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La maratona di Porto

Attendo l’apertura del gate d’uscita per imbarcarmi sul volo diretto a Porto.

E’ mattina presto, sono seduto, guardo in giro, osservo.

medalportoIl mio sguardo punta verso il basso alla ricerca di indizi per riconoscere altre persone che hanno scelto la città lusitana per correre la maratona. Passo in rassegna la tipologia e la marca delle scarpe, carta d’identità pressoché infallibile del corridore. Ce ne sono parecchie, indossate anche da insospettabili e fisicamente impreparate persone. Almeno apparentemente.  Magari quelli percorreranno i 15K.

E’ lo stesso gruppo di amici che commenta l’arrivo di alcuni ragazzi cui non serve guardare le scarpe. Hanno la pelle nera come la notte appena trascorsa. Magrolini e spaesati, dallo sguardo fragile ed insicuro. In fila tra le tante persone che prenderanno quel modesto volo low cost da lì a poco. Sicuramente kenioti. Gli africani sono fenomenali nelle competizioni di questo genere.

Dal mio sedile ho modo di rivederli in piedi nel corridoio dell’aereo; spontanei nello scattarsi alcune foto subito dopo aver riposto i bagagli nelle cappelliere. Giovani e sconosciuti ma forse abituati ad avere gli occhi sempre puntati addosso. Sezionando le loro diversità c’è chi li contempla perché immagina siano dei fuoriclasse, chi li osserva preoccupato perché pensa siano emigrati o clandestini in fuga, chi semplicemente perché negri.

Le assistenti di volo si prodigano nell’indicare ai passeggeri tutte le norme di sicurezza vigenti, le turbine del velivolo iniziano a rombare a fasi alterne spingendo la macchina verso la pista di decollo. In quei momenti riavvolgo il nastro dei sei mesi precedenti, come una persona che sta cadendo da un grattacielo al quale si illuminano intermittenti finestre di memoria. Sono sicuro di essere pronto a terminare una gara descritta come mentalmente e fisicamente impegnativa. Diciamo.

Mi sono allenato duramente e costantemente davanti ad ogni ostacolo ed avversità meteorologica, fisica e mentale. Ho sfiorato i miei limiti, ho avanzato i miei traguardi giorno dopo giorno. Ma i dubbi rimangono.

Cominciano a rimpicciolirsi le case e da lì a poco finiremo inghiottiti tra le nuvole. Non posso che insistere a pensare all’evoluzione che ho assimilato durante questo periodo di preparazione. Dall’alone di perplessità iniziale, all’influenza di riviste ed articoli redatti per meri fini commerciali, alla consapevolezza di essere pronto. A pensarci adesso la stessa sensazione che mi attanagliava gli istanti prima di calcare il palcoscenico. La certezza di aver studiato la parte da recitare, il tremore iniziale che accada qualcosa d’improvviso che te la faccia dimenticare, l’improbabile predizione di accadimenti esterni che possano modificare l’evento così come te lo immagini.

Chiudo gli occhi, respiro profondamente. Lentamente. C’è il silenzio più totale.

Porto le mani al volto. Le dita sono intrecciate. L’indice di entrambe mi aiutano a mantenere le palpebre chiuse; appoggio il mento sui pollici. Il buio, il vento, il mio battito, i miei respiri.

Giù le mani, gli occhi si riaprono; decimi di secondo in cui il silenzio è dissipato da rumori ovattati; si fanno sempre più consistenti. Uno sparo. I primi passi tra la confusione e la musica. Si corre. Tra migliaia di persone e le nostre storie di vita raggruppate ma quel solo giorno, forse, da condividere.

Incrocio l’ultima volta i ragazzi kenioti con la quale avevo condiviso parte del viaggio. Vederli correre è uno spettacolo. Mantengono tempi impensabili. Spogliatisi delle loro tute, vestono una semplice canottiera e pantaloncini come invincibili guerrieri indossano corazze e come loro guardano davanti senza esitazioni. Sono istanti in cui posso notare la metamorfosi dei loro sguardi mentre volano leggeri e decisi sull’asfalto.

Scorrono portando con sé anche la mia invidia sportiva che lascia spazio all’ammirazione ed al realismo. Loro sono giovani professionisti. Io né uno né l’altro.

Sono preparato a portare a termine questa maratona e lo sto facendo in modo inaspettatamente disinvolto, senza l’aiuto di integratori, barrette e tutto ciò che il marketing vuole farci credere indispensabili. Ogni 10K assumerò l’acqua che perdo. Gli ultimi 15 aiuterò la spinta con del gel energetico. Questo è quanto.

Comincio a sospettare, ribaltando le parti, che i campionissimi incrociandoci abbiano pensato alla stranezza di noi dilettanti. Instancabili e di fretta nel marasma quotidiano delle nostre metropoli dove sacrifichiamo affetti e sentimenti pur di non rimanere indietro nella corsa allo sviluppo; lenti e molli sulle gambe nel vivo della competizione quando troviamo pure il tempo di goderci i paesaggi.

Mi piace correre, conosco la città e me la riguardo. Il Parque de Cidade nell’elegante Matosinhos è ormai alle spalle, inizio ad avvicinarmi al Ponte di Sant Louis. La cadenza della mia corsa ricorda lo scorrere dei vecchi rumorosi proiettori a bobina mentre irradiano immagini. Sequenze di Oceano Atlantico, barche a vela, raggi di sole e persone che incitano ai lati della strada. Reverenzialmente mi accodo ad una atleta professionista almeno nell’aspetto. Mi sento rallentato. Riprendo la mia cadenza e la lascio dietro. Così accadrà anche nelle salite che affronterò dall’altra parte del Rio Douro ed una volta riattraversato il Ponte Louis intorno al 25mo km dove cercherò inutilmente di trovare qualcuno che faccia da traino. Non accuso stanchezza, perlomeno non tale da impedirmi di continuare senza cali, eppure vedo moltissime persone in grande difficoltà. Comincio a ripensare agli esercizi, al caldo soffocante ed alle salite massacranti che mi hanno sì preparato fisicamente, ma anche messo a dura prova mentalmente.

_20161108_224208Sono ripagato da un allenamento impegnativo e costante.

Attraverso il traguardo ed è una soddisfazione che non sfocia in pianti liberatori o accasciamenti dovuti alla mancanza di forze. Non sento nemmeno crampi nonostante abbia sprintato gli ultimi 3K.

Indosso la mia prima maglia finisher ma la testa è già alla prossima maratona dove mi sento in dovere di abbassare il tempo.

Eppure il primo amore non si scorda mai.

Bellissima Maratona di Porto, non ti scorderò mai.

Viaggiare d’autunno

La meteorologia classifica l’autunno al pari della primavera, come una stagione intermedia; la durata viene quindi stimata tra il 1° settembre e il 30 novembre

 

Mi sono svegliato, o almeno credo.autunno

Nel dormiveglia socchiudo gli occhi ed intravedo la luce dell’alba. Li richiudo avaro di sonno e diventano sempre più definiti i rumori all’esterno; capisco che è un camion della spazzatura quello che emana un acuto segnale ad intermittenza interrotto dal secco frastuono del cassonetto rilasciato a terra. Dura qualche minuto, poi si allontana portando con se il cadenzato rumore diesel e lo scorrere dei pneumatici sull’asfalto amplificati dal cemento bagnato. Pare abbia piovuto o, chissà, forse sta piovendo.

I sogni della notte lasciano spazio ai primi pensieri razionali; c’è da scegliere l’abbigliamento adatto per uscire, ma ancora non so se piove o meno, se fa caldo oppure no, se la giornata di oggi sarà caratterizzata da un vento forte, umidità o da chissà quale altro ostacolo meteorologico. La lucina arancione della ricarica della Nikon è fissa,  la batteria pronta per essere inserita nella macchina.

Scorre l’acqua in bagno, arta malapena ho realizzato che ti sei fatta la doccia qualche istante fa.

Sarai davanti allo specchio concentrata a sistemarti. Chissà se guardandoti penserai a quante centinaia di individui si sono riflesse proprio lì, dove adesso sei tu. Persone con le loro storie vissute, le loro famiglie, i loro desideri e segreti; ansie, paure e differenti modi di usufruire la stessa stanza che stiamo vivendo noi ora. In pochi ci pensano, secondo me. Forse è proprio grazie al pbeattlesotente ed istantaneo senso di proprietà che contraddistingue gli esseri umani che le strutture ricettive esistono. Dal momento in cui ci viene data la chiave la camera diventa nostra; per qualche giorno o settimana la possediamo. Centinaia di persone dormono nello stesso letto certi di essere, non dico gli ultimi, ma i primi ad averlo fatto.  Stranezze.

Sul letto ci sono seduto, adesso. Il bollitore elettrico ha ufficializzato l’inizio della nuova giornata con il suo goffo balletto dovuto al bollore dell’acqua che ho già versato nella tazza. La bustina del tè deteinato me la porto da casa, un amuleto per affrontare nuove culture senza staccarmi dalle mie radici. Apro la confezione di un prodotto locale e ne assaporo il gusto. Tu sei quasi pronta e ti sposti continuamente tra la stanza ed il bagno per gli ultimi preparativi. Devo rompere il silenzio per farti notare quanto sia buono quello che sto degustando; svela sapori inimmaginabili se mangiato lontano da qui. Devi assaggiarlo!

I preparativi per affrontare il primo giorno di viaggio stanno procedendo come di consueto e le lenzuola poc’anzi stropicciate sono perfettamente aderenti al materasso per accogliere la pianta della città. Occupa molto spazio, odora di stampa, ai lati della schematica mappatura pacchiane finestre colorate raccomandano ristoranti, attività e quant’altro. Lievi distrazioni su quello che da lì  a poco diventerà un campo di battaglia pieno di appunti e cerchiature solo all’apparenza disordinate. Una volta usciti capiremo se è il caso di raggiungere questi luoghi camminando o con altri mezzi.

Entriamo nell’ascensore che una coppia di giovani italiani ha appena lasciato alle loro spalle. Sembrano essere in disaccordo su molte cose mentre si incamminano nel corridoio; si chiude la porta. Torna il silenzio.

Ancora non sappiamo cosa ci aspetterà là fuori, ma sono sicuro che ci piacerà anche questo viaggio.

Bello viaggiare d’autunno, penso.

Con te.

 

 

 

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Gorizia: città ai margini, ma… (II parte)

Piazza VittoriaDopo aver fatto un po’ di luce sulla realtà confinaria goriziana, o almeno questo è stato l’intento, addentriamoci tra le vie del centro sia di Gorizia che della sua dirimpettaia Nova Gorica dove, specie nel primo caso, architetture risalenti dal periodo medievale fino al rigoglioso periodo imperiale austro ungarico rendono la visita particolarmente interessante.

Il colpo d’occhio principale è riservato al castello di Gorizia che domina dall’alto della sua collina la città che ultimamente sembra aver ritrovato un aspetto sicuramente più curato rispetto al recente passato tra le scellerate ripavimentazioni della Piazza Vittoria, passata da luogo cardine a deserto dei tartari e fanSant Ignaziotasmagorici progetti incominciati ed abbandonati al loro destino. Il castello, situato all’interno del Borgo medievale è una visita obbligata, specie nei mesi primaverili quando il cielo terso concede una panoramica che spazia dall’Ossario di Oslavia ai vigneti del Collio, dall’unico grattacielo cittadino alla vista della barocca Chiesa di Sant’Ignazio in Piazza Vittoria per l’appunto.

A proposito di chiese merita d’essere visitata la cappella di Santo Spirito, situata a pochi metri dalla porta d’ingresso principale del castello, che è stata per molti goriziani luogo di unione religiosa, complice lo scenario storico che ben si addice ad un abito da sposa e la sua nobile attitudine.

DSC_3375Immancabile il museo della guerra che raccoglie cimeli per lo più risalenti alla Prima Guerra Mondiale dove austriaci ed italiani hanno dato vita a cruente e sanguinose battaglie anche nel circondario isontino, segnando per sempre la storia ed il carattere della provincia. O Gorizia tu sia maledetta testo scritto da un anonimo combattente in trincea nel 1916 racconta proprio il dramma dei soldati costretti a combattere una guerra voluta da alti ufficiali che mai avrebbero condiviso con loro la prima linea.

Il forte spirito di appartenenza italiano a Gorizia comincia però a vacillare non molto più tardi dall’avvenuta liberazione quando a fronte di leggi penalizzanti stilate dal Governo Italiano e riguardanti il territorio, illustri mazziniani tra cui un mio bis nonno, non celano la loro delusione dichiarando apertamente che forse era meglio quando si stava peggio, ossia sotto occupazione austro ungarica.

franz-josephQuesta brevissima descrizione storica senza pretesa alcuna è importante perché ci aiuta a comprendere il presente goriziano e la presenza in numerosi locali di immagini ritraenti l’allora Imperatore di Austria ed Ungheria Franz Joseph che in molti rimpiangono, naturalmente più per folclore che per vita vissuta. E’ innegabile però che durante l’occupazione austro ungarica la città, definita la Nizza austriaca, ha raggiunto l’apice della sua bellezza e prosperità, complice anche la vicinanza con Trieste che a sua volta rimpiange il fatto d’essere stata l’unico sbocco sul mare dell’Impero con quello che ne conseguiva. I turisti che si addentreranno nei locali della città devono aspettarsi quindi un accoglienza mite e diffidente, tradizionalmente nordica e preparare fegato e mente ad intense prove di resistenza vinicola, ossessionante leitmotiv della quotidianità goriziana.

Sul magna e bevi le amministrazioni locali hanno puntato tutto, in seguito ad un fortunato e frequentato evento denominato Gusti di Frontiera che si svolge a fine settembre e che coinvolge tutta la città con bevande e cibi tipici provenienti da svariate località internazionali.

Intorno all’anno 2000 e finita l’era delle pizzerie napoletane frequentatissime da militari di leva per lo più, sono sorti pub e vinerie (argomento che affronterò a parte) luoghi di ritrovo per gli universitari, in gran numero e recentemente scomparsi anche loro dai radar cittadini.

DSC_3356I bicchieri di vino scandiscono le giornate dei goriziani così come nella storica e rinomata via Rastello dove in occasione delle feste, secolari attività commerciali ormai dismesse come ferramenta o sartorie sono state riaperte e riadattate all’uso di locande dove poter bere l’immancabile bicchiere o mangiare prodotti tipici locali. Una bella idea che gratifica anche chi come me rientrando per le feste natalizie ha piacere di affascinare con qualcosa di esclusivo i forestieri che mi accompagnano per l’occasione.

zoranVia Rastello ben conosciuta anche dall’attore Giuseppe Battiston che con il film Zoran il mio nipote scemo è stato candidato al David di Donatello, surclassando nei cinema provinciali Sole a Catinelle di Checco Zalone che nel resto d’Italia sbancava il botteghino, affermandosi così idolo dei goriziani.