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Bilbao. L’inutilità dell’arte

“Aspettami!”

Gridò all’amico con il fiato rimasto.

Con le mani ai fianchi e la schiena piegata implorò di fermarsi un attimo a respirare.

Il ragazzo davanti a lui lo accontentò rallentando la corsa e ritornando sui suoi passi.

“Ma come? Sei già stanco? Dai sediamoci un po’ qui” disse avvicinandosi ad una panchina. Si sedettero.

La giornata era umida ma ciò non impediva loro di godere del panorama lungo le rive del fiume Nerviòn.

Grazie alla riqualificazione urbana di Bilbao e la comparsa di una pista ciclabile molte persone si erano avvicinate all’attività sportiva.

Il ragazzo con il fiatone stava recuperando le sue forze.

“Stiamo andando troppo veloci per le mie possibilità. Oggi la salitella del Euskalduna mi ha sfiancato”

Si stava riferendo al ponte moderno che attraversava il fiume.

“Strano, di solito lo fai con le ridotte. A proposito di Euskalduna, ma M suona lì la prossima settimana?” divagò per un attimo il giovane meno provato dall’attività “Sì, sì” Rispose l’altro e continuò “E’ la prima volta che si esibisce in quel teatro… E’ molto emozionata”

“Beh c’è da capirla. Senti ma noi continuiamo invece? Che dici? Rientriamo per la passarella di Arrupe o vuoi attraversare il ponte di Zubizuri?”

Presero del tempo per pensarci un po’ su e decidere cos’era il meglio da fare.

“Di sicuro non mi metto a fare le scale del La Salve” Risero.

Una volta ristabilito il fiato ripresero la loro corsa. Questa volta mantennero un passo tale da consentire la chiacchiera.

“Ogni volta che passo davanti al Guggenhaim mi torna in mente New York; quando ricordo quella città è inevitabile un pensiero alla maratona. Chissà se un giorno la faremo”

A parlare era il ragazzo che aveva accusato meno fatica.

Rispose l’altro ansimante

“Ma va. Sei matto? Schiattiamo dopo 10K immagina a farne 42…”

“L’han fatta migliaia di persone non vedo perché noi non potremmo. Proprio bello questo palazzo

divagò passando davanti al museo.

L’amico non mancò di esprimere la sua opinione “Bello quanto inutile. Fondamentalmente l’arte è inutile” Lasciò una pausa di spazio al suo respiro, poi disse “Impara l’arte e mettila da parte”

“Da una persona che vive su una città affacciata al mare non mi aspettavo un’affermazione così strampalata!”

“Perché? Io adoro la concretezza. L’arte cos’ha di concreto?”

“Quindi anche il mare è inutile”

Si fermarono nuovamente appoggiandosi al parapetto del ponte Zubizuri

“Ma che c’entra il mare con l’arte scusa?”

“Anche il mare non porta benefici. L’acqua salata non può dissetarci, gli animali che lo popolano non sono necessari a sfamarci, la sabbia non è un terreno fertile. Insomma, anche il mare non ci serve a niente”

L’esempio non venne colto “Ma cosa c’entra il mare con l’arte? Stai paragonando la natura con qualcosa di superfluo. L’arte è una creazione dell’uomo”

“L’arte, come il mare, è indispensabile a stimolare i sensi dell’uomo. E’ nella nostra natura. Ascoltare musica o il suono delle onde, ci fa star bene. Fissare l’orizzonte ed ammirare un tramonto oppure un dipinto di alto valore artistico, provocano le stesse sensazioni. Sono valvole di sfogo indispensabili

L’amante del concreto ammorbidì la sua versione

“Beh quello che dici è ovvio. Io intendevo che parte dell’arte, come questa scala ad esempio, ha un’utilità relativa”

“Nel caso di Calatrava ti devo dar ragione” sorrisero “Un architetto pluri blasonato che progetta un pavimento sul quale bisogna applicare un tappeto antiscivolo brutto come questo è davvero da denuncia”

Ricominciarono a correre e salire le scale che portano alla Bizkidetasun Plaza.

“Tu che fai, prosegui ancora o rientri?”

“Farò ancora qualche chilometro.”

I due amici si salutarono lasciando alle spalle un’arcata del ponte Zubizuri.

Il più atleta ed artistico dei due si immise nella calle Ercilla Kalea e corse tra i caseggiati e negozi nel cuore della città fino ad arrivare a Plaza Moyua.

Si fermò al centro della piazza ed ammirò i giardini in fiore.

Lo scroscio dell’acqua che zampillava dalla fontana trasmetteva un rassicurante senso di quotidianità.

L’arte si esprimeva attorno a lui circondandolo di sentimenti di ogni tipo.

Il colore dei fiori, gli ornamenti delle facciate dei palazzi, il brusio di qualche insetto.

Tutto faceva parte di un disegno divino. Meditò.

 

“Quando l’uomo rimane da solo e chiude gli occhi di fronte all’avvenire, e al sogno, gli si rivela l’abisso spaventoso dell’eternità.”
Miguel de Unamuno

 

 

 

 

Giordania. Lawrence si arrabbia.

Il vento, le bufere di sabbia, uomini intrepidi che attraversano il deserto del Wadi Rum a costo delle loro vite. Nonostante le scomodità ed i pericoli trovano il tempo per contemplare la grandezza della natura, la bellezza che si presenta davanti ai loro occhi di giorno e di notte. Tra gli ammiratori di questo mondo c’è un soldato inglese diventato leggenda: Thomas Edward Lawrence, per i più conosciuto come Lawrence d’Arabia. Cavalca un dromedario, si spoglia delle sue vesti di ufficiale dell’esercito inglese per indossare una galabeya e combattere a fianco delle etnie beduine. Saranno le promesse di ricchezze ed autonomia a convincere questi ultimi ad intraprendere epiche battaglie al suo fianco. Sarà lo spirito libero di Lawrence a farlo innamorare di popoli dalle tradizioni così distanti e basiche rispetto al protocollo di Sua Maestà. Non sarà uno scontro con i nemici ad ucciderlo, ma un’uscita di strada nella Contea di Dorset in sella alla sua moto nel 1935.

Il suo spirito, c’è da crederci, sarà tornato a rivivere i suoi giorni migliori sfruttando le folate di vento o i raggi di sole che giorno dopo giorno aleggiano nello scenario del Wadi Rum. Come c’è da credere che se il Tenente Colonnello  Lawrence fosse stato ancora vivo ai giorni nostri, avrebbe presenziato fisicamente quei luoghi. Chissà se anche lui, visti i tempi di crisi, avrebbe optato per un volo low cost. Non avrebbe riconosciuto Amman, la capitale della Giordania, che in questi decenni è diventata una vera e propria metropoli. Le migliaia di case in pietra bianca costruite su ogni centimetro disponibile dei colli che circondano la meravigliosa Cittadella. L’enorme quartiere abitato dai rifugiati palestinesi ormai rassegnati all’esilio forzato. Niente dromedari o sabbia tutto intorno ma strade affollatissime; pochi suk ma tanti centri commerciali. Poi Università, banche, locali e ristoranti tipici di elevata qualità. Ma si sarebbe fermato a contemplare nuovamente il Teatro romano che, come la città di Jerash, non solo resiste alle intemperie ed alla stupidità umana, ma rimane lì a ricordarci di come il Sacro Romano Impero abbia dominato gran parte del continente europeo e buona parte dei territori allora conosciuti; lasciando eredità storiche e culturali ancora oggi di immenso valore. Si pensi solo che l’antica Gerasa o Jerash dir si voglia, meraviglioso patrimonio storico inspiegabilmente non protetto dall’Unesco, è emersa solo in percentuale che si aggira intorno al 15%. Lawrence, tra le varie anche archeologo, si sarebbe inorridito a vedere gran parte della città romana ostruita dalla costruzione di case moderne. Passeggiando tra le rovine sarebbe stato tra gli unici ad appoggiare le mani sui pilastri di roccia, a chiudere gli occhi e riceverne l’energia, come in un viaggio nel tempo. Ignaro che questa è l’epoca del selfie.

Attorno le guide, rassegnate ad un pubblico disinteressato e disattento con la memoria da pesce rosso, la curiosità di un ficus e vanesio come il Narciso di Caravaggio.

Nella tasche dell’ufficiale inglese sarebbe stata ancora presente la chiave che tante porte gli aveva aperto. Si chiama rispetto. Sul Monte Nebo, sia stato credente in Dio o meno, fedele alle parole del Papa o no, si sarebbe soffermato a guardare dall’alto quello spicchio di terra Sacra all’umanità e che proprio in nome di Dio sta causando tutt’oggi disperazione, morte ed apartheid. Un moderno crocefisso come protagonista, fredda composizione metallica e sullo sfondo il bagliore della cupola della Moschea di Al Aqsa a Gerusalemme, i riflessi del Mar Morto, il fiume Giordano e le sue acque purificatrici, il nuovo Stato di Israele e le sue prepotenze nascoste dietro ad un orizzonte placido e luminoso. Su quelle terre quanti eserciti, pellegrini, popoli disperati o speranzosi avevano cercato un po’ di fortuna. Magari una verità. O forse Dio o loro stessi. Lawrence si sarebbe riparato dal freddo stringendo le braccia tra la galabeya e coprendosi il volto con la kefiah. In silenzio contemplativo. Intorno a lui gruppi di persone urlanti eccitate all’idea di fare un’attività di gruppo: un selfie.

Ancora una volta la direzione di Lawrence sarebbe Aqaba. Dal Monte Nebo seguirebbe le coordinate 29°Nord e 35°Est e presto arriverebbe nella sua Valle della Luna. Durante il suo cammino rincontrerebbe i popoli nomadi che nei periodi più freddi lasciano le montagne per montare le loro tende in pianura. Tra coltivazioni di pomodori e greggi di pecore. Costeggerebbe  parte del Mar Morto che troverebbe di alcuni metri più basso rispetto ai suoi tempi. Prosciugato dallo sprezzo di Israele che pompa acqua dal Lago Tiberiade e dal Fiume Giordano noncurante del fatto che tra qualche decennio non ci sarà più traccia di questo leggendario bacino che, tra le varie caratteristiche, è situato a 415 metri sotto il livello del mare. Si soffermerebbe  a curiosare le fabbriche che trattano il sale del mare citato nella Bibbia come mare Salato per l’appunto.

Lawrence d’Arabia finalmente si addentrerebbe nuovamente nel deserto del Wadi Rum dove si commuoverebbe nel farsi scivolare tra le dita la sabbia rossa con la quale ha dovuto lottare fino allo strenuo delle sue forze durante i suoi lunghi ed epici trasferimenti. Seguirebbe con lo sguardo la roccia che in tutti questi anni, modellata dal vento, ha cambiato fisionomia ma non carattere. Guarderebbe l’orizzonte e riconoscerebbe lo stesso azzurro immenso del cielo che più di una notte, amorevolmente, l’aveva ricoperto di stelle.

Non sarà avvolto dal silenzio come allora perché ai giorni nostri non è contemplato. I discendenti dell’esercito di beduini da lui comandato adesso è al servizio dei turisti che cercano spiritualità patinate. Guidano dei fuoristrada accompagnando sulle dune frotte di forestieri in cerca di selfie.

Lawrence rimarrebbe sconvolto nel constatare la presenza di plastica quasi ovunque.

Forse mesto lascerebbe dietro a sé turisti e Wadi Rum arrabbiato e deluso dai cambiamenti e, fermandosi alla vecchia stazione dove tanti anni fa aveva organizzato l’assalto ai treni degli invasori turchi, sarebbe salito sulla vecchia locomotiva a vapore e, prima d’esser circondato da decine di visitatori fai da te con le loro grida e bambini invadenti, si sarebbe fatto un selfie.

Per poi dissolversi nel vento e nella sabbia e ritornare così ad essere uno spirito libero.

Buon viaggio Noah

Benvenuto Noah.

Sei nato da poche ore, fuori fa freddo ed il tuo viaggio comincia ora. Riposi al caldo, sotto una soffice copertina che scosti ad ogni tuo movimento. Sei beato e sorvegliato dai tuoi genitori. Ti osservano curiosi come fossi arrivato da un pianeta lontano. Ti accudiscono, si prendono cura di te, amorevolmente. Nella piccola parte di mondo dove sei stato concepito tante luci diffuse ad intermittenza ci ricordano che questo è un periodo speciale. Col tempo ti insegneranno a dare un significato religioso al Natale e per te, passeggero del terzo millennio, sarà complicato comprendere. Che tu poi ci creda o meno, al tuo fianco ci sarà sempre un angelo custode che ti proteggerà dai pericoli che inevitabilmente si presenteranno sulla tua strada. Che tu ci creda o no, le stelle di te parlano chiaro: sarai un’artista con la valigia in mano.

Se così fosse, un giorno sentirai l’esigenza di staccarti da tutto ciò che proprio ora ti avvolge di calore e di amore. Ti allontanerai ed intraprenderai sentieri verso luoghi lontani ed inesplorati. Sempre che di inesplorato tra qualche decennio rimanga ancora qualcosa…

Avrai la fortuna di cavalcare l’avanzata tecnologia che ti permetterà di avvicinarti al sapere con facilità. Ti muoverai velocemente e le distanze saranno sempre più brevi. Potrai scegliere. Sono sicuro che anche allora il mondo non sarà un luogo confortevole per tutti ed allora ricordati che far parte della fazione privilegiata non significa essere superiori. Se esisteranno ancora piccoli paesi e vecchie locande dove qualche anziano passerà il tempo a raccontare storie lontane, entraci. Siedi vicino a loro. Osservali, ascolta ciò che ti diranno. Poi esci, prendi la tua valigia e riprendi il cammino. Impara le lingue per essere facilitato a capire anche i meno fortunati. Lasciali parlare e mentre lo fanno guarda i loro occhi che sono la finestra dell’anima, dicono. Soffermati sulle rughe che si formano sul loro viso mentre ti racconteranno le loro vite. Abbi rispetto e meritati il rispetto delle persone. Stringi la mano deciso ed abbraccia chi credi sia sincero.

Sarai libero di scegliere. Sarai libero di sbagliare. Sarai libero di essere.

Potrai farlo perché vicini o dall’altra parte del mondo i tuoi cari saranno presenti ed avranno sempre un buon consiglio da darti. Quando sbaglierai, perché di sbagli ne farai e quanti ne farai, rovista un po’ le tasche e troverai sempre un bigliettino con sopra scritta una scappatoia. Passo dopo passo finché arriverà il giorno in cui troverai un foglio bianco ed allora dovrai cavartela da solo. Lo so, magari avere le tasche piene di cartaccia potrà dare un po’ fastidio, specie da ragazzino, ma conservali perché prima o poi, quei consigli, ti torneranno utili.

Non credere che innalzando e circondandoti da un muro sarai al sicuro. Soprattutto non credere a chi ti vorrà convincere di questo. Stai lontano da chi ti promette tutto e subito e non cadere nella trappola dello sfavillante cortile dorato. La realtà è là fuori.

Adesso che ci penso però, neanche nato e già sei investito di filosofie e paroloni; tu che ti sei presentato al mondo con un pianto del quale non conosci manco il significato. Che ancora non riconosci il tuo nome o quelle facce intorno che ti fanno versi strani.

Poi sorridi.

Poi sbadigli e non sai ancora cosa stai facendo.

Ma è proprio così che il viaggio comincia…

Buon viaggio Noah.

Los Angeles. Il cadavere di Santa Monica ep.3

L’ultima delle ipotesi riguarda un uomo molto ricco che ama fare acquisti nei negozi della Rodeo Drive. Una delle vetrine lo specchia con indosso una giacca gialla dai profili luccicanti e dei pantaloni blu a zampa di elefante. Anche la camicia bordeaux ha lo stile retrò. Porta un paio di occhiali da sole con lenti ovali arancioni, grandi ed avvolgenti.  Nonostante l’età avanzata in testa ha praticamente tutti i capelli che sistema periodicamente dal parrucchiere dei vip a Los Angeles. Proprio in quel rinomato salone ha incontrato colui che è diventato il suo compagno attuale. Un ragazzo di mezza età, di origine cubana, con un passato abbastanza oscuro. Pochi si chiedono come sia giunto a frequentare gli ambienti di lusso viste le umili origini. In realtà qualche malalingua sospetta che abbia concesso il proprio corpo a gente facoltosa pur di sistemarsi definitivamente a Beverly Hills. Fatto sta che l’incontro tra i due era stato subito proficuo. Un appuntamento al ristorante, una cena romantica, parole e sorrisi, la complicità davanti ad una bottiglia di vino pregiato francese, uno sfioramento delle mani e poi il fine serata nella villa ad Hollywood. Fondamentalmente quello era stato l’inizio di una storia che sigillava il passato dei due. Si godevano i loro momenti fatti di shopping, bagni rinfrescanti nella piscina di casa, massaggi e regalini reciproci. Poi c’erano le partecipazioni alle cene in cui capitava spesso di incrociare i calici con personaggi affermati o starlet dell’alta società californiana. I rapporti con le famiglie erano nulli per quanto riguarda l’uomo dalla giacca gialla e ridotti all’osso per il ragazzo cubano. Nel primo caso il motivo era dovuto al fatto che i suoi due fratelli non avevano mai accettato il rapporto che intercorreva tra lui ed il cubano che accusavano di opportunismo; da parte di quest’ultimo le tracce della famiglia si erano sbiadite con il passare degli anni e della lontananza. Un mix di invidia, gelosia e risentimento che li avevano condannati al loro esilio dorato ma a cui loro non davano alcun peso.

L’ambientamento dalla ricchezza alla povertà è un dato che cambia notevolmente se invertiamo i fattori. Il rischio di dimenticare le proprie origini è inoltre una delle cause più frequenti di chi si ritrova benestante dal oggi al domani. Il ragazzo cubano aveva rimosso la sua fervida partecipazione ai discorsi politici che lo distinguevano da adolescente; il pathos che lo faceva litigare per difendere a spada tratta le sue idee. Da ragazzino sognava di sfidare verbalmente qualche politico di grosso calibro, quelli che hanno i fili mossi dalle enormi multinazionali, per capirci. Mai si sarebbe immaginato di condividere un banchetto assieme a loro in qualche lussuosa villa. Frequentandoli non solo ha dimenticato il suo passato ma si è anche adeguato al loro presente che è fatto di scambi di parole ponderate e di cortesia, di finta ammirazione, di baciamani e scatole infiocchettate; macchine prestigiose che riempiono i viali delle case sulle colline californiane o mogli avvenenti con il corpo in visita ufficiale insieme al marito affermato e la mente in braccio all’amante surfista. Forse tutti questi artifizi gli hanno spinti per un pomeriggio a fare qualcosa di diverso. Ritagliare un po’ di tempo esclusivamente per loro. La radio della Bentley spesso viene  mutata dalle loro battute seguite da grasse risate. Prendono in giro i conoscenti creando delle simpatiche caricature ed enfatizzando quelli che le vittime pensano essere grandi pregi. La macchina si sta dirigendo verso Santa Monica. Il buonumore li segue anche quando devono parcheggiare la macchina sulla sabbia in mezzo alle decine di altre autovetture popolari. Attraversano il molo passeggiando e guardandosi in giro mentre delle nuvole avanzano gonfie, scure e minacciose verso di loro. Non trascorre troppo tempo da quando le prime gocce d’acqua cominciano ad inumidire la passerella e le persone che ci camminano sopra. Decidono di ripararsi e di acquistare due bevande gassate sentendosi di nuovo ragazzini. L’alternanza della pioggia permette loro di arrivare fino alla fine del pontile e guardare l’Oceano che si sta agitando minaccioso. Lo fissano pensierosi. Di tanto in tanto bevono dalle loro bottiglie di vetro attaccandosi al passato. Entrambi da ragazzini erano stati poveri. Invecchiando si capisce che per quanti soldi uno possa avere niente può ridare la giovinezza andata. Se lo ricordano a vicenda.

Tra questo turbinio di gioie, malinconie e temporali si presenta nella storia un apparentemente inutile insetto. E’ un ape che attratta dallo zucchero della bevanda si infila dritta nella bottiglia dell’uomo descritto all’inizio con la giacca gialla che tra i due, destino vuole, è allergico proprio al veleno di questi preziosi insetti. Avvicina la bottiglia, un sorso, una puntura in bocca. Poi un angiodema che occlude le vie respiratorie… Il resto è un assurdo agonizzare fino alla perdita della coscienza e la conseguente morte.

Questa è anche la descrizione che il ragazzo cubano fornisce agli inquirenti che, richiuso il cadavere nel sacco, lo catalogano come un decesso per anafilassi.

 

 

 

Los Angeles. Il cadavere di Santa Monica ep.1

Le persone presenti videro il corpo di un uomo avvolto in un sacco che stava per essere caricato sul furgone del coroner. Le generalità erano ignote, i motivi del decesso altrettanto. L’unica cosa certa era che quel giorno pioveva ed anche parecchio, così da costringere gli agenti della polizia a fare piuttosto in fretta nel rimuovere quel cadavere. L’acqua che scendeva fitta sulla banchina del Santa Monica Pier comunque non ostacolava la curiosità dei turisti che non persero occasione per fare qualche foto a quella che sembrava la scena di un film. I più audaci andarono subito a ricercare altri indizi tra le scalinate in prossimità del ritrovamento.

Una volta chiusi i portelloni del furgone la sagoma scomparve agli occhi dei curiosi.

Chi mai poteva essere quell’individuo?

La prima ipotesi è la seguente.

La mattina presto un turista americano di una sessantina d’anni si sveglia di buonumore. Sedendosi sul materasso sistema faticosamente un cuscino dietro la schiena, indossa gli occhiali da vista e controlla velocemente i messaggi presenti sullo smartphone. Scorre le email e le foto di sua figlia assieme ai nipotini. Di tanto in tanto si gira a guardare benevolmente sua moglie ancora distesa mentre si gode il dormiveglia. Le da un bacio sulla guancia ricevendo in cambio un verso di disappunto. Lei vuole posticipare di qualche minuto il risveglio. Lui si alza e, prima di andare in bagno, scosta leggermente le tende offuscanti della finestra della camera dell’hotel. Scorge una giornata grigia e piovosa, ma si pregusta il fatto che sia a Los Angeles a festeggiare l’anniversario di nozze con la donna con cui ha condiviso gran parte della sua vita. Lei apre gli occhi definitivamente disturbata dallo scroscio dell’acqua del lavandino prima e dal ronzio del rasoio elettrico poi. Anche la signora guarda fuori e pensa che è la giornata ideale per starsene a letto a guardare tv crogiolandosi con stuzzichini e bicchieri di vino anziché uscire a visitare la città. Il marito si presenta all’uscio del bagno pulito e profumato come un bambino; sollecita la moglie a prepararsi in fretta per scendere a fare colazione. L’abbraccia avvolgendola con la sua corporatura piuttosto imponente, le stampa un altro bacio sulla guancia provancandone una scherzosa smorfia di disappunto e si reca nella sala ristorante dove sarà da lì a poco.

L’ombrello che stanno reggendo per ripararsi dalla pioggia è rigirato dal vento così che i due devono ripararsi in uno store in prossimità del cartello stradale che indica la fine della Route 66. Scattano alcune foto mentre le nuvole si appropriano definitivamente del famoso luna park che tante volte è stato protagonista delle scenografie di numerosi film. I bambini approfittano del maltempo per riempire la sala giochi. Loro due si siedono invece a consumare un hamburger all’interno di un locale e, tra un morso e l’altro al panino farcito, si scambiano qualche chiacchiera. Lui progetta un altro viaggio, magari nel vecchio continente. Non è mai stato in Francia, o in Spagna. Certo nel Wisconsin non si vive male e si è vaccinati al maltempo, però passare qualche mese in Europa possibilmente al caldo sarebbe l’ideale.  Lei non si lascia trasportare dall’entusiasmo e lo invita a godersi i momenti che stanno passando a Los Angeles. Sono lì da pochi giorni e la California è ancora tutta da esplorare.

La pioggia finalmente cala d’intensità ed i due decidono di passeggiare un pò. Lui è affascinato dall’Oceano e dalle onde che sbattono violente sui pali del molo rovesciando acqua salata a pochi centimetri dai loro piedi. C’é un istante in cui tra le fitte e scure nubi filtra un raggio di sole che richiama l’attenzione di entrambi. In quei momenti sembra che la natura riponga su di loro una benevola attenzione. Pare arrivare da un mondo lontano e sconosciuto anche il gabbiano che si posa sul parapetto a breve distanza da dove stanno contemplando il mare e la sua imponenza.

Poi la luce scompare oscurata da una cortina nera, il vento comincia a soffiare più forte e la pioggia riprende a cadere fitta. Il gabbiano si congeda librando le ali prima di spiccare il volo, lasciandoli soli nell’affrontare la tempesta. Lei invita il marito a correre nel cercare riparo ma dopo pochi passi l’uomo comincia ad accusare dei dolori al petto. La moglie ha preso qualche metro di vantaggio nella breve corsa che l’ha portata sotto una pensilina mentre l’uomo è fermo piegato in due con le mani sui fianchi e la faccia verso terra. La schiena esile di sua moglie si annebbia alla sua vista. Protrae la mano verso quella direzione.

Passano pochi secondi e la signora alza lo sguardo per verificare che la tettoia funga da riparo. Poi si gira verso il marito per sollecitarlo a fare in fretta ma dietro a sé vede la sua sagoma a terra.

L’uomo con la quale aveva condiviso ventanni della propria vita è riverso sul pavimento senza vita.

Forse era lui la persona dentro al sacco?

La seconda ipotesi riguarda un uomo di mezza età, senza fortune, senza casa. (continua)

Hanoi. The guide

Il gruppo di anziani attendeva impaziente di essere imbarcato sul volo che nel giro di qualche ora gli avrebbe trasportati fino l’altra parte del mondo. In Vietnam. Gli acciacchi fisici derivanti dalla terza età non avevano impedito a nessuno di farsi trovare pronto nell’affrontare un viaggio piuttosto impegnativo. In aeroporto ogni partenza era caratterizzata da un brontolio generale riguardante la mancanza di posti a sedere, la scomodità della seduta, i prezzi elevati dei bar ed ovviamente il disordine delle file al momento dell’imbarco. Di inframezzo la lista delle malattie affrontate o da affrontare. Come se lo scambio delle figurine che praticavano da bambini avesse ripreso moda anche nella vecchiaia. Le raffigurazioni dei calciatori erano state però sostituite con quelle delle artrosi, cervicali, diabeti e patologie tiroidali. La capogruppo, un’energica piccoletta un pò più giovane rispetto agli altri, si prodigava nel mantenere il gruppo unito, cercando di assecondare il più possibile ogni loro esigenza. Chi doveva andare urgentemente in bagno, chi voleva acquistare le parole crociate, chi gironzolava a vuoto per sgranchirsi le gambe. Gli uomini si intrattenevano per lo più discutendo di politica spiccia. Le donne intervenivano energicamente quando si trattava di elencare i disservizi presenti nel Belpaese. Dalle affermazioni convinte si evinceva che la causa attuale di tutti i mali, o quasi, erano gli extracomunitari. Gente pericolosa che, quando non dedita alla macchia, rubava posti di lavoro e case agli italiani. Tra loro c’era anche chi sosteneva che questa tesi era una sciocchezza, ma veniva ben presto tacciato da coloriti esempi di furti, rapine, violenze e qualsiasi altra ingiustizia quotidiana commessa dai forestieri. Man mano che l’orario di apertura del gate si avvicinava, la sala si popolava di passeggeri in attesa. L’aumentare del vociare e la presenza sempre più ingombrante delle persone fece distogliere ad un ragazzo lo sguardo dal monitor del portatile che stava maneggiando e che rifletteva il suo viso dai tratti orientali. Smise di armeggiare la tastiera, si levò delle corpose cuffie dalle orecchie e si rivolse ad una signora del gruppo per invitarla a sedere al posto suo. La gentilezza non fu ricompensata. La donna si impossessò del posto senza ringraziare. “Era ora” si limitò a bofonchiare.

In attesa del loro arrivo ad Hanoi la guida vietnamita aveva ingannato il tempo chiacchierando con l’autista del pullman che stava anche sostenendo il cartello con stampato il nome del gruppo. Era una ragazza minuta con poca esperienza alle spalle e fresca di laurea ma ciò nonostante non tradiva alcuna insicurezza. Alle uscite si era creata parecchia confusione vista la presenza di professionisti del settore e parenti o amici in attesa dei loro cari. Questo non aveva impedito alla guida di individuare subito il gruppo. Le voci di varie nazionalità si accavallavano tra loro creando un trambusto infernale. A queste si aggiunse il rumore delle rotelle delle valigie strascinate dai visitatori ed i nomi urlati per non disperdersi. L’umidità completava il disagio. Quasi tutto il gruppo si lamentava delle condizioni poco confortevoli in cui erano costretti a sottostare, mentre la tour leader tardava ad arrivare. Più di qualcuno fece subito notare alla guida vietnamita che in Italia certe cose non sarebbero mai potute accadere. Finalmente arrivati al bus e caricate le valigie a bordo presero posto defaticandosi e rinfrescandosi con l’aria condizionata erogata dalle bocchette.

La guida estrasse quindi il microfono, si accertò che funzionasse, poi con la sua voce delicata e con un accento marcatamente orientale si presentò dando il benvenuto ai nuovi ospiti. Il chiacchiericcio sul fondo riguardante la scomodità dei sedili impedì a più di qualcuno di capire cosa stesse dicendo. Si augurarono che il resto delle spiegazioni fosse più chiaro rispetto a quello trascorso. La capogruppo si preoccupò di chiedere se all’arrivo in hotel fosse stato adibito un buffet dato che erano piuttosto stanchi ed affamati. Ulteriore timore per niente velato fu quello di accertarsi che l’eventuale cibo fosse commestibile. Impensabile per un italiano cibarsi di solo riso, appuntò. La guida dovette necessariamente interrompere le prime spiegazioni quando notò che tutti erano inevitabilmente distratti dal caotico traffico di Hanoi. Non si fecero certo attendere i commenti sull’inadeguatezza di alcuni mezzi circolanti e la promiscuità del codice stradale. Qualcuno volle specificare che in Italia cose così sarebbero impensabili. Anche al sud.

Il tragitto da percorrere per raggiungere l’hotel era particolarmente breve ma la densità del traffico allungava i tempi. La guida ne approfittò per riepilogare il programma che avrebbero affrontato nei tre giorni di presenza ad Hanoi, prima del loro trasferimento all’interno del Paese dove sarebbero stati accolti da un’altra guida. Illustrò quindi la passeggiata serale che avrebbero fatto attorno al West Lake, il lago della leggenda della spada restituita, con la visione illuminata del ponte rosso Hoan Kiem. Struttura che avrebbero attraversato anche il giorno seguente e che li avrebbe portati all’interno del tempio Ngoc Son. Complici la fame, la stanchezza e la pronuncia non proprio perfetta della guida la maggior parte sembrava assopita nei propri pensieri e poco attenta al discorso. Si risvegliarono tutti immediatamente quando qualcuno con voce decisa chiese alla guida se c’era il segnale per il wifi. La spiegazione riguardo questa problematica si svolse durante la sosta ad un semaforo rosso a pochi metri dal Tempio della Letteratura dedicato a Confucio. Intenti a smanettare i propri smartphone come adolescenti all’uscita di scuola, nessuno fece caso ad un gruppo di studenti neo laureati che stava festeggiando la fine dell’attività scolastica sfoggiando sorrisi e gioia per il riconoscimento conseguito.

La guida riprese a fatica, ma sempre con il sorriso sulle labbra, a raccontare dello spettacolo delle marionette che si svolge al Thang Long Water Puppet Theatre. Prima dello spettacolo avrebbe fatto assaggiare loro il famoso caffé all’uovo di Hanoi portandoli tutti in una tipica caffetteria locale. Subito i signori chiesero spiegazioni riguardo questa variazione che andava a sfidare il caffé espresso, orgoglio italiano. Di similitudini, a parte la materia prima, non ce n’erano. Qualcuno si informò se, a parte l’assaggio folcloristico di questo caffé all’uovo, ci fosse la possibilità di bere un buon caffé espresso anche in Vietnam. Altri ci scherzarono sopra, ma non troppo, riguardo la possibilità di correggerlo con la grappa.

Finalmente si cominciò a percepire un pò di buon umore che lasciò spazio alla preoccupazione durante l’attraversamento del quartiere vecchio e le numerose bancarelle ai cigli della strada allestite per l’assaggio di cibo di ogni genere. In questo caso tutti sollevarono perplessità riguardanti le condizioni igieniche vista l’esposizione diretta degli alimenti agli eventi atmosferici e l’inquinamento dei mezzi transitanti a breve distanza. In Italia li avrebbero messi al bando in men che non si dica.

Erano quasi giunti in hotel quando una signora affermò che si aspettava tutt’altro dal Vietnam. In mente aveva sconfinate terrazze di risaie arrampicate su verdi e rigogliose colline. Cose che avrebbero visto a Sapa, qualche giorno dopo.

La guida consapevole della loro stanchezza trovò inefficace continuare a parlare di Hanoi. Rinunciò così a descrivere la fotografia che avrebbe fatto scattare loro a Khâm Thiên, dove il treno passa a pochi centimetri delle case.

Ringraziò il gruppo ricordando che a breve sarebbero giunti a destinazione, quindi ripose il microfono nel suo alloggio e si sedette nel posto a lei riservato. Sospirò e scambiò incomprensibili parole con l’autista che intanto stava attraversando il lungo ponte di Long Bien, orgoglio vietnamita.

Fece qualche minuto di silenzio prima di venir bussata sulla spalla da una passeggera seduta dietro: “Mi scusi se la disturbo” la guida si girò verso di lei sorridente “ma anche qui da voi siete pieni di extracomunitari?”