Un parere sulle Bang & Olufsen H8
Viaggiare è anche perdersi in se stessi.
Spesso però, durante i trasferimenti collettivi, gli elementi di disturbo sono molteplici e si interpongono tra noi e la nostra ricerca di intimità e riposo. Questi possono essere il rumore del vettore stesso, vuoi l’aereo, la metropolitana o il treno, il vociare delle persone o il pianto di qualche bambino.
A sostegno protettivo delle persone introverse e no social come chi scrive, esistono delle headphone efficaci come le Bang & Olufsen H8.
CARATTERISTICHE TECNICHE Le H8 sono cuffie dal design altamente ricercato ed in linea con gli altri prodotti della B&O. In pelle di alta qualità, si riconoscono per le cuciture che conferiscono al prodotto un tocco quasi artigianale. L’arco presenta una protezione morbida per la testa che le rendono portabili per lungo tempo senza accusare la pesantezza di altre cuffie. Questo pregio è anche dovuto al morbido e comodo cuscinetto in pelle che ricopre gli auricolari, riconoscibili nel verso giusto grazie alla lettera stampata molto in grande nella parte interna. Questi sono pieghevoli, mentre l’arco è facilmente regolabile alla testa senza interferenze o cedimenti del meccanismo.
TECNOLOGIA Il pezzo forte delle H8 è il noise reduction che ha il potere di isolarci dai rumori molesti sopra descritti, donando così al suono la purezza necessaria per giungere piacevolmente alle nostre orecchie. Queste cuffie sono collegabili a 3 dispositivi contemporaneamente tramite bluetooth. La connessione avviene immediatamente e senza problemi mentre la distanza di recezione è di circa 10 metri. Il suono dei film si mantiene in sincro con le immagini anche utilizzando il bluetooth. Questa caratteristica non è di poco conto visto che avevo letto recensioni in cui si parlava di ritardi. In aereo il bluetooth non è consentito ma il cavo è sufficientemente lungo e di qualità per adempiere al suo dovere. Ottimo il volume quando si utilizzano collegandole al sedile dell’aereo ove si voglia usufruire del servizio intrattenimento della compagnia aerea. Nel kit è presente anche un adattatore a tal scopo, anche se ormai i fori di molti sedili sono compatibili con i cavi normalmente utilizzati d
ai jack mono.
Se utilizzate con bluetooth risultano comodi ed efficaci i comandi presenti all’esterno dell’auricolare destro con tecnologia touchscreen. Con il dito possiamo interagire con la cuffia e metterla in pausa, avanti, indietro, riproduzione, gestione volume.
Utile soprattutto se collegata allo smartphone dato che grazie al microfono incorporato ci permetterà di conversare tranquillamente con una qualità molto buona, specialmente all’interno dei locali e protetti da eventi atmosferici che potrebbero invece creare disturbi.
ALIMENTAZIONE Dotata di batteria intercambiabile simile a quelle dei cellulari, contenuta nell’auricolare sinistro ha un’autonomia abbastanza buona con bluetooth e noise reduction attivati (circa 6 ore), mentre se usata via cavo i tempi si dilatano di gran lunga.
QUALITA’DEL SUON
O Personalmente ritengo che dispensino una purezza del suono molto elevata. C’è chi si lamenta dell’eccessiva perfezione e dei bassi troppo accentuati; dal mio punto di vista trovo che il suono sia riprodotto in modo eccellente e gradevole all’ascolto, si tratti di musica o film.
Naturalmente questo aspetto è soggettivo.
Esiste comunque una app di B&O che ci permette di equalizzare come meglio crediamo il bilanciamento dei suoni, anche se…
DIFETTI L’applicazione è pessima e non sono mai riuscito a collegarla alle cuffie. Come scritto da molti utenti, per un prodotto di questo genere ci si aspetterebbe una applicazione altrettanto professionale.
La mancanza di una custodia da viaggio inclusa nel prezzo, che di suo è assolutamente spropositato, sono le ultime note negative di un prodotto comunque da acquistare.
Colonia. Cado giù
Buio pesto e silenzio.
Cado giù.
Il barile di latta in cui mi trovo continua la sua corsa verso il fondale del Reno.
Il rumore delle eliche delle chiatte che navigano il fiume penetrano l’involucro in cui sono forzatamente rannicchiato e si mischiano ai miei affannosi respiri che soffiano il mio terrore.
Più la morte si avvicina e più il tempo si dilata. I secondi diventano gommosi; si allungano senza mai spezzarsi. I minuti diventano eternità. Frame di vita che si accavallano come album di foto. Intanto il sangue confluisce verso gli organi vitali: il cuore, la testa, l’inguine. La sensazione corporea è pari ad uno shutlle sparato verso la luna; durante il tragitto si perdono pezzi e sul satellite atterra solo l’involucro principale.
Intanto tremo. Dal freddo. Dalla paura.
C’è da dire che come fine e proprio una fine del cazzo. Diciamocelo.
Un tonfo accompagna il mio rallentato atterraggio sull’alveo dove scorre il grande fiume. Fine della mia corsa.
Le saldature che stagnano il barile non fanno filtrare l’acqua ma nemmeno l’aria. Anche quella sta per finire. Il mio cervello è annebbiato, i miei ultimi lucidi pensieri stanno lasciando spazio ad evoluzioni surreali. Un altro modo magnificamente splendido che il corpo umano utilizza per proteggerci dalle sofferenze. Dalle torture. Dall’addio.
Nonostante l’assopimento e la paura, forse alimentato dalla rassegnazione, proietto le ultime immagini vissute a Colonia. Che poi a me la Germania ha sempre fatto cagare. Non ho manco mai avuto queste grande simpatie per i tedeschi. Lei però era bellissima. I suoi capelli scendevano sulla sua schiena come le onde bagnano le bianche sabbiose spiagge dei Caraibi; il suo sguardo profondo e scuro forse proprio come il fondale su cui mi sono adagiato poco o tanto tempo fa.
Con lei ho passato fugaci momenti a parlare sulle scalinate della Kennedy Ufer. Le mani che adesso nemmeno sento più mi erano servite ad accarezzarle il volto; le dita per sfiorarle le labbra rosse che rispetto alla pelle chiara sembravano così esageratamente dipinte. L’ultima sera non era finita benissimo. Avevo litigato con un tunisino, egiziano o robe simili. Ormai quello è territorio loro. Fumano il narghilè, mangiano, si ubriacano, lasciano immondizia ovunque. Sono quelle generazioni post adolescenziali ribelli figli di disgraziati migranti che nemmeno il rigore tedesco può educare. Poi loro non si sentono tedeschi e non vogliono esserlo. Giusto così. In fin dei conti anche gli italiani sono fieri di mantenere vive le loro radici ed identità. Ma identità o meno quello era proprio un’idiota.
Avevamo continuato parte della serata isolati tra la gente ed il vociare di una birreria a Deutz. I nostri bicchieri continuavano a riempirsi mentre i discorsi erano sempre più conditi da parole inappropriate e prive di senso. Ad ogni stupidaggine corrispondeva un abbraccio. Qualche bacio.
Eravamo usciti da là dentro frastornati dalla confusione e dall’afa; dopo qualche passo stavamo rimpiangendo le calde temperature della birreria ma apprezzavamo il silenzio che ci stava accompagnando verso il ponte Hohenzollern, il ponte ferroviario più famoso di Colonia che specialmente la sera offre uno scorcio spettacolare. Arrivando dalla nostra direzione il complesso architettonico metallico sembrava indicarci la Cattedrale di Colonia e lei sembra dire: sono qui, guardatemi. Come la persona con la quale stavo condividendo quel momento. La donna che stava rubando i miei sguardi da ciò che ci circondava. Per quanto magnifico fosse tutto il resto, io vedevo solo lei. Non mi accorsi nemmeno dei treni che stavano passando uno dietro l’altro e del loro rumore. Attraversando il ponte scherzammo sulle persone che avevano voluto lasciare un segno tangibile della loro unione attaccando un lucchetto alle barriere che separano le rotaie dalla pedonal-ciclabile. Chissà se il nostro sarebbe rimasto integro negli anni oppure no.
Non perdemmo altro tempo a fantasticare, perché tempo non ne avevamo.
Ci ritrovammo nella camera di un albergo a spogliarci, toccarci, guardarci, poi ancora toccarci. Ripetemmo per decine di volte il goffo gesto di fonderci l’uno all’altra, di unirci in un corpo solo, un’anima sola.
Mentre fuori i ragazzi ubriachi cantavano qualche stupida canzone tedesca e le luci colorate magnificavano la città.
Intanto mentre ti immagino, qui a Colonia, sto morendo.
Chi ama donna maritata, la sua vita tien prestata.Proverbio
La Maratona di Siviglia
La maratona di Siviglia grazie ad un percorso particolarmente veloce ed una meravigliosa città organizzatrice dal clima mite, si pone tra le più appetibili in campo europeo.
La vicinanza dall’aeroporto e le strutture ricettive a prezzi competitivi facilitano gli spostamenti dei runners che desiderano passare un weekend fuori mura, sfruttando al meglio la vocazione al turismo e le politiche ecologiche del capoluogo andaluso.
L’unico mezzo che transita tra le soleggiate vie del centro è un moderno tram, mentre gli amanti del romanticismo per visitare la città spagnola possono usufruire delle caratteristiche carrozze trainate da cavalli; queste ultime naturalmente a scopo prettamente turistico. Anche se fortemente sconsigliato in prossimità della gara, l’atleta visitatore avrà modo di fare lunghe passeggiate e scoprire così anche parte del percorso che dovrà affrontare a breve. La costante presenza di piste ciclabili inoltre facilitano lo spostamento in bicicletta, anche se è necessario acquistare un abbonamento nel caso in cui se ne usufruisse ed il prezzo non è molto conveniente. Per i runners le suddette piste ciclabili diventano anche preziosi spazi d’allenamento di rifinitura.
Nel periodo in cui si svolge la maratona anche il clima è decisamente favorevole, con l’umidità ridotta ai minimi termini e con temperature primaverili.
Il pre-ga
ra culinario è favorito dalle centinaia di locali per tutti i gusti e tasche ed anche le panetterie pasticcerie offrono numerose soluzioni per la corretta assunzione di tutti i valori proteici necessari senza stravolgere le proprie abitudini alimentari. Sempre che, chi legge, segua una cucina mediterranea.
La partenza avviene in modo abbastanza ordinato presso la Avenida Carlos III mentre il guardaroba è situato presso lo Stadio Olimpico de La Cartuja
La Maratona di Siviglia è particolarmente spinta dagli organizzatori per la sua velocità e le percentuali di completamento molto alte ma attenzione soprattutto al primo incentivo in quanto si rischia davvero grosso. Vero è che in moltissimi corridori hanno superato la linea del traguardo ma al 35K, se non prima, parecchi hanno alzato bandiera bianca per proseguire camminando o addirittura fermandosi del tutto. La tentazione è quella di partire particolarmente veloci per poi trovarsi a metà gara con tempi molto bassi ma con un dispendio di energie che al fatidico muro rischiano di penalizzare il ru
nner in modo significativo.
Nei punti ristoro simpatica l’iniziativa di far partecipare dei bambini nella distribuzione delle bevande e cibi vari, ma fortemente penalizzante la scelta di servire l’acqua in bicchieri di plastica e non in bottiglie. Riuscire ad ingerire una sufficiente quantità d’acqua, specie per favorire l’assunzione dei gel, è un’impresa biblica. Esperienza disastrosa.
In compenso il clima di gara è davvero piacevole specie negli ultimi 10K con il coinvolgimento di un pubblico molto numeroso, cui sostegno è costante dalla meravigliosa Plaza de Espana in poi.
Attraversando le vie centrali si sente ormai il profumo del traguardo che avviene all’interno dello stadio che offre un colpo d’occhio ragguardevole, anche in questo caso grazie alle tribune affollate che non si risparmiano certo in applausi ed incoraggiamenti rivolti ai corridori intenti a percorrere gli ultimi metri.
Con un fulmineo e banale click si ferma il nostro crono ed il nostro slancio. Il percorso che porta all’uscita è un lungo sotterraneo con numerosi punti di ristoro e l’incrementarsi di atleti ricoperti da coperte termiche rendono l’ambiente quasi surreale. La legnosità delle gambe connota inquietanti aspetti zombeschi ai maratoneti che si accingono a raggiungere i loro cari presso l’uscita.
Sfoggiando la meritata medaglia, naturalmente.
Nel complesso quindi è un’esperienza assolutamente positiva, sia per chi è alla ricerca di un significativo risultato sportivo che per chi vuole semplicemente portare a termine una maratona senza prestare particolare attenzione ai tempi.
Il percorso infatti è quasi esclusivamente pianeggiante (il più pianeggiante d’Europa) con addirittura qualche ingannevole discesa che incentiva ad aumentare i ritmi salvo poi pentirsene, come detto, alla fine.
L’Italia che non stanca
Quella che segue è una semplice storia di ragazzi qualunque…
VASTO, (ABRUZZO) 1991
Lu Cacciunelle, così chiamato dai suoi compagni delle medie visto l’aspetto minuto ed apparentemente gracile, stava seduto sulla scalinata a fianco della casa natale del fu poeta Gabriele Rossetti.
Lui questo lo ignorava.
Dopo qualche anno e qualche febbre da cavallo Lu Cacciunelle cambiò aspetto, ma il soprannome rimase quello. Non era più un bambino. Le dita affusolate rovistavano tra le tasche del giaccone in cerca di cartine e tabacco, le sue lunghe gambe si distendevano sulle scale, mentre lo sguardo era rivolto al primo piano di una casa poco distante. Aspettava speranzoso come ogni giorno l’arrivo di S. un’attraente ragazzina che a quell’ora abitualmente faceva ritorno da scuola. Non si erano mai conosciuti, ma nelle tante ore libere a disposizione anche un innamoramento platonico lo aiutava ad ingannare il tempo. Bastava vederla rientrare a casa per fantasticare l’inizio di una storia da film.
Puntuali come le incertezze che viveva quotidianamente Lu Cacciunelle erano i suoi tre amici che ogni giorno, di rientro anch’essi dalla scuola durante l’ora di pranzo, lo raggiungevano sulle scalinate. Lui aveva abbandonato gli studi ed era in cerca, si fa per dire, di un lavoro.
Una volta radunati il punto di ritrovo della combriccola diventava una delle panchine che si affacciano sul lungomare. Da lì commentavano la spiaggia dove in estate gli schiamazzi dei bambini paiono arrampicarsi tra le mura antiche prima di disperdersi nel vuoto e nel calore. Gli incontri in quella parte della città duravano il tempo di qualche chiacchiera ed una sigaretta. Un saluto veloce e poi tutti a casa dove ad aspettarli c’era il pranzo.
Il primo pomeriggio Lu Cacciunelle raggiungeva l’amico B periodicamente intento nello smontare e rimontare la sua grossa motocicletta. Il padre si era rassegnato a rinunciare al garage che aveva l’aspetto di un’officina più che di un’autorimessa. Pur passando molte ore nell’ingegnarsi ad escogitare metodi per potenziare la sua moto, B non trascurava gli impegni scolastici portando a casa soddisfacenti risultati che gli consentivano di mantenere integre le grazie del permissivo papà. Venivano raggiunti più tardi, da G che frequentava il liceo e pertanto con meno tempo libero a disposizione. Tutti e tre si concentravano sulle motociclette mentre la giovane età soffiava ininterrottamente su di loro sogni e sfrenate fantasie sfocianti in un futuro surreale. La spinta motivazionale di B nel modificare gli allestimenti della moto e potenziarne il motore proveniva dalla voglia di partecipare ad una gara di enduro regionale che si sarebbe svolta dopo qualche mese ed alla quale non avrebbe mai partecipato. G invece si dedicava giorno e notte ad improbabili calcoli ingegneristici mentre Lu Cacciunelle rimbalzava i suoi pensieri all’interno di un’immaginaria stanza bianca e vuota.
Durante una di queste paradossali superflue giornate scattò la scintilla che accese ulteriormente le fantasie dei tre ragazzi. L’insofferenza d’esser legati alle catene d’immobilità del paese scaturì l’affascinante e strampalata idea di progettare qualcosa di fortemente adrenalinico. Non poteva che nascere nella testa della persona più annoiata e slegata dalla realtà che infatti d’un tratto aprì bocca e la propose agli altri: una rapina! Lu Cacciunelle in un primo momento fu seppellito dalle risate degli altri due che però, tra una stretta di bullone ed una limata al carburatore cominciarono a considerare l’idiota proposta del loro amico. Una volta gettato il pagliericcio ad accendere il fiammifero ci pensò sorprendentemente G che scartò l’idea ridicola di infilarsi un passamontagna e fare irruzione nella banca come ipotizzato gogliardicamente in un primo momento dai tre ragazzi, ma di organizzare qualcosa di importante prendendo spunto da un libro che aveva recentemente letto. La Grande Rapina di Nizza, di Ken Follet. Ignari dell’esistenza del romanzo basato su fatti realmente accaduti, spettò a G riassumerne brevemente il concetto. Questa volta ad esser seppellito dalle risate fu lui. Eppure ridendo e scherzando in pochi minuti si era già delineata una prima folle strategia. L’obiettivo prefissato era diventata la filiale di banca dove aveva lavorato per qualche tempo come impiegato il padre di un loro ex compagno delle scuole medie. Il motivo perché si persero di vista era proprio dovuto al trasferimento del genitore presso la sede a L’Aquila. Forse il loro amichetto sarebbe potuto esser d’aiuto in qualche modo.
Nonostante il passare dei giorni non solo nessuno accennava ripensamenti, anzi, la malsana idea si gonfiava di nuove proposte e stratagemmi per evitare il peggio. Il gioco si stava trasformando in qualcosa di tremendamente reale.
Dentro ad una casa,
un’anziana signora, impastava la farina e le uova. Tradizione che si trasmette da tempo immemorabile e che la nonna della bella ragazzina S compiva con abile maestria. La finestra della sua piccola cucina ospitava un vasetto di basilico profumatissimo che pareva completamente disinteressato all’inverno. Da quella stessa finestra era da qualche giorno che non si vedeva più sedere sui gradini il ragazzino che ogni giorno verso quell’ora compariva sulla scalinata.
Erano diverse mattine infatti che Lu Cacciunelle si concentrava su cose che in quel momento a lui parevano piuttosto serie. Dagli appostamenti che stavano compiendo, la banda di aspiranti criminali avrebbero tratto tutte le informazioni utili per portare a compimento il piano. Il direttore della banca non si presentava mai puntualissimo in filiale ma era abitudinario nei movimenti. Seduto al tavolino del caffè Lu Cacciunelle vide arrivare il funzionario con una Mercedes marrone chiaro. La macchina era vissuta ma con lucide e riflettenti cromature. Una volta parcheggiata s’impegnò nel far uscire dalla vettura il suo ingombrante corpo per poi incamminarsi verso l’ingresso. Teneva la giacca aperta, la cravatta allentata e la camicia sbottonata che evidenziava un largo collo. In una mano aveva una valigetta di pelle mentre nell’altra un fazzoletto di tessuto bianco che utilizzava per tergersi il sudore ed aggiustarsi gli occhiali dall’ingombrante montatura nera. Siamo in inverno e questo signore soffre già il caldo in questo modo; pensò Lu Cacciunelle mentre sorseggiava il terzo caffè della mattinata. Il direttore di banca raggiunse affannosamente l’ingresso per poi affondare la propria ingombrante sagoma nella penombra dell’ufficio.
Dopo pochi minuti fu il turno dell’impiegato, che guidava una Renault 11 beige e che sistemò ordinatamente nel posto difronte al parcheggio riservato al suo responsabile. Indossava un cappotto cammello, un completo spezzato ed un Borsalino che agli occhi degli sconosciuti potevano farlo sembrare un gangster più che un bancario.
Lu Cacciunelle attese l’arrivo dell’ultima occupante dell’ufficio che tra l’altro era una lontana parente da parte di sua madre. La signora parcheggiò la sua Y10 nel cortile riservato ai dipendenti della banca come avevano fatto in precedenza i suoi colleghi. Prima di abbandonare l’auto passò il rossetto sulle labbra guardandosi nello specchietto retrovisore, si sistemò velocemente i capelli, scese dalla vettura e percorse a piedi il breve tratto che la separava dal posto di lavoro.
L’idea dei ragazzi, affascinante quanto irrealistica, era quella di intrufolarsi nella banca la notte dalle fognature per poi svignarsela la mattina seguente prima dell’arrivo del personale.
Nel mentre della stesura del piano che avvenne in una trattoria di Vasto davanti ad un abbondante piatto Sagne e fasciul B si era detto certo nel riuscire a recuperare un furgone da camuffare da mezzo di riparazioni del manto stradale o cose simili. G dal suo canto srotolò sul tavolino con ingenuità una mappa dettagliata dell’impianto fognario della zona di Corso Mazzini che aveva recuperato da un suo zio impiegato al Comune con mansioni catastali. Il piano scorreva liscio come gli arrosticini ed il Cerasuolo che nel frattempo pareva evaporare.
Riassumendo: il giorno prestabilito alle 02.00 Lu Cacciunelle con l’aiuto di G si sarebbe dovuto trovare difronte la banca in prossimità del tombino nel vicoletto a fianco del bar. G l’avrebbe aiutato ad aprire e richiudere il tombino sopra a sé mentre lui si sarebbe intrufolato nella fognatura fino al raggiungimento della banca dove, in teoria, al di là di un muro ci sarebbe stato il caveau. Una volta dentro ed eseguito il colpo ad attenderlo per portare fuori il bottino ci sarebbero stati i due complici che nel frattempo avrebbero posizionato il furgone pronti per fuggire con il malloppo.
Totò e Peppino non sarebbero riusciti a pensarla meglio.
La vigilia di quello che era stato ideato come un gran colpo Lu Cacciunelle non chiuse occhio, girandosi e rigirandosi nel letto. Il suo incubo si materializzava in una buia cella senza finestre. Non avrebbe più potuto attendere la sua amata immaginaria S oppure semplicemente chiacchierare con i suoi amici con lo sguardo rivolto al mare. Nel bene o nel male avrebbe dovuto rinunciare ai sapori d’Abruzzo, della sua piccola e noiosa, ma tanto amata, Vasto. Le pallotte cace e ove di sua nonna e le camminate sul lungo mare con i cugini.
Il giorno della rapina B, che non riuscì a trovare nessun furgone, passò la nottata nel garage per sistemare la moto in previsione di una gara alla quale non avrebbe mai partecipato. Di G si persero le tracce per qualche giorno dato che si era rinchiuso in casa per prepararsi ad un tour de force di interrogazioni.
Le fragili fantasiose fondamenta erano crollate trascinando con sé la fantomatica rapina del secolo.
Lu Cacciunelle aveva cambiato mentalità, ma il soprannome era rimasto quello. Ancora una volta le dita affusolate rovistavano tra le tasche del giaccone in cerca di cartine e tabacco, le sue lunghe gambe si distendevano sulle scale, mentre lo sguardo era rivolto al primo piano di una casa poco distante. Aspettò speranzoso come ogni giorno l’arrivo di S. un’attraente ragazzina che a quell’ora abitualmente faceva ritorno da scuola. Quel giorno finalmente la conobbe.
Passò poco tempo che Lu Cacciunelle trovò anche lavoro presso l’edicola di un suo caro cugino. La strampalata idea della rapina era svanita completamente nel nulla sostituita dalla più concreta voglia di passare le vacanze assieme alla sua ragazza S. Erano le prime luci dell’alba quando espose la civetta che intitolava: Arrestato il socialista Mario Chiesa.
La libertà deriva dalla consapevolezza, la consapevolezza deriva dalla conoscenza, la conoscenza deriva (anche) dall’informazione, dallo studio e dalla lettura senza pregiudizi.
Nonna: genitore, amica, insegnante
(Questa storia è stata ideata qui)
Appena arrivata, la bambina non perse tempo nel contemplare il paesaggio che ormai conosceva piuttosto bene.
Spalancò il portone che infranse il silenzio fino ad allora rotto solo dall’abbaiare dei cani e corse dritta verso la porta a vetri appannata d’ingresso. Realizzò d’esser circondata da imponenti e maestose montagne dalle bianche vette e vestite da brulli colori autunnali, ma in quel momento la sua attenzione era rivolta altrove. Nel breve tragitto che percorse a gambe levate, con un certo affanno e l’equilibrio messo in costante pericolo dai due pastori tedeschi che le saltavano attorno festosi e scodinzolanti, riconobbe solo il secchio metallico appeso al muro e contenente fiori gialli che la guardavano dall’alto, fieri della loro bellezza.
Il loro vanto, per chi crede nell’intelligenza vegetale, era dovuto alla consapevolezza d’esser cresciuti sfidando il freddo, il ghiaccio e la neve. Erano sopravvissuti stringendosi l’uno all’altro, ammiccando i raggi di sole in attesa della ancora lontana primavera. Il viale di pietre dove ora si stavano mosaicando l’insieme d’impronte lasciate dalla bambina e dagli animali a quattro zampe, spesso nel passato fu macchiato da piccole macchioline di sangue, dovute all’immolazione infantile che avviene durante la fase esplorativa della vita, dove tutto è gioco; dove le cose sussurrano, si muovono, a tua insaputa ti spingono o sgambettano. Dio solo sa in montagna quanti sono gli imprevisti e quante ginocchia ha sbucciato quella bambina sulle pietre, sui sentieri e sulle ampie colline circostanti.
Il grido di Nonna, nonna, sono arrivata! aveva fatto innalzare in volo un previdente passerotto ed attirata l’attenzione del capriolo nascosto tra le sterpaglie più in basso.
La porta a vetri era appannata dal calore del camino acceso e dal vapore emanato dalle pentole sul fuoco. Le rassicuranti movenze di un mestolo di legno che affonda tra la carne di spezzatino di cinghiale erano dirette da una anziana signora che aveva sorriso nuovamente alla vita sentendo il trambusto causato dalla sua nipotina. Questa fece altri due giri di mestolo prima di appoggiarlo sul ripiano a fianco delle spezie. Non ebbe il tempo di voltarsi completamente che la piccola peste era già entrata in casa portando con sé, oltre ad una profumata scia di freddo, anche le due, meno profumate, festanti bestiole. La corsa della bambina si concluse nel caloroso abbraccio con la nonna, affettuosamente goffa ed impreparata nel accogliere a sé quella furia. La bambina schiacciando il nasino sul grembiule della nonna assaporava gli odori della cucina, sforzandosi ad allargare le braccia il più possibile così da contenere ogni centimetro di amore, saggezza e protezione che la signora suscitava. Dall’altro canto l’incontro tra le ruvide mani dell’anziana donna e quelle della bimba, piccole e fragili, simboleggiavano uno scambio generazionale.
Sciolto l’abbraccio né susseguì ulteriore trambusto nel cercare di far fuoriuscire i cani che nel frattempo si erano comodamente posizionati davanti al camino. La nipotina si occupava frettolosamente nel redarguirli nel mentre gironzolava freneticamente attorno al tavolo. Apriva e chiudeva con energia i cassetti del mobile attiguo alla ricerca di dolci o sfiziosità cui
la nonna l’aveva smodatamente viziata. Il ciclone che durante le visite si riversava nella casa sconvolgeva ogni singolo protagonista della quotidianità che al cospetto della ragazzina si trasformava in compiacente misera comparsa. Anche i ritratti della nonna durante gli anni della giovane spensieratezza scorrevano veloci alla vista della bambina, impegnata nello sbrigativo attraversamento dei piani superiori alla conquista della sua cameretta. In quella stanza il legno pareva soffiare più forte il proprio odore, come a voler salutare l’arrivo della sua vecchia giovane conoscenza che non esitava a salire la rustica scaletta e scivolare dentro al suo rifugio che altro non era che un ampio materasso incassato nel sottotetto.
Passata l’eccitazione e smarrite un po’ delle eccessive energie iniziali, non tardava il momento in cui, spesso il pomeriggio, l’anziana signora e la nipotina si sedavano assieme sull’ampio divano posizionato tra le pareti di pietra, ingegnosi intagli di legno ed uno schermo nero della televisione spenta che rifletteva mestamente il fuoco del camino mentre scoppiettante scandiva il ritmo delle giornate. Si sforzava di sognare ad occhi aperti resistendo a malapena alla tentazione di chiuderli mentre le soavi parole della nonna disegnavano nell’aria scenari lontani rispetto alla realtà in cui vivevano. Avrebbe dovuto passare qualche anno prima che la piccola testimone dei meravigliosi racconti della nonna diventasse consapevole che, quasi sempre, la realtà supera l’immaginazione. Le storie descrivevano lontani momenti dove l’arte erano macchie di colore su una tela o curve e consumate scarpe da ballerina. Era il brusio delle platee interrotte da tre tocchi di bacchetta di un esigente direttore d’orchestra ed abbaglianti lampadine di uno specchio in angusti camerini. L’arte era l’attraversamento di strade buie e bagnate, riflettenti luci colorate intermittenti di teatri e fast food, alla ricerca di fuggitive e brevi avventure amorose. Ma anche aerei, musica, cielo infinito e capienti tazze di caffè. Questo era stato.
In montagna l’arte sono le cime innevate, un cespuglio di ginestre o lo sguardo fulmineo di una marmotta. La musica degli scarponi che spostano le pietre dei sentieri o la neve tagliata dalle lame dello sci. Lo sbuffo di vapore ad ogni parola pronunciata d’inverno all’aria aperta.
La bambina si addormentò sognando un bizzarro mondo lontano.
La nonna sistemò premurosamente un ribelle ciuffo di capelli dal viso della bimba passandole una mano sul capo, certa che il giorno in cui la nipotina avrebbe afferrato i suoi desideri sarebbe giunto a breve.
Protetta dalla nonna e dalle montagne. Ovunque essa andasse.
Una nonna è un po’ genitore, un po’ insegnante, e un po’ il migliore amico.









