che è lo spettacolare Bãi Cháy Bridge. Una all’andata, una al ritorno.

Mentre numerose energie vengono consumate in questo frangente, presto ci si ritroverà pressoché isolati a continuare il nostro percorso. Lì incomincia la parte più difficile dal punto di vista mentale; vuoi perché viene a mancare la componente più bella ed importante delle competizioni, ossia la spinta del pubblico che differenzia un giorno d’allenamento qualunque da quello della gara, vuoi per il mini stress nel cercare le indicazioni per il percorso giusto da seguire. Come non bastasse le strade non sono chiuse al traffico, pertanto la sensazione di correre come dei pazzi numerati tra le vie di Halong è piuttosto presente. I punti di ristoro sopperiscono alla grande alle necessità dei corridori.

Tra tratti di marciapiedi sgarrupati e cantieri aperti, aumenta la solidarietà tra i partecipanti che, arrivati al giro di boa della mezza, devono ripercorrere i loro passi incrociando così gli inseguitori. In totale mancanza di pubblico il farsi forza tra maratoneti diventa scambiarsi un cinque con i più forti o rispondendo al saluto di chi si incontra intorno al 25K (che sarebbe il loro 17mo) e che ti guardano come fossi un marziano.

Questo accade in manifestazioni poco frequentate perché i miei tempi sono ridicoli se paragonati anche a quelli di un buon amatoriale in gare più blasonate, senza scomodare i professionisti che li vedo con il binocolo.

Passo dopo passo ci si avvicina al fatidico arrivo dove nonostante gli aminoacidi gentilmente offerti da Aldo Rock in occasione della maratona di NY, ho accusato un crollo totale che mai mi era capitato prima. Al 40K la mia testa ha deciso che dovevo camminare. Questa sciagurata presa di posizione della mia coscienza che non sono riuscito a contrastare ha dimostrato quanto sia importante avere una persona amica o anche degli sconosciuti che ti incitano a spingere per qualche metro ancora. Ma di pubblico nemmeno l’ombra. Uniche pillole consolatrici l’assurdo doppiaggio dei partecipanti della mezza maratona, ma soprattutto quelli della 10K. Fortunatamente dopo qualche centinaio di metri ed essere stato superato da un giapponese che pensavo d’aver lasciato abbondantemente dietro, ho ripreso a correre e mettermi in scia del nipponico ma senza la necessaria forza per ripassarlo. Traguardo raggiunto ma decisamente spaccato.

Bella la medaglia che viene riconosciuta ai finalisti ed indispensabili i bicchieri di plastica contenenti i noodles al ragù. La fame era talmente insistente che ne ho finiti tre ricolmi utilizzando le bacchette (đũa) con le quali  generalmente faccio fatica anche a tirare su pezzi di cibo più solidi e consistenti.

A proposito del cibo, fattore da non trascurare assolutamente e che nel mio caso è stato uno degli elementi più penalizzanti in assoluto: la sera prima della corsa evitate di cercare fortuna tra i locali di Halong ma optate per una cena presso un albergo che offra cucina internazionale. Poco importa se la qualità non sarà eccellente ma carboidrati, proteine, grassi e zuccheri in qualche modo vanno ingeriti. Personalmente ho corso una maratona con in corpo una zuppa di pollo della sera precedente ed una fetta di cheese cake per colazione la mattina stessa e giuro che al 30K mi sentivo la faccia consumare dalla fame.

Anche quest’ultima parte con gli anni diventerà un simpatico aneddoto da raccontare, ma sicuramente è un errore da non ripetere.

Parafrasi di terremoto

biciA L’Aquila quasi tutti gli edifici sono coinvolti in opere di ricostruzioni. Alcuni ancora nascosti dalle reti di protezione, altri sostengono complesse impalcature, qualcuno è stato puntellato ed abbandonato a se stesso.

Sembra di camminare all’interno di un grande set cinematografico svuotato dagli attori protagonisti.

Sempre meno presenti, ma esistono ancora luoghi dove il tempo si è fermato pochi istanti dopo i crolli della notte del 6 aprile 2009. Si possono scorgere dei grossi monitor della saletta computer di un bar. La visione ci fa comprendere i passi da gigante che sta facendo la tecnologia, quasi voglia instaurare in rapidità un ampio e netto distacco dal tragico avvenimento.  Affacciandosi alle vetrine di alcuni negozi evacuati si nota la merce giacente disordinata tra scaffali incrinati e pavimenti impolverati.

Camminando tra le vie della città questo è quello che si vede.

impalcaturaLe martellate, le accelerate delle betoniere, lo stridere dei trapani, i richiami tra muratori è quello che invece si sente. Attorniati da un irreale cuscinetto di silenzio.

Il rischio è focalizzarsi su quanto sopra descritto e piangere la parziale dispersione culturale ed architettonica anziché la perdita umana e comunitaria.

L’eruzione del Vesuvio a Pompei provocò la distruzione dell’insediamento umano immobilizzando e cristallizzando nella storia centinaia di persone. Resti a tutt’oggi riconoscibili che ci ricordano gli attimi di sorpresa e sofferenza subiti dagli abitanti. A distanza di duemila anni il ritrovamento di oggetti e resti appartenenti al nostro genere ci ricordano i drammi e le storie vissute all’epoca. Il centro dell’attenzione è rivolta all’uomo.

L’Aquila, a differenza della cittadina campana, sarà ripulita e tirata a lucido pronta per ripresentarsi al mondo come una delle più belle città europee e non solo. Esiste così il rischio che venga celata traccia della sofferenza subita da ogni cittadino. Persona per persona.

Il pericolo più grande è che dopo il caloroso abbraccio umanitario ricevuto in varie forme dagli aquilani, nel caso specifico, le vittime vengano dimenticate o abbandonate per procurata scocciatura. Le richieste d’aiuto protratte nel tempo, pur logicamente legittime, diventano scomode al resto delle comunità integre che non amano protrarsi nelle emergenze. Anche se irrisolte.

internoNella storia il bar non porta i ricordi, ma i ricordi portano inevitabilmente al bar  quello che si cerca di far emergere è il fatto che le cose si possono ricostruire. A tutto c’è una soluzione, tranne che alla morte. Simbolicamente il riferimento a questo detto è la serranda del bar del protagonista del racconto, tornata in asse dopo il sisma. Qualcosa di materiale che in mezzo alla distruzione addirittura si ripara.

Per chi resta in vita non rimane altro che adattarsi ai cambiamenti e confrontarsi con la nuova realtà.

Guardando negli occhi di queste persone si dovrebbe pensare a quello che hanno perso, a ciò che hanno subito. Negli Stati Uniti dopo il crollo doloso delle Twin Towers hanno individuato un nemico contro cui scagliare la loro rabbia. Tutti i desideri di rivalsa all’accaduto li stiamo pagando ancora oggi con l’aggiunta di altre vittime; anche tra uomini dell’esercito riversati nei luoghi dove si radicalizza il male. A loro detta.

Nel caso nostrano non c’è un nemico da affrontare. Esiste chi punta il dito verso le autorità competenti che non hanno prevenuto niente di ciò che si è verificato, gli orfani delle Chiese semidistrutte che evocano punizioni divine, altri che si appellano alla fortuna o sfortuna.

Ciò che è stato è un evento naturale. Vedendolo da un punto di vista naif e fantasioso una scrollatina del globo terrestre forse annoiato nel sopportare milioni e milioni di puntini che lo modificano quotidianamente estraendo minerali, producendo scorie, lasciando residui ovunque e divorando tutto ciò che si muove tra terra, acqua ed aria.

Anche questa teoria però devia la traiettoria dell’intento della storia dell’uomo del bar che, se ancora non si fosse capita, vuole indirizzare l’attenzione alle persone toccate dall’evento e non alle cose.

Le cose sono fatte per essere usate.
Le persone sono fatte per essere amate.
Il mondo va storto perché si usano le persone e si amano le cose.

Steve McCurry a Monza: fotografo d’anime

Il fotografo artista Steve McCurry espone le sue immagini in una mostra di altissimo livello a Monza presso l’altrettanto spettacolare Villa Reale, dal 30 ottobre 2014 al 6 aprile 2015. 20141208_111107I primi scatti professionali di Steve McCurry avvengono all’età 19 anni in qualità di reporter in un piccolo giornale in Pennsylvania e che nessuno, lui compreso, avrebbe immaginato si sarebbero evoluti fino a tal punto. La fantastica parabola ascendente deriva dal fatto che il successo professionale è accompagnato passo dopo passo da quello umano, lato che in ogni sua foto è imprescindibile, in alcuni tratti commovente. L’umiltà e la voglia di mettersi in gioco davanti alle persone ed alle situazioni che ha immortalato scatto dopo scatto durante i suoi innumerevoli reportage, sono stati indispensabili per raggiungere l’eccellenza. IMG-20141208-WA0009Nell’epoca del digitale in cui siamo inflazionati da foto di ogni genere e tipo, tra tanta puerilità e mediocrità presente sui social, è davvero gratificante perdersi nel mondo del McCurry che ci porta per mano, anzi, per occhio, non solo tra i mondi considerati meno fortunati e martoriati da guerre o povertà, ma tra le persone che li popolano, vivono e caratterizzano, facendo notare con discrezione e palpabile garbo i sentimenti contrastanti che essi portano nel cuore e nell’anima. Nelle sale espositive di Palazzo Reale le foto sono esposte senza criterio geografico o temporale ed è davvero piacevole ritrovarsi dall’Afganistan all’India, dallo Yemen al Brasile piuttosto che Giappone, da New York a Roma nel giro di pochi passi. Spaziando nel tempo che i più attenti collocheranno con esattezza storica senza l’ausilio delle targhette identificative (ovviamente presenti) dato che è sufficiente guardare con attenzione la grana della pellicola per distinguere quali furono scattate in Kodachrome da quelle più recenti, digitali. Un abisso tecnologico facilmente riconoscibile. IMG-20141208-WA0007Tra i tanti volti sconosciuti e veri protagonisti della mostra spicca quello stranoto di Robert De Niro, scelto per simboleggiare la città di New York ed immortalato nell’ultima pellicola kodachrome allora disponibile; foto sviluppata e stampata nell’ultimo piccolo laboratorio esistente al mondo che ancora trattava pellicole prima dell’inevitabile estinzione. Un omaggio di Steve McCurry a questa fantastica pellicola prima di concedersi definitivamente alla tecnologia digitale. IMG-20141208-WA0008Per dimostrare che niente è per caso e che Steve è un predestinato, un fuoriclasse del reportage fotografico, rimaniamo proprio a NY, dove nel 2001 in occasione di uno dei più tragici eventi mai accaduti ossia il crollo delle Twin Towers, dove oltre al fatto curioso che possedesse un ufficio con vista sul World Trade Center si aggiunge quello che ci fosse tornato proprio un giorno prima da un lungo viaggio, il 10 settembre; come se l’appuntamento con la documentazione di fatti epocali fosse stato scritto sulla sua agenda vitale e come se il destino aspettasse ogni volta quest’uomo per farsi immortalare un’ultima volta prima di cambiare corso alla storia. Davvero incredibile. 20141208_120740 D’altronde per essere delle persone uniche e speciali, dei fuoriclasse, non basta il talento, la volontà o qualche colpo di fortuna ma un concatenarsi di astri favorevoli ed avvenimenti che attimo dopo attimo si intreccino con la vita del prescelto in un eterna e formidabile unione di azioni e conseguenze esclusive ed irripetibili. 20141208_122610Oltre all’utilità delle audioguide indispensabili in alcune foto per svelare retroscena, significati ed anche prospettive, che per Steve McCurry saranno anche naturali ma per il comune visitatore sarebbero ardue da focalizzare, l’ausilio di brevi resoconti filmati in cui l’autore racconta vari aneddoti e storie da lui vissute risultano essere molto piacevoli ed altrettanto efficaci nello scopo di integrarci completamente con lo spirito dell’interprete e diventare a nostra volta, con una semplicità disarmante, protagonisti delle storie e luoghi riprodotti dal fotografo. 20141208_121924La lezione che ne deriva, indipendentemente se rivolta ad aspiranti fotografi, professionisti o meno è che con l’umiltà, la passione ed il rispetto verso il prossimo, il mondo ramificherà sotto i nostri piedi infinite strade verso il successo che, come in questo caso, faranno apparire quasi come dettaglio ininfluente la Nikon che ha tecnicamente eseguito lo scatto ma che senza l’ausilio di un grande spirito ad indirizzarla nel cogliere il momento ideale, altro non sarebbe che un prezioso ed inutile oggetto. 20141208_114152 Mostra assolutamente da non perdere. Bellissima. “Ho imparato a essere paziente. Se aspetti abbastanza, le persone dimenticano la macchina fotografica e la loro anima comincia a librarsi verso di te“.  (Steve McCurry) Instagram: @McCurryStudios 20141208_120838  20141208_121128