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Questo ero, questo sono

Chissà chi si è accorto che a dicembre non ho postato nulla.
Qualcuno avrà pensato che controviaggio e chi lo scrive si saranno esauriti, qualcun altro forse avrà sentito la mancanza di una nuova storia; la maggior parte non si sarà accorta di niente. Intanto io mi sono preso un mese di pausa totale perché avevo bisogno di staccare la spina alla parte creativa del cervello. Forse l’unica mia funzionante tra l’altro. Mentre premeditavo quello che avete appena letto, mi è venuto in mente quando da ragazzino conducevo un programma radiofonico di mia creazione. La radio era locale e non proprio seguitissima, ma a vent’anni l’idea di avere a disposizione un mezzo di comunicazione potenzialmente così efficace era sicuramente esaltante. L’idea di lavorare in radio mi attirava tantissimo, fino al punto da spingermi incoscientemente a bussare letteralmente alle porte delle emittenti e chiedere un posto come speaker radiofonico. Radio Popolare nella piccola Gorizia, non quella famosa ed impegnata di Milano per intenderci, mi aprì la porta e mi insegnò ad usare microfoni, mixer, piatti e via dicendo. Il mio primo programma era serale, naturalmente non remunerato; non ricordo che argomenti trattasse ma trasmetteva musica di cantautori per lo più italiani; non erano così commerciali come lo sono diventati negli anni a seguire. Si chiamava Slight Night, Notte leggera. All’epoca mi piaceva il suono delle parole con cui avevo titolato il mio spazio radiofonico, sinceramente non ne conoscevo il significato.
Fatto sta che praticamente ogni notte le mie frequenze giungevano sotto onde fm presso gli apparecchi di qualche ascoltatore. Non c’erano social da utilizzare per valutare lo share e l’unico modo per avere un riscontro immediato era il telefono fisso della radio. Quello nel mio studio non squillava mai. Nessuna interazione, nessuna richiesta, il nulla. Tant’è che ben presto cominciai a pensare che la sola utilità di quel programma era che io potessi registrare sulle cassette (allora quelle c’erano) tutte le canzoni e dischi presenti in archivio. Un universo musicale che non conoscevo minimamente.Tutto questo preambolo per evidenziare una similitudine con controviaggio, ossia ciò che avvenne una di quelle notti in cui, completamente preso dallo sconforto, premetti il pulsante on del microfono e dissi in diretta che Slight Night era un programma inutile, non ascoltato da nessuno e che quella sarebbe stata la mia ultima trasmissione. Dopo qualche secondo, per la prima volta, il vecchio telefono azzurro della radio squillò facendo lampeggiare uno dei suoi grandi tasti. Non ci potevo credere. Aveva chiamato una signora, dal tono vocale presumo anziana, che mi pregò molto gentilmente di continuare a mettere su canzoni ed argomentare. Disse che ero di buona compagnia e mi spronò a proseguire.
Certo non è come affacciarsi ad un balcone ed avere i fans che ti acclamano e si strappano i capelli per te, ma essere in qualche modo utile anche ad una o poche persone è qualcosa di gratificante.
Ecco, io non so chi legge e perché quello che scrivo, ma che sia una persona o diecimila poco importa. Controviaggio non è un blog come ce ne sono a migliaia gestiti da influencer che si raccontano attraverso i loro spostamenti seguendo il cliché guida turistica. Dal mio punto di vista nei posti dove andate, se ci andate, potete fare quello che più vi pare e come meglio vi pare. A voi il gusto della scoperta. Fare da cicerone non mi interessa perché lo faccio già di lavoro controviaggio è un impegnativo passatempo, ma non il mio lavoro.
Non sono una persona particolarmente social e preferisco la qualità alla quantità. Il buon vino sta nella botte piccola.
Ciò detto vado avanti e vediamo quali corde riuscirò a toccare il prossimo anno solare che, almeno dal punto di vista logistico, promette abbastanza bene.

Andiamo avanti e vediamo cosa succede…

“Non abbassare mai i tuoi standard per compiacere gli altri.”
(Vince Lombardi)

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Mekong. Noi ed il fiume

Il Mekong attraversa impetuoso e scuro il vasto territorio asiatico partendo dall’altopiano tibetano, bagnando poi Cina, Birmania, Thailandia, Laos, Cambogia ed infine il Vietnam.

Certo riesce improbabile descrivere a sole parole le emozioni che il fiume trasporta con sé. Sarebbe più adeguato trascriverle in uno spartito ove comporre una sonata; dove far esprimere orchestre e musicisti per replicare, forse comunque inappropriatamente, le tante sfumature di pulsante vita che giornalmente si anima tra le acque del Mekong.

1Un gigante sole infuocato si spegne nell’orizzonte di Cần Thơ, oscurando minuto dopo minuto il ponte che collega la città sulle sponde del Delta del Mekong a Vĩnh Long. Due piccole realtà che si affacciano sull’undicesimo corso d’acqua più lungo del mondo. L’imponente fiume dettò gli scambi commerciali fino alla comparsa delle prime autostrade che hanno modificato la vita quotidiana di molte persone. Il grigio ed innaturale cemento si prende carico delle migliaia di automezzi pesanti che trasportano i loro materiali tra nuvole di gasolio e la lenta levigazione di enormi pneumatici. La protagonista della nostra storia indossa il tipico copricapo chiamato dai vietnamiti nón lá; vive in una capanna di legno e lamiera, come tante, ai bordi del corso d’acqua. A condividere la casa con lei non ci sono più uomini, ma solo una foto in bianco e nero sbiadita che ritrae suo padre da giovane ed un’alta foto a colori stropicciata ai bordi in cui compare abbracciata a suo marito.

Nel cuore di tutte le notti si alza, mette sul fuoco qualcosa da mangiare e si prepara per la lunga giornata che dovrà affrontare.

A Cần Thơ intanto il laconico monumento dedicato al già leader Ho Chi Minh svolge il suo compito, focalizzare l’attenzione dei turisti sul glorioso e difficile passato vietnamita. Ma le statue rimangono inermi e passive dinanzi alla realtà che scorre inesorabile come il Mekong. Dal buio del fiume e tra le aiuole della passerella che lo costeggiano, fanno fugaci ma inquietanti comparse giganti ratti neri a caccia di cibo. Intorno ambiziose costruzioni moderne e luminose che attirano la curiosità dei turisti che inesorabili proseguono la ricerca del selfie.

DSC_7667La barca carica di merce della donna è già in navigazione da diversi minuti ed il sole compare timidamente; riesce difficile pensare sia la stessa stella che la sera precedente ha infuocato e dipinto d’arancio il cielo. Il silenzio viene scalfito dal progressivo crescendo dei motori delle imbarcazioni dirette al mercato.

Il fermento degli scambi commerciali è tenuto in vita dalla respirazione bocca a bocca praticata dai tour organizzati e da una generazione troppo compassata per aderire al cambiamento. Mentre anche lei si dirige al mercato è cullata dalle onde provocate da enormi natanti di rientro; questi nella notte hanno rifornito i piccoli grossisti. Ad accompagnarli nel tragitto le centinaia di industrie che sono spuntate come funghi negli ultimi vent’anni. Riversano indisturbate i loro liquami contenenti metalli pesanti ed arsenico nel Mekong trasformandolo in una trappola mortale per migliaia di esseri viventi tra cui l’uomo stesso.

2La barca della donna si affianca ad un barcone più grande del suo e cominciano le contrattazioni. Deve fare presto altrimenti non avrà tempo a sufficienza per sistemare al meglio il banco al mercato.

E’ tra quei banchi che pesci di ogni genere e tipo, rane, molluschi e crostacei si abbandonano inermi al loro ultimo respiro, pronti ad essere sacrificati in nome della culinaria.

4Al mercato di Cần Thơ non ci si preoccupa di vendere e cibarsi di cibo altamente inquinato così come nessuno fa cenno alla costruzione della diga idroelettrica in Cina che potrebbe sancire la definitiva chiusura del sipario del Mekong vietnamita e di tutti i suoi componenti che oggi a gran fatica lo compongono.

Il prezzo da pagare in nome dello sviluppo e della crescita è altissimo.

5Ma chissà quali sono i pensieri degli ultimi sopravvissuti della strage modernista e capitalista. Resistono oasi di silenzio, scanditi dalle pagaiate armoniose delle rematrici vietnamite che di quel luogo ne custodiscono il fascino. Inconsapevoli che l’essenzialità dei loro gesti è l’unica via d’uscita del finale già scritto.

Intanto ci facciamo trasportare convinti d’esser soli. Noi ed il fiume.

 

Guardare il fiume fatto di tempo e d’acqua
e ricordare che il tempo è un altro fiume.
Sapere che ci perdiamo come il fiume
e che passano i volti come l’acqua.
(Jorge Louis Borges)

7

Stavo sognando

Respirare il tuo profumo, immaginare i tuoi soffici capelli biondi tra le mie dita e giocare ad unire con linee immaginare i nei sulla tua pelle chiara. Al mio risveglio sembrano gesti così lontani.

Ti guardo come se non fossi proprio io quello che stai smembrando, squarciando, divorando.

Ci osserviamo. Io sdraiato sul letto, immobile. Tu scavi nelle mie viscere e tra le mani insanguinate stringi un pezzo del mio fegato, una parte dello stomaco. Il duodeno fuoriesce  abbondantemente; un lungo tubo di carne che si abbandona sui miei fianchi.

I tuoi occhi sono neri, dilatati ed inespressivi. Dalla tua bocca semiaperta si notano denti aguzzi, affilati, pronti a strappare altra materia. L’espressione è diabolica, assente. La mia incredula, distante.

Non sento dolore.

Mi sveglio sudato. Questa volta realmente.

Accanto a me non c’è nessuna persona e la mia pancia è integra. Meno male.

Mi devo sedere e far passare qualche secondo prima di realizzare che ciò che ho vissuto era frutto di una malata fantasia. Un incubo.

Ho battuto la testa sul muro nel mettermi seduto.

La luce penetra creando dei fasci molto definiti e luminosi. Delle delineate figure geometriche. Bianchi coni disturbati solamente da scuri e movimentati puntini di polvere. Sarà l’incubo appena vissuto ma associo le particelle polverose ai microbi che si muovono sul vetrino quando osservati al microscopio.

La forma della stanza prende forma, nitidezza.

Mi avvicino alla finestra ed apro il balcone.

La luce mi sovrasta di un bagliore così potente da costringermi a chiudere gli occhi per qualche secondo.

Li apro a fatica, prima uno poi l’altro.

Metto a fuoco e vedo il blu. Mare blu e azzurro nitido di un infinito cielo.

La natura quest’oggi offre tre elementi: il mare, il cielo, la terra.

L’essere umano, di suo, ci aggiunge poco altro per rendere quest’isola così bella: poche case, molte piccole imbarcazioni.

Qualche rintocco delle campane mi fanno volgere lo sguardo verso il campanile della chiesa che finalmente riesco a mettere a fuoco.

Fa molto caldo e la mia colazione sarà mediterranea. Tra l’altro è mattina inoltrata ed una limonata fresca accompagnata da pane, olio di oliva e qualche pomodorino mi faranno bene rispetto ai soliti dolci.

I limoni sono grandi, gialli, freschi. Si intonano così bene alle piastrelle della cucina bianche ed azzurre che quasi mi dispiace usarli. Mi dispiace altrettanto rientrare in casa e lasciare questo meraviglioso punto di vista. Proprio qui sotto ci sono persone che fanno il bagno.

L’acqua è talmente trasparente che riconosco le linee ed i colori dei loro costumi.

Mentre sgranocchio qualcosa continuo ad osservare il paesaggio, ad ascoltare il rumore insistente, quasi insopportabile, delle cicale. Il vento, che soffia leggero, non trasporta con sé altri suoni.

In realtà in lontananza si sente lo scoppiettio del motore di una vecchia barca di legno che si mostra lungo le rive. Sarei curioso di sapere come vive l’uomo che la sta pilotando.

La sua famiglia, la sua vita… Quello che ha vissuto e come sta vivendo ora.

I grandi spazi e l’aria profumata d’estate mi hanno fatto dimenticare l’incubo di poc’anzi. Non del tutto se però ancora lo menziono tra i miei pensieri. Sono proprio strano.

Adesso non rimane altro che consumare il mio primo pasto ed immergermi nel dipinto di colori con cui ho deliziato il mio inizio di giornata. La priorità sarà cercare qualche spiaggia isolata, silenziosa e riservata. Scottarmi i piedi con la sabbia bollente baciata costantemente dal sole prepotente e poi immergerli e raffreddarli nella tiepida acqua cristallina. Camminare lentamente verso le profondità e sentire il fresco che sale dai polpacci, alle cosce. Far rabbrividire per qualche secondo il corpo prima di scioccarlo definitivamente in un tuffo liberatorio. Poi una lunga nuotata con la cadenza del respiro sempre più affannosa, poi lenta, poi armoniosa. Mi integrerò all’acqua di mare. Non sarò un pesce, sarò acqua.

Mi sveglio tranquillo, sorridente.

Nella stanza c’è penombra e non penetra nessun fascio di luce. Non ci sono limoni né tantomeno porte che si affacciano al balcone. Ascolto il ronzio del frigo. Qualche sirena in lontananza. Non ci capisco più niente.

Mi tocco la testa e non ho sbattuto da nessuna parte.

Allora anche queste erano fantasie…

Stavo sognando.

 

Sono passato attraverso momenti davvero terribili nella mia vita, alcuni dei quali sono realmente accaduti. 

(Mark Twain)