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Atlanta: la resa dei conti

Atlanta è una città visibilmente stanca, avvolta da un opacizzato smalto fine anni 90.

L’affascinante strascico delle Olimpiadi del 1996 è presente quasi ovunque, in particolare a South Downtown nel Centennial Olympic Park. I ragazzini si arrampicano sui cinque cerchi colorati eretti all’ingresso del parco.  Nella vasta area verde sorge anche il museo del simbolo commerciale americano più invasivo e potente al mondo, la Coca Cola. La bevanda creata dal farmacista John Stith Pemberton nel 1886 è l’esempio lampante di come la sete di consumismo stia pericolosamente guidando il mondo verso il baratro. Il marketing della bevanda color marrone è vincente perché maledettamente semplice: il prodotto è alla portata di tutti e piace a tutti, dal Presidente degli USA al senza tetto. Ognuno di noi può avere un dollaro in tasca per acquistarla, moltiplicato per i 7 miliardi di abitanti che popolano il mondo i conti sono presto fatti.

Atlanta è la capitale dello Stato della Georgia che nel 1929 vide nascere il Reverendo Protestante ed attivista politico pacifista Martin Luther King al quale fu assegnato nel 1964 il Nobel per la Pace. Nella città è stato costruito il Martin Luther King Jr. National Historic Site in sua memoria ed anche una via principale porta il suo nome. Il Reverendo King cominciò il suo cammino di lotta pacifica contro l’ingiustizia civile in una piccola chiesa a Montgomery, cittadina dell’Alabama non troppo distante da Atlanta e resasi nota per episodi di impegno civile quali il boicottaggio dei mezzi pubblici in seguito al rifiuto della coraggiosa Rosa Parks di rinunciare al suo posto sul bus riservato ai bianchi ed il Bloody Sunday, la celebre marcia da Selma a Montgomery. Nella cittadina sorgono il National Memorial for Peace and Justice ed il Civil Rights Memorial luoghi dove sono conservate le memorie del lungo periodo in cui la parte di popolazione più forte ha approfittato dei più deboli con reiterate e consapevoli ingiustizie e soprusi. Fatti di cronaca che ancora oggi penalizzano la libertà e giustizia di alcune etnie.

Sarebbe impossibile riassumere in poche righe ciò che centinaia di pubblicazioni autonome stanno cercando di far emergere senza essere disinnescate dai tentacoli della censura occidentale, ma la situazione che si è creata è evidente a tutti. Tutto ha inizio con il colonialismo spagnolo, portoghese, quello inglese e le conquiste di nuovi territori perpetrati da ciechi soldati di Dio, presuntuosi della loro evoluzione in ambito di medicina e scienza, spesso trainata da esigenze belliche. L’imprinting del conquistadores è ancora oggi caratteristica europea, la stessa che ha di fatto sterminato l’intero popolo di nativi americani che oltre ad essere stati usurpati di terre e diritti sono stati umiliati per anni dalla rivisitazione storica hollywoodiana specialista in indottrinamento delle masse occidentali. In tutti i film, poche le eccezioni, tutti i nemici di zio Sam sono dipinti come spietati e crudeli assassini, malvagi terroristi privi di scrupolo ed immorali, contrapposti all’esercito dei buoni e comprensivi americani intenti a distribuire cioccolate e chewing gum alle mani tese delle popolazioni liberate. Siano questi soldati, cowboy, pugili o combattenti di qualsiasi tipo sono caratterizzati da un’infinita umanità, solidarietà, calma e sicurezza anche quando scaricano interi caricatori addosso al truce nemico. Quanti telefilm polizieschi indottrinano intere generazioni che un uso lecito delle armi porta benefici alla comunità? I videogame sparatutto non hanno la stessa funzione? Chi non è dalla nostra parte va eliminato per il bene comune. Le campagne mediatiche di questo tipo sono una prassi che utilizza sistematicamente anche Israele per dimostrare al mondo di essere nella parte del giusto mentre giornalmente compie atroci ed efferati delitti contro la Palestina che sta, passo dopo passo, sgretolandosi con il tacito consenso del mondo occidentale. Ma perché l’ingiustizia trionfa senza che nessun Paese così detto democratico di fatto prenda una ferma e decisa posizione in tal senso? Perché a muovere i fili delle marionette del teatrino del mondo ideale ci sono gli interessi economici. Il razzismo fondamentalmente riguarda i poveri. Il terrore dei privilegiati che i ruoli si possano invertire. Nel 1865 a seguito della guerra civile venne emanato il XIII emendamento della Costituzione degli Stati Uniti che decretò la fine della schiavitù. Questo fatto comporterà paradossalmente un ulteriore disagio sociale enorme in particolar modo per quelli che oggi chiamiamo afroamericani. Essendo stati prelevati forzosamente dalle loro terre native, una volta terminata la condizione di schiavitù almeno dal punto di vista legislativo, si trovarono abbandonati a loro stessi senza poter contare su nessun sostegno economico.  Questo è stato il vero disastro.

In Europa stiamo pagando scelte di alcune centinaia di anni fa quando l’osannato statista inglese Sir Winston Churchill si ricoprì di fama e gloria grazie alle strategie vincenti che consentirono gli alleati di sconfiggere i temuti nazisti cui scopo finale era lo stesso di chiunque scateni o partecipi ad una guerra: annientare l’avversario possibilmente cancellandolo dalla faccia della terra. L’hanno fatto gli americani con i coreani o gasando i vietnamiti, sganciando bombe atomiche in Giappone; tutt’oggi lo fanno gli israeliani bombardando i civili palestinesi o con escursioni belliche in Siria dove colpiscono ospedali e scuole. Per non parlare di ciò che avviene in Afghanistan, Iraq, Yemen e via dicendo. Churchill tracciò con righello e matita i confini del Medioriente separando pacifiche tribù di beduini. Lo fece senza interpellare nessuno durante un caldo pomeriggio, dopo aver pranzato e bevuto abbondantemente come suo solito.

Eppure sui libri ufficiali è quasi impossibile leggere versioni realistiche di quanto avvenuto.

Chi vince scrive la storia.

Poi c’è lo stato di polizia che serve a mantenere chiaro il concetto che al povero non è consentito partecipare alla spartizione del bottino. Per mantenere vivo il decadente equilibrio del capitalismo c’è necessità che una piccola parte di mondo goda del prodotto, gli altri devono lavorare duramente per produrla. L’abolizione della schiavitù non comporta l’acquisizione dei diritti fondamentali. Nativi americani, afroamericani, asioamericani ed ispanici sudamericani, hanno continuato ad essere discriminati perché poveri. Negli anni c’è stata un’evoluzione economica e tra questi molti sono emersi. Anche in questo caso sono stati i mass media occidentali a sdoganare l’immagine del poveraccio che cavalca il sogno americano sostenendo che è merito della democrazia liberista delle pari opportunità se qualcuno di loro è diventato ricco e famoso. Sappiamo che non è così. L’etnia bianca si tramanda il senso di superiorità verso le etnie di origini povere o dissociate al capitalismo che si traduce in sguardi languidi e comprensivi che in realtà sono un sommario lavaggio di coscienza.

Per sancire dei diritti fondamentali si è dovuta scatenare una guerra civile che evidentemente non è bastata. Non sono bastate le manifestazioni pacifiche di Martin Luther King né tantomeno quelle violente delle Pantere Nere o Malcom X. Non sono bastati i disperati gesti simbolici durante le manifestazioni sportive. Non bastano i movimenti artistici. Non bastano i morti che ci sono stati e ci saranno.

Il capitalismo è una guerra giornaliera in cui tutti siamo illusi di correre sulla stessa pista ma la cui distanza è variabile per ognuno e ad alcuni non è manco consentito di partire.

Una cosa è certa: non si può più procrastinare la propria presa di posizione. L’attendismo di comodo si sta crepando sotto i colpi di una parte di società che non è più disposta ad alimentare il mondo dei potenti in cambio di infelicità. Se fortunatamente ci si trova tra i pochi che usufruiscono di privilegi sarà il caso di agire in modo tale da ripensare le regole ed inglobare nel progetto l’intera popolazione mondiale raggiungendo traguardi di uguaglianza e sostenibilità. Altrimenti si dichiari apertamente la volontà di salvaguardare il sistema attuale, dove l’uso della forza fisica e psicologica perpetrata dai potenti consenta di mantenere la supremazia a danno dei soliti poveri.

Consapevoli di questo prepariamoci alla resa dei conti.

 

Il capitalismo corre sempre il rischio di ispirare gli uomini ad essere più interessati a guadagnarsi da vivere che a vivere

(Martin Luther King)

 

La Mezza Maratona di Donostia San Sebastian

I motivi che spingono molti appassionati, perlopiù europei, a partecipare alla maratona o mezza maratona a Donostia San Sebastian sono principalmente le caratteristiche del percorso, prevalentemente flat, il fattore climatico, che offre temperature miti e naturalmente la bellezza della cittadina stessa.

Ma perché mai un italiano dovrebbe fare tutti questi chilometri per partecipare ad una 42K o 21K all’estero piuttosto che correrle a casa sua? Le principali motivazioni sono queste: unire la passione del viaggio con quella della corsa e l’eliminazione delle pratiche che in Italia sono un costoso fardello burocratico.

A San Sebastian la partecipazione non è eccessiva nonostante l’accorpamento in un’unica giornata delle due competizioni, di conseguenza anche il ritiro del pettorale non è accompagnato dai soliti expo che abitualmente sono luminose vetrine colorate di articoli settoriali.

Nel caso specifico ci sono solo alcuni stand posizionati all’interno del palazzetto dello sport di cui l’ingresso è anche segnalato approssimativamente. Certo se uno è abituato alle manifestazioni statunitensi o quelle che si svolgono in città più grandi dove gli sponsor fanno a spallate per rifilarti mille gadget e venderti qualunque cosa rimarrà un po’ spiazzato da tutta quella semplicità.

In realtà questo aspetto scarica l’atmosfera da fattori esterni che ci allontanano da quello che è il nostro obiettivo reale: la gara.

La mia esperienza personale non è stata delle migliori a causa di fastidi fisici che mi portavo dietro da un po’ di tempo probabilmente causati da una preparazione mal gestita, ossia un sovraccarico di lavoro che ha causato l’irrigidimento di entrambi i polpacci. Specifico per chi non mi conosce che sono un maratoneta amatoriale con tempi medio alti per la fascia d’età cui appartengo e che pratico allenamenti fai da te con tabelle scaricate da una rivista specializzata. Vero è anche che ho sposato una fisioterapista ma si sa che il figlio del calzolaio ha sempre le scarpe bucate.

Tornando a San Sebastian la vigilia non è stata delle migliori dato che la cittadina basca è stata investita da una vera e propria tempesta che ha causato parecchi danni materiali. La pioggia ma soprattutto il fortissimo vento hanno celato molte delle bellezze che si presentano agli occhi dei visitatori che si addentrano tra i vicoli della parte vecchia, rimandando di fatto alle ore seguenti le romantiche passeggiate tra i caratteristici negozietti ed i rumorosi aperitivi dei numerosi locali affacciati nelle strade.

Oltre quindi alla preoccupazione di non terminare la gara per motivi fisici ecco subentrare anche quella delle condizioni climatiche. In Spagna a Las Palmas già mi era capitato di dover rinunciare alla mia prima mezza maratona, rinviata per analoghi motivi. Sei mesi di preparazione buttati per colpa di una bufera.

La notte della vigilia l’ho passata con un bendaggio all’ossido di zinco sui polpacci pazientemente applicate dalla mia fisiowife, mentre il giorno della gara sperimenteremo il taping.

Il meteo nel frattempo non sembrava intenzionato a darci tregua con la pioggia che ha infastidito partecipanti ed accompagnatori fino ai nastri di partenza a pochi metri dallo stadio comunale e dal palazzo dello sport preposto al ritiro del bib. Con un ponte a fungere da parziale copertura sopra le teste, i massaggi scaldamuscoli pre-gara e l’incertezza di riuscire a completare la mezza maratona è cominciato il countdown che da li a poco ha dato il via alla manifestazione.

Quasi in contemporanea con lo sparo, anche il cielo si è schiarito regalandoci un’inaspettata  tiepida ed asciutta mattinata priva di vento. Le condizioni ideali per correre.

Il percorso come anticipato facilita la ricerca di tempi abbastanza veloci ed offre un panorama molto interessante specialmente nel passaggio del lungomare. Per quanto mi riguarda era già un miracolo poter correre e tenuto conto delle complete sessioni d’allenamento saltate e la totale mancanza di una recente preparazione alle lunghe distanze ritengo d’esser stato anche bravino ad aver gestito la situazione. Che stavo correndo al limite delle mie possibilità fisiche lo dimostra il fatto che all’ultimo chilometro, animato dall’euforia d’essere arrivato alla fine nonché da un partecipante che mi respirava sul collo ho cominciato a spingere quasi a voler lasciare indietro tutti i problemi fisici. Risultato? I miei polpacci si sono irrigiditi come due tocchetti di legno che fosse successo 6K prima non arrivavo alla fine.

Peggior tempo personale di sempre.

L’arrivo situato nella pista d’atletica dello stadio suscita sempre belle emozioni agli atleti che hanno la fortuna di attraversarlo per essere investiti della simbolica medaglia che premia lo sforzo compiuto. Sforzo doppio è invece quello che aspetta chi affronta la maratona dato che anziché infilarsi nello stadio dovrà proseguire per compiere un secondo giro da 21,097K e rimandare per un po’ di tempo i suoi meritati momenti di gloria.

Ci vuole solo coraggio, o forse buon senso, per capire che le lezioni migliori sono di solito le più dure; e che spesso fra queste ultime c’è la sconfitta.
(Anthony Clifford Grayling)

Lettera aperta al Presidente del Consiglio

Al Presidente del
Consiglio dei Ministri
Prof. Giuseppe Conte

E, p.c. Al Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali
On. Nunzia Catalfo

p.c. Al Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo
On. Dario Franceschini

 

Gentile Presidente,

 

nella memoria di molti italiani rimangono impresse le Sue rassicurazioni risalenti a fine Marzo.

Nessuno resterà indietro” e “400 miliardi per la ripresa, una potenza di fuoco per rialzare la testa” sono diventate le frasi iconiche del periodo mondiale più nefasto dal dopoguerra ad oggi.

Il Decreto Cura Italia sembrava  tenere conto dei lavoratori stagionali, segnale incoraggiante anche per l’assistente turistico che non è mai stato ufficialmente riconosciuto, anzi spesso confuso con l’animatore turistico.

Per qualche giorno mi sono illuso che almeno stavolta la drammatica situazione fosse sostenuta dallo Stato.

In realtà non è così. Inseguendo il suonatore del flauto, milioni di topolini tra cui il sottoscritto, si sono dimenticati che per anni hanno avuto un trattamento iniquo rispetto ai colleghi europei tedeschi e francesi cui vengono riconosciute le corrette condizioni contrattuali incluse le ferie retribuite, malattia, tredicesime, cassa integrazione, disoccupazione e via dicendo.

Già, perché noi italiani pur di partire e lavorare ci accontentiamo di contratti a tempo determinato stipulati da agenzie intermediarie con sedi svizzere o extra comunitarie.

Ecco servito quindi il pretesto per eliminare la coda di persone con la mano tesa a richiedere un necessario e provvisorio sostegno economico: la non conformità contrattuale.

Un deciso colpo di spugna che cancella la speranza  di persone impiegate nei periodi estivi da aprile ad ottobre e spesso inoperose nella stagione invernale loro malgrado; che agevolano i flussi aeroportuali e navali dei connazionali in Italia ed all’estero; che coordinano i trasferimenti verso le strutture ricettive; che sono intermediari in loco tra cliente, struttura ospitante, agenzia di viaggio e tour operator; primi soccorritori e punto di riferimento di ospedali, cliniche, assicurazioni e Consolati a seguito di clienti ricoverati; addetti  alla vendita e noleggio e promulgatori di attività inerenti la scoperta del territorio.

Tutto questo non è forse riconducibile ad uno status da lavoratore stagionale?

Trovo comprensibile che le persone comuni possano ignorare o sottovalutare il compito dell’ assistente turistico, inaccettabile che il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e soprattutto il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo non siano a conoscenza delle reali dinamiche nel comparto turistico ulteriormente martoriato da scelte politiche a dir poco infelici.

 

Distinti saluti

 

Bilbao. L’inutilità dell’arte

“Aspettami!”

Gridò all’amico con il fiato rimasto.

Con le mani ai fianchi e la schiena piegata implorò di fermarsi un attimo a respirare.

Il ragazzo davanti a lui lo accontentò rallentando la corsa e ritornando sui suoi passi.

“Ma come? Sei già stanco? Dai sediamoci un po’ qui” disse avvicinandosi ad una panchina. Si sedettero.

La giornata era umida ma ciò non impediva loro di godere del panorama lungo le rive del fiume Nerviòn.

Grazie alla riqualificazione urbana di Bilbao e la comparsa di una pista ciclabile molte persone si erano avvicinate all’attività sportiva.

Il ragazzo con il fiatone stava recuperando le sue forze.

“Stiamo andando troppo veloci per le mie possibilità. Oggi la salitella del Euskalduna mi ha sfiancato”

Si stava riferendo al ponte moderno che attraversava il fiume.

“Strano, di solito lo fai con le ridotte. A proposito di Euskalduna, ma M suona lì la prossima settimana?” divagò per un attimo il giovane meno provato dall’attività “Sì, sì” Rispose l’altro e continuò “E’ la prima volta che si esibisce in quel teatro… E’ molto emozionata”

“Beh c’è da capirla. Senti ma noi continuiamo invece? Che dici? Rientriamo per la passarella di Arrupe o vuoi attraversare il ponte di Zubizuri?”

Presero del tempo per pensarci un po’ su e decidere cos’era il meglio da fare.

“Di sicuro non mi metto a fare le scale del La Salve” Risero.

Una volta ristabilito il fiato ripresero la loro corsa. Questa volta mantennero un passo tale da consentire la chiacchiera.

“Ogni volta che passo davanti al Guggenhaim mi torna in mente New York; quando ricordo quella città è inevitabile un pensiero alla maratona. Chissà se un giorno la faremo”

A parlare era il ragazzo che aveva accusato meno fatica.

Rispose l’altro ansimante

“Ma va. Sei matto? Schiattiamo dopo 10K immagina a farne 42…”

“L’han fatta migliaia di persone non vedo perché noi non potremmo. Proprio bello questo palazzo

divagò passando davanti al museo.

L’amico non mancò di esprimere la sua opinione “Bello quanto inutile. Fondamentalmente l’arte è inutile” Lasciò una pausa di spazio al suo respiro, poi disse “Impara l’arte e mettila da parte”

“Da una persona che vive su una città affacciata al mare non mi aspettavo un’affermazione così strampalata!”

“Perché? Io adoro la concretezza. L’arte cos’ha di concreto?”

“Quindi anche il mare è inutile”

Si fermarono nuovamente appoggiandosi al parapetto del ponte Zubizuri

“Ma che c’entra il mare con l’arte scusa?”

“Anche il mare non porta benefici. L’acqua salata non può dissetarci, gli animali che lo popolano non sono necessari a sfamarci, la sabbia non è un terreno fertile. Insomma, anche il mare non ci serve a niente”

L’esempio non venne colto “Ma cosa c’entra il mare con l’arte? Stai paragonando la natura con qualcosa di superfluo. L’arte è una creazione dell’uomo”

“L’arte, come il mare, è indispensabile a stimolare i sensi dell’uomo. E’ nella nostra natura. Ascoltare musica o il suono delle onde, ci fa star bene. Fissare l’orizzonte ed ammirare un tramonto oppure un dipinto di alto valore artistico, provocano le stesse sensazioni. Sono valvole di sfogo indispensabili

L’amante del concreto ammorbidì la sua versione

“Beh quello che dici è ovvio. Io intendevo che parte dell’arte, come questa scala ad esempio, ha un’utilità relativa”

“Nel caso di Calatrava ti devo dar ragione” sorrisero “Un architetto pluri blasonato che progetta un pavimento sul quale bisogna applicare un tappeto antiscivolo brutto come questo è davvero da denuncia”

Ricominciarono a correre e salire le scale che portano alla Bizkidetasun Plaza.

“Tu che fai, prosegui ancora o rientri?”

“Farò ancora qualche chilometro.”

I due amici si salutarono lasciando alle spalle un’arcata del ponte Zubizuri.

Il più atleta ed artistico dei due si immise nella calle Ercilla Kalea e corse tra i caseggiati e negozi nel cuore della città fino ad arrivare a Plaza Moyua.

Si fermò al centro della piazza ed ammirò i giardini in fiore.

Lo scroscio dell’acqua che zampillava dalla fontana trasmetteva un rassicurante senso di quotidianità.

L’arte si esprimeva attorno a lui circondandolo di sentimenti di ogni tipo.

Il colore dei fiori, gli ornamenti delle facciate dei palazzi, il brusio di qualche insetto.

Tutto faceva parte di un disegno divino. Meditò.

 

“Quando l’uomo rimane da solo e chiude gli occhi di fronte all’avvenire, e al sogno, gli si rivela l’abisso spaventoso dell’eternità.”
Miguel de Unamuno

 

 

 

 

Giordania. Lawrence si arrabbia.

Il vento, le bufere di sabbia, uomini intrepidi che attraversano il deserto del Wadi Rum a costo delle loro vite. Nonostante le scomodità ed i pericoli trovano il tempo per contemplare la grandezza della natura, la bellezza che si presenta davanti ai loro occhi di giorno e di notte. Tra gli ammiratori di questo mondo c’è un soldato inglese diventato leggenda: Thomas Edward Lawrence, per i più conosciuto come Lawrence d’Arabia. Cavalca un dromedario, si spoglia delle sue vesti di ufficiale dell’esercito inglese per indossare una galabeya e combattere a fianco delle etnie beduine. Saranno le promesse di ricchezze ed autonomia a convincere questi ultimi ad intraprendere epiche battaglie al suo fianco. Sarà lo spirito libero di Lawrence a farlo innamorare di popoli dalle tradizioni così distanti e basiche rispetto al protocollo di Sua Maestà. Non sarà uno scontro con i nemici ad ucciderlo, ma un’uscita di strada nella Contea di Dorset in sella alla sua moto nel 1935.

Il suo spirito, c’è da crederci, sarà tornato a rivivere i suoi giorni migliori sfruttando le folate di vento o i raggi di sole che giorno dopo giorno aleggiano nello scenario del Wadi Rum. Come c’è da credere che se il Tenente Colonnello  Lawrence fosse stato ancora vivo ai giorni nostri, avrebbe presenziato fisicamente quei luoghi. Chissà se anche lui, visti i tempi di crisi, avrebbe optato per un volo low cost. Non avrebbe riconosciuto Amman, la capitale della Giordania, che in questi decenni è diventata una vera e propria metropoli. Le migliaia di case in pietra bianca costruite su ogni centimetro disponibile dei colli che circondano la meravigliosa Cittadella. L’enorme quartiere abitato dai rifugiati palestinesi ormai rassegnati all’esilio forzato. Niente dromedari o sabbia tutto intorno ma strade affollatissime; pochi suk ma tanti centri commerciali. Poi Università, banche, locali e ristoranti tipici di elevata qualità. Ma si sarebbe fermato a contemplare nuovamente il Teatro romano che, come la città di Jerash, non solo resiste alle intemperie ed alla stupidità umana, ma rimane lì a ricordarci di come il Sacro Romano Impero abbia dominato gran parte del continente europeo e buona parte dei territori allora conosciuti; lasciando eredità storiche e culturali ancora oggi di immenso valore. Si pensi solo che l’antica Gerasa o Jerash dir si voglia, meraviglioso patrimonio storico inspiegabilmente non protetto dall’Unesco, è emersa solo in percentuale che si aggira intorno al 15%. Lawrence, tra le varie anche archeologo, si sarebbe inorridito a vedere gran parte della città romana ostruita dalla costruzione di case moderne. Passeggiando tra le rovine sarebbe stato tra gli unici ad appoggiare le mani sui pilastri di roccia, a chiudere gli occhi e riceverne l’energia, come in un viaggio nel tempo. Ignaro che questa è l’epoca del selfie.

Attorno le guide, rassegnate ad un pubblico disinteressato e disattento con la memoria da pesce rosso, la curiosità di un ficus e vanesio come il Narciso di Caravaggio.

Nella tasche dell’ufficiale inglese sarebbe stata ancora presente la chiave che tante porte gli aveva aperto. Si chiama rispetto. Sul Monte Nebo, sia stato credente in Dio o meno, fedele alle parole del Papa o no, si sarebbe soffermato a guardare dall’alto quello spicchio di terra Sacra all’umanità e che proprio in nome di Dio sta causando tutt’oggi disperazione, morte ed apartheid. Un moderno crocefisso come protagonista, fredda composizione metallica e sullo sfondo il bagliore della cupola della Moschea di Al Aqsa a Gerusalemme, i riflessi del Mar Morto, il fiume Giordano e le sue acque purificatrici, il nuovo Stato di Israele e le sue prepotenze nascoste dietro ad un orizzonte placido e luminoso. Su quelle terre quanti eserciti, pellegrini, popoli disperati o speranzosi avevano cercato un po’ di fortuna. Magari una verità. O forse Dio o loro stessi. Lawrence si sarebbe riparato dal freddo stringendo le braccia tra la galabeya e coprendosi il volto con la kefiah. In silenzio contemplativo. Intorno a lui gruppi di persone urlanti eccitate all’idea di fare un’attività di gruppo: un selfie.

Ancora una volta la direzione di Lawrence sarebbe Aqaba. Dal Monte Nebo seguirebbe le coordinate 29°Nord e 35°Est e presto arriverebbe nella sua Valle della Luna. Durante il suo cammino rincontrerebbe i popoli nomadi che nei periodi più freddi lasciano le montagne per montare le loro tende in pianura. Tra coltivazioni di pomodori e greggi di pecore. Costeggerebbe  parte del Mar Morto che troverebbe di alcuni metri più basso rispetto ai suoi tempi. Prosciugato dallo sprezzo di Israele che pompa acqua dal Lago Tiberiade e dal Fiume Giordano noncurante del fatto che tra qualche decennio non ci sarà più traccia di questo leggendario bacino che, tra le varie caratteristiche, è situato a 415 metri sotto il livello del mare. Si soffermerebbe  a curiosare le fabbriche che trattano il sale del mare citato nella Bibbia come mare Salato per l’appunto.

Lawrence d’Arabia finalmente si addentrerebbe nuovamente nel deserto del Wadi Rum dove si commuoverebbe nel farsi scivolare tra le dita la sabbia rossa con la quale ha dovuto lottare fino allo strenuo delle sue forze durante i suoi lunghi ed epici trasferimenti. Seguirebbe con lo sguardo la roccia che in tutti questi anni, modellata dal vento, ha cambiato fisionomia ma non carattere. Guarderebbe l’orizzonte e riconoscerebbe lo stesso azzurro immenso del cielo che più di una notte, amorevolmente, l’aveva ricoperto di stelle.

Non sarà avvolto dal silenzio come allora perché ai giorni nostri non è contemplato. I discendenti dell’esercito di beduini da lui comandato adesso è al servizio dei turisti che cercano spiritualità patinate. Guidano dei fuoristrada accompagnando sulle dune frotte di forestieri in cerca di selfie.

Lawrence rimarrebbe sconvolto nel constatare la presenza di plastica quasi ovunque.

Forse mesto lascerebbe dietro a sé turisti e Wadi Rum arrabbiato e deluso dai cambiamenti e, fermandosi alla vecchia stazione dove tanti anni fa aveva organizzato l’assalto ai treni degli invasori turchi, sarebbe salito sulla vecchia locomotiva a vapore e, prima d’esser circondato da decine di visitatori fai da te con le loro grida e bambini invadenti, si sarebbe fatto un selfie.

Per poi dissolversi nel vento e nella sabbia e ritornare così ad essere uno spirito libero.

Hanoi. The guide

Il gruppo di anziani attendeva impaziente di essere imbarcato sul volo che nel giro di qualche ora gli avrebbe trasportati fino l’altra parte del mondo. In Vietnam. Gli acciacchi fisici derivanti dalla terza età non avevano impedito a nessuno di farsi trovare pronto nell’affrontare un viaggio piuttosto impegnativo. In aeroporto ogni partenza era caratterizzata da un brontolio generale riguardante la mancanza di posti a sedere, la scomodità della seduta, i prezzi elevati dei bar ed ovviamente il disordine delle file al momento dell’imbarco. Di inframezzo la lista delle malattie affrontate o da affrontare. Come se lo scambio delle figurine che praticavano da bambini avesse ripreso moda anche nella vecchiaia. Le raffigurazioni dei calciatori erano state però sostituite con quelle delle artrosi, cervicali, diabeti e patologie tiroidali. La capogruppo, un’energica piccoletta un pò più giovane rispetto agli altri, si prodigava nel mantenere il gruppo unito, cercando di assecondare il più possibile ogni loro esigenza. Chi doveva andare urgentemente in bagno, chi voleva acquistare le parole crociate, chi gironzolava a vuoto per sgranchirsi le gambe. Gli uomini si intrattenevano per lo più discutendo di politica spiccia. Le donne intervenivano energicamente quando si trattava di elencare i disservizi presenti nel Belpaese. Dalle affermazioni convinte si evinceva che la causa attuale di tutti i mali, o quasi, erano gli extracomunitari. Gente pericolosa che, quando non dedita alla macchia, rubava posti di lavoro e case agli italiani. Tra loro c’era anche chi sosteneva che questa tesi era una sciocchezza, ma veniva ben presto tacciato da coloriti esempi di furti, rapine, violenze e qualsiasi altra ingiustizia quotidiana commessa dai forestieri. Man mano che l’orario di apertura del gate si avvicinava, la sala si popolava di passeggeri in attesa. L’aumentare del vociare e la presenza sempre più ingombrante delle persone fece distogliere ad un ragazzo lo sguardo dal monitor del portatile che stava maneggiando e che rifletteva il suo viso dai tratti orientali. Smise di armeggiare la tastiera, si levò delle corpose cuffie dalle orecchie e si rivolse ad una signora del gruppo per invitarla a sedere al posto suo. La gentilezza non fu ricompensata. La donna si impossessò del posto senza ringraziare. “Era ora” si limitò a bofonchiare.

In attesa del loro arrivo ad Hanoi la guida vietnamita aveva ingannato il tempo chiacchierando con l’autista del pullman che stava anche sostenendo il cartello con stampato il nome del gruppo. Era una ragazza minuta con poca esperienza alle spalle e fresca di laurea ma ciò nonostante non tradiva alcuna insicurezza. Alle uscite si era creata parecchia confusione vista la presenza di professionisti del settore e parenti o amici in attesa dei loro cari. Questo non aveva impedito alla guida di individuare subito il gruppo. Le voci di varie nazionalità si accavallavano tra loro creando un trambusto infernale. A queste si aggiunse il rumore delle rotelle delle valigie strascinate dai visitatori ed i nomi urlati per non disperdersi. L’umidità completava il disagio. Quasi tutto il gruppo si lamentava delle condizioni poco confortevoli in cui erano costretti a sottostare, mentre la tour leader tardava ad arrivare. Più di qualcuno fece subito notare alla guida vietnamita che in Italia certe cose non sarebbero mai potute accadere. Finalmente arrivati al bus e caricate le valigie a bordo presero posto defaticandosi e rinfrescandosi con l’aria condizionata erogata dalle bocchette.

La guida estrasse quindi il microfono, si accertò che funzionasse, poi con la sua voce delicata e con un accento marcatamente orientale si presentò dando il benvenuto ai nuovi ospiti. Il chiacchiericcio sul fondo riguardante la scomodità dei sedili impedì a più di qualcuno di capire cosa stesse dicendo. Si augurarono che il resto delle spiegazioni fosse più chiaro rispetto a quello trascorso. La capogruppo si preoccupò di chiedere se all’arrivo in hotel fosse stato adibito un buffet dato che erano piuttosto stanchi ed affamati. Ulteriore timore per niente velato fu quello di accertarsi che l’eventuale cibo fosse commestibile. Impensabile per un italiano cibarsi di solo riso, appuntò. La guida dovette necessariamente interrompere le prime spiegazioni quando notò che tutti erano inevitabilmente distratti dal caotico traffico di Hanoi. Non si fecero certo attendere i commenti sull’inadeguatezza di alcuni mezzi circolanti e la promiscuità del codice stradale. Qualcuno volle specificare che in Italia cose così sarebbero impensabili. Anche al sud.

Il tragitto da percorrere per raggiungere l’hotel era particolarmente breve ma la densità del traffico allungava i tempi. La guida ne approfittò per riepilogare il programma che avrebbero affrontato nei tre giorni di presenza ad Hanoi, prima del loro trasferimento all’interno del Paese dove sarebbero stati accolti da un’altra guida. Illustrò quindi la passeggiata serale che avrebbero fatto attorno al West Lake, il lago della leggenda della spada restituita, con la visione illuminata del ponte rosso Hoan Kiem. Struttura che avrebbero attraversato anche il giorno seguente e che li avrebbe portati all’interno del tempio Ngoc Son. Complici la fame, la stanchezza e la pronuncia non proprio perfetta della guida la maggior parte sembrava assopita nei propri pensieri e poco attenta al discorso. Si risvegliarono tutti immediatamente quando qualcuno con voce decisa chiese alla guida se c’era il segnale per il wifi. La spiegazione riguardo questa problematica si svolse durante la sosta ad un semaforo rosso a pochi metri dal Tempio della Letteratura dedicato a Confucio. Intenti a smanettare i propri smartphone come adolescenti all’uscita di scuola, nessuno fece caso ad un gruppo di studenti neo laureati che stava festeggiando la fine dell’attività scolastica sfoggiando sorrisi e gioia per il riconoscimento conseguito.

La guida riprese a fatica, ma sempre con il sorriso sulle labbra, a raccontare dello spettacolo delle marionette che si svolge al Thang Long Water Puppet Theatre. Prima dello spettacolo avrebbe fatto assaggiare loro il famoso caffé all’uovo di Hanoi portandoli tutti in una tipica caffetteria locale. Subito i signori chiesero spiegazioni riguardo questa variazione che andava a sfidare il caffé espresso, orgoglio italiano. Di similitudini, a parte la materia prima, non ce n’erano. Qualcuno si informò se, a parte l’assaggio folcloristico di questo caffé all’uovo, ci fosse la possibilità di bere un buon caffé espresso anche in Vietnam. Altri ci scherzarono sopra, ma non troppo, riguardo la possibilità di correggerlo con la grappa.

Finalmente si cominciò a percepire un pò di buon umore che lasciò spazio alla preoccupazione durante l’attraversamento del quartiere vecchio e le numerose bancarelle ai cigli della strada allestite per l’assaggio di cibo di ogni genere. In questo caso tutti sollevarono perplessità riguardanti le condizioni igieniche vista l’esposizione diretta degli alimenti agli eventi atmosferici e l’inquinamento dei mezzi transitanti a breve distanza. In Italia li avrebbero messi al bando in men che non si dica.

Erano quasi giunti in hotel quando una signora affermò che si aspettava tutt’altro dal Vietnam. In mente aveva sconfinate terrazze di risaie arrampicate su verdi e rigogliose colline. Cose che avrebbero visto a Sapa, qualche giorno dopo.

La guida consapevole della loro stanchezza trovò inefficace continuare a parlare di Hanoi. Rinunciò così a descrivere la fotografia che avrebbe fatto scattare loro a Khâm Thiên, dove il treno passa a pochi centimetri delle case.

Ringraziò il gruppo ricordando che a breve sarebbero giunti a destinazione, quindi ripose il microfono nel suo alloggio e si sedette nel posto a lei riservato. Sospirò e scambiò incomprensibili parole con l’autista che intanto stava attraversando il lungo ponte di Long Bien, orgoglio vietnamita.

Fece qualche minuto di silenzio prima di venir bussata sulla spalla da una passeggera seduta dietro: “Mi scusi se la disturbo” la guida si girò verso di lei sorridente “ma anche qui da voi siete pieni di extracomunitari?”

Rotellando verso Sud

rotellando-verso-sud-08Sono un uomo diabetico di sessantanove anni divenuto diversamente abile nel corso della vita in seguito all’amputazione bilaterale degli arti inferiori, situazione che mi ha portato a dovermi muovere a bordo della sedia a rotelle.

(Bruno Rupp detto Paolo)

Resilienti e deboli. Forse sarebbe la prima distinzione da cogliere tra gli esseri umani anziché perdere tempo nel sostenere futili teorie classiste e/o razziste. Nella lista dei primi entrano di diritto due signori che hanno deciso di sfidare ogni tipo di scetticismo e difficoltà affrontando un viaggio di 1200K a piedi. Sì. milleduecento, hai letto bene. Mauro Giussani sta usando le sue gambe, mentre l’ideatore di questo gesto estremo, Bruno Rupp detto Paolo, 69 anni, dato che le gambe non ce le ha più in seguito ad un amputazione, sta percorrendo il percorso a bordo di una sedia a rotelle che ha adattato in modo da poter affrontare l’avventura. Screenshot_20190518-233414Per un breve tratto del loro cammino, ossia una giornata intera, sono stati accompagnati dal mio caro amico Andrea Monti. Andrea non ha esitato nell’informarmi di questi intrepidi e la loro impresa tramite una video chiamata durante una giornata uggiosa di maggio a pochi giorni dall’inizio del viaggio. Sono partiti da Merate in provincia di Lecco, Lombardia ed erano già arrivati a Peschiera del Garda. La destinazione, Catania, Sicilia, comprende l’attraversamento di 7 regioni con 50 tappe previste. Il coraggio e la pazzia di questi due temerari si sta rivelando anche un esperimento sociale di grande valore che ancora una volta mette alla prova l’innata bontà degli italiani, spesso volontari nell’offrire cibo ed ospitalità senza chiedere nulla in cambio. Screenshot_20190523-140951Inevitabile imbattersi anche nei deboli citati nell’incipit del post che compaiono anche nelle vesti di baristi, ad esempio, che nonostante nel proprio locale abbiano toilette attrezzate ad accogliere persone disabili si rifiutino di metterle a loro disposizione, insegnandoci così che la follia spesso non si trova in chi si mette sempre in gioco, bensì in chi sceglie di rinchiudersi tra le proprie miserabili mura. Ma in 1200 Km di camminata chissà quanti aneddoti umani ed incredibili i due avventurieri avranno modo di raccontarci.

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