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Valloire: di chi è quel corpo?

La fitta nevicata notturna era terminata all’apparire delle prime luci dell’alba.

Il bosco imbiancato ricominciava ad emettere i suoi caratteristici suoni attutiti dallo spesso manto nevoso.

Le indicazioni scolpite nel legno erano le sole a rendere riconoscibili i sentieri a quell’ora inviolati.

Un’aria lieve, ma severa, soffiava scuotendo gli alberi quel tanto dal consentirvi di scaricare dai loro rami il ghiacciato carico in eccesso.

In un tratto del cammino, a pochi passi da un deformato pupazzo di neve, un cumulo; anch’esso di neve.

Nascondeva il corpo di una persona ormai senza vita. Il cadavere dello sfortunato individuo, visto l’imponente strato bianco che lo ricopriva, sicuramente aveva passato la notte nel bosco.

Attorno a quel episodio di morte qualche timido raggio di sole rimetteva in moto la vita, spronando a danzare sugli alberi gli scoiattoli e far cinguettare gli uccelli.

Quella mattina la vecchia sveglia meccanica del parroco aveva suonato regolarmente alle 4:30, come di consueto, ma stavolta il suo grosso indice non aveva premuto il pulsante dello spegnimento. La sveglia continuò ad emettere energicamente una ripetuta vibrazione metallica per un bel po’ prima di far ripiombare il silenzio nella cameretta. Il prete si alzava molto presto tutti i giorni, regolava di due scatti la stufa in modo da rinvigorirne la fiamma e riversava dell’acqua nel pentolino appoggiato sopra ad essa per mantenere la giusta umidità all’interno del suo modesto dormitorio. Appena in piedi, prima di pensare allo stomaco, si preoccupava di nutrire il suo spirito. Eseguiva le sue preghiere in ginocchio sul ruvido pavimento in legno della stanza rivolto ad un grande crocifisso nero di mogano che portava con sé in ogni diocesi cui prestava servizio. Ormai da anni era finito sulle montagne francesi, a Valloire, un luogo talmente piccolo ed ostile che a detta dei malpensanti significava una sorte di punizione inflitta dal Vaticano per qualche sgarbo o peccato commesso.

L’omone che con iniziali difficoltà era entrato a far parte della comunità montana, dentro al suo grande corpo vigoroso esibiva un carattere altrettanto forte ma celava un animo buono. Caratteristiche che aveva sviluppato nelle missioni, in luoghi dove le difficoltà derivavano da fattori climatici opposti e sicuramente più ostici di quello in cui si trovava ora e che, se non altro, era meta ambita dai turisti che lo rendevano spensierato.

Di chi era quel corpo senza vita nel bosco ricoperto dalla neve? Era il suo? Era successo qualcosa mentre rientrava a casa la sera prima dopo essersi recato nella Chiesa di Saint Pierre?

Il cane abbaiava ininterrottamente da una decina di minuti richiamando le attenzioni che il suo padrone ogni mattina e ben più presto di quell’ora, gli prestava riempiendo la ciotola di crocchette e dispensando qualche energica carezza. Il proprietario del peloso cane di grossa taglia oltre a gestire un negozio di articoli sportivi rappresentava il paesino di Valloire in veste di Sindaco. La casa in cui abitava era una bella villa in legno chiaro e di recente costruzione e di cui le ampie vetrate della zona giorno si affacciavano sulla valle. I primi raggi di luce penetrati nella casa fecero brillare le cornici di alcune foto che lo ritraevano sorridente assieme alla sua famiglia in posa con caschetti colorati e bacchette in mano su una pista da sci nel circondario. Da qualche giorno la moglie, accompagnata dai due figli, si era recata in visita dei genitori a Bordeaux lasciando così solo a casa il marito. La signora era una bellissima quarantenne dagli occhi verdi, le punte di capelli lisci e biondi appoggiate sulle spalle ed un atteggiamento signorile che la rendevano attraente alla vista di tutta la cittadina. La bambina di sette anni, stava crescendo seguendo le orme della madre; sia fisicamente che caratterialmente.

Il fratello di tredici anni invece, ricordava di più il padre, specie sorridente: il Sindaco era molto affabile e ben voluto ed anche per questo non gli fu difficile raggiungere l’ampio consenso che gli consentì di ricoprire la prestigiosa carica istituzionale. Ogni mattina, dopo aver provveduto a nutrire la sua bestiola, scendeva nel viale a spalare la neve in eccedenza per far sì che i suoi figli salissero senza problemi sulla Range Rover che avrebbe poi guidato fino all’ingresso delle scuole. Nonostante dovesse percorrere il medesimo tragitto per giungere al suo piccolo negozio, non sempre portava con sé i bambini. Con le giuste condizioni metereologiche lasciarli liberi di camminare era un gesto responsabilizzante, pensava.

Il corpo senza vita ricoperto dalla neve avrebbe potuto essere il suo? Poteva essere successo qualcosa la sera precedente quando come di consuetudine si era addentrato nel bosco in compagnia del suo cane? Dopo averlo riportato a casa e rinchiuso era tornato sui suoi passi?

I minuti trascorrevano e l’allarme di qualche presunta sparizione non si era ancora diffuso a Valloire.

Certo, il prete era una persona molto solitaria e di tanto in tanto si prendeva i suoi spazi mistici lontano dai parrocchiani, pertanto niente faceva presagire una sua sparizione. Così come il negozio del sindaco che quel giorno osservava il giorno di chiusura e che quindi non evidenziava anomalie ed in Comune non era previsto nessun incontro istituzionale.

Anche il capo della Gendarmerie che generalmente era tra i primi ad entrare nel bar del paese quella mattina pareva ritardare. Non era l’unico, notarono il suo collega, presente al banco con una tazza di caffellatte fumante e la giovane mascolina barista che l’aveva servito. Infatti anche il padrone del bar non si era fatto ancora vivo, stranamente. Nessuno dei due ebbe il minimo dubbio riguardante il fatto che avrebbero potuto essere stati ostacolati dalle strade innevate. In montagna le persone erano abituate a convivere in situazioni ben più difficoltose.

Il giovane gendarme, sicuramente più interessato a far colpo alla ragazza dietro al banco che a scoprire l’accaduto, la seguiva con lo sguardo mentre lei trascinando un secchio si muoveva tra la stanza del locale lasciando dietro sé un’odorante scia d’acqua e detersivo, ipotizzando a testa bassa i motivi del ritardo dei loro superiori.

Lo storico gestore del bar abitava da solo, abbandonato dalla moglie bielorussa cui aveva chiesto ed ottenuto il divorzio pochi anni dopo averla sposata. Lui ormai aveva una cinquantina d’anni portati piuttosto male, montanaro francese nato e cresciuto nei paraggi di Valloire. Terminati gli studi primari si era messo subito a lavorare: in un primo momento nella falegnameria del padre, poi come sguattero nel ristorante dell’hotel dove sua madre lavorava come aiuto cuoco. Negli anni, tra piccole eredità ed il lavoro, era riuscito a mettere via qualche soldo fino a riuscire a comperare il bar che ancora oggi gli procurava da vivere. Nel frattempo il turismo si era sviluppato piuttosto bene tanto da far salire le quotazioni del modesto locale che prima o poi avrebbe voluto vendere. Si era stancato di rientrare a casa molto tardi la notte con addosso l’odore di alcool, fumo e dei sacchi d’immondizia che gettava ad ogni chiusura. Anche per questi motivi aveva preso l’abitudine di fare una passeggiata nel bosco a notte fonda e nonostante avesse buttato in corpo qualche distillato per far compagnia a qualche cliente bevitore di grappa dell’ultima ora. Il sentiero lo conosceva meglio delle sue tasche ed il silenzio della notte lo rigenerava. Più di una volta era rimasto nel buio a fissare i giganti occhi luminosi di qualche gufo.

Le probabilità che fosse lui il morto sepolto dalla neve erano decisamente alte viste le premesse.

Era quindi suo il cadavere nel bosco?

L’ultimo a mancare all’appello, come detto, era il comandante della stazione della Gendarmerie.

Di origine italiana, si era ben presto adeguato ai ritmi lavorativi piuttosto blandi che il luogo imponeva, nonostante non fosse certo entusiasta dell’ambiente che lo circondava. In quasi quindici anni di servizio l’episodio più impegnativo che ricordava era quando lui ed il suo precedente collega, da due anni sostituito da quello attuale, si trovarono in alta montagna a mantenere dei paletti durante gli scavi a seguito di una valanga. Non fece nulla di straordinario nemmeno in quell’occasione, ma vedere il gran movimento di elicotteri e soccorsi gli fecero credere d’esser stato utile alla causa.
Trascorreva la maggior parte della giornata nei bar, con la scusa di tenere sotto controllo i forestieri. Anni prima quando in uno degli hotel di Valloire degli incauti ragazzi inglesi, ovviamente ubriachi, molestarono gli avventori dell’albergo, non si preoccupò minimamente di intervenire salvo poi scoprire che uno dei britannici, dopo aver ricevuto un dritto sulla tempia da parte di uno spazientito montanaro locale, era finito all’ospedale in coma ad un passo dalla morte.

Nessuno aveva visto niente e lui certificò che si era trattato di un incidente; non dopo aver convinto il gruppo di inglesi a ritirare la denuncia e far cadere così ogni accusa anche nei loro confronti.

Insomma, un lavamani.

Ora che un cadavere giaceva abbandonato nel bosco, fatto eccezionale per Valloire e che avrebbe sicuramente procurato delle indagini insolite, sarebbe stato il colmo per il capo della Gendarmerie non poterne essere parte come investigatore in quanto protagonista della scena.

Era lui il morto sepolto dalla neve nel bosco?

Di chi è quel corpo?

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Copertina Maggio 2017

Gerusalemme: a cena con il nemico

Vivere nell’ombra dell’olocausto ed aspettarsi di essere perdonati di ogni cosa che fanno, a motivo della loro sofferenza passata, mi sembra un eccesso di pretese. Evidentemente non hanno imparato molto dalla sofferenza dei loro genitori e dei loro nonni

Josè Saramago, premio Nobel per la letteratura 1998

 

Il buffet dal quale mi ero servito era essenziale, ma di qualità e pulito.

wallA tavola sarei stato raggiunto da lì a poco dalla guida J. che durante la giornata mi aveva accompagnato a visitare Gerusalemme.  Era impegnato a scegliere le pietanze; si muoveva con disinvoltura tra battute ai camerieri ed ammiccamenti ai turisti, palesando il fatto che quella che per me era un’esperienza unica e speravo, irripetibile, per lui fosse routine. L’ulteriore conferma, ce ne fosse stato bisogno, giunse durante il primo scambio di parole a biglie ferme, ossia quando anch’io gli porsi domande fuori dagli schemi che altrimenti la visita guidata impone di seguire.

Il suo fare superficialmente simpatico e minimizzatore era alquanto irritante al cospetto di una persona che tende a ragionare sui perché anziché subire tesi precotte che, in Israele, sono la specialità della casa.

Chiesi se c’era la possibilità di avere del vino, in risposta mi sentì dire da J. che Israele era un Paese democratico e che non c’erano alcune restrizioni in tal merito. Anzi, il vino era molto buono a detta degli esperti. Lui era astemio ovviamente e la mia domanda era una richiesta specifica e non un quesito sulle abitudini locali dato che le bottiglie ben esposte evidentemente erano in vendita.

muropiantoLa stanchezza che cominciava a salire non era dovuta allo sforzo fisico delle camminate per le caotiche vie della Gerusalemme antica della giornata appena trascorsa, quanto per la violenza psicologica subita durante gli estenuanti controlli il giorno prima, quando proveniente dalla Giordania attraversai il ponte confine Allenby/Re Hussein. Un nutrito gruppo di post adolescenti, uomini e donne, perlopiù in servizio di leva in abiti civili con interi arsenali bellici ornamentali, mi riempirono di domande, perquisendo ogni angolo della mia essenziale borsa da viaggio. Il sorriso stampato sulla loro faccia, apparentemente cortese, era espressione di baldanzeria. Persi moltissimo tempo, nulla in confronto ai palestinesi transfrontalieri.

L’avevo fatto presente a J. ancor prima che sul tavolo comparisse la bottiglia di Yatir Sirah del 2009 che nel frattempo avevo ordinato, provocando la prima reazione infastidita dell’uomo; questa era la conseguenza dovuta agli attacchi terroristici che Israele subiva giornalmente. La sua opinione.

L’aria che si respirava era pesante alla pari del profumo dozzinale impregnato tra la folla che ero costretto a respirare in quei giorni di visita, quindi decisi di allentare per qualche istante la pressione ripercorrendo nei ricordi le immagini della via Dolorosa, meglio conosciuta come via Crucis, il percorso che fu costretto a fare Gesù Cristo per raggiungere il luogo dove sarebbe stato crocifisso. La Sua storia è nota a quasi tutti.

crucisAnche in quel caso non riuscì a fingere e nascondere la delusione per l’esperienza vissuta. Non sono un credente ma la formazione ricevuta in ambienti scolastici ecclesiastici, mio malgrado, decontestualizzava la realtà in cui mi trovavo. Immaginare Gesù Cristo camminare con una croce in spalla tra le vie del suq, tra bancarelle e gente urlante sapendo che in una stazione della via Crucis oggi sorge una pizzeria armena ed in un’altra un internet point, mi lasciava perplesso. Il Golgota, Calvario, brulla e desertica collina cui sabbia vide scorrere il sangue di Cristo, è ora inglobata da una cattedrale con un intensità sacrale pari al parco giochi Epcot ad Orlando. Luogo della crocifissione, Sudario e Sacro Sepolcro tutte circoscritte in pochi metri; è quello il posizionamento originario o si è semplificato per sfruttamento commerciale?

Quest’ultima logica aveva contribuito ad aumentare la soglia di sopportazione nei miei confronti di J. che, da buon ebreo, si dimostrava poco coinvolto nel discorso mirato alle falde cattoliche, molto più intento a tingere nello zattar il suo marqūq; gli unici suoi inserimenti nel mio ragionamento si riferivano al fatto che Gerusalemme era un’ottima fonte di guadagno per molti, indipendentemente dal credo. Annuì.

mall-busLa conversazione si concentrò nuovamente sul cibo ma il vino che stavo bevendo cominciò a picconare sempre più violentemente il muro di ritegno che mi ero ripromesso di conservare nei confronti di J.; frantumato il mio muro eccone servito un altro, pensai: la barriera di separazione israeliana. Così chiamata in gergo politicamente corretto, migliaia di palestinesi vivono le loro vite rinchiusi in un lembo di terra circondato da mura di cinta alte 8 metri con restrittivi orari di ingresso ed uscita. Un campo di concentramento, fondamentalmente, delimitato dal muro della vergogna o apartheid e lungo ben 730km. Ingloba oltre alle persone, terreni coltivabili e pozzi d’acqua togliendo ancora una volta risorse a quelli che gli ebrei considerano i nemici arabi. La giustificazione di J. a ciò che stavo esponendo in modo piuttosto diretto e provocatorio, fu la stessa di prima: Israele era stata costretta a costruire quella protezione per difendersi dagli attacchi dei terroristi arabi. L’atteggiamento di J. cominciò a cambiare quando gli feci presente che anche l’ONU aveva condannato questa misura di sicurezza come fortemente penalizzante per la comunità araba del territorio e che se avessero liberato i territori occupati forse anche gli attacchi nei loro confronti sarebbero terminati. Negli atteggiamenti di J. spuntò all’improvviso la tipica autodifesa ebraica che sfocia nel vittimismo, con sospetti di antisemitismo rivolti all’interlocutore e tacita pretesa di inviolabilità intellettuale.

Si alzò quindi con fare seccato e si recò al buffet. Anch’io feci lo stesso, appesantito dal vino ma nello stesso tempo alleggerito dal rospo che gli avevo sputato nel piatto poco prima. Ripreso il nostro posto a tavola ci fu un prolungato silenzio che comunque non mi indusse in dovere di porgere le mie scuse; J., d’altro canto, mi parve troppo schiavo della sua storia e della sua ottusità per permettersi di indietreggiare.

Volli disintegrare completamente l’ultimo barlume di diplomazia rimasto, tanto dopo la frutta del dolce avrei anche fatto a meno e J. non l’avrei più rivisto, speravo. Adottai una nuova strategia per convincere il baldanzoso cicerone a scendere in battaglia dialettica. Nel frattempo che affilavo le armi feci lodi sperticate al pompelmo di Jaffa che stavo tastando con l’intento di dimostrare volontà di tregua. Certo, il rapporto era compromesso, ma la sua professionalità lo costrinse ad indossare i panni della persona accondiscendente, a recitare la parte e di portare a casa il salvabile. Ero pur sempre un ospite. Gli feci notare di quanta prosperità ci fosse nello Stato di Israele, davvero una terra prescelta tenuto conto che tutto attorno c’era il deserto. La bontà dei frutti e l’importanza che assumono nella voce export. A J. gli si illuminarono gli occhi; partì con un’ultima filippica riguardante l’ingegneria israeliana, vanto internazionale.

Quasi mi dispiacque far scattare la ghigliottina che da lì a poco avrebbe definitivamente staccato ogni nostro rapporto; gli chiesi se era a conoscenza del fatto che Israele aveva lasciato senza acqua la Giordania attingendo dalle acque del lago Tiberiade prosciugando di giorno in giorno il fiume Giordano che conseguentemente stava riducendo di diversi metri all’anno la profondità del Mar Morto in cui affluiva.

Non credo fosse rimasto fino a mia conclusione, sono invece sicuro che mi ritrovai a ristudiare l’etichetta della bottiglia ormai vuota di Sirah completamente solo.

_20160915_024327Mi diedi una pulita alla bocca, lasciai un ultimo segno sul tovagliolo bianco ed uscì dalla sala. Prima di andarmene però il mio occhio cadde su una tavola che era stata poco prima abbandonata da un gruppetto di ragazzi ebrei ; evidenziava un enorme spreco di cibo mischiato e disordinatamente abbandonato su tutto il tavolo. Decine di piatti accatastati l’uno sul altro, sostanze colanti e residui sul pavimento. Tra tutto questo schifo fu la quantità enorme di pane abbandonato e scalfito con ditate e coltellate che più mi infastidì. Il nostro pane quotidiano, recita la preghiera.

Forse quelli erano nipoti o figli degli stessi che durante la seconda guerra mondiale sopravvissero mangiando briciole raccolte tra le fessure dei pavimenti di legno dei campi di sterminio.

Sempre vittime; dell’involuzione della specie, questa volta.

Pensai.

Bruxelles: L’avenir s’habille médiévale

dNon è ben chiaro se la corona che sta portando la reginetta d’Europa Bruxelles sia effettivamente costituita d’oro e diamanti piuttosto che di spine, fatto sta che la città fiamminga non concede alcuna pausa artistica all’ospite che durante le visite assiste ad un interminabile flusso d’immagini che spaziano dal gotico al neo barocco fino all’art nouveau solo per citare alcuni degli stili che più la identificano.e

La sensazione che trasmette Bruxelles durante gli spostamenti tra le vie e le piazze del centro è di muoversi tra installazioni artistiche di un museo all’aperto che ci accompagnano passo dopo passo. A differenza della maggior parte delle capitali europee meridionali, è raro trovare appeso ai negozi o ai palazzi il cartello vendesi/affittasi simbolo della crisi economica che identifica le fallimentari politiche che si sviluppano proprio tra gli alti, anonimi e freddi palazzi del Parlamento Europeo ospitato nella capitale belga. Essere al centro dell’attenzione aiuta per molti versi, caratteristica che se accumunata all’alto senso civico presente nei popoli nordici, rivela il persistente successo delle attività commerciali che non sembrano soffrire della spietata concorrenza proveniente dal mercato globale e dalla grande distribuzione. Tra gli scaffali delle botteghe i curiosi avventori riscoprono il piacere dell’acquisto originale e sfizioso a discapito, per una volta, della compera on line concentrata sul risparmio senza convenevoli. gLa cioccolata belga è la protagonista incontrastata ed il suo lustro e qualità fan sì che faccia bella mostra di sé in splendenti vetrine curate alla pari di prestigiose gioiellerie. Anche quest’ultime non mancano, così come locali adibiti alla vendita di incantevoli mobili antichi e d’importazione accompagnati da tappeti mediorientali che non si possono non associare ad ambienti d’alto borgo. Gli orologi di lusso usati esposti in un’orologeria vicino alla Chiesa Notre Dame du Sablon, stesso luogo dove avviene il mercatino dell’usato, fan pensare ad oggetti dismessi dai politici, che nel frattempo scorazzano avanti indietro per la città con le loro ammiraglie seguiti da imponenti scorte cui le sirene spiegate spezzano il normale ritmo quotidiano in cui le persone passeggiano o praticano jogging nei vari parchi esistenti e dall’inequivocabile aspetto regale.

tinNel mix di arti moderne ed antiche non possono sfuggire all’occhio e non piacere i murales dal tratto fumettistico che spesso compaiono sulle facciate dei palazzi. Dalla matita dell’artista belga Hergé prende vita TinTin che in compagnia del fido cagnolino Milou diventa il grande protagonista di piacevoli raffigurazioni in forma di murales, apprezzabili anche nel museo del fumetto e nei numerosi negozi specializzati che assieme alla cioccolata ed alla birra caratterizzano inconfondibilmente Bruxelles. Sembrerà d’esser presi per mano da questo personaggio frutto della fantasia anche durante le visite alle numerose Chiese e Cattedrali, spesso d’impronta gotica, che ergono al cielo sofisticate guglie ed importanti campanili e che alla penombra del loro interno celano opemennekenbisre architettoniche, scultoree e pittoriche di ragguardevole interesse. Difficile però rimanere concentrati su qualcosa di particolare perché, ripeto, il vorticoso flusso d’arte composto non solo da opere importanti ma anche da arti cosiddette applicate, è incessante. Tempo di uscire dalla solenne Notre Dame da la Chapel che già il nostro sguardo viene catturato dalla movimentata facciata di un negozio specializzato in insegne e decorazioni commerciali degno di un film, o fumetto per stare in tema. In tutta questa frenesia artistica diventa così ebmblematico il murales presente in una delle vie laterali che conducono alla piccola statuetta in bronzo Manneken pis e che appunto ripropone il bimbo statuetta simbolo intento a far pipì dipinto e rivisto in chiave moderna. Tutto questo è l’entusiasmante contorno, se così possiamo chiamarlo, del cuore della metropoli fiamminga che si identifica nella maestosa Grand Place, piazza che a pieno diritto è considerata dal 1998 patrimonio dell’umanità dell’Unesco ed al quale era inevitabile non dedicare la copertina. Uno dei luoghi più suggestivi al mondo che giustifica da sola la visita della città. L’armonia profusa tra lo stupefacente Hotel de Ville (Municipio), la Maison du Roi e le varie corporazioni è infatti assolutamente indescrivibile, ulteriormente valorizzate da decine di attività ospitate in lussuosi ambienti dai multiformi decori dorati che si affacciano alla Piazza.

fBruxelles pur esibendo con meritata fierezza il carattere medievale non rinuncia ad accogliere il futuro riscontrabile nella quotidianità dei suoi abitanti, dei turisti e dalla simbologia ereditata da Expo ‘58, in particolar modo nel multi sferico e riflettente Atomium posizionato in una parte periferica della città, quasi a voler prendere le dovute e rispettose distanze dalle imponenti e maestose opere collocate nel cuore cittadino.

 

I Racconti d’estate: Il Barbiere di Patrasso

Per il periodo estivo e non solo dato che sul blog i post rimangono accessibili ad ogni stagione, potrete fare letture di brevi racconti con comun denominatore un salone da barbiere. Tanto per non perdere l’abitudine ai viaggi, ad ogni storia cambierà il luogo d’ambientazione e di conseguenza la nazionalità del barbiere di turno. Solo il cliente sarà lo stesso ed è lui a scrivere ciò che state leggendo…

Tra intrecci noir e grotteschi, tra invenzione e realtà, non vi rimane altro che incominciare la lettura…

 

IL BARBIERE DI PATRASSO

Ci sono diversi modi per affrontare la vita, tra questi non decidere di risolvere gli eventi e farsi trasportare dagli stessi o viceversa dare un senso anche alle cose meno simpatiche.

Tra le varie disdicevoli ricorrenze naturali, forse la più trascurabile, per molti addirittura non più esistente, c’è la ricrescita dei capelli.

Chi per svariati motivi è spesso lontano da casa ed è incapace di utilizzare le infernali macchinette tosatrici si ritrova obbligato a rivolgersi di volta in volta a barbieri sconosciuti che, non è un esagerazione, dal momento in cui prendono le forbici al taglio della prima ciocca, suscitano sempre sudori freddi.

Per sdrammatizzare quel fatidico momento generalmente si incominciano delle conversazioni basate su banalità tra domande e risposte viziate da incomprensioni e timori. Spesso è il barbiere che intavola il discorso…

A Patrasso ero appena sbarcato dopo ore di noiosissimo viaggio su uno dei tanti enormi traghetti che fa spola dall’Italia alla Grecia. Le ore di strada che mi separavano al porto del Pireo ad Atene erano nulla rispetto a quelle che avrei dovuto aspettare prima di imbarcare nuovamente la macchina per raggiungere l’isola di destinazione. Sarà stato il caldo o la stanchezza ma avere il capello leggermente fuori misura e disordinato mi fece optare al taglio seduta stante. La ricerca del barbiere a Patrasso non fu così difficile vista l’ora pranzo in cui l’unica bottega con la porta aperta ed apparentemente disponibile pareva essere quella di un signore piuttosto anziano. Indossava un grembiule stile anni sessanta e teneva i capelli bianchi imbrillantinati e solcati da un pettine a denti larghi. Questo signore era di carnagione scura, abbastanza minuto, con il viso un po’ scafato, il naso aquilino; tipico greco, pensai. Probabilmente aveva da poco terminato di servire un cliente dato che armeggiava la scopa per pulire i capelli residui sul pavimento. Mi fece accomodare sulla poltrona dopo avermi salutato in greco con un deciso e forte kalimera. Dopo avermi avvolto con un telo nylon bianco per evitare di riempire di peli gli indumenti che indossavo, diede qualche colpo deciso con il piede alla leva, mi posizionò alla giusta altezza e guardandomi allo specchio che oltre a me rifletteva una pompetta dell’acqua, altre forbici ed una pomata ordinatamente sistemati su di una mensola in legno piuttosto retrò mi chiese che taglio volessi. In greco. Capì ciò che mi disse ma non riuscì a rispondere nella sua lingua che pur parlicchiavo, facendogli però inequivocabilmente intendere la mia provenienza. “Ah, italiano” disse. Lui l’italiano lo parlava dato che aveva vissuto per molti anni in un paesino non ben definito di qualche regione che non capì bene.

Cominciò a raccontare in un italiano approssimativo e con forte accento greco stile “una fazza una razza” che per comodità trascriverò in modo corretto per facilitarne la lettura e la comprensione del senso “Sono stato per molti anni in Italia e la conosco bene. Ci andai da ragazzino, ero povero quella volta”.

-Non sembra ricco manco adesso, pensai maliziosamente

“I miei genitori erano molto poveri. Mio papà lavorava su una piccola barca di pescatori vicino ad Olympia, mentre mia mamma rimaneva a casa a cucinare ed a badare a me ed i miei dodici fratelli. Solo uno è rimasto vivo. Si è trasferito a Salonicco ed aveva dodici figli. Ma solo uno è rimasto vivo. Si è trasferito ad Atene. Mio nipote è sposato e sua moglie è incinta per la dodicesima volta.

Quegli anni erano duri, noi eravamo molto poveri. Aiutavo mio papà a districare le reti e fu proprio durante una di quelle giornate sotto il sole tra il groviglio di fili di cui non venivo a capo che decisi di prendere le forbici e tagliare tutto. Mio padre non la prese bene e per punizione mi chiuse in una cassa di legno per alcuni giorni. Purtroppo i soldi erano pochi e non riuscimmo a ripagare il danno fatto ai pescatori che davano lavoro a mio padre tanto che fummo costretti ad emigrare l’anno dopo. Quando uscì dalla cassa mi stropicciai gli occhi e vidi un paesaggio diverso da quello che ricordavo prima d’esserci entrato. La gente si spostava in groppa agli asini come in Grecia, c’era caldo come in Grecia, resti di templi abbandonati come in Grecia, ma la gente parlava in modo diverso, avevano una lupara a tracolla ed invece del caffè bevevano la granatina. Capì subito che eravamo in Germania. Mio papà trovò lavoro come pescatore anche là. Oltre alla cassa con me dentro probabilmente si era portato dietro anche il diploma da pescatore e quello che rimaneva delle reti che avevo tagliuzzato l’anno precedente. Purtroppo quell’annata non fu delle migliori, il pescato non abbondava ed a casa il cibo cominciava a scarseggiare. I miei dodici fratelli, che ci raggiunsero qualche mese più tardi assieme al mia povera mamma, lavoravano come muratori ed in un anno avevano costruito tre nuovi quartieri finché non venne detto loro che c’erano sei case libere per ogni abitante e sarebbe stato meglio prendersi una breve pausa prima che il paesello di S.Rocco Barbinaceo (quello si capiva…) fosse stato completamente sommerso dal cemento. Le ultime costruzioni che ricordo sono due enormi colonne di sostentamento ad un ponte, proprio in concomitanza con la sparizione di due miei fratelli.

Eravamo molto poveri”.

-Li lasci pure più lunghi sopra, grazie. Mi spiace per i fratelli. Proprio scomparsi?

“Decidemmo di tornare in Grecia, ci mancava.

Fui accolto da uno zio vicino a Salonicco, è da lì che incominciai il mio mestiere. Facevo il garzone nella sua bottega di barbiere…”

-A che età? …circa

“Avevo 25, 36 anni…

Mio zio era una persona molto importante nel paese. Da lui andavano a tagliarsi i capelli il sindaco, il prete ed il capo della polizia. Un giorno mi ricordo che sentì degli spari nel campo dietro alla Chiesa. Accorremmo subito a vedere quello che era successo. Ricordo che in quel preciso istante mio zio stava tagliando le basette proprio al capo della polizia che, sentito gli scoppi, si alzò dalla poltrona con un balzo, diede qualche sorso al caffè ed impugnando l’arma si precipitò ad accertarsi di cosa stava accadendo… Io ero terrorizzato al solo pensiero di quello che poteva essere successo ed infatti non mi sbagliavo. Nella nostra bottega girava voce che la moglie del falegname fosse uscita da sola sul terrazzo e nonostante l’assenza del marito, abbia rivolto lo sguardo al figlio del pastore che in quel momento stava pascolando le pecore. Il figlio del pastore era un bel ragazzo giovane e prestante. La domenica si faceva il bagno e partecipava alla cerimonia religiosa, persona per bene. Il falegname però, che stupido non era, si accorse di tutto e così quel giorno fece una pazzia.

Quando arrivammo sul posto era troppo tardi per fermarlo: gli scoppi che sentimmo erano usciti dallo scarico del furgoncino del falegname che, caricata la moglie e tutte le loro provviste, abbandonò il paese dalla vergogna. Riuscimmo a vedere solo la sagoma del malandato furgoncino azzurro che si allontanava inequivocabilmente in qualche posto lontano dove ricominciare la loro vita”.

  • Ah, pensavo ad un finale peggiore sinceramente…

“Oggi giorno i tempi sono cambiati. L’ultimo dei miei dodici figli mi è morto ammazzato da delinquenti l’anno scorso. Gli altri sono morti prima. Aveva solo 34 anni.”

  • Pure lui? Ma la sua famiglia non è molto fortunata mi pare di capire… Mi dispiace… Cosa gli è successo?

“Quella mattina ero sceso a lavorare come sempre. Avevo aperto bottega presto e mi ero messo a riordinare. I miei figli fortunatamente non sono nati in una famiglia povera come la mia; hanno trovato una casa, cibo e sono andati a scuola anche fino ai 13 anni. Tutti intelligenti, ma lui speciale. Mi aveva fatto capire, per dire quanto era intelligente, che se lui fosse venuto in bottega ad aiutarmi la gente avrebbe pensato che un giorno sarebbe potuto diventare più bravo di me, in seguito avrebbe aperto un suo salone ed io sarei rimasto senza lavoro perché tutti sarebbero andati da lui. Ma mio figlio, intelligente ed altruista, volle evitare questa situazione e così evitò di venire a lavorare in bottega sforzandosi di fare il mantenuto. Gli costava caro dormire fino alle prime ore del pomeriggio ed uscire la notte ad ubriacarsi con gli amici fino al mattino seguente e vedevo quanto era mortificato ogni volta che passava a trovarmi mentre ero al lavoro per chiedere delle dracme di sostentamento.”

  • Ma poi di cosa è morto?

“Una fine stupida, come la maggior parte delle volte che la morte viene a bussare. In modo stupido.

Quella mattina stavano trasferendo uno spazzaneve da Salonicco a Patrasso perché avevano previsto forti nevicate. Ma a Patrasso non nevica mai! Greci idioti!

Mio figlio dopo anni si era svegliato presto ed aveva deciso di andare a cercare un lavoro che non fosse il barbiere. Ho ancora in mente l’immagine che vedevo attraverso il lunotto del maggiolone: un bel ragazzo sorridente con i capelli lunghi neri e la barba incolta, maglietta rossa e con la sigaretta nella mano sinistra e bicchiere di Nescafé e cellulare nella destra mentre parla al telefono con probabilmente la sua ragazza. Come dimenticare il crocifisso che appeso allo specchietto ciondola riflettendo la sua immagine sui suoi occhiali scuri? Non l’avrei mai più rivisto.

Dicono che mentre guidava gli sia caduta della cenere nel caffè e così abbia provato a toglierla dal bicchiere con l’antenna del cellulare e che non si sia accorto che il pitagyros che aveva appoggiato vicino al cambio sia finito proprio sotto al pedale del freno. L’impatto con lo spazzaneve è stato fatale.

Ed a Patrasso non nevica mai”.

  • Che sfiga, vero… Bene, quanto le devo?

“30 euro”

  • Ah, pensavo meno…

“Eravamo poveri, molto poveri…”

Rodi Cult: Salviamo il Parco di Rodini

Il Parco di Rodini è uno dei luoghi più simbolici presente sull’isola di Rodi che dimostra la totale incapacità di programmazione e gestione turistica da parte di chi dovrebbe occuparsene. Come in Italia dove le infinite, esclusive e variegate risorse naturali, storiche ed artistiche non bastano a tenere a galla un Paese, che non per niente condivide le peggiori statistiche con la Grecia per l’appunto, anche a Rodi si possono constatare delle contraddizioni assurde.

Mia faza mia raza, una faccia una razza. Stessa incoscienza culturale, vien da aggiungere.

DSC_2585Viene utilizzato dai residenti come ottimo punto di riferimento stradale: abito vicino al parco, presente dove c’è il parco, prosegui dopo il parco. Nessuno sa o fa cenno di quello che offre questo parco al suo interno. Tenuto praticamente nascosto dagli enti turistici, forse per vergogna per lo stato di abbandono e degrado cui sono artefici, non viene minimamente preso in considerazione dai corrispondenti locali che non vengono sfiorati dal pensiero di portarci qualche turista.

La chiusura e la morbosità del possesso del territorio, prerogativa di molti isolani, creano non pochi ostacoli ad un turismo consapevole che dovrebbe essere senza ombra di dubbio il volano di un’isola dalle enormi potenzialità come Rodi che paradossalmente è stata invece recentemente spolpata e snaturata da orde di russi poi scomparsi nel nulla e che han lasciato dietro a sé locali per lap dance, innumerevoli pelliccerie ormai inutili e debiti su debiti. L’illusionismo del soldo facile.

Fatto tutto questo preambolo che a chi scrive serve a smaltire l’incazzatura e rivolto al lettore cui obiettivo è l’esatto opposto, cioè aumentarla, entriamo finalmente nel benedetto Parco di Rodini.DSC_2583

Si trova all’ingresso della città nuova di Rodi, a pochi chilometri dalla Chiesa Cattolica di San Francesco, quest’ultima facilmente riconoscibile proprio per la presenza della statua del Santo; in corrispondenza dell’inizio della trafficata Rodi-Lindos Avenue.

Già esternamente l’area verde è un bellissimo colpo d’occhio, per chi lo coglie.

Ci si accorge d’essere effettivamente all’interno del parco dopo aver oltrepassato una casettina di legno che presumibilmente sarà servita o sarebbe dovuta servire a contenere un omino che, stipendiato, incassava il denaro dei visitatori elargendo loro un biglietto d’ingresso. Usanza tipica dei paesi perlopiù civilizzati. Il nostro invece è a casa, senza stipendio, che guarda la tv ed ascolta i programmi elettorali.DSC_2596

Fatto sta che da italiani è impossibile non scorgere lo stile romano già dai primi giochi d’acqua sapientemente elaborati nel paesaggio esistente. Si nota qualche panchina abbandonata al suo destino che, come usanza dei paesi civilizzati, sarebbe potuta servire ad ospitare qualche studente concentrato a leggere il suo libro o tablet che sia, confortato dal silenzio, riparato da millenari e magnifici alberi che rendono il clima anche nelle ore più calde decisamente piacevole e fresco. Il nostro invece è a casa sua sul divano con l’aria condizionata accesa.

A fianco della panchina giacciono abbandonati una busta in plastica rossa ed una rivista che nei paesi civilizzati non sarebbero mai stati abbandonati e, nel caso, prontamente raccolti da un addetto alla pulizia. Il nostro è a casa, senza stipendio, che guarda la tv ed ascolta i programmi elettorali. E sono due.

DSC_2591Tra i versi dei numerosi animali che sfruttano questo lembo di prospera natura ci sono anche gli schiamazzi di piccolissimi bambini innocenti che con le loro mamme, zie o tate queste siano, vengono introdotti al mondo moderno con giochi istruttivi che ben si prestano al luogo circostante; passano alcune ore infatti al fresco e protetti dalla calura a schizzarsi con l’acqua dei ruscelli artificiali, ripetiamo, risalenti all’epoca romana e spinti dalla vena creativa delle badanti fanno navigare dei bicchieri in plastica con relativi coperchi, una volta contenitori di Nescafé cui i greci van ghiotti, tra i rivoli d’acqua limpida. Poco importa se alla fine dei giochi uno dei coperchi azzurri rimane a far bella mostra di sé ai prossimi visitatori, l’importante è che i bimbi si siano divertiti.

Giocandoci il bonus fantasia riusciamo a fare un salto indietro nei secoli e non riesce difficile godere appieno dell’effetto che ci offre il Parco di Rodini che svela i suoi scorci con metodica bellezza. Quasi a trovare un palcoscenico dietro l’altro, che una volta aperto svela un inestimabile valore storico e naturale. Anche per i più ignoranti, come chi scrive, è facile distinguere le opere edificate in Epoca Romana da quelle moderne: le prime stanno ancora in piedi, le ultime sono a pezzi. Ovviamente i piccoli ruscelli convergono in un corso d’acqua principale. Canale dove con una breve ricerca si evince che, alcuni decenni or sono, piccole imbarcazioni a remi lo navigavano trasportando estasiati turisti intenti a guardare meravigliosi colonnati che altro non sono che acquedotti romani. DSC_2589Meraviglie culturali che a Rodi sono abbandonate al loro destino non fosse per qualche impalcatura d’emergenza e che in altri luoghi sarebbero considerate inestimabile patrimonio fosse solo per il fatto che probabilmente parliamo di uno dei primi parchi naturali mai realizzati al mondo. La passeggiata diventa avventurosa nell’attraversamento dei ponticelli di legno sopravvissuti al degrado e percorsi resi inaccessibili dalla vegetazione incolta. In un paese civilizzato cinque omini si sarebbero occupati della manutenzione accompagnando i richiami esotici della fauna con il deciso rumore delle forbici, il graffio del rastrello ed un momentaneo ma costante battito del martello sul legno. I nostri si ritrovano in una taverna, davanti ad un bicchiere di vino, che discutono sull’operato del Governo. Disoccupati. E sono sette. Sempre che uno di loro non sia rimasto seppellito vivo sotto una frana che ha sommerso mezza panchina situata sul percorso.DSC_2588

Anche le ochette e paperelle alle quali era stato dato in comodato d’uso un abitazione condominiale in legno in prossimità di una piccola diga di cui non fanno usufrutto, sembrano piuttosto incazzose, tant’è che una in particolar modo soffiando fa intendere che è meglio starle alla larga.

Sicuramente non sono le sole specie animali ad abitare il luogo che, stando ad informazioni prese alla meno peggio, sarebbe o potrebbe essere stato una riserva protetta del cervo di cui però non si è vista nemmeno l’ombra. Rimane pur sempre il simbolo di Rodi. In un paese civilizzato tutti questi animali sarebbero costantemente vigilati e protetti da almeno tre persone specializzate. E siamo a dieci.

Un po’ come avviene in Egitto dove il dubbio che l’egiziano moderno non sia lontanamente parente dei creatori della civiltà faraonica e per par condicio degli italiani con l’antica civiltà romana, stessa cosa dicasi per i nostri pigri amici greci che da culla della civiltà si sono evoluti in triciclo della sensatezza e che però muovono i loro passi su un territorio che lascia strabilianti testimonianze architettoniche come l’ennesimo riferimento presente nel parco quale la tomba dei Tolomei circondata da 21 semicolonne doriche. Non bastasse, ma qui andiamo ad intuizione vista la scarsità di informazioni reperibili a riguardo, un albero secolare probabilmente sostenuto da colonne risalenti all’epoca fascista che, ricordiamo, hanno imposto la loro presenza dal 1921 al 1943 e cui tracce sono quasi ovunque sull’isola.DSC_2591

Questo è , nonostante la trascuratezza, il bellissimo Parco di Rodini che in un paese civile darebbe lavoro ad almeno dieci persone e che le guide turistiche sarebbero fiere di esibire ai visitatori che già così ne rimangono estasiati. Un sito dedicato, l’immancabile app, un luogo di ristoro, un piccolo store ove acquistare gadget quali magliette, tazze e via dicendo, sviluppo di aree adibite a riserva naturale di svariate specie animali e vegetali, ripristino della navigazione a bordo di piccole imbarcazioni a remi ed altre innumerevoli soluzioni da sviluppare con il coinvolgimento delle Università e di realtà giovanili, culturali e turistiche; questo potrebbe essere: una sicura fonte di benessere per la collettività che invece subisce inerte ed impassibile la bieca ignoranza di amministratori ignoranti ed incapaci di chiedere briciole di sovvenzioni agli Enti Europei preposti allo sviluppo. #safeRodiniParkDSC_2598DSC_2594DSC_2587

Ecco cosa si deve combattere

Je-suis-Charlie-liberi-di-raccontare-liberi-di-vivereCi risiamo…

E’ partita l’ennesima caccia al nemico. Invisibile, cattivo, spietato. Il mostro che vuole invaderci e conquistarci sgozzando gole e decapitando teste, di donne e bambini, di tutti gli infedeli, al grido di un dio intransigente.

Abbiamo da poco ripulito di coriandoli e tappi di champagne le strade nelle quali abbiamo accolto speranzosi il 2015 ma la mentalità e le informazioni cui siamo sottoposti utilizzano la stessa tecnica del medioevo quando i crociati, truppe militari cristiane capeggiate dalla Chiesa, partivano in estenuanti missioni pacifiche verso il lontano Medio Oriente dove a suon di mazzate date e prese ergevano crocifissi qua e là nella speranza di monopolizzare il mondo. Allora Saladino veniva descritto come feroce e, guarda caso, taglia teste: era il Bin Laden dei tempi antichi. In realtà non esistono documenti risalenti all’epoca che testimonino di una testa mozzata ad un qualsiasi cristiano, come oggi ancora non esistono prove di armi chimiche utilizzate da Saddam Hussein.

Giustificazioni mediatiche per raggiungere il consenso del proprio popolo.

Il nemico deve avere accentuate diversità, deve essere facilmente riconoscibile e possibilmente un po’ sporchino e disagiato. I popoli poco o per niente integrati alla cultura occidentale sono un ottimo obiettivo da combattere. Colpire senza capire.

Per difendere il proprio orticello le persone comuni hanno bisogno di difesa, di sicurezza; dal punto di vista politico avere un popolo spaventato ed allertato davanti alle diversità fa comodo per diverse ragioni: la prima perché così l’attenzione si focalizza altrove rispetto i malaffari che si sviluppano giornalmente all’interno dei palazzi di vetro, la seconda perché contrastare militarmente le minacce dell’invisibile nemico generano un business incalcolabile tra ricerca di nuove tecnologie belliche e preventive, acquisto di armamentari, mezzi corazzati e quant’altro serve a condurre una guerra tradizionale. Morale della favola il giro di affari si ingrossa e le persone si barricano terrorizzate nelle proprie case.

Questo è quello che accade e sarebbe sotto gli occhi di tutti ma accettare verità diverse non è semplice, specie se queste insinuano dubbi sulla condotta non solo storica occidentale, che negli anni hanno colonizzato mezzo mondo spazzando via intere culture o si sono intromesse in politiche estere con guerre liberatorie e confini disegnati con il righello dopo un abbondante pranzo, ma anche atteggiamenti personali caratterizzati da egoismo e chiusura.

D’altronde essere perennemente allertati che un nemico è alle porte di certo non facilita aperture.

L’idea di massima dovrebbe essere che dovremmo fornire i nostri vicini di mezzi e strutture per costruirsi il proprio avvenire, per evitare che in assenza di crescita autonoma questi prendano di mira proprio il nostro orticello.

Partendo dal presupposto che troppi ancora confondono arabo con musulmano e che farebbero bene ad informarsi prima di sparare (sentenze), arriviamo presto alla soluzione a questo tipo di problema comunitario: gli esecutori terroristi, così come quelli mafiosi o i semplici delinquenti, al 99% dei casi provengono da realtà disagiate ed instabili, dove le alternative alla scelta del proprio futuro sono completamente assenti. Le uniche speranze sono riposte in promesse economiche o religiose, quest’ultime perché incontrovertibili. Nessuno potrà mai dimostrare che dio non esiste, nessuno potrà mai dimostrare che chi promette in suo nome dica stupidaggini.

L’unica ancora di salvezza a tal proposito è l’istruzione. Insegnare la logica, completamente assente nella mentalità dei Paesi nord africani ad esempio, istituire università, investire nella ricerca e nello sviluppo, arte, cultura, creare speranze. Questo si deve fare.

Ecco perché le matite e le menti di chi le utilizzano per diffondere cultura vanno salvaguardate, nonostante non sempre il loro carboncino tratteggi linee adeguate e rispettose.

Per sconfiggere il terrorismo è inutile bombardare case altrui per colpire presunti combattenti sacrificando migliaia di persone innocenti e disperate costrette a fuggire altrove alla ricerca di nuova vita. Anime perse che rischiano di essere rimpiazzate da anime malvagie.

Per sconfiggere il terrorismo è inutile continuare la corsa agli armamenti ed ostinarsi a sostenere le invasioni israeliane in Palestina solo perché bene o male hanno un modello di vita occidentale e sono stati pesantemente puniti dalla storia recente.

Il vero nemico della libertà è l’ignoranza, ed è quella che va combattuta con ogni mezzo e con tutte le nostre forze perché, che ci piaccia o no, questo mondo malato ce lo dobbiamo condividere tra tutti.

 

Mangia, Prega, Parma

Sono anni che passo di fianco a Parma ma mai avevo avuto occasione di visitarla prima d’ora.

Nel mio immaginario la città ducale aveva un aspetto nitido, regale, giovane, pulito, addirittura snob. L’impatto è stato abbastanza deludente invece, alla stregua di quando andai per la prima volta a Vienna, capitale del romanticismo che mai avrei immaginato subire una crisi d’identità così consistente.

DSC_0391La periferia di Parma offre al visitatore la classica atmosfera della distesa e cruda Pianura Padana, dai colori tradizionalmente sbiaditi ed industrie sparse qua e là quasi a rimarcare la durezza di quel territorio, da sempre solcato dagli aratri di volenterosi contadini e dai sacrifici degli allevatori di bestiame che ancora ci permettono di primeggiare nel mondo intero nel campo agroalimentare.

DSC_0388Ma se le colorazioni ambientali sono quelle che sono, lasciano stupiti le pigmentazioni dei cittadini parmensi che nella mia tranquilla novembrina domenica pomeriggio, risultavano essere alquanto scure, tanto da farmi pensare di essere in un quartiere di Harlem più che in qualche Borgo della città ducale, completamente invasa da cittadini extra europei. Mi limito a fare delle constatazioni ambientali e non riflessioni politiche.

DSC_0395Lasciata alle spalle la periferia e la sagoma dello stadio Tardini dove poche ore prima, fortunatamente senza la mia presenza, si era consumato l’ennesimo scempio di quella che una volta era una squadra di calcio chiamata F.C.Internazionale, si arriva nella zona del centro della città emiliana, irraggiungibile con mezzi propri. Personalmente non mi posso permettere di suggerire una lista di monumenti e chiese dato che la mia visita è stata molto fugace, con lo scatto di poche foto anche a causa di una luce molto impegnativa e poco gratificante. Girando per le vie del centro ci si imbatte comunque nella Chiesa di San Giovanni Evangelista, nel Duomo ed il Battistero. Molto interessante anche Piazza Garibaldi che nel primo pomeriggio ha cominciato a popolarsi. La tappa parmense, come ho da subito ammesso, non è stata approfondita, così dopo aver girovagato a casaccio tra le decine di Chiese, Battisteri e Monasteri, tra un vicolo e l’altro, tra la moltitudine di eleganti palazzi dalle pulsantiere dorate riportanti nomi di avvocati e notai ed altrettanti negozi con le serrande abbassate recanti cartelli vendesi ed affittasi, ecco trovato un luogo non troppo turistico dove assaggiare le molteplici specialità culinarie; a dire il vero di turisti ce ne sono parecchi, ma conforta il fatto di trovare anche molte persone locali.

DSC_0398La trattoria si chiama “Corrieri” in via Conservatorio, il menù offre tutti i piatti tipici emiliani tra cui sottolineo un eccezionale prosciutto crudo di Parma nemmeno lontanamente parente di quello che si acquista nei supermercati. Constatazione degna di Capitan Ovvio, obietterà qualcuno, ma di questi tempi dove gli egiziani fanno la miglior pizza napoletana ed il kebab prende il posto della mortadella, è sempre bene sottolinearlo.

In conclusione, parafrasando il comico Maurizio Crozza mentre imita l’On. Antonio Razzi vien da dire “Bella, ma non ci vivrei”.

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Irresistibile Firenze

 Ma io che farò in questa città fottuto di malinconia e di lei intonava il compianto Ivan Graziani nel suo brano Firenze (Canzone triste). Beh, di sicuro la cosa alla quale non si può rinunciare è mangiare e bere.

Il fantastico capoluogo toscano offre una quantità innumerevole di locande, brasserie e ristoranti  per ogni gusto e tasca e l’innamoramento è inevitabile mentre si percorrono i vicoli del centro, tra Chiese e Cattedrali, musei e monumenti, palazzi rinascimentali e negozi di prestigio con i profumi che ci avvolgono in quasi ogni istante della visita. Sapori medievali come alla Loggia del mercato nuovo dove esistono e resistono chioschi che offrono  il lampredotto, cibo dalla carta d’identità toscana. Il lampredotto è uno dei quattro stomaci dei bovini che, dopo essere stato bollito, viene servito con pomodoro, cipolla, prezzemolo e sedano. Il classico piatto povero diventato parte integrante della cultura toscana.

Loggia del Mercato Nuovo

Loggia del Mercato Nuovo: lampredottaro

Il nostro blog dovrebbe essere contro, ma a Firenze di contro c’è ben poco da trovare perché la qualità dei prodotti e la professionalità è davvero di altissimo livello.

Tra i tanti è il caso del Santo Bevitore, situato nella medesima via a pochi metri dall’Arno, ambiente spazioso, sapientemente arredato, pulito e curato nei particolari. Il personale gentile e preparato serve nella giusta velocità delle ottime pietanze e numerose tipologie di vini di squisita fattura. (http://www.ilsantobevitore.com)

Santo Bevitore. Scorcio sulla via.

Santo Bevitore. Scorcio sulla via.

Essendo nati a parecchi chilometri di distanza dalla Mecca non dobbiamo privarci di vassoi caricati con prosciutto crudo, salame, finocchiona. La loro morte naturale è con il fantastico pane casereccio, accompagnati da vari tipi di formaggio più o meno stagionato ulteriormente insaporito da favolose mostarde.

Per poi continuare con dei pici (pasta fatta in casa, tipica toscana pure quella) al ragù di carne altamente selezionata che mette l’ennesimo accento a quello che è un tripudio culinario.

Tripudio culinario

Tripudio culinario

Ed a proposito impossibile non citare la chianina, tipo di carne utilizzata per grigliare le famose fiorentine (che per un periodo erano state vietate, ricordate la mucca pazza?)

A questo proposito mi vengono in mente quelle domandine idiote dal taglio adolescenziale che di tanto in tanto capita di fare: ma tra una fiorentina ed un limonino con Belen (o metteteci chi volete a vostra scelta) tu cosa sceglieresti? E’ eccitante vederla in piedi per qualche minuto, prima di sdraiarla su un lato, ammirarla, girarla dall’altro ed al momento giusto gustarcela in tutta la sua magnifica consistenza. Belen? No, la fiorentina!

La fiorentina

La fiorentina

Numerosi anche i luoghi dove poter alloggiare durante la permanenza nel capoluogo: questa volta è toccato al Park Palace, comodo perché nelle vicinanze di Porta Romana e di conseguenza al centro. Struttura affascinante dal sapore nobiliare, di proprietà svizzera. Prezzi consoni ad un 4 stelle situato in una suggestiva e tranquillissima posizione. Stanze in ordine e pulite, personale professionale. (http://www.parkpalace.com/it‎)

Park Palace

Park Palace

Per chi non ha interesse ad alloggiare necessariamente a Firenze c’è la possibilità di dormire presso Villa Murray ad Impruneta, immerso nel verde tra cerbiatti e scoiattoli e la gentile signora Silvia con le sue ricette delle torte che troverete durante le interminabili colazioni. (http://www.villamurray.it)

sala colazione a Villa Murray

sala colazione a Villa Murray

Per spingersi verso Siena, nel delizioso borgo di San Gimignano, alla Collegiata, splendida struttura trasformata da monastero ad hotel che offre agli ospiti una cucina di altissimo di livello ed un altrettanto curata cantina di vini.

La collegiata: cantina vini

La collegiata: cantina vini

Per i più esigenti, come chi scrive, c’è la possibilità di alloggiare all’interno della torre dove è situata la suite con  al piano inferiore la camera da letto ed in quello superiore una piscina jacuzzi con vista panoramica delle mura e torri medievali di San Gimignano appunto. (http://www.lacollegiata.it)

La collegiata. Suite.

La collegiata. Suite.

Abbiamo cominciato citando un brano di Ivan Graziani, terminiamo riportando l’intero testo di Firenze Sogna di Claudio Villa che meglio descrive i nostri sentimenti e che dedichiamo a Firenze che ci ha ospitato ed alle coppie (poco litigiose) che sapranno apprezzare e vivere queste magiche atmosfere.

Firenze stanotte sei bella

in un manto di stelle

che in cielo risplendono

tremule come fiammelle.

Nell’ombra nascondi gli amanti,

le bocche tremanti si parlan d’amor.

Intorno c’è tanta poesia

per te vita mia sospira il mio cuor.

Sull’Arno d’argento

si specchia il firmamento

mentre un sospiro e un canto

si perde lontan.

Dorme Firenze

sotto il raggio della luna,

ma dietro ad un balcone

veglia una madonna bruna.

Sopra i Lungarni

senti un’armonia d’amore,

sospirano gli amanti

stretti stretti cuore a cuore.

Lungarno

Lungarno