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Copertina Gennaio 2020

Los Angeles. Il cadavere di Santa Monica ep.1

Le persone presenti videro il corpo di un uomo avvolto in un sacco che stava per essere caricato sul furgone del coroner. Le generalità erano ignote, i motivi del decesso altrettanto. L’unica cosa certa era che quel giorno pioveva ed anche parecchio, così da costringere gli agenti della polizia a fare piuttosto in fretta nel rimuovere quel cadavere. L’acqua che scendeva fitta sulla banchina del Santa Monica Pier comunque non ostacolava la curiosità dei turisti che non persero occasione per fare qualche foto a quella che sembrava la scena di un film. I più audaci andarono subito a ricercare altri indizi tra le scalinate in prossimità del ritrovamento.

Una volta chiusi i portelloni del furgone la sagoma scomparve agli occhi dei curiosi.

Chi mai poteva essere quell’individuo?

La prima ipotesi è la seguente.

La mattina presto un turista americano di una sessantina d’anni si sveglia di buonumore. Sedendosi sul materasso sistema faticosamente un cuscino dietro la schiena, indossa gli occhiali da vista e controlla velocemente i messaggi presenti sullo smartphone. Scorre le email e le foto di sua figlia assieme ai nipotini. Di tanto in tanto si gira a guardare benevolmente sua moglie ancora distesa mentre si gode il dormiveglia. Le da un bacio sulla guancia ricevendo in cambio un verso di disappunto. Lei vuole posticipare di qualche minuto il risveglio. Lui si alza e, prima di andare in bagno, scosta leggermente le tende offuscanti della finestra della camera dell’hotel. Scorge una giornata grigia e piovosa, ma si pregusta il fatto che sia a Los Angeles a festeggiare l’anniversario di nozze con la donna con cui ha condiviso gran parte della sua vita. Lei apre gli occhi definitivamente disturbata dallo scroscio dell’acqua del lavandino prima e dal ronzio del rasoio elettrico poi. Anche la signora guarda fuori e pensa che è la giornata ideale per starsene a letto a guardare tv crogiolandosi con stuzzichini e bicchieri di vino anziché uscire a visitare la città. Il marito si presenta all’uscio del bagno pulito e profumato come un bambino; sollecita la moglie a prepararsi in fretta per scendere a fare colazione. L’abbraccia avvolgendola con la sua corporatura piuttosto imponente, le stampa un altro bacio sulla guancia provancandone una scherzosa smorfia di disappunto e si reca nella sala ristorante dove sarà da lì a poco.

L’ombrello che stanno reggendo per ripararsi dalla pioggia è rigirato dal vento così che i due devono ripararsi in uno store in prossimità del cartello stradale che indica la fine della Route 66. Scattano alcune foto mentre le nuvole si appropriano definitivamente del famoso luna park che tante volte è stato protagonista delle scenografie di numerosi film. I bambini approfittano del maltempo per riempire la sala giochi. Loro due si siedono invece a consumare un hamburger all’interno di un locale e, tra un morso e l’altro al panino farcito, si scambiano qualche chiacchiera. Lui progetta un altro viaggio, magari nel vecchio continente. Non è mai stato in Francia, o in Spagna. Certo nel Wisconsin non si vive male e si è vaccinati al maltempo, però passare qualche mese in Europa possibilmente al caldo sarebbe l’ideale.  Lei non si lascia trasportare dall’entusiasmo e lo invita a godersi i momenti che stanno passando a Los Angeles. Sono lì da pochi giorni e la California è ancora tutta da esplorare.

La pioggia finalmente cala d’intensità ed i due decidono di passeggiare un pò. Lui è affascinato dall’Oceano e dalle onde che sbattono violente sui pali del molo rovesciando acqua salata a pochi centimetri dai loro piedi. C’é un istante in cui tra le fitte e scure nubi filtra un raggio di sole che richiama l’attenzione di entrambi. In quei momenti sembra che la natura riponga su di loro una benevola attenzione. Pare arrivare da un mondo lontano e sconosciuto anche il gabbiano che si posa sul parapetto a breve distanza da dove stanno contemplando il mare e la sua imponenza.

Poi la luce scompare oscurata da una cortina nera, il vento comincia a soffiare più forte e la pioggia riprende a cadere fitta. Il gabbiano si congeda librando le ali prima di spiccare il volo, lasciandoli soli nell’affrontare la tempesta. Lei invita il marito a correre nel cercare riparo ma dopo pochi passi l’uomo comincia ad accusare dei dolori al petto. La moglie ha preso qualche metro di vantaggio nella breve corsa che l’ha portata sotto una pensilina mentre l’uomo è fermo piegato in due con le mani sui fianchi e la faccia verso terra. La schiena esile di sua moglie si annebbia alla sua vista. Protrae la mano verso quella direzione.

Passano pochi secondi e la signora alza lo sguardo per verificare che la tettoia funga da riparo. Poi si gira verso il marito per sollecitarlo a fare in fretta ma dietro a sé vede la sua sagoma a terra.

L’uomo con la quale aveva condiviso ventanni della propria vita è riverso sul pavimento senza vita.

Forse era lui la persona dentro al sacco?

La seconda ipotesi riguarda un uomo di mezza età, senza fortune, senza casa. (continua)

New Orleans. Immagini e parole (parte terza)

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Ehi, adesso ti dico qual è il problema dell’America. Potrebbe essere il più grande paese della Terra. Davvero. C’è tutta questa gente diversa che viene per fuggire all’oppressione e alla povertà, in cerca di una vita migliore. E poi cosa fanno? Rimangono attaccati alle cose che li hanno messi nei guai. Continuano a combattere le stesse guerre e odiare le stesse persone del loro vecchio mondo. Vogliono essere italiani o greci, irlandesi o polacchi o russi, africani o vietnamiti o cambogiani o che altro… E a quello restano appiccicati. Stanno con quelli della propria razza e dubitano di tutti gli altri e perché…? Cultura? Storia? Che diavolo è, un mucchio di roba che i tuoi ti hanno detto di credere per tutta la vita? E quindi è tutto vero? Hitman

13”Perché della cucina non ne vogliamo parlare?” Disse con aria severa mentre staccava i jack dell’amplificatore dal suo basso. “E’ una forma d’arte anche quella. Cioè scegli gli ingredienti, che sono le note e ci componi un brano bilanciato ed armonico. Poi pensa che a disposizione non hai solo sette note…” Lo ascoltavo mentre passavo lo straccio sul sassofono. “Ti dirò di più… In certe jam session facciamo friggere gli strumenti come delle padelle incandescenti” Continuò senza alzare lo sguardo concentrato com’era a riporre il basso nella custodia “Cioè a me piace la varietà delle cose. L’alternarsi del gusto, dei colori e delle note. Quindi mi spieghi che cazzo ne può capire un razzista della Jambalaya? Cioè mi spieghi come fa un razzista ad ordinare una Jambalaya?”
11Nel giornaliero slalom di distinzioni c’è spazio anche per il contrasto tra filosofi e pratici, antipodi che battagliano spesso per lo scalpo della ragione. I pratici hanno parecchie componenti per formare il loro nutrito esercito da schierare nella battaglia per aggiudicarsi lo scettro del più indispensabile del pianeta. Sostengono che senza il loro sudore quotidiano il mondo sarebbe una bolla di idee e niente di più. D’altro canto l’esercito delle menti affila le armi nel sostenere che senza concepimento logico nessun oggetto potrebbe prendere vita. In questo tiro alla fune le forze si equilibrano rendendosi indispensabili l’un l’altra.
20La cosa bella della musica è che fondamentalmente è anarchica. Tutti, ma proprio tutti, possono ascoltarla e suonare lo strumento che gli pare. Ci sono eccezioni anche in questo caso, vero, ma più che sociali sono fisiche. Il benestante è esclusivista nel acquistare un pianoforte a coda o un’arpa che sono strumenti parecchio costosi, vero, ma esistono alternative anche per chi è impossibilitato a farlo. Basta suonare una tastiera elettronica o un piano a muro, i tasti non cambiano. Il silenzio invece è sempre più difficile da comprare. E’ difficile godere del silenzio in un palazzo condiviso da più famiglie; una villa singola ed isolata è inaccessibile per la maggior parte delle persone. Il meno abbiente fatica a trovare silenzio anche durante gli spostamenti, costretto ad usare rumorosi mezzi pubblici. Il ricco può scegliere e spesso preferisce muoversi autonomamente su auto sempre più insonorizzate. Ecco nella musica non c’è questa disparità. Una ragazza può scegliere di suonare il suo violino per strada o in un’orchestra. Ricca o povera essa sia, poco conta.
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”Ehi uomo fammi il favore, sali dietro e reggi la scala. Non vorrei la perdessimo durante il tragitto” “Ok uomo ma sei sicuro d’averla assicurata bene? Non vorrei cadesse la scala con me sopra” “Santo dio… Certo che l’ho legata bene.” “Senti uomo, ma se sei così sicuro d’averla fissata come dio vuole mi spieghi che senso ha che io mi ci sieda sopra?” “Dannazione uomo è solo una forma di sicurezza in più. Serve a farmi stare più tranquillo.” “Ehi uomo fa stare più tranquillo te ma non me. Devo proprio salirci?” “Ehi uomo sali su quella cazzo di scala” “Ok uomo, se lo dici tu ci salgo. Ok”
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Una casa non è una questione di mattoni, ma di amore. Anche uno scantinato può essere meraviglioso.
(Christian Bobin)

New Orleans Immagini e parole parte I

New Orleans Immagini e parole parte II

New Orleans. Immagini e parole (parte seconda)

 

she

She was wild and she was very beautiful and sometimes she was a tree strong and rooted that piece of shelter that never asks for anything in return

Lei era selvaggia e molto bella ed a volte lei era un albero forte e radicato, quel pezzo di rifugio che non chiede mai nulla in cambio

16Un uomo dorme sul suo trono divano all’aperto, in un cortile al bordo della strada. Chi è quest’uomo? Cosa fa nella vita? Sicuramente non teme i giudizi. Forse una delle poche, autentiche e percepite libertà negli Stati Uniti è proprio quella di non essere giudicati. Ognuno si sente libero di vestirsi, manifestarsi, esprimersi a proprio piacimento. Il giudizio è una subdola forma opprimente che costringe gli individui a celare le proprie caratteristiche. Quante volte si è costretti a reprimere le proprie virtù per non essere travolti dal giudizio dei mediocri? Giudizi spesso affrettati ed azzardati. Quell’uomo potrebbe essere esausto per aver scaricato da solo un camion di cemento. Oppure distrutto per aver assistito qualcuno in ospedale la notte precedente. Potrebbe aver scelto di far nulla durante il suo giorno libero. Addirittura un’artista che riposa dopo essersi costruito il suo regno.

 

7Che ne sa la gente di New Orleans. Che ne sa di come si cresce a New Orleans. Tra i colori, gli strumenti a fiato. Le note di un pianoforte che vibrano tra i muri di qualche rumoroso locale nella Barbour. Nelle corde di bassi e violoncelli tirate e ricalibrate per interi giorni, settimane, mesi, anni. Della felice fatica nel buttar fiato dentro agli ottoni. Che ne sanno della musica di Shannon Powell e delle sue percussioni. A New Orleans si cresce circondati dai colori e dalla musica. Che ne sa la gente di come si tifa per i Saints o di come è bello girovagare per i quartieri di New Orleans in sella ad una moto. Che ne sa…

 

9Oltre quel muro c’è il Mississippi. Oltre quel muro ne è passata di sofferenza. Di lotte e battaglie per costruire una città di diritto. Così poi è stato. Oltre quel muro è passata la devastazione di Katrina a cui, di diritti, poco importa. La natura mica fa sconti quando deve ribellarsi. Così dall’altra parte del muro c’erano solo macerie. Adesso, mentre ci cammino a fianco, vedo una grossa scritta. E mi dispiace per lei ma un giorno non ci sarà nemmeno più perché al di là del muro stanno costruendo nuove case colorate, nuovi negozi luminosi, nuovi locali festosi. Un mondo spensierato dove questo muro non avrà più senso di esistere.

 

10Un vecchio scuolabus abbandonato. Una carcassa gialla che affascina solo gli allievi di una scuola di fotografia che, a turno, lo inquadrano. Lo sezionano e lo scompongono come se si potessero spremere le ultime gocce di fascino e di storia dalla vernice rimasta e dalla ruggine che lo sta consumando. Chissà da quei finestrini quanti visi si sono affacciati. Quante mani ci si sono appoggiate. E quante dita avranno contornato il paesaggio che sfuggiva e si trasformava. Quella porta che ha accolto migliaia di volte piccoli studenti accompagnati dai loro padri, madri, nonni che, amorevolemente gli avranno sospinti sulle scalette. All’interno rimbomberanno ancora la voce di quei bambini e dei loro maestri. Le spiegazioni e le sgridate in cambio di silenzio ed attenzione.

 

DSC_0942Assetato portò la pinta alle labbra, e, come il suo fresco ristoro cominciò a lenire la gola, ringraziò il cielo che in un mondo così pieno di malvagità ci fosse ancora una cosa buona come la birra.
(Rafael Sabatini)

 

 

 

 

 

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Ogni tanto fermati. Lega al palo la bicicletta. Non affacciarti alla finestra. Osserva da dove ti trovi ciò che succede intorno. Forse nulla. Tutto è fermo. Il mondo intorno a te si è fermato. Il movimento perpetuo delle persone alla ricerca frenetica di un significato per qualche attimo è svanito nell’insicurezza della staticità. Allora comincia a scomporre i suoni e le parole dalle immagini e lasciale fluttuare verso il niente. Ascolta il tuo respiro. Godi questo momento prima che finisca. Prima che lo spartito di suoni e rumori si riallinei con i veloci fotogrammi del quotidiano. Prima di slegare la tua bicicletta dal palo.

 

18I grandi amano le cifre. Quando voi gli parlate di un nuovo amico, mai si interessano alle cose essenziali. Non si domandano mai: «Qual è il tono della sua voce? Quali sono i suoi giochi preferiti? Fa collezione di farfalle?» Ma vi domandano: «Che età ha? Quanti fratelli? Quanto pesa? Quanto guadagna suo padre?» Allora soltanto credono di conoscerlo.
(Antoine de Saint-Exupery)

 

 

 

New Orleans Immagini e parole parte I

New Orleans Immagini e parole parte III

Why do you fuckin run?

La domanda è posta da un ragazzo ubriaco trasportato da uno sfuggente pick up nella parte del cassone, in piedi, mentre si regge alla barra metallica posta a ridosso del cabinato: “Why do u fuckin run? Why?” Intuibile il significato, che comunque possiamo tradurre in “Perché minchia corri? Perché?”

L’involontario destinatario è un signore di 42 anni suonati che di corsa sullo stesso versante di strada sta intraprendendo la discesa che coincide con gli ultimi 4 km di percorso appena beatamente e pacificamente svolto.

Non trovano immediata risposta né uno, né l’altro.

Il primo probabilmente già dopo qualche metro avrà evaporato attraverso il suo sguardo ebete l’immagine di un distinto signore con due dita medie alzate a lui rivolte, il secondo, riacquisita la forma più consona agli sportivi che non agli ultrà, ha riflettuto a lungo sul: “Perché corro?”

Naturalmente di primo acchito i pensieri postumi si focalizzano a ripetere la scena con il finale più adeguato, come nei film riguardanti il conflitto tra yankee e viet cong in Vietnam, ad esempio, dove gli americani nella finzione si rimodellano vincitori morali o di battaglie di una guerra che nella realtà hanno sonoramente perso su tutti i fronti. Nello specifico il finale più adeguato sarebbe forse stato un bel “fatti i cazzi tuoi!”.

Anche in questo caso però sarebbe andato perso il piccolo patrimonio concesso da qualcuno che manovra i fili dall’alto e che quella mattina, forse stanco di pensare a cose più impegnative, ha deciso di mettere sulla strada del riservato e silenzioso omino un disturbatore filosofo. (L’omino ultimamente di squinternati ne incontra parecchi tra l’altro)

Se niente è per caso, lo stesso dicasi del meraviglioso libro “L’arte di correre” di Haruki Murakami, che è stato regalato al runner di mezza età da un suo caro amico, con il quale condivide anche questa piccola grande passione e che mai suggerimento di lettura migliore avrebbe potuto fare; perché tra i vari piacevoli e scorrevoli versetti dell’ebook (o libro cartaceo) c’è la chiave per trovare risposta al cerebroleso ubriaco che si è fatto inconscio interprete della domanda che si pongono migliaia di persone; siano esse appassionate di corsa, sportive o meno.

Corro perché mi va. Semplicemente.

Ci possono essere altrettante migliaia di motivazioni per spingerci a correre, ognuno avrà la sua personale.

I più giovani saranno alla ricerca di record da battere o per modellare il proprio fisico, i meno giovani per tenersi in forma, eliminare la pancetta e forse regolarizzare la propria vita, altri ancora lo faranno per avvicinare mete spirituali, chi lo fa per scaricare tensione o per respirare aria pura e via dicendo.

Motivazioni che, condivido con lo scrittore e maratoneta giapponese Haruki Murakami, devono nascere dal profondo di noi stessi.

Ecco perché d’istinto la risposta che scaturisce nei pochi secondi che seguono la domanda dell’ubriaco che te lo chiede alla sprovvista difficilmente sarà diversa da un vaffanculo. Un’autodifesa del nostro ego più profondo che è appena stato colpito e proprio durante il culmine dell’approfondimento.

Ma non è la risposta giusta. Quella corretta è: corro perché mi va.

A differenza della prima cavernicola reazione, questa risposta per se stessa infonde tranquillità, sicurezza e fa sì che appaia anche un sorriso a chi la pronuncia. Sorriso che è consigliato mantenere stampato sulla faccia proprio durante le ultime fatiche di una gara o esercizio in quanto aiuta a rilassare i muscoli del corpo ed inspirare più aria, che è la prima energia vitale del corridore.

Consapevolezza e libertà sono parole di grande intensità e significato ma non tutti colgono occasione per catturare lo stato di forma che questi elementi determinano.

Se ci pensiamo tutti gli uomini sono in eterno movimento spirituale, chi camminando o chi di corsa, tutti quanti percorriamo un percorso lungo e tortuoso dal finale ignoto.

Ognuno è libero di scegliere come arrivare al traguardo. L’esperienza accumulata suggerisce che scorciatoie ed artifizi non portano mai al raggiungimento di grandi risultati, qualcuno prima o poi lo coglie, qualcun altro no. Pazienza.

Se l’ebete ubriaco non poneva la domanda (quando scrivo ebete non si senta coinvolto Renzi), probabilmente l’omino avrebbe continuato a correre senza sapere fondamentalmente il perché, cercando risposte illuminanti che spesso e volentieri si trovano tra i versetti delle frasi a concorso pubblicate nelle riviste specializzate o in qualche aforisma dettato da filosofi della Magna Grecia.

Invece…

Perché minchia corri? Perché?”

Perché mi va

Rodi Cult: Salviamo il Parco di Rodini

Il Parco di Rodini è uno dei luoghi più simbolici presente sull’isola di Rodi che dimostra la totale incapacità di programmazione e gestione turistica da parte di chi dovrebbe occuparsene. Come in Italia dove le infinite, esclusive e variegate risorse naturali, storiche ed artistiche non bastano a tenere a galla un Paese, che non per niente condivide le peggiori statistiche con la Grecia per l’appunto, anche a Rodi si possono constatare delle contraddizioni assurde.

Mia faza mia raza, una faccia una razza. Stessa incoscienza culturale, vien da aggiungere.

DSC_2585Viene utilizzato dai residenti come ottimo punto di riferimento stradale: abito vicino al parco, presente dove c’è il parco, prosegui dopo il parco. Nessuno sa o fa cenno di quello che offre questo parco al suo interno. Tenuto praticamente nascosto dagli enti turistici, forse per vergogna per lo stato di abbandono e degrado cui sono artefici, non viene minimamente preso in considerazione dai corrispondenti locali che non vengono sfiorati dal pensiero di portarci qualche turista.

La chiusura e la morbosità del possesso del territorio, prerogativa di molti isolani, creano non pochi ostacoli ad un turismo consapevole che dovrebbe essere senza ombra di dubbio il volano di un’isola dalle enormi potenzialità come Rodi che paradossalmente è stata invece recentemente spolpata e snaturata da orde di russi poi scomparsi nel nulla e che han lasciato dietro a sé locali per lap dance, innumerevoli pelliccerie ormai inutili e debiti su debiti. L’illusionismo del soldo facile.

Fatto tutto questo preambolo che a chi scrive serve a smaltire l’incazzatura e rivolto al lettore cui obiettivo è l’esatto opposto, cioè aumentarla, entriamo finalmente nel benedetto Parco di Rodini.DSC_2583

Si trova all’ingresso della città nuova di Rodi, a pochi chilometri dalla Chiesa Cattolica di San Francesco, quest’ultima facilmente riconoscibile proprio per la presenza della statua del Santo; in corrispondenza dell’inizio della trafficata Rodi-Lindos Avenue.

Già esternamente l’area verde è un bellissimo colpo d’occhio, per chi lo coglie.

Ci si accorge d’essere effettivamente all’interno del parco dopo aver oltrepassato una casettina di legno che presumibilmente sarà servita o sarebbe dovuta servire a contenere un omino che, stipendiato, incassava il denaro dei visitatori elargendo loro un biglietto d’ingresso. Usanza tipica dei paesi perlopiù civilizzati. Il nostro invece è a casa, senza stipendio, che guarda la tv ed ascolta i programmi elettorali.DSC_2596

Fatto sta che da italiani è impossibile non scorgere lo stile romano già dai primi giochi d’acqua sapientemente elaborati nel paesaggio esistente. Si nota qualche panchina abbandonata al suo destino che, come usanza dei paesi civilizzati, sarebbe potuta servire ad ospitare qualche studente concentrato a leggere il suo libro o tablet che sia, confortato dal silenzio, riparato da millenari e magnifici alberi che rendono il clima anche nelle ore più calde decisamente piacevole e fresco. Il nostro invece è a casa sua sul divano con l’aria condizionata accesa.

A fianco della panchina giacciono abbandonati una busta in plastica rossa ed una rivista che nei paesi civilizzati non sarebbero mai stati abbandonati e, nel caso, prontamente raccolti da un addetto alla pulizia. Il nostro è a casa, senza stipendio, che guarda la tv ed ascolta i programmi elettorali. E sono due.

DSC_2591Tra i versi dei numerosi animali che sfruttano questo lembo di prospera natura ci sono anche gli schiamazzi di piccolissimi bambini innocenti che con le loro mamme, zie o tate queste siano, vengono introdotti al mondo moderno con giochi istruttivi che ben si prestano al luogo circostante; passano alcune ore infatti al fresco e protetti dalla calura a schizzarsi con l’acqua dei ruscelli artificiali, ripetiamo, risalenti all’epoca romana e spinti dalla vena creativa delle badanti fanno navigare dei bicchieri in plastica con relativi coperchi, una volta contenitori di Nescafé cui i greci van ghiotti, tra i rivoli d’acqua limpida. Poco importa se alla fine dei giochi uno dei coperchi azzurri rimane a far bella mostra di sé ai prossimi visitatori, l’importante è che i bimbi si siano divertiti.

Giocandoci il bonus fantasia riusciamo a fare un salto indietro nei secoli e non riesce difficile godere appieno dell’effetto che ci offre il Parco di Rodini che svela i suoi scorci con metodica bellezza. Quasi a trovare un palcoscenico dietro l’altro, che una volta aperto svela un inestimabile valore storico e naturale. Anche per i più ignoranti, come chi scrive, è facile distinguere le opere edificate in Epoca Romana da quelle moderne: le prime stanno ancora in piedi, le ultime sono a pezzi. Ovviamente i piccoli ruscelli convergono in un corso d’acqua principale. Canale dove con una breve ricerca si evince che, alcuni decenni or sono, piccole imbarcazioni a remi lo navigavano trasportando estasiati turisti intenti a guardare meravigliosi colonnati che altro non sono che acquedotti romani. DSC_2589Meraviglie culturali che a Rodi sono abbandonate al loro destino non fosse per qualche impalcatura d’emergenza e che in altri luoghi sarebbero considerate inestimabile patrimonio fosse solo per il fatto che probabilmente parliamo di uno dei primi parchi naturali mai realizzati al mondo. La passeggiata diventa avventurosa nell’attraversamento dei ponticelli di legno sopravvissuti al degrado e percorsi resi inaccessibili dalla vegetazione incolta. In un paese civilizzato cinque omini si sarebbero occupati della manutenzione accompagnando i richiami esotici della fauna con il deciso rumore delle forbici, il graffio del rastrello ed un momentaneo ma costante battito del martello sul legno. I nostri si ritrovano in una taverna, davanti ad un bicchiere di vino, che discutono sull’operato del Governo. Disoccupati. E sono sette. Sempre che uno di loro non sia rimasto seppellito vivo sotto una frana che ha sommerso mezza panchina situata sul percorso.DSC_2588

Anche le ochette e paperelle alle quali era stato dato in comodato d’uso un abitazione condominiale in legno in prossimità di una piccola diga di cui non fanno usufrutto, sembrano piuttosto incazzose, tant’è che una in particolar modo soffiando fa intendere che è meglio starle alla larga.

Sicuramente non sono le sole specie animali ad abitare il luogo che, stando ad informazioni prese alla meno peggio, sarebbe o potrebbe essere stato una riserva protetta del cervo di cui però non si è vista nemmeno l’ombra. Rimane pur sempre il simbolo di Rodi. In un paese civilizzato tutti questi animali sarebbero costantemente vigilati e protetti da almeno tre persone specializzate. E siamo a dieci.

Un po’ come avviene in Egitto dove il dubbio che l’egiziano moderno non sia lontanamente parente dei creatori della civiltà faraonica e per par condicio degli italiani con l’antica civiltà romana, stessa cosa dicasi per i nostri pigri amici greci che da culla della civiltà si sono evoluti in triciclo della sensatezza e che però muovono i loro passi su un territorio che lascia strabilianti testimonianze architettoniche come l’ennesimo riferimento presente nel parco quale la tomba dei Tolomei circondata da 21 semicolonne doriche. Non bastasse, ma qui andiamo ad intuizione vista la scarsità di informazioni reperibili a riguardo, un albero secolare probabilmente sostenuto da colonne risalenti all’epoca fascista che, ricordiamo, hanno imposto la loro presenza dal 1921 al 1943 e cui tracce sono quasi ovunque sull’isola.DSC_2591

Questo è , nonostante la trascuratezza, il bellissimo Parco di Rodini che in un paese civile darebbe lavoro ad almeno dieci persone e che le guide turistiche sarebbero fiere di esibire ai visitatori che già così ne rimangono estasiati. Un sito dedicato, l’immancabile app, un luogo di ristoro, un piccolo store ove acquistare gadget quali magliette, tazze e via dicendo, sviluppo di aree adibite a riserva naturale di svariate specie animali e vegetali, ripristino della navigazione a bordo di piccole imbarcazioni a remi ed altre innumerevoli soluzioni da sviluppare con il coinvolgimento delle Università e di realtà giovanili, culturali e turistiche; questo potrebbe essere: una sicura fonte di benessere per la collettività che invece subisce inerte ed impassibile la bieca ignoranza di amministratori ignoranti ed incapaci di chiedere briciole di sovvenzioni agli Enti Europei preposti allo sviluppo. #safeRodiniParkDSC_2598DSC_2594DSC_2587