Grexit: Scemo e più Scemo
Alzi la mano chi tra i comuni mortali non ha tifato Grecia durante il tormentone di inizio estate denominato Grexit. Nella partita a poker decisiva che avrebbe potuto far saltare il banco europeo in molti han creduto in Tsipras ed i suoi rilanci, all’all in di Syriza che per qualche attimo ha fatto sobbalzare sulla sedia anche la Merkel ed i suoi compari. Le richieste della Grecia erano chiare e minacciose: o si riducono i debiti pregressi e continuiamo a giocare o facciamo saltare il banco. Il grande bluff per qualche attimo era riuscito a trarre in inganno un pò tutti, tranne i proprietari della bisca Bilderberg che ben sapevano di poter contare su una scala reale di contro ad una semplice e misera coppia di due formata, tra l’altro, da Tsipras e Varoufakis. Come facevano a saperlo? Il mazzo è truccato, le regole sono precise: dalla bisca non si esce vivi senza aver saldato il proprio debito.
Vanno a braccetto gli scemo e più scemo europei che hanno meravigliosamente e forse inconsciamente inscenato il teatrino estivo che ha rafforzato l’idea di folle onnipotenza ed arroganza finanziaria della cupola europeista alla quale in confronto la mafia italica sembra avere i baffetti sporchi di latte.
Avere il privilegio di assistere all’Europoker direttamente dalla Grecia lascia un retrogusto ancor più amaro perché, ce ne fosse ancora necessità, oltre a svelare la miseria di idee e la pochezza di programmi dell’Europa meridionale a fronte di un attacco economico paragonabile ad una ipotetica terza guerra mondiale, conferma la completa maliziosità fuorviante dei mass media, italiani in primis ovviamente, che hanno subissato di notizie invereconde migliaia di concittadini che ancora guardano con la bocca aperta il cielo in attesa del promesso asino che vola mentre il cane gli piscia sulla scarpa.
Scenari apocalittici che in qualche caso si sono rivelati veri nel continente; code ai bancomat e sgomento tra la popolazione che, almeno nelle isole, non ci sono mai state.
Ma questo è il vizietto di molti iscritti all’ordine dei giornalisti a conferma di quanto assistito personalmente a Sharm El Sheik nel 2002 quando appariva sul televisore sintonizzato TG5 un abbronzato e scenicamente sconvolto Carlo Rossella che dal Resort Domina Bay descriveva scenari silenziosi e saturi di sgomento ed incredulità dei turisti dovuti alla caduta di un aereo della Flash nel golfo di Naama Bay (Tiran per la precisione) mentre dalle finestre di camera di chi scrive e che guardavano esattamente nelle vie cui il Dottor Rossella si riferiva, continuava imperterrito il solito ritmo artificioso e pulsante della nota cittadina egiziana con i fastidiosi acuti di trombette disaccordate e tamburelli spremuti al limite della decenza sinfonica.
Certo la situazione in Grecia non è rosea e sicuramente a breve avrà ripercussioni ben più nefaste delle prove di giugno, d’altronde non può essere diversamente. Nelle isole non si pagano le tasse; tutti conoscono tutti, le parentele abbondano ed i favori anche. Lo spirito di comunità non manca e l’attitudine a non rispettare le regole perché protetti dal sistema è più che consolidata abitudine.
Diciamo che è ancora attuale la figura del fatalista, fannullone e spendaccione Zorba il greco che rigetta l’idea del risparmio e della programmazione futura limitandosi a vivere giorno per giorno senza preoccuparsi dell’avvenire.
Interessante punto di vista per chi come Zorba non ha legami o responsabilità alcuna se non le proprie; discutibili e controproducenti se applicate a realtà comunitarie dove il destino di migliaia di persone è a rischio sopravvivenza.
Kastellorizo: Dedicato a tutti quelli che stanno scappando
“Ci stavano mandando in missione a Megisti, un’isola sperduta dell’Egeo, la più piccola, la più lontana; importanza strategica zero” Queste sono le parole che introducono la storia del film Mediterraneo, girato nell’ormai lontano 1991 dal regista Gabriele Salvatores ed ambientato nell’esistente isola di Castelrosso, Megisti o meglio conosciuta come Kastellorizo.
In quello che di
venterà un film cult per gli amanti della Grecia e che sarà pluripremiato con diversi Oscar, non mancano le inesattezze storiche, verità tralasciate che ad ogni modo non solo non intaccheranno il successo della pellicola ma anzi, contribuiranno a rendere una piccola e davvero sperduta isoletta dell’Egeo meta di pellegrinaggio quasi ossessivo da parte di milioni di italiani.
A distanza di oltre vent’anni resiste il fascino ed il richiamo delle immagini girate sapientemente da Salvatores che ci spingono a voler visitare di persona quell’isola che durante la Seconda Guerra Mondiale ha ospitato un gruppo di goffi, a volte disperati, a tratti goliardici soldati, frutto della fantasia del regista e dell’immaginario collettivo. Un ritratto stereotipato ma innegabile che contraddistingue gli italiani nel mondo: burloni, approssimativi, sbadati, furbetti e romantici; con una forte dose d’umanità.
L’atavica pigrizia dei greci che certo non si contraddistinguono per saper cogliere e sfruttare le occasioni che piovono dal cielo, non facilita il compito del visitatore nello scoprire o identificare i luoghi esatti ove sono state girate le scene più emblematiche di Mediterraneo. A Kastellorizo non esiste nessuna indicazione, targa o cartello turistico ad indicare con esattezza qualche posto riconducibile al film. Certo non ci si aspetta un museo a cielo aperto né tantomeno un parco tematico, ma sarebbe carino riuscire a toccare con mano, o perlomeno credere di farlo, porzioni di isola immortalate nel lungometraggio di cui non c’è più traccia. Eppure Mediterraneo ha trasformato la vita di questa piccola isola che fino ad allora non se la passava molto bene.
Anche i collegamenti con la vicina Rodi sono piuttosto scarsi.
Kastellorizo al di là del passato cinematografico, si sviluppa per lo più attorno al porto principale con le solite classiche casette color pastello affacciate sul mare e decine di tipiche taverne che offrono ai visitatori intensi momenti di rilassatezza. L’isola è molto silenziosa e tranquilla così come gli abitanti che hanno dei ritmi, se possibile, ancor più blandi rispetto agli altri greci. Le ore calde della giornata contribuiscono ad abbassare ulteriormente la pressione così che anche gli ultimi neuroni scalpitanti in cerca di nuove idee finiscano per arrendersi e parcheggiarsi in qualche remoto angolino di cervello.
Buon segno per la salute del mare anche la presenza di tartarughe, che salgono in superficie a respirare quasi con timidezza protette dal loro milionario carapace e che ovviamente diventano interessante preda dei turisti in cerca di foto; tra loro c’è chi usa il richiamo del gatto per farle avvicinare (ma è una tartaruga), altri che buttano pezzi di pane (si nutre di pesci, crostacei, calamari…), altri ancora che cercano di tuffarcisi sopra (e lei si immerge).
Oltre al porticciolo è suggerita la visita al Castello di Kastellorizo, che come tutte le fortezze porta con se una storia ricca di episodi epici. La vista che si prospetta dalla roccaforte è molto suggestiva sia per una visione panoramica del porto sia per il circondario dell’isola pieno di spiagge meravigliose. Tra l’altro, a proposito di spiagge, dal porto principale si possono raggiungere con piccole imbarcazioni taxi proprio alcune delle più caratteristiche come la piccola grotta marina di Saint George.
La vista migliore in ogni caso è il premio dei più audaci, ossia le persone che nonostante le temperature pomeridiane ai massimi livelli intraprendono il cammino su una scala in pietra non proprio agevole che promette di vedere l’antica Kastellorizo, una volta giunti a destinazione. Sarà, ma dopo aver inzuppato la maglietta ad accoglierci ci sarà un paesaggio carsico in un assordante silenzio scandito dall’incessante suono delle cicale. In compenso sarà proprio quello il punto migliore dove scattare foto suggestive e realmente panoramiche.
“In tempi come questi la fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare” si legge nella frase incipit del film Mediterraneo, scritta da Henry Laborit, tra le altre cose filosofo francese e sostenitore del fatto che l’uomo è alla costante ricerca del piacere e con una innata necessità di cambiamento.
Uomo, aggiungiamo noi, che ha sempre più mezzi per comunicare ma sempre meno pensieri da esprimere, partecipe di una società contemporanea basata sul commento e non sulla riflessione.
Il film si conclude con tre reduci facenti parte del gruppo di soldati di stanza a Megiste, che si ritrovano molti anni dopo nello stesso luogo, seduti in una taverna e che, ovviamente stanchi ed invecchiati, tirano le somme della loro vita; amareggiati dagli illusori inganni e false promesse del dopo guerra e certi che l’unico potere di sopravvivenza nelle nostre mani, alla fine dei conti, altro non è che l’incoscienza ed intraprendenza della fugace giovinezza cui tutti abbiamo transitato o stiamo transitando e che ci da la forza di scappare; fino ad arrivare al punto in cui capiremo che forse è proprio da noi stessi che cerchiamo di fuggire.
“Dedicato a tutti quelli che stanno scappando”
p.s.: Caro Gabriele Salvatores, sarebbe davvero bello girare la scena finale del film Mediterraneo vent’anni dopo con gli stessi attori senza dover ricorrere allo stratagemma del trucco per invecchiarli. In fin dei conti quale truccatore migliore se non il tempo stesso?”
Le foto di Kastellorizo su Instagram @controviaggio
I Racconti d’estate: Il Barbiere di Patrasso
Per il periodo estivo e non solo dato che sul blog i post rimangono accessibili ad ogni stagione, potrete fare letture di brevi racconti con comun denominatore un salone da barbiere. Tanto per non perdere l’abitudine ai viaggi, ad ogni storia cambierà il luogo d’ambientazione e di conseguenza la nazionalità del barbiere di turno. Solo il cliente sarà lo stesso ed è lui a scrivere ciò che state leggendo…
Tra intrecci noir e grotteschi, tra invenzione e realtà, non vi rimane altro che incominciare la lettura…
IL BARBIERE DI PATRASSO
Ci sono diversi modi per affrontare la vita, tra questi non decidere di risolvere gli eventi e farsi trasportare dagli stessi o viceversa dare un senso anche alle cose meno simpatiche.
Tra le varie disdicevoli ricorrenze naturali, forse la più trascurabile, per molti addirittura non più esistente, c’è la ricrescita dei capelli.
Chi per svariati motivi è spesso lontano da casa ed è incapace di utilizzare le infernali macchinette tosatrici si ritrova obbligato a rivolgersi di volta in volta a barbieri sconosciuti che, non è un esagerazione, dal momento in cui prendono le forbici al taglio della prima ciocca, suscitano sempre sudori freddi.
Per sdrammatizzare quel fatidico momento generalmente si incominciano delle conversazioni basate su banalità tra domande e risposte viziate da incomprensioni e timori. Spesso è il barbiere che intavola il discorso…
A Patrasso ero appena sbarcato dopo ore di noiosissimo viaggio su uno dei tanti enormi traghetti che fa spola dall’Italia alla Grecia. Le ore di strada che mi separavano al porto del Pireo ad Atene erano nulla rispetto a quelle che avrei dovuto aspettare prima di imbarcare nuovamente la macchina per raggiungere l’isola di destinazione. Sarà stato il caldo o la stanchezza ma avere il capello leggermente fuori misura e disordinato mi fece optare al taglio seduta stante. La ricerca del barbiere a Patrasso non fu così difficile vista l’ora pranzo in cui l’unica bottega con la porta aperta ed apparentemente disponibile pareva essere quella di un signore piuttosto anziano. Indossava un grembiule stile anni sessanta e teneva i capelli bianchi imbrillantinati e solcati da un pettine a denti larghi. Questo signore era di carnagione scura, abbastanza minuto, con il viso un po’ scafato, il naso aquilino; tipico greco, pensai. Probabilmente aveva da poco terminato di servire un cliente dato che armeggiava la scopa per pulire i capelli residui sul pavimento. Mi fece accomodare sulla poltrona dopo avermi salutato in greco con un deciso e forte kalimera. Dopo avermi avvolto con un telo nylon bianco per evitare di riempire di peli gli indumenti che indossavo, diede qualche colpo deciso con il piede alla leva, mi posizionò alla giusta altezza e guardandomi allo specchio che oltre a me rifletteva una pompetta dell’acqua, altre forbici ed una pomata ordinatamente sistemati su di una mensola in legno piuttosto retrò mi chiese che taglio volessi. In greco. Capì ciò che mi disse ma non riuscì a rispondere nella sua lingua che pur parlicchiavo, facendogli però inequivocabilmente intendere la mia provenienza. “Ah, italiano” disse. Lui l’italiano lo parlava dato che aveva vissuto per molti anni in un paesino non ben definito di qualche regione che non capì bene.
Cominciò a raccontare in un italiano approssimativo e con forte accento greco stile “una fazza una razza” che per comodità trascriverò in modo corretto per facilitarne la lettura e la comprensione del senso “Sono stato per molti anni in Italia e la conosco bene. Ci andai da ragazzino, ero povero quella volta”.
-Non sembra ricco manco adesso, pensai maliziosamente
“I miei genitori erano molto poveri. Mio papà lavorava su una piccola barca di pescatori vicino ad Olympia, mentre mia mamma rimaneva a casa a cucinare ed a badare a me ed i miei dodici fratelli. Solo uno è rimasto vivo. Si è trasferito a Salonicco ed aveva dodici figli. Ma solo uno è rimasto vivo. Si è trasferito ad Atene. Mio nipote è sposato e sua moglie è incinta per la dodicesima volta.
Quegli anni erano duri, noi eravamo molto poveri. Aiutavo mio papà a districare le reti e fu proprio durante una di quelle giornate sotto il sole tra il groviglio di fili di cui non venivo a capo che decisi di prendere le forbici e tagliare tutto. Mio padre non la prese bene e per punizione mi chiuse in una cassa di legno per alcuni giorni. Purtroppo i soldi erano pochi e non riuscimmo a ripagare il danno fatto ai pescatori che davano lavoro a mio padre tanto che fummo costretti ad emigrare l’anno dopo. Quando uscì dalla cassa mi stropicciai gli occhi e vidi un paesaggio diverso da quello che ricordavo prima d’esserci entrato. La gente si spostava in groppa agli asini come in Grecia, c’era caldo come in Grecia, resti di templi abbandonati come in Grecia, ma la gente parlava in modo diverso, avevano una lupara a tracolla ed invece del caffè bevevano la granatina. Capì subito che eravamo in Germania. Mio papà trovò lavoro come pescatore anche là. Oltre alla cassa con me dentro probabilmente si era portato dietro anche il diploma da pescatore e quello che rimaneva delle reti che avevo tagliuzzato l’anno precedente. Purtroppo quell’annata non fu delle migliori, il pescato non abbondava ed a casa il cibo cominciava a scarseggiare. I miei dodici fratelli, che ci raggiunsero qualche mese più tardi assieme al mia povera mamma, lavoravano come muratori ed in un anno avevano costruito tre nuovi quartieri finché non venne detto loro che c’erano sei case libere per ogni abitante e sarebbe stato meglio prendersi una breve pausa prima che il paesello di S.Rocco Barbinaceo (quello si capiva…) fosse stato completamente sommerso dal cemento. Le ultime costruzioni che ricordo sono due enormi colonne di sostentamento ad un ponte, proprio in concomitanza con la sparizione di due miei fratelli.
Eravamo molto poveri”.
-Li lasci pure più lunghi sopra, grazie. Mi spiace per i fratelli. Proprio scomparsi?
“Decidemmo di tornare in Grecia, ci mancava.
Fui accolto da uno zio vicino a Salonicco, è da lì che incominciai il mio mestiere. Facevo il garzone nella sua bottega di barbiere…”
-A che età? …circa
“Avevo 25, 36 anni…
Mio zio era una persona molto importante nel paese. Da lui andavano a tagliarsi i capelli il sindaco, il prete ed il capo della polizia. Un giorno mi ricordo che sentì degli spari nel campo dietro alla Chiesa. Accorremmo subito a vedere quello che era successo. Ricordo che in quel preciso istante mio zio stava tagliando le basette proprio al capo della polizia che, sentito gli scoppi, si alzò dalla poltrona con un balzo, diede qualche sorso al caffè ed impugnando l’arma si precipitò ad accertarsi di cosa stava accadendo… Io ero terrorizzato al solo pensiero di quello che poteva essere successo ed infatti non mi sbagliavo. Nella nostra bottega girava voce che la moglie del falegname fosse uscita da sola sul terrazzo e nonostante l’assenza del marito, abbia rivolto lo sguardo al figlio del pastore che in quel momento stava pascolando le pecore. Il figlio del pastore era un bel ragazzo giovane e prestante. La domenica si faceva il bagno e partecipava alla cerimonia religiosa, persona per bene. Il falegname però, che stupido non era, si accorse di tutto e così quel giorno fece una pazzia.
Quando arrivammo sul posto era troppo tardi per fermarlo: gli scoppi che sentimmo erano usciti dallo scarico del furgoncino del falegname che, caricata la moglie e tutte le loro provviste, abbandonò il paese dalla vergogna. Riuscimmo a vedere solo la sagoma del malandato furgoncino azzurro che si allontanava inequivocabilmente in qualche posto lontano dove ricominciare la loro vita”.
- Ah, pensavo ad un finale peggiore sinceramente…
“Oggi giorno i tempi sono cambiati. L’ultimo dei miei dodici figli mi è morto ammazzato da delinquenti l’anno scorso. Gli altri sono morti prima. Aveva solo 34 anni.”
- Pure lui? Ma la sua famiglia non è molto fortunata mi pare di capire… Mi dispiace… Cosa gli è successo?
“Quella mattina ero sceso a lavorare come sempre. Avevo aperto bottega presto e mi ero messo a riordinare. I miei figli fortunatamente non sono nati in una famiglia povera come la mia; hanno trovato una casa, cibo e sono andati a scuola anche fino ai 13 anni. Tutti intelligenti, ma lui speciale. Mi aveva fatto capire, per dire quanto era intelligente, che se lui fosse venuto in bottega ad aiutarmi la gente avrebbe pensato che un giorno sarebbe potuto diventare più bravo di me, in seguito avrebbe aperto un suo salone ed io sarei rimasto senza lavoro perché tutti sarebbero andati da lui. Ma mio figlio, intelligente ed altruista, volle evitare questa situazione e così evitò di venire a lavorare in bottega sforzandosi di fare il mantenuto. Gli costava caro dormire fino alle prime ore del pomeriggio ed uscire la notte ad ubriacarsi con gli amici fino al mattino seguente e vedevo quanto era mortificato ogni volta che passava a trovarmi mentre ero al lavoro per chiedere delle dracme di sostentamento.”
- Ma poi di cosa è morto?
“Una fine stupida, come la maggior parte delle volte che la morte viene a bussare. In modo stupido.
Quella mattina stavano trasferendo uno spazzaneve da Salonicco a Patrasso perché avevano previsto forti nevicate. Ma a Patrasso non nevica mai! Greci idioti!
Mio figlio dopo anni si era svegliato presto ed aveva deciso di andare a cercare un lavoro che non fosse il barbiere. Ho ancora in mente l’immagine che vedevo attraverso il lunotto del maggiolone: un bel ragazzo sorridente con i capelli lunghi neri e la barba incolta, maglietta rossa e con la sigaretta nella mano sinistra e bicchiere di Nescafé e cellulare nella destra mentre parla al telefono con probabilmente la sua ragazza. Come dimenticare il crocifisso che appeso allo specchietto ciondola riflettendo la sua immagine sui suoi occhiali scuri? Non l’avrei mai più rivisto.
Dicono che mentre guidava gli sia caduta della cenere nel caffè e così abbia provato a toglierla dal bicchiere con l’antenna del cellulare e che non si sia accorto che il pitagyros che aveva appoggiato vicino al cambio sia finito proprio sotto al pedale del freno. L’impatto con lo spazzaneve è stato fatale.
Ed a Patrasso non nevica mai”.
- Che sfiga, vero… Bene, quanto le devo?
“30 euro”
- Ah, pensavo meno…
“Eravamo poveri, molto poveri…”
Rodi Cult: Il Porto delle Miserie
Dedicando un post al Parco di Rodini, argomento che ha riscontrato parecchia attenzione tra l’altro date le numerose visite, è stata riproposta la formula iniziale di Controviaggio, ossia il confronto tra il bello ed il brutto, il povero ed il ricco, l’intelligente e l’idiota; delle comparazioni, uno contro l’altro appunto. Chissà che ad evidenziare le cose più tragicomiche dei luoghi non siano a trarne beneficio proprio gli angoli più meritevoli d’esser attenzionati.
Seguendo questo itinerario filosofico ci ritroviamo a commentare un nuovo monumento all’idiozia politica che sta prendendo vita, colata di cemento dopo colata di cemento, sotto forma del Nuovo Porto Commerciale di Rodi. Questo progetto, come la superstrada Rodi-Lindos Avenue (…è in punta di penna un bellissimo post a riguardo) si trova in grembo di geniali burocrati cui principale scopo è, evidentemente, cospargere di progetti metropolitani, grigi e puzzolenti realtà affascinanti e millenarie che nei secoli sono e forse continueranno ad essere il motore dell’economia locale basata, pare, sul turismo.
Il Nuovo Porto Commerciale occupa altre centinaia di metri oltre alla zona già adibita a porto, togliendo così spazio ad un tratto di costa che si sviluppa in una baia non particolarmente interessante, non molto frequentata dai turisti e con qualche barca a vela ormeggiata al largo, ma che pur sempre spiaggia era. La strada che la costeggia è diventata un agglomerato di semafori e di incroci di una complicatezza distorta; pochi anni or sono era una strada piacevolmente trafficabile con piccoli negozi e taverne vista mare che la caratterizzavano. Mentre le attenzioni locali si focalizzano sul nuovo porto, di pari passo e forse più velocemente, continua ad evolversi una baraccopoli sorta pochi anni or sono e che lamiera dopo lamiera, da semplice rifugio occasionale, sta diventando un quartiere periferico. Al momento nessuno ha menzionato di utilizzare le gru per demolirle anche perché a Rodi nessuno indossa mutande verdi o felpe con dedica.
Questo porto nasce per soddisfare le esigenze dei locali che hanno necessariamente bisogno dei traghetti per usufruire dei vari approvvigionamenti che giornalmente sbarcano ben stipati a bordo di mezzi pesanti che si occupano della distribuzione. Come sarà riutilizzata la zona che al momento è adibita a svolgere questo compito non ci è dato saperlo ma i presagi non sono dei migliori. La zona che circonda il nuovo futuristico porto è letteralmente circondata da edifici pericolanti e carcasse di aziende dall’aspetto spettrale che mal si integrano ai nuovi edifici nati sotto la nuova stella edilizia, locali da aperitivo perlopiù.
L’assurdità, ecco il punto, è vedere palazzi storici completamente abbandonati al loro destino e fior di milioni investiti in grandi opere forse socialmente utili, sicuramente non indispensabili. Dietro a questo non c’è programmazione e qualche barlume di buon senso che influenzi chi ha potere decisionale e progettuale, illuminando almeno una parte del piccolo cervello cui sono ignari portatori e che possa trasmettere loro il seguente messaggio: la civiltà si evolve, i mezzi di trasporto si trasformano e le merci grazie alle nuove tecnologie saranno assemblate sul posto, i turisti che portano i soldini sull’isola richiedono maggiori spazi compatibili con le attività culturali e sostenibili cui vanno sempre più praticando. Perché permettere il crollo di strutture che hanno fatto la fortuna dell’isola e sprecare risorse per costruire grandi opere dalla predestinata e vanamente dispendiosa conclusione?
Oltre alla Grecia è sicuramente mal comune di altri Paesi sottosviluppati europei, quali Italia, Albania, Romania, Portogallo e Spagna, constatare lo spolpamento sistematico economico di esausti cittadini che loro malgrado vedono i loro risparmi e sacrifici investiti in cemento, opere assurde ed inutili se non dannose, mentre in contemporanea si assiste inermi allo scrostamento degli intonaci nelle scuole, edifici storici ridotti a pezzi, vie e marciapiedi gruviera e centinaia di piccole attività artigianali costrette ad abbassare le saracinesche perché abbandonate al loro destino.
L’unica via d’uscita a questi orrori è intellettuale, ideata da persone con il cervello in movimento e sgombero da idee diaboliche provocate da una crescita burocratica e metropolitana tumorale. Persone sane di mente che riescano a valorizzare l’impronta originale dell’isola di Rodi che si identifica nelle meravigliose mura medievali e la città vecchia che la contengono, nei mulini a vento presenti nel piccolo Porto di Mandraki a sua volta custode del grande segreto del Colosso di Rodi (e c’è chi ha proposto di ricostruirlo ma ci si augura sia internato nell’Ospedale Psichiatrico a Creta), nelle colonne del Tempio di Apollo sul Monte Smith o in quelle di Lindos che maestose formano il tempio di Atena che vigila le splendide case bianche disposte sul promontorio.
I tesori di civiltà della Grecia si tramandano necessariamente dalle preziose antichità architettoniche cui andrebbe portato il massimo rispetto e la totale concentrazione culturale e paesaggistica.
Rispetto che al momento è latitante in buona parte della fallita Europa.
RoadstoRhodes Marathon 2nd edition
Era il 12 ottobre 2014 quando l’isola di Rodi per la prima volta si proponeva al pubblico dei sempre più numerosi runners con la RoadstoRhodes Marathon, letteralmente tradotta Le strade per Rodi. In quella data si era svolta la maratona, la mezza maratona, i 10 km ed i 5 km. In particolar modo i partecipanti meno preparati, come nel mio caso, che avevano approcciato quasi timidamente l’iniziativa, alla fine avevano portato a casa dei risultati incoraggianti visto il numero contenuto di corridori.
La RoadstoRhodes favorita da una magnifica ambientazione ed un’eccellente organizzazione riscosse un discreto successo che ai più perspicaci parve subito una manifestazione che sarebbe ben presto diventata cardine non solo tra gli sportivi greci, ma per l’intera comunità sotto forma di risorsa in ambito turistico.
Passano pochi mesi ed il 26 aprile 2015 sul calendario si ripresenta la gara, questa volta suddivisa nella maratona di 42 km, la 10 km e la 5 e, come volevasi dimostrare, non solo le partecipazioni triplicano ma la competitività aumenta in modo esponenziale con tanto di presenze olimpiche.
L’organizzazione anche in questo caso non sbaglia nessun colpo ed anzi, arricchita dall’esperienza precedente, aggiunge frecce al suo arco che scaglia sotto forma di apericena a pochi metri dal porto di Mandraki dove, fosse stato ancora presente il famoso Colosso di Rodi, sarebbe stato illuminato dai fuochi d’artificio augurali fatti brillare all’imbrunire.
L’eccezionale spirito degli atleti inoltre ha raggiunto livelli encomiabili proprio alla partenza della 10 km, posticipata di 9 minuti per consentire il passaggio dell’aspirante olimpica greca Rania Rembouli #3 nonché in seguito vincitrice assoluta della maratona in 2:43:54 e che ha ricevuto un meritato applauso d’ammirazione da parte dei corridori in attesa di partire a loro volta, tra cui il sottoscritto. La Rembouli nonostante sia transitata dopo essersi già divorata 32km d’asfalto con un ritmo gara eccezionale, ha pure trovato il tempo di sorridere e salutare i dieci chilometrai come se fosse stata ad una tranquilla passeggiata domenicale. A vederla dal vivo non rimane altro che definire il gesto atletico mostruoso.
Applauso donato alla Rembouli dai runners della 10, applauso ricevuto a loro volta durante il passaggio alla metà esatta del percorso ove gli altri corridori, terminato di battere le mani, sarebbero partiti per coprire la distanza più breve della manifestazione, la 5km ovviamente.
Allenamento, dedizione, volontà e sacrificio (ma anche divertimento…) sono armi psicologiche a disposizione di chiunque per trasformarsi da persone qualsiasi a guerrieri e durante la competizione di guerrieri se ne sono visti parecchi come succede abitualmente in questa specialità sportiva, dove i campioni come la Rembouli e gli astri nascenti non sono i protagonisti assoluti bensì la punta d’eccellenza di un mondo frequentato d
a persone con obiettivi piuttosto nobili e gratificanti. Il traguardo è stato attraversato non solo dalle gambe di campioni e giovanissimi ma anche dalle ruote di una carrozzina o da atleti che anagraficamente è più facile incontrare negli ospizi che sui percorsi podistici.
Lezioni di vita che hanno appreso velocemente anche le centinaia di bambini accorsi grazie alle iniziative personali, scolastiche e di associazioni sportive; fanciulli che hanno constatato con i loro occhi la differenza tra un sano ed equilibrato stile di vita rispetto a quello cui spesso sono sottoposti all’interno delle fumose taverne nelle frequenti riunioni familiari.
Ma dopo la prima edizione corsa con poco allenamento e tra l’altro non specifico, qualcosa è cambiato anche in chi scrive che, grazie alle armi mentali sopra elencate che l’hanno impegnato in questi mesi a trovare una forma fisica più adeguata, è riuscito a fare un tempo decoroso di 51:28 strappando un 43mo posto assoluto su 165 iscritti. 39mo tra quelli di sesso maschile.
La prima edizione era stata un tormento, terminata miracolosamente nonostante una contrattura dovuta a scarpe inadeguate e preparazione insufficiente a dimostrazione che siamo noi gli artefici del proprio destino che, tra l’altro, ci propone altre sfide dove noi saremo presenti; una di queste potrebbe tornare ad essere ancora la RoadstoRhodes.
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