Tag Archive | italiano

Malaga. Problemi di cuore

Stavo affrontando l’imperiosa salita che mi avrebbe fatto raggiungere il Castello di Gibralfaro. La giacca che indossavo risultava inadatta alla giornata calda e soleggiata così che dopo un centinaio di metri, infatti, la tolsi. Man mano che salivo si aprivano nuovi scorci e la vista della città dall’alto si faceva sempre più emozionante. Feci una prima sosta presso un punto panoramico lungo la muraglia. Avevo già individuato il teatro romano ai piedi dell’Alcazaba;  lì fumai una sigaretta, scattai alcune foto e ripresi la salita.

Non sono mai stato un gran sportivo e quella passeggiata lo evidenziava ulteriormente.

Incontrai altri turisti lungo il cammino. Le coppie anziane mi fanno sempre tenerezza; di loro invidio la complicità e la caparbietà con la quale esplorano il mondo. Spesso calzano scarpe della stessa marca; significa che gli acquisti vengono decisi assieme. Poi c’è uno dei due che ha da lamentarsi dell’altro. Borbottano frasi comprensibili solo a loro e così anche il linguaggio che utilizzano è un’ esclusività di coppia.

Venni sfiorato da un corridore che vestito in maglietta e pantaloncini tecnici sembrava pratico di quella strada. Stava salendo piuttosto disinvolto e, a differenza mia, era notevolmente allenato. Infatti sparì dalla mia vista dopo pochi secondi.

Il caldo aumentò ed il mio respiro divenne affannoso. La stanchezza cominciava a farsi sentire più che sulle gambe, nel petto. Avevo cominciato a respirare faticosamente e quindi mi fermai ancora una volta. Sedetti sul muretto medievale al Belvedere di Gibralfaro. Sorseggiai un po’ d’acqua e guardai ancora una volta il paesaggio che offriva Malaga. Rinunciai alla sigaretta e maledii il mio vizio . La linea blu del mare contrastava con l’azzurro del cielo. Una grossa nave bianca di tanto in tanto suonava la sirena per avvisare l’equipaggio che da lì a poco sarebbe salpata. Le città sul porto le ho sempre considerate le più affascinanti in assoluto perché mi trasmettono un impagabile senso di libertà.

Lentamente passò al mio fianco anche una famiglia di persone distinte. I due coniugi parlavano in arabo mentre i figli, almeno sembrava lo fossero, si rincorrevano scherzosamente intorno a loro schiamazzando in spagnolo. Il padre, un signore alto e robusto, con un cenno fermò uno dei due ragazzini riportandolo alla calma. La sua consorte era silenziosa e minuta, portava il chador e sembrava abbastanza più giovane di lui.

Proseguì il mio cammino a qualche passo di distanza da quella famiglia.

Il corridore mi sfiorò nuovamente mentre affrontava la discesa come una furia.

Una volta faticosamente raggiunto il traguardo, ossia l’interno delle mura del castello di Gibralfaro non persi tempo nel riammirare Malaga e tutto ciò che aveva da offrire. La cosa più evidente da quella posizione era la Plaza de Toros, conosciuta come Malagueta e costruita nel 1847. In quel luogo così crudele ed arido anche l’artista per eccellenza Pablo Picasso prese spunto per molte delle sue opere tra cui la tauromachia. Sarei andato a far visita anche al museo a lui dedicato, magari nel pomeriggio. Il vento mi spense più volte la fiamma dell’accendino prima che potessi godermi finalmente anche la mia meritata sigaretta.

Non prestavo più attenzione al respiro affannoso e da qualche decina di minuti si era anche acutizzato un dolore al petto ed al braccio sinistro. La colpa era di quella maledetta salita e di me idiota non più abituato a fare sforzi prolungati.

Decisi che era meglio entrare per qualche attimo all’interno del museo. L’ingresso era gratuito e la stanza era decisamente più fresca rispetto alla temperatura esterna.

Ricordo d’aver osservato con cura la divisa militare risalente al 1800 ed indossata da un manichino.

Poi il buio.

Mi risvegliai non so quanto tempo dopo e la prima figura che si materializzò davanti a me era quella del padre di famiglia con cui avevo condiviso parte della camminata. Man mano che passavano i secondi realizzavo sempre più quello che capitava intorno a me. Le sagome si facevano più nitide. Quell’uomo mi stava tenendo il braccio destro e misurando il battito cardiaco mentre io vedevo la stanza di un soffitto. Chiesi dov’ero e mi venne intimato in non so quale e quante lingue di starmene tranquillo.  Attorno a noi c’era un gruppetto di persone che ci accerchiavano ad una certa distanza. Potevo riconoscere anche la moglie del signore che mi stava prestando soccorso mentre teneva per mano i due bambini. Il più piccolo la guardava di tanto in tanto alla ricerca di qualche spiegazione su ciò che stava accadendo. Poi le sirene di un’ambulanza e nuovamente uno stato confusionale che non mi permise di ricordare altro.

Dopo una serie interminabile di esami finalmente riuscì ad avere un colloquio con un medico che qualche parola di italiano la parlava anche, così che non fu troppo arduo capire la diagnosi, facilmente intuibile anche per un comune mortale come me:  si trattava di infarto.

Il giovane e gesticolante dottore dal candido camice bianco mi comunicò che ero stato parecchio fortunato ad essere stato immediatamente soccorso da una persona competente. Personalmente ricordavo l’accaduto in modo piuttosto frammentato e confuso, quando d’un tratto mi venne in mente l’immagine della prima persona che vidi da sdraiato una volta riaperti gli occhi. Era quel omone che avevo seguito durante la salita al castello. Mi venne detto che era un cardiologo molto noto in città, così che mi fu facile recuperare il suo indirizzo se non altro per ringraziarlo del suo operato.

Così feci e lo contattai qualche giorno dopo, una volta dimesso dall’ospedale. Al numero dello studio rispose una ragazza con un timido timbro della voce ed estrema pacatezza. Parlava molto bene l’inglese, cosa che non mi favoriva minimamente. Provò a comunicare in spagnolo, ma la lingua che a noi italiani sembra così simile e facile da capire, al telefono risultava impossibile da decifrare. Decisi quindi di recarmi personalmente nell’ambulatorio medico del mio salvatore. Il rosso sole infuocato di un tramonto mozzafiato rifletteva le lucenti sfumature sulla targa dorata con inciso il nome del cardiologo, come indicato chiaramente dalla dicitura. Nome di origine araba, non certo spagnola. Una volta entrato dovetti aspettare qualche istante prima di poterlo incontrare. Riconobbi la donna silenziosa e minuta che mi fece accomodare in sala d’attesa. Mi sorrise educatamente.

Stavo osservando i quadri e delle riviste mediche quando sentì un braccio avvolgermi le spalle.

“Allora come va? Passato lo spavento?”

“Dottore, non so come ringraziarla” risposi sorpreso nel rivedere il mio soccorritore. Lui sorrise mentre io continuai abbastanza imbarazzato “davvero, non vorrei offenderla ma se posso offrirle qualcosa, fare qualcosa per lei”

Ricevetti un’altra risposta spiazzante “Per me non serve che faccia niente grazie, piuttosto è per lei che dovrebbe fare qualcosa”

Intanto non feci caso che stavamo parlando la stessa lingua. “Ma lei dottore parla l’italiano…”

“Dai usciamo da qua” disse “andiamo a bere qualcosina qui alla cerveceria difronte. Sono chiuso qua dentro tutto il giorno. Sì, parlo un po’ di italiano perché ho fatto dei corsi di aggiornamenti in Italia.”

Si rivolse in arabo alla ragazza che rimase nello studio e ci chiuse la porta una volta usciti noi due.

“Parla arabo con la… signorina. L’arabo invece? Dal nome sull’insegna si direbbe…”

“Signora. Lei è mia moglie. Arriviamo dalla Siria. Siamo degli sfortunati siriani”

Le mie domande non lasciavano spazio a quelle riguardanti il sottoscritto. Erano a senso unico. Magari a lui nemmeno interessava più di tanto sapere chi fossi e cosa facessi a Malaga. Del mio eroe volevo invece sapere tutto.

Ci sedemmo e dopo mille altri ringraziamenti il discorso si fece un po’ meno formale. Ad un certo punto della conversazione si rivolse a me con tono severo “Scusi se mi permetto, ma quello che è successo non deve ripetersi. Questa volta è andata bene ma dovrà riguardarsi di più in futuro. Non è un campanellino d’allarme questo, questi sono i rintocchi di un campanile” Avevo già sentito le prediche diverse volte e glielo dissi in modo scherzoso “L’alcool da ridurre, il fumo da evitare, i grassi e gli zuccheri… Dottore di qualcosa si dovrà pur morire prima o poi!” Sul suo viso non comparve nessun cenno di compiacimento. Anzi, tutt’altro. “Lei può scegliere se aumentare le probabilità di morire di vecchiaia serenamente durante il sonno nel suo letto o in quello di un ospedale attaccato ad una bombola d’ossigeno fino a che nemmeno le macchine potranno garantirle gli ultimi respiri. In un caso o nell’altro morirà comunque, ma io preferirei farlo nel letto di casa mia”

Era piacevole parlare con lui. Mi raccontò molti aneddoti su Malaga e sulle opere esposte al museo Picasso. Imperversava anche il periodo del carnevale e mi invitò a partecipare alla festa che si sarebbe tenuta il giorno seguente tra le vie della città e culminante nella Plaza de la Merced. Trovò anche il tempo per raccontarmi sprazzi della sua vita. Aveva studiato in Siria ma fu costretto a scappare a causa della guerra “La mia casa è ancora in piedi e tra i miei familiari solo degli zii sono rimasti uccisi dai bombardamenti”  mi disse cercando di velare la commozione “Ma anche se la nostra casa ha resistito il resto della città è annientato. Gli edifici sono crollati, le strade sono impraticabili, mancano i beni di prima necessità… Come facevamo  a vivere così?” Continuò “Io e mia moglie, all’epoca non avevamo figli, abbiamo deciso di andarcene. A lei manca qualche esame per laurearsi in medicina ma ha dovuto abbandonare l’Università” Non mi sembrava il caso di aggiungere altro, lo fece lui “Abbiamo provato ad arrivare in Italia ma ci sono state chiuse le porte in faccia. Chissà, magari le aprono solo a quelli che si presentano sulle barche o sui gommoni. La Germania invece vista la mia laurea ci ha accolti a braccia aperte. Però al freddo ed alla pioggia ho preferito il mare. Così eccoci qui”

Accidenti, pensai. Questa esperienza la devo trascrivere da qualche parte. Davvero incredibile.

Ci salutammo con la promessa che sarei ripassato a trovarlo e avremmo rifatto assieme la salita del castello.

Fu la madre dell’uomo a trovare questo scritto tra le pagine di un quadernetto. Il vizio del fumo l’aveva accompagnato fino a quando il cuore decise che poteva bastare. La luce si spense dopo due interminabili giorni e due interminabili notti di faticosi e dolorosi respiri.

 

 

Non sappiamo sopportare né i nostri vizi né i loro rimedi.
(Tito Livio)

 

Annunci

Valloire: di chi è quel corpo?

La fitta nevicata notturna era terminata all’apparire delle prime luci dell’alba.

Il bosco imbiancato ricominciava ad emettere i suoi caratteristici suoni attutiti dallo spesso manto nevoso.

Le indicazioni scolpite nel legno erano le sole a rendere riconoscibili i sentieri a quell’ora inviolati.

Un’aria lieve, ma severa, soffiava scuotendo gli alberi quel tanto dal consentirvi di scaricare dai loro rami il ghiacciato carico in eccesso.

In un tratto del cammino, a pochi passi da un deformato pupazzo di neve, un cumulo; anch’esso di neve.

Nascondeva il corpo di una persona ormai senza vita. Il cadavere dello sfortunato individuo, visto l’imponente strato bianco che lo ricopriva, sicuramente aveva passato la notte nel bosco.

Attorno a quel episodio di morte qualche timido raggio di sole rimetteva in moto la vita, spronando a danzare sugli alberi gli scoiattoli e far cinguettare gli uccelli.

Quella mattina la vecchia sveglia meccanica del parroco aveva suonato regolarmente alle 4:30, come di consueto, ma stavolta il suo grosso indice non aveva premuto il pulsante dello spegnimento. La sveglia continuò ad emettere energicamente una ripetuta vibrazione metallica per un bel po’ prima di far ripiombare il silenzio nella cameretta. Il prete si alzava molto presto tutti i giorni, regolava di due scatti la stufa in modo da rinvigorirne la fiamma e riversava dell’acqua nel pentolino appoggiato sopra ad essa per mantenere la giusta umidità all’interno del suo modesto dormitorio. Appena in piedi, prima di pensare allo stomaco, si preoccupava di nutrire il suo spirito. Eseguiva le sue preghiere in ginocchio sul ruvido pavimento in legno della stanza rivolto ad un grande crocifisso nero di mogano che portava con sé in ogni diocesi cui prestava servizio. Ormai da anni era finito sulle montagne francesi, a Valloire, un luogo talmente piccolo ed ostile che a detta dei malpensanti significava una sorte di punizione inflitta dal Vaticano per qualche sgarbo o peccato commesso.

L’omone che con iniziali difficoltà era entrato a far parte della comunità montana, dentro al suo grande corpo vigoroso esibiva un carattere altrettanto forte ma celava un animo buono. Caratteristiche che aveva sviluppato nelle missioni, in luoghi dove le difficoltà derivavano da fattori climatici opposti e sicuramente più ostici di quello in cui si trovava ora e che, se non altro, era meta ambita dai turisti che lo rendevano spensierato.

Di chi era quel corpo senza vita nel bosco ricoperto dalla neve? Era il suo? Era successo qualcosa mentre rientrava a casa la sera prima dopo essersi recato nella Chiesa di Saint Pierre?

Il cane abbaiava ininterrottamente da una decina di minuti richiamando le attenzioni che il suo padrone ogni mattina e ben più presto di quell’ora, gli prestava riempiendo la ciotola di crocchette e dispensando qualche energica carezza. Il proprietario del peloso cane di grossa taglia oltre a gestire un negozio di articoli sportivi rappresentava il paesino di Valloire in veste di Sindaco. La casa in cui abitava era una bella villa in legno chiaro e di recente costruzione e di cui le ampie vetrate della zona giorno si affacciavano sulla valle. I primi raggi di luce penetrati nella casa fecero brillare le cornici di alcune foto che lo ritraevano sorridente assieme alla sua famiglia in posa con caschetti colorati e bacchette in mano su una pista da sci nel circondario. Da qualche giorno la moglie, accompagnata dai due figli, si era recata in visita dei genitori a Bordeaux lasciando così solo a casa il marito. La signora era una bellissima quarantenne dagli occhi verdi, le punte di capelli lisci e biondi appoggiate sulle spalle ed un atteggiamento signorile che la rendevano attraente alla vista di tutta la cittadina. La bambina di sette anni, stava crescendo seguendo le orme della madre; sia fisicamente che caratterialmente.

Il fratello di tredici anni invece, ricordava di più il padre, specie sorridente: il Sindaco era molto affabile e ben voluto ed anche per questo non gli fu difficile raggiungere l’ampio consenso che gli consentì di ricoprire la prestigiosa carica istituzionale. Ogni mattina, dopo aver provveduto a nutrire la sua bestiola, scendeva nel viale a spalare la neve in eccedenza per far sì che i suoi figli salissero senza problemi sulla Range Rover che avrebbe poi guidato fino all’ingresso delle scuole. Nonostante dovesse percorrere il medesimo tragitto per giungere al suo piccolo negozio, non sempre portava con sé i bambini. Con le giuste condizioni metereologiche lasciarli liberi di camminare era un gesto responsabilizzante, pensava.

Il corpo senza vita ricoperto dalla neve avrebbe potuto essere il suo? Poteva essere successo qualcosa la sera precedente quando come di consuetudine si era addentrato nel bosco in compagnia del suo cane? Dopo averlo riportato a casa e rinchiuso era tornato sui suoi passi?

I minuti trascorrevano e l’allarme di qualche presunta sparizione non si era ancora diffuso a Valloire.

Certo, il prete era una persona molto solitaria e di tanto in tanto si prendeva i suoi spazi mistici lontano dai parrocchiani, pertanto niente faceva presagire una sua sparizione. Così come il negozio del sindaco che quel giorno osservava il giorno di chiusura e che quindi non evidenziava anomalie ed in Comune non era previsto nessun incontro istituzionale.

Anche il capo della Gendarmerie che generalmente era tra i primi ad entrare nel bar del paese quella mattina pareva ritardare. Non era l’unico, notarono il suo collega, presente al banco con una tazza di caffellatte fumante e la giovane mascolina barista che l’aveva servito. Infatti anche il padrone del bar non si era fatto ancora vivo, stranamente. Nessuno dei due ebbe il minimo dubbio riguardante il fatto che avrebbero potuto essere stati ostacolati dalle strade innevate. In montagna le persone erano abituate a convivere in situazioni ben più difficoltose.

Il giovane gendarme, sicuramente più interessato a far colpo alla ragazza dietro al banco che a scoprire l’accaduto, la seguiva con lo sguardo mentre lei trascinando un secchio si muoveva tra la stanza del locale lasciando dietro sé un’odorante scia d’acqua e detersivo, ipotizzando a testa bassa i motivi del ritardo dei loro superiori.

Lo storico gestore del bar abitava da solo, abbandonato dalla moglie bielorussa cui aveva chiesto ed ottenuto il divorzio pochi anni dopo averla sposata. Lui ormai aveva una cinquantina d’anni portati piuttosto male, montanaro francese nato e cresciuto nei paraggi di Valloire. Terminati gli studi primari si era messo subito a lavorare: in un primo momento nella falegnameria del padre, poi come sguattero nel ristorante dell’hotel dove sua madre lavorava come aiuto cuoco. Negli anni, tra piccole eredità ed il lavoro, era riuscito a mettere via qualche soldo fino a riuscire a comperare il bar che ancora oggi gli procurava da vivere. Nel frattempo il turismo si era sviluppato piuttosto bene tanto da far salire le quotazioni del modesto locale che prima o poi avrebbe voluto vendere. Si era stancato di rientrare a casa molto tardi la notte con addosso l’odore di alcool, fumo e dei sacchi d’immondizia che gettava ad ogni chiusura. Anche per questi motivi aveva preso l’abitudine di fare una passeggiata nel bosco a notte fonda e nonostante avesse buttato in corpo qualche distillato per far compagnia a qualche cliente bevitore di grappa dell’ultima ora. Il sentiero lo conosceva meglio delle sue tasche ed il silenzio della notte lo rigenerava. Più di una volta era rimasto nel buio a fissare i giganti occhi luminosi di qualche gufo.

Le probabilità che fosse lui il morto sepolto dalla neve erano decisamente alte viste le premesse.

Era quindi suo il cadavere nel bosco?

L’ultimo a mancare all’appello, come detto, era il comandante della stazione della Gendarmerie.

Di origine italiana, si era ben presto adeguato ai ritmi lavorativi piuttosto blandi che il luogo imponeva, nonostante non fosse certo entusiasta dell’ambiente che lo circondava. In quasi quindici anni di servizio l’episodio più impegnativo che ricordava era quando lui ed il suo precedente collega, da due anni sostituito da quello attuale, si trovarono in alta montagna a mantenere dei paletti durante gli scavi a seguito di una valanga. Non fece nulla di straordinario nemmeno in quell’occasione, ma vedere il gran movimento di elicotteri e soccorsi gli fecero credere d’esser stato utile alla causa.
Trascorreva la maggior parte della giornata nei bar, con la scusa di tenere sotto controllo i forestieri. Anni prima quando in uno degli hotel di Valloire degli incauti ragazzi inglesi, ovviamente ubriachi, molestarono gli avventori dell’albergo, non si preoccupò minimamente di intervenire salvo poi scoprire che uno dei britannici, dopo aver ricevuto un dritto sulla tempia da parte di uno spazientito montanaro locale, era finito all’ospedale in coma ad un passo dalla morte.

Nessuno aveva visto niente e lui certificò che si era trattato di un incidente; non dopo aver convinto il gruppo di inglesi a ritirare la denuncia e far cadere così ogni accusa anche nei loro confronti.

Insomma, un lavamani.

Ora che un cadavere giaceva abbandonato nel bosco, fatto eccezionale per Valloire e che avrebbe sicuramente procurato delle indagini insolite, sarebbe stato il colmo per il capo della Gendarmerie non poterne essere parte come investigatore in quanto protagonista della scena.

Era lui il morto sepolto dalla neve nel bosco?

Di chi è quel corpo?

Bruxelles: mangiare tradizionale e bene

redNon manca la scelta di ristoranti e locali tipici nella rinomata capitale belga. In rete, si sa, è possibile sbizzarrirsi in ricerche più o meno fruttuose ma la delusione culinaria per l’italiano è sempre in agguato; vuoi per genealogia gustativa, vuoi per il fatto di rimanere accidentalmente impigliati nelle reti dei molteplici locali per turisti che non sempre sono un disastro ma spesso hanno cucine che devono soddisfare contemporaneamente i palati di tedeschi, inglesi e giapponesi, gastronomicamente molto distanti dai popoli mediterranei. L’incredibile matrice multi etnica presente a Bruxelles, che deve alla sua stessa esistenza l’unione tra popoli differenti ancor prima del recente periodo di destabilizzanti migrazioni di popoli africani e medio orientali verso l’Europa, denota una spiccata vocazione all’apertura di nuove culture e tradizioni, pertanto la varietà delle cucine è immensa e di conseguenza anche il prezzo è volubile. Conoscendo le esigenze italiche una cena in un ristorante decoroso di Bruxelles si concluderà con un conto difficilmente al di sotto delle 25 euro a persona.

3birreNaturalmente è buona abitudine cercare di adeguarsi ed assaggiare il cibo locale, quindi nonostante la presenza di centinaia differenti provenienze ristoratrici, la personale preferenza si è concentrata sulla cucina locale che rispecchia molto il carattere della popolazione. Se nell’ingresso dei locali è frequente ricevere accomodanti sorrisi e discrezionalità da parte dei gestori, altrettanto genuine sono le portate presenti nei menù cui abitualmente viene dedicato uno spazio infinito alla birra, vera protagonista anche durante i pasti.

cibboPersonalmente seguo parecchio l’istinto che unito all’esperienza professionale spesso non solo mi evita spiacevoli sorprese ma anzi mi conduce verso luoghi sorprendenti come in questo caso dove, con un po’ di azzardo e fortuna, ha fatto sì mi infilassi in uno tra tanti locali presenti a Vossenstraat, per la precisione in Rue Des Renards 25 dove un simpatico localino, L’Eau Chaude, mi colpiva per il fatto di proporre due piatti vegetariani a basso costo con ben in evidenza su una delle lavagnette il fatto di non accettare carte di credito. Il presagio e la curiosità di trovare all’interno un burbero cicciotto belga che con fare indispettito distribuiva i piatti unici sul tavolo dei commensali lasciava ben presto posto alla realtà dove invece delle gentilissime signore mi facevano accomodare nell’unico tavolo libero nella piccola sala del piano inferiore, già colma di persone e che da lì a poco scoprirò essere perlopiù giovani studenti italiani tra cui molti facenti parte di un gruppetto musicale che si sarebbe esibito nel piano superiore. Non solo l’ambiente si è rivelato molto piacevole nella sua unicità e nonostante la presenza di connazionali, ma anche i piatti si sono rivelati buonissimi, nello specifico lasagne vegetariane in un caso e piatto unico di riso con zucca, insieme di carote e barbabietobirrale rosse à la julienne nonché lenticchie insaporite con erbe aromatiche nell’altro. L’immancabile birra suggerita dalla presumo proprietaria dell’attivo locale è stata molto apprezzata così come il conto finale che ha contribuito a tenere già alto il buonumore alimentato da un ambiente giovane e frizzante, da prelibate pietanze con ingredienti freschi e sani ben amalgamati tra loro, uno sfizioso dolce e dell’ottima birra che a Bruxelles è ormai l’ultima delle sorprese vista la comprovata bontà.

Chi seguirà questo suggerimento valuti bene le proprie caratteristiche caratteriali prima di rimanerne deluso. Dietro ad ogni recensione c’è qualcuno che la scrive ed i condizionamenti sono molteplici e soggettivi; personalmente non sono un food blogger e non ho ricevuto compenso dal locale menzionato, sono una tranquilla persona di mezza età, non mangio pesce, evito il fast food ed il fritto. Nel mio caso pertanto, già un quarto dei ristoranti tipici sono scartati visto che tra i piatti belgi più rinomati ci sono le cozze e le patate fritte.

bouBruxelles è la classica meta turistica da week end e di media i luoghi ove cenare diventano inevitabilmente tre. Così se al primo posto delle mie personali preferenze c’è l’Eau Chaude, menziono anche altri due locali molto interessanti: il primo ubicato nel quartiere nero di Ixelles, L’Ultime Atome a Sint-Bonifaasstraat 14 Rue Saint-Boniface, tipico e molto frequentato da avventori locali, dagli spazi ampi, dove ho avuto modo di mangiare un delicatissimo coniglio in salsa di birra, mentre l’O2 Vaches di Rue Gretry, 43 più intimo e propone una formula all u can eat di Fondue Bourguignonne con selezionata carne di manzo e pollo da rosolare a proprio piacimento. Nel caso in cui si celebri un compleanno la cena del festeggiato è offerta. Unico neo forse l’impianto di aerazione un po’ troppo debole per la fumosità emessa, aspetto trascurabile rispetto l’ottima qualità del cibo.

 

Il Trenino Rosso del Bernina

treninoLa dimensione fiabesca che suscita il Trenino Rosso del Bernina si percepisce già nel momento in cui si mette piede sul predellino del vagone che con le sue ampie vetrate ci consente di ammirare le spettacolari immagini che scorrono armoniosamente durante il tortuoso percorso alpino.

La giornata asciutta e soleggiata che ha accompagnato il mio fantastico viaggio tra le sontuose montagne svizzere ha sicuramente contribuito a rendere l’esperienza particolarmente piacevole; certo in caso di pioggia o neve l’idea di stare seduti al caldo del trenino assume ulteriore romanticismo, a discapito però della luce necessaria per fotografare o filmare luoghi decisamente da cartolina.

Il Trenino Rosso del Bernina vanta numerose caratteristiche d’eccellenza che culminano in un riconoscimento prestigioso, ossia l’iscrizione della Ferrovia retica Albula/Bernina al Patrimonio Mondiale (UNESCO) nel 202108 che su una scala di sei ferrei criteri ne ha riconosciuti ben due, quando per essere insigniti di tale merito, ricordiamolo, è sufficiente uno. Questi due criteri in sintesi sono che la Ferrovia retica Albula/Bernina costituisce uno straordinario insieme tecnico, architettonico ed ambientale con grandi soluzioni innovative ed interscambi umani e culturali, nonché modello di armonia estetica con il paesaggio che attraversa ed è riconosciuta esempio molto significativo dello sviluppo delle ferrovie di montagna ad alta quota.

Prediligo trasmettere emozioni pertanto non mi dilungherò con le descrizioni storiche che comunque sono distribuite con la solita precisione svizzera dalla Ferrovia Retica che tra l’altro ringrazio particolarmente nella persona di Enrico Bernasconi che ha svolto un ruolo primario nella realizzazione di questo post.

30Per chi vuole provare questa esperienza è consigliato arrivare alla stazione di Tirano, interessante paesello non troppo distante da Sondrio, ultima stazione al confine svizzero con numerose coincidenze ferroviarie. Chi sceglierà di compiere tutte le tratte via rotaia si accorgerà della differenza tra i malconci e maltrattati treni italiani limitati nel coprire il ruolo di mezzo di trasporto, al Treno Rosso del Bernina che è un vettore fiabesco, come anticipato nell’incipit.

Conviene sempre procurarsi i biglietti con un certo anticipo online ma in ogni caso c’è la possibilità di acquistarli presso l’organizzata stazione curata dalle Ferrovia Svizzera Retica e che dista qualche decina di metri dalla Stazione Centrale di Tirano. Gli italiani di default hanno il timore di perdere le coincidenze e così, specie al ritorno, si assisteranno a trasformazioni di uomini comuni in centometristi alle Olimpadi; corse inutili perché il ritardo non è contemplato nel DNA svizzero, così come l’anticipo in quello italiano.28

Il treno Rosso del Bernina come anticipato, offre vagoni accoglienti degni di ospitare in maniera confortevole i passeggeri che nel frattempo possono comodamente ammirare tratti che costeggiano la carreggiata, il centro di paesini con le vetrine dei negozi a pochi metri di distanza dalle rotaie per poi ritrovarsi qualche minuto dopo a centinaia di metri d’altezza a sospirare tra valli incontaminate circondate da imponenti montagne imbiancate e laghi dai colori intensi. Il susseguirsi di fermate, molte delle quali a richiesta, sono dei segnalibro che indicano la fine di un capitolo e l’inizio di una nuova storia di questo viaggio mozzafiato. Le corse del trenino rosso sono abbastanza frequenti da permettere al viaggiatore di approfittare di scendere e visitare qualcuno di questi intermedi; personalmente la mia scelta è ricaduta alla fermata Diavolezza-Bernina dove ho scelto di salire con la funivia (dislivello 800/900mt) la cima Diavolezza (2975 mt) meta prediletta di numerosi sciatori e che offre visioni memorabili tra invitanti piste innevate e ghiacciai.

18Certo non è suggerito arrivarci vestiti in versione passeggiata metropolitana anziché ricoperti da materiale tecnico e che a -14 fa la differenza. Nelle fermate seguenti ci sono invece numerosi percorsi naturalistici adatti alle persone che vogliono semplicemente mantenere integre funzioni di mani ed orecchie, camminare, praticare sport all’aria aperta o, perché no nella stagione estiva ovviamente, stendere un plaid (omaggio al brano “sulla strada romagnola” di Fabio Concato) ed allestire un picnic magari con genuini e saporiti prodotti locali.

24

Di St.Moritz, una delle tappe più ambite dai passeggeri del Trenino Rosso del Bernina ho avuto modo di parlare il post precedente e da come si può capire la lussuosa e raffinata località del Canton Grigione altro non è stata che una scusa per poter utilizzare questo affascinante mezzo di locomozione che è un’esperienza che consiglio di fare. Le stagioni più indicate per i fotografi incalliti sono quella invernale quando il paesaggio è completamente bianco in stile Santa Klaus o in primavera con i prati verdi e fioriti alla Heidi (che tra l’altro viene fatta nascere in Svizzera a Maienfeld, Canton Grigioni pure quella).

Fatto sta che quando alla natura viene lasciato il suo doveroso spazio, come in questo caso, ogni giorno dell’anno nascerà con qualcosa di sorprendente. Quello giusto per farsi un giro sul Trenino Rosso del Bernina.

Copia cinese di Heidi

Copia cinese di Heidi

 

17

19

22

23

27

29

31

32 33

34

35