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Atlanta: la resa dei conti

Atlanta è una città visibilmente stanca, avvolta da un opacizzato smalto fine anni 90.

L’affascinante strascico delle Olimpiadi del 1996 è presente quasi ovunque, in particolare a South Downtown nel Centennial Olympic Park. I ragazzini si arrampicano sui cinque cerchi colorati eretti all’ingresso del parco.  Nella vasta area verde sorge anche il museo del simbolo commerciale americano più invasivo e potente al mondo, la Coca Cola. La bevanda creata dal farmacista John Stith Pemberton nel 1886 è l’esempio lampante di come la sete di consumismo stia pericolosamente guidando il mondo verso il baratro. Il marketing della bevanda color marrone è vincente perché maledettamente semplice: il prodotto è alla portata di tutti e piace a tutti, dal Presidente degli USA al senza tetto. Ognuno di noi può avere un dollaro in tasca per acquistarla, moltiplicato per i 7 miliardi di abitanti che popolano il mondo i conti sono presto fatti.

Atlanta è la capitale dello Stato della Georgia che nel 1929 vide nascere il Reverendo Protestante ed attivista politico pacifista Martin Luther King al quale fu assegnato nel 1964 il Nobel per la Pace. Nella città è stato costruito il Martin Luther King Jr. National Historic Site in sua memoria ed anche una via principale porta il suo nome. Il Reverendo King cominciò il suo cammino di lotta pacifica contro l’ingiustizia civile in una piccola chiesa a Montgomery, cittadina dell’Alabama non troppo distante da Atlanta e resasi nota per episodi di impegno civile quali il boicottaggio dei mezzi pubblici in seguito al rifiuto della coraggiosa Rosa Parks di rinunciare al suo posto sul bus riservato ai bianchi ed il Bloody Sunday, la celebre marcia da Selma a Montgomery. Nella cittadina sorgono il National Memorial for Peace and Justice ed il Civil Rights Memorial luoghi dove sono conservate le memorie del lungo periodo in cui la parte di popolazione più forte ha approfittato dei più deboli con reiterate e consapevoli ingiustizie e soprusi. Fatti di cronaca che ancora oggi penalizzano la libertà e giustizia di alcune etnie.

Sarebbe impossibile riassumere in poche righe ciò che centinaia di pubblicazioni autonome stanno cercando di far emergere senza essere disinnescate dai tentacoli della censura occidentale, ma la situazione che si è creata è evidente a tutti. Tutto ha inizio con il colonialismo spagnolo, portoghese, quello inglese e le conquiste di nuovi territori perpetrati da ciechi soldati di Dio, presuntuosi della loro evoluzione in ambito di medicina e scienza, spesso trainata da esigenze belliche. L’imprinting del conquistadores è ancora oggi caratteristica europea, la stessa che ha di fatto sterminato l’intero popolo di nativi americani che oltre ad essere stati usurpati di terre e diritti sono stati umiliati per anni dalla rivisitazione storica hollywoodiana specialista in indottrinamento delle masse occidentali. In tutti i film, poche le eccezioni, tutti i nemici di zio Sam sono dipinti come spietati e crudeli assassini, malvagi terroristi privi di scrupolo ed immorali, contrapposti all’esercito dei buoni e comprensivi americani intenti a distribuire cioccolate e chewing gum alle mani tese delle popolazioni liberate. Siano questi soldati, cowboy, pugili o combattenti di qualsiasi tipo sono caratterizzati da un’infinita umanità, solidarietà, calma e sicurezza anche quando scaricano interi caricatori addosso al truce nemico. Quanti telefilm polizieschi indottrinano intere generazioni che un uso lecito delle armi porta benefici alla comunità? I videogame sparatutto non hanno la stessa funzione? Chi non è dalla nostra parte va eliminato per il bene comune. Le campagne mediatiche di questo tipo sono una prassi che utilizza sistematicamente anche Israele per dimostrare al mondo di essere nella parte del giusto mentre giornalmente compie atroci ed efferati delitti contro la Palestina che sta, passo dopo passo, sgretolandosi con il tacito consenso del mondo occidentale. Ma perché l’ingiustizia trionfa senza che nessun Paese così detto democratico di fatto prenda una ferma e decisa posizione in tal senso? Perché a muovere i fili delle marionette del teatrino del mondo ideale ci sono gli interessi economici. Il razzismo fondamentalmente riguarda i poveri. Il terrore dei privilegiati che i ruoli si possano invertire. Nel 1865 a seguito della guerra civile venne emanato il XIII emendamento della Costituzione degli Stati Uniti che decretò la fine della schiavitù. Questo fatto comporterà paradossalmente un ulteriore disagio sociale enorme in particolar modo per quelli che oggi chiamiamo afroamericani. Essendo stati prelevati forzosamente dalle loro terre native, una volta terminata la condizione di schiavitù almeno dal punto di vista legislativo, si trovarono abbandonati a loro stessi senza poter contare su nessun sostegno economico.  Questo è stato il vero disastro.

In Europa stiamo pagando scelte di alcune centinaia di anni fa quando l’osannato statista inglese Sir Winston Churchill si ricoprì di fama e gloria grazie alle strategie vincenti che consentirono gli alleati di sconfiggere i temuti nazisti cui scopo finale era lo stesso di chiunque scateni o partecipi ad una guerra: annientare l’avversario possibilmente cancellandolo dalla faccia della terra. L’hanno fatto gli americani con i coreani o gasando i vietnamiti, sganciando bombe atomiche in Giappone; tutt’oggi lo fanno gli israeliani bombardando i civili palestinesi o con escursioni belliche in Siria dove colpiscono ospedali e scuole. Per non parlare di ciò che avviene in Afghanistan, Iraq, Yemen e via dicendo. Churchill tracciò con righello e matita i confini del Medioriente separando pacifiche tribù di beduini. Lo fece senza interpellare nessuno durante un caldo pomeriggio, dopo aver pranzato e bevuto abbondantemente come suo solito.

Eppure sui libri ufficiali è quasi impossibile leggere versioni realistiche di quanto avvenuto.

Chi vince scrive la storia.

Poi c’è lo stato di polizia che serve a mantenere chiaro il concetto che al povero non è consentito partecipare alla spartizione del bottino. Per mantenere vivo il decadente equilibrio del capitalismo c’è necessità che una piccola parte di mondo goda del prodotto, gli altri devono lavorare duramente per produrla. L’abolizione della schiavitù non comporta l’acquisizione dei diritti fondamentali. Nativi americani, afroamericani, asioamericani ed ispanici sudamericani, hanno continuato ad essere discriminati perché poveri. Negli anni c’è stata un’evoluzione economica e tra questi molti sono emersi. Anche in questo caso sono stati i mass media occidentali a sdoganare l’immagine del poveraccio che cavalca il sogno americano sostenendo che è merito della democrazia liberista delle pari opportunità se qualcuno di loro è diventato ricco e famoso. Sappiamo che non è così. L’etnia bianca si tramanda il senso di superiorità verso le etnie di origini povere o dissociate al capitalismo che si traduce in sguardi languidi e comprensivi che in realtà sono un sommario lavaggio di coscienza.

Per sancire dei diritti fondamentali si è dovuta scatenare una guerra civile che evidentemente non è bastata. Non sono bastate le manifestazioni pacifiche di Martin Luther King né tantomeno quelle violente delle Pantere Nere o Malcom X. Non sono bastati i disperati gesti simbolici durante le manifestazioni sportive. Non bastano i movimenti artistici. Non bastano i morti che ci sono stati e ci saranno.

Il capitalismo è una guerra giornaliera in cui tutti siamo illusi di correre sulla stessa pista ma la cui distanza è variabile per ognuno e ad alcuni non è manco consentito di partire.

Una cosa è certa: non si può più procrastinare la propria presa di posizione. L’attendismo di comodo si sta crepando sotto i colpi di una parte di società che non è più disposta ad alimentare il mondo dei potenti in cambio di infelicità. Se fortunatamente ci si trova tra i pochi che usufruiscono di privilegi sarà il caso di agire in modo tale da ripensare le regole ed inglobare nel progetto l’intera popolazione mondiale raggiungendo traguardi di uguaglianza e sostenibilità. Altrimenti si dichiari apertamente la volontà di salvaguardare il sistema attuale, dove l’uso della forza fisica e psicologica perpetrata dai potenti consenta di mantenere la supremazia a danno dei soliti poveri.

Consapevoli di questo prepariamoci alla resa dei conti.

 

Il capitalismo corre sempre il rischio di ispirare gli uomini ad essere più interessati a guadagnarsi da vivere che a vivere

(Martin Luther King)

 

La Mezza Maratona di Donostia San Sebastian

I motivi che spingono molti appassionati, perlopiù europei, a partecipare alla maratona o mezza maratona a Donostia San Sebastian sono principalmente le caratteristiche del percorso, prevalentemente flat, il fattore climatico, che offre temperature miti e naturalmente la bellezza della cittadina stessa.

Ma perché mai un italiano dovrebbe fare tutti questi chilometri per partecipare ad una 42K o 21K all’estero piuttosto che correrle a casa sua? Le principali motivazioni sono queste: unire la passione del viaggio con quella della corsa e l’eliminazione delle pratiche che in Italia sono un costoso fardello burocratico.

A San Sebastian la partecipazione non è eccessiva nonostante l’accorpamento in un’unica giornata delle due competizioni, di conseguenza anche il ritiro del pettorale non è accompagnato dai soliti expo che abitualmente sono luminose vetrine colorate di articoli settoriali.

Nel caso specifico ci sono solo alcuni stand posizionati all’interno del palazzetto dello sport di cui l’ingresso è anche segnalato approssimativamente. Certo se uno è abituato alle manifestazioni statunitensi o quelle che si svolgono in città più grandi dove gli sponsor fanno a spallate per rifilarti mille gadget e venderti qualunque cosa rimarrà un po’ spiazzato da tutta quella semplicità.

In realtà questo aspetto scarica l’atmosfera da fattori esterni che ci allontanano da quello che è il nostro obiettivo reale: la gara.

La mia esperienza personale non è stata delle migliori a causa di fastidi fisici che mi portavo dietro da un po’ di tempo probabilmente causati da una preparazione mal gestita, ossia un sovraccarico di lavoro che ha causato l’irrigidimento di entrambi i polpacci. Specifico per chi non mi conosce che sono un maratoneta amatoriale con tempi medio alti per la fascia d’età cui appartengo e che pratico allenamenti fai da te con tabelle scaricate da una rivista specializzata. Vero è anche che ho sposato una fisioterapista ma si sa che il figlio del calzolaio ha sempre le scarpe bucate.

Tornando a San Sebastian la vigilia non è stata delle migliori dato che la cittadina basca è stata investita da una vera e propria tempesta che ha causato parecchi danni materiali. La pioggia ma soprattutto il fortissimo vento hanno celato molte delle bellezze che si presentano agli occhi dei visitatori che si addentrano tra i vicoli della parte vecchia, rimandando di fatto alle ore seguenti le romantiche passeggiate tra i caratteristici negozietti ed i rumorosi aperitivi dei numerosi locali affacciati nelle strade.

Oltre quindi alla preoccupazione di non terminare la gara per motivi fisici ecco subentrare anche quella delle condizioni climatiche. In Spagna a Las Palmas già mi era capitato di dover rinunciare alla mia prima mezza maratona, rinviata per analoghi motivi. Sei mesi di preparazione buttati per colpa di una bufera.

La notte della vigilia l’ho passata con un bendaggio all’ossido di zinco sui polpacci pazientemente applicate dalla mia fisiowife, mentre il giorno della gara sperimenteremo il taping.

Il meteo nel frattempo non sembrava intenzionato a darci tregua con la pioggia che ha infastidito partecipanti ed accompagnatori fino ai nastri di partenza a pochi metri dallo stadio comunale e dal palazzo dello sport preposto al ritiro del bib. Con un ponte a fungere da parziale copertura sopra le teste, i massaggi scaldamuscoli pre-gara e l’incertezza di riuscire a completare la mezza maratona è cominciato il countdown che da li a poco ha dato il via alla manifestazione.

Quasi in contemporanea con lo sparo, anche il cielo si è schiarito regalandoci un’inaspettata  tiepida ed asciutta mattinata priva di vento. Le condizioni ideali per correre.

Il percorso come anticipato facilita la ricerca di tempi abbastanza veloci ed offre un panorama molto interessante specialmente nel passaggio del lungomare. Per quanto mi riguarda era già un miracolo poter correre e tenuto conto delle complete sessioni d’allenamento saltate e la totale mancanza di una recente preparazione alle lunghe distanze ritengo d’esser stato anche bravino ad aver gestito la situazione. Che stavo correndo al limite delle mie possibilità fisiche lo dimostra il fatto che all’ultimo chilometro, animato dall’euforia d’essere arrivato alla fine nonché da un partecipante che mi respirava sul collo ho cominciato a spingere quasi a voler lasciare indietro tutti i problemi fisici. Risultato? I miei polpacci si sono irrigiditi come due tocchetti di legno che fosse successo 6K prima non arrivavo alla fine.

Peggior tempo personale di sempre.

L’arrivo situato nella pista d’atletica dello stadio suscita sempre belle emozioni agli atleti che hanno la fortuna di attraversarlo per essere investiti della simbolica medaglia che premia lo sforzo compiuto. Sforzo doppio è invece quello che aspetta chi affronta la maratona dato che anziché infilarsi nello stadio dovrà proseguire per compiere un secondo giro da 21,097K e rimandare per un po’ di tempo i suoi meritati momenti di gloria.

Ci vuole solo coraggio, o forse buon senso, per capire che le lezioni migliori sono di solito le più dure; e che spesso fra queste ultime c’è la sconfitta.
(Anthony Clifford Grayling)

Lettera aperta al Presidente del Consiglio

Al Presidente del
Consiglio dei Ministri
Prof. Giuseppe Conte

E, p.c. Al Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali
On. Nunzia Catalfo

p.c. Al Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo
On. Dario Franceschini

 

Gentile Presidente,

 

nella memoria di molti italiani rimangono impresse le Sue rassicurazioni risalenti a fine Marzo.

Nessuno resterà indietro” e “400 miliardi per la ripresa, una potenza di fuoco per rialzare la testa” sono diventate le frasi iconiche del periodo mondiale più nefasto dal dopoguerra ad oggi.

Il Decreto Cura Italia sembrava  tenere conto dei lavoratori stagionali, segnale incoraggiante anche per l’assistente turistico che non è mai stato ufficialmente riconosciuto, anzi spesso confuso con l’animatore turistico.

Per qualche giorno mi sono illuso che almeno stavolta la drammatica situazione fosse sostenuta dallo Stato.

In realtà non è così. Inseguendo il suonatore del flauto, milioni di topolini tra cui il sottoscritto, si sono dimenticati che per anni hanno avuto un trattamento iniquo rispetto ai colleghi europei tedeschi e francesi cui vengono riconosciute le corrette condizioni contrattuali incluse le ferie retribuite, malattia, tredicesime, cassa integrazione, disoccupazione e via dicendo.

Già, perché noi italiani pur di partire e lavorare ci accontentiamo di contratti a tempo determinato stipulati da agenzie intermediarie con sedi svizzere o extra comunitarie.

Ecco servito quindi il pretesto per eliminare la coda di persone con la mano tesa a richiedere un necessario e provvisorio sostegno economico: la non conformità contrattuale.

Un deciso colpo di spugna che cancella la speranza  di persone impiegate nei periodi estivi da aprile ad ottobre e spesso inoperose nella stagione invernale loro malgrado; che agevolano i flussi aeroportuali e navali dei connazionali in Italia ed all’estero; che coordinano i trasferimenti verso le strutture ricettive; che sono intermediari in loco tra cliente, struttura ospitante, agenzia di viaggio e tour operator; primi soccorritori e punto di riferimento di ospedali, cliniche, assicurazioni e Consolati a seguito di clienti ricoverati; addetti  alla vendita e noleggio e promulgatori di attività inerenti la scoperta del territorio.

Tutto questo non è forse riconducibile ad uno status da lavoratore stagionale?

Trovo comprensibile che le persone comuni possano ignorare o sottovalutare il compito dell’ assistente turistico, inaccettabile che il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e soprattutto il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo non siano a conoscenza delle reali dinamiche nel comparto turistico ulteriormente martoriato da scelte politiche a dir poco infelici.

 

Distinti saluti

 

…e adesso i lamentosi che diranno?

Quella mattina mi trovavo ad Amman ed il pullman con tutti i turisti a bordo era pronto per partire verso il Mar Morto. Erano settimane natalizie, quando le presenze chiaramente aumentano. In quel periodo dell’anno e specie in quell’area della Giordania, è facile imbattersi nel brutto tempo. Le giornate possono presentarsi fortemente piovose o addirittura innevate. Questo può disattendere le aspettative dei clienti e creare un po’ di scontento e malumore tra di essi.

Personalmente lavorare in quel Paese mi accresceva culturalmente giorno dopo giorno e non nascondo che quell’esperienza ha abbattuto molti miei pregiudizi. Mi sentivo sereno e cercavo di trasmetterlo ai clienti che, avendo scelto una destinazione così particolare dove passare le loro ferie, reputavo non dico migliori di altri, ma forse più sensibili e predisposti ad affrontare un viaggio introspettivo.

Quel giorno si respirava aria pesante causa le solite lamentele riguardanti il cibo o chissà cos’altro, fatto sta che era cominciato con un sole splendente e nessuna nuvola a contornarlo. Significava che al Mar Morto avrebbero avuto la possibilità di fare il bagno e di godere di una temperatura mite.

Insomma, una fortuna non da poco vista la stagione.

Salì le scale del pullman, presi in mano il microfono e salutai tutti quanti.

Recitai sorridente un brevissimo proverbio scritto dai nativi americani che invitava le persone ad apprezzare i regali che ci concede madre natura. Chiaramente mi riferivo al fatto che potevamo affrontare la giornata accompagnati dal sole dopo giorni di freddo e pioggia, fattore a mio avviso più importante del caffè allungato o del materasso scomodo.

La reazione non fu quella prevista. Tra i mugugni dei turisti, un ragazzo delle prime file mi derise: “Ecco bravo, se arbitro fischia è rigore” Evidentemente avevano considerato il mio intervento banale ed infantile. In fin dei conti ero pagato per risolvere concretamente i loro problemi, non per filosofeggiare.

Scrivo queste righe mentre il mondo affronta il Covid-19 che ha momentaneamente devastato ogni nostra sicurezza. Ecco il punto: può l’uomo fidarsi delle proprie aspettative? Cosa ci garantisce il futuro?

Non serviva calassero improvvisamente le tenebre della pandemia per renderci conto di come le nostre fortune possano improvvisamente vanificarsi. I vacanzieri perennemente scontenti e lamentosi dovrebbero vivere il presente anziché rincorrere i loro sogni. Il paradosso è che spesso chi si lamenta di più è quello che subisce di meno.

Dubito che queste persone abbiano appreso la lezione e poco m’importa.

Il mio pensiero è invece rivolto a tutti gli anziani che ho incontrato in questi anni e che spero siano riusciti a superare questo disagio. Impressi nella memoria rimangono i momenti in cui varcano le porte dell’aeroporto. Tra loro chi con passo lento e bisognoso di sostegno, i super arzilli persi nei parcheggi; quelli sguardi pieni di gioia in attesa di raggiungere le destinazioni tanto desiderate. L’entusiasmo di poter vivere ancora una volta il mare. Semplicemente di poter giocare a carte o fare qualche ballo di gruppo in compagnia. Certo, anche tra gli anziani non mancano i lamentosi, però la maggior parte di loro è consapevole che è più il tempo che hanno trascorso di quello che rimane. Poterlo impegnare in autonomia, con la propria testa, con le proprie gambe, è un grandissimo dono che la vita regala.

Possibile che ci si debba rendere conto delle cose belle solo quando vengono meno?

Tra mesi, forse anni, chi leggerà quello che ho scritto sorriderà sarcasticamente ad una situazione che ora fa tremare il mondo. Nel turismo sarà cambiato poco e niente e tutti gli allarmi del distanziamento sociale o delle mascherine saranno caduti nel vuoto, dopo la scoperta di qualche pasticca curante o vaccino antivirus. Tra i sopravvissuti  all’epidemia ed al disastro economico-sociale, si ripresenteranno ai blocchi di partenza i lamentosi.

Se mi troveranno sorridente ad accoglierli in qualche aeroporto non è dato a saperlo. Nel caso, salirò sul pullman e racconterò ancora una volta un proverbio dei nativi americani. Qualcuno non gradirà. Pazienza.

Mi rivolgerò ai miei cari anziani che non ci sono più e di cui molti, lo so per certo, hanno fatto l’ultimo viaggio a bordo del convoglio di camion militari che ha attraversato la loro città buia e deserta.

Poi, ad aspettarci, ci sarà sempre il sole, la spiaggia ed il mare.

 

Cos’è la vita? È il lampo di una lucciola nella notte. È il respiro di un bufalo d’inverno. È la piccola ombra che attraversa l’erba e si perde nel tramonto
(Proverbio dei Piedi Neri)

Bilbao. L’inutilità dell’arte

“Aspettami!”

Gridò all’amico con il fiato rimasto.

Con le mani ai fianchi e la schiena piegata implorò di fermarsi un attimo a respirare.

Il ragazzo davanti a lui lo accontentò rallentando la corsa e ritornando sui suoi passi.

“Ma come? Sei già stanco? Dai sediamoci un po’ qui” disse avvicinandosi ad una panchina. Si sedettero.

La giornata era umida ma ciò non impediva loro di godere del panorama lungo le rive del fiume Nerviòn.

Grazie alla riqualificazione urbana di Bilbao e la comparsa di una pista ciclabile molte persone si erano avvicinate all’attività sportiva.

Il ragazzo con il fiatone stava recuperando le sue forze.

“Stiamo andando troppo veloci per le mie possibilità. Oggi la salitella del Euskalduna mi ha sfiancato”

Si stava riferendo al ponte moderno che attraversava il fiume.

“Strano, di solito lo fai con le ridotte. A proposito di Euskalduna, ma M suona lì la prossima settimana?” divagò per un attimo il giovane meno provato dall’attività “Sì, sì” Rispose l’altro e continuò “E’ la prima volta che si esibisce in quel teatro… E’ molto emozionata”

“Beh c’è da capirla. Senti ma noi continuiamo invece? Che dici? Rientriamo per la passarella di Arrupe o vuoi attraversare il ponte di Zubizuri?”

Presero del tempo per pensarci un po’ su e decidere cos’era il meglio da fare.

“Di sicuro non mi metto a fare le scale del La Salve” Risero.

Una volta ristabilito il fiato ripresero la loro corsa. Questa volta mantennero un passo tale da consentire la chiacchiera.

“Ogni volta che passo davanti al Guggenhaim mi torna in mente New York; quando ricordo quella città è inevitabile un pensiero alla maratona. Chissà se un giorno la faremo”

A parlare era il ragazzo che aveva accusato meno fatica.

Rispose l’altro ansimante

“Ma va. Sei matto? Schiattiamo dopo 10K immagina a farne 42…”

“L’han fatta migliaia di persone non vedo perché noi non potremmo. Proprio bello questo palazzo

divagò passando davanti al museo.

L’amico non mancò di esprimere la sua opinione “Bello quanto inutile. Fondamentalmente l’arte è inutile” Lasciò una pausa di spazio al suo respiro, poi disse “Impara l’arte e mettila da parte”

“Da una persona che vive su una città affacciata al mare non mi aspettavo un’affermazione così strampalata!”

“Perché? Io adoro la concretezza. L’arte cos’ha di concreto?”

“Quindi anche il mare è inutile”

Si fermarono nuovamente appoggiandosi al parapetto del ponte Zubizuri

“Ma che c’entra il mare con l’arte scusa?”

“Anche il mare non porta benefici. L’acqua salata non può dissetarci, gli animali che lo popolano non sono necessari a sfamarci, la sabbia non è un terreno fertile. Insomma, anche il mare non ci serve a niente”

L’esempio non venne colto “Ma cosa c’entra il mare con l’arte? Stai paragonando la natura con qualcosa di superfluo. L’arte è una creazione dell’uomo”

“L’arte, come il mare, è indispensabile a stimolare i sensi dell’uomo. E’ nella nostra natura. Ascoltare musica o il suono delle onde, ci fa star bene. Fissare l’orizzonte ed ammirare un tramonto oppure un dipinto di alto valore artistico, provocano le stesse sensazioni. Sono valvole di sfogo indispensabili

L’amante del concreto ammorbidì la sua versione

“Beh quello che dici è ovvio. Io intendevo che parte dell’arte, come questa scala ad esempio, ha un’utilità relativa”

“Nel caso di Calatrava ti devo dar ragione” sorrisero “Un architetto pluri blasonato che progetta un pavimento sul quale bisogna applicare un tappeto antiscivolo brutto come questo è davvero da denuncia”

Ricominciarono a correre e salire le scale che portano alla Bizkidetasun Plaza.

“Tu che fai, prosegui ancora o rientri?”

“Farò ancora qualche chilometro.”

I due amici si salutarono lasciando alle spalle un’arcata del ponte Zubizuri.

Il più atleta ed artistico dei due si immise nella calle Ercilla Kalea e corse tra i caseggiati e negozi nel cuore della città fino ad arrivare a Plaza Moyua.

Si fermò al centro della piazza ed ammirò i giardini in fiore.

Lo scroscio dell’acqua che zampillava dalla fontana trasmetteva un rassicurante senso di quotidianità.

L’arte si esprimeva attorno a lui circondandolo di sentimenti di ogni tipo.

Il colore dei fiori, gli ornamenti delle facciate dei palazzi, il brusio di qualche insetto.

Tutto faceva parte di un disegno divino. Meditò.

 

“Quando l’uomo rimane da solo e chiude gli occhi di fronte all’avvenire, e al sogno, gli si rivela l’abisso spaventoso dell’eternità.”
Miguel de Unamuno