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La Maratona di New York (vista da dentro)

Anche la melodia della sveglia pare diversa questa mattina.

Le luci esagerate a Time Square non hanno lasciato spazio al buio della notte così come incessanti suonano tra le mie orecchie le sirene dei mezzi di soccorso che transitano tra le vie di New York.

Sulla sedia della scrivania davanti al mio letto ho disposto tutti gli indumenti che dovrò indossare. Un gesto che non si limita alla praticità; è un rito spirituale che serve a riordinare le idee e che i maratoneti conoscono bene. Sistemare con cura pantaloncini, calze, integratori… Spillare il numero sulla canotta e poi osservarlo pensieroso per qualche minuto.

Mi lavo i denti guardandomi allo specchio e stamattina quel banale gesto assume una forma di solennità.

Finiti i preparativi esco dalla camera dell’albergo.

Già la colazione svela un’infinità di differenze tra coloro che prenderanno il via alla 60ma edizione della New York City Marathon.

Non riesco a fare a meno di sbirciare nei piatti delle persone. Siamo quello che mangiamo, diceva qualcuno; nello specifico penso che mangiamo come corriamo.

Fuori la temperatura è fresca, ma non gelida. Non si intravedono nuvole e si prospetta una bella giornata a differenza dell’anno precedente.

L’organizzazione ha già cominciato a sistemare le transenne sotto gli occhi vigili della polizia. Le sirene delle volanti ruotano ad intermittenza illuminando con fasci luminosi blu la base dei grattacieli. Grossi automezzi azionano ad ogni manovra acuti segnali acustici ritmando il frenetico ed ordinato lavoro dei volontari ed operai dai caschi gialli e giubbini catarifrangenti.

Mi sento un puntino perso nell’Universo nell’assistere a ciò che sta avvenendo. Sembra così fantastico prenderne parte.

I bus giungono al molo e le persone infreddolite attendono di salire sul traghetto.

Manhattan indossa ancora il suo bellissimo abito da sera mentre scorre tra le finestre dell’imbarcazione che ci sta accompagnando alla partenza. Non ho con me nulla per poter immortalare ciò che vedo. In un primo momento ho qualche rammarico, ma prevale l’intimità del momento. Sarà il mio cuore, supportato dalla mia memoria, a ricordare ciò che sto vivendo. Ormai non c’è dubbio che la giornata è una parentesi meteorologicamente perfetta e l’alba che si riflette tra le acque del fiume Hudson, che stiamo navigando, lo sigilla. Anche la Statua della Libertà si concede fiera e vanitosa ai nostri sguardi.

Non manca molto per arrivare a Staten Island. C’è del tempo per parlare di esperienze personali, materiali tecnici, integratori. È un modo per conoscere nuove persone ed ingannare l’emozione. Tra non molto sarò parte del colorato movimento che scandisce l’avvio della manifestazione al quale fino a pochi anni fa non davo alcun significato.

Il villaggio pre-gara accoglie i partecipanti in modo estremamente ordinato. L’ennesimo controllo di sicurezza e poi l’attesa. Bevo un tè caldo, indosso il regalo di uno sponsor preso in uno stand, ossia una cuffia colorata prevista per avvolgere il pensatoio capelluto dalle disattese rigide temperature, approfondisco qualche conoscenza. Comincio a pianificare la gara con un vero atleta, Maurizio De Angelis, che mi propone di correre in coppia. Ma lui merita un capitolo a parte.

C’è gente in ogni dove; un agglomerato di ogni genetica possibile immaginabile e quasi mi stordisce osservare tutta la varietà di persone e comportamenti.

Il tempo scorre e si avvicina il momento fatidico per cui le migliaia di persone presenti si sono preparate da mesi, forse anni. Mentre mi spoglio dall’economica tuta presa per l’occasione dedico un pensiero a chi non ha potuto esserci per svariati e sfortunati motivi. Sono centinaia le persone iscritte che rinunceranno alla maratona ed a loro auguro di far parte ad una delle prossime edizioni.

Il tonfo sordo della prima cannonata oltre a sancire la partenza dei primi atleti preoccupa un po’ tutti gli altri. Gli elicotteri sorvegliano la zona e lo spiegamento di forze di sicurezza è imponente.

Le onde colorate si susseguono velocemente fino al momento in cui è chiamata in causa quella verde di cui faccio parte.

In un attimo mi trovo a correre sul ponte di Verrazzano con una vista su Manhattan che toglie il fiato. Sono attimi che racchiudono un turbinio di emozioni e di energia che nessuno si preoccupa di nascondere. Per la gioia del momento qualcuno ride, qualcun altro urla, c’è chi piange. Poi il silenzio cadenzato dal pulsante suono di migliaia di scarpe ed altrettanti cuori.

Ho studiato abbastanza bene il percorso che sto affrontando per la prima volta e non voglio forzare già alla prima salita. Ho scelto una strategia conservativa.

Nel frattempo il mio cronometro perde il segnale gps e mi riporta valori di passo completamente sballati.

Non è la prima maratona a cui partecipo e vedermi superato dopo poche centinaia di metri da un signore che corre con i mocassini ed un peruviano in costume Inca con tanto di piume in testa non dovrebbe preoccuparmi. Comincio invece a pensare che sto esagerando con il risparmio energetico. Non c’è pubblico fino al terzo chilometro. I lati delle strade di Brooklyn già strabordano spettatori che esibiscono cartelli e tifano come fossero tutti nostri parenti. Grazie alle loro animazioni la lunga e noiosa strada che porta al 13K in prossimità del Brooklyn Academy of Music è scorrevole e divertente. Ci sono gruppi musicali e persone festanti. Scelgo di aumentare un po’ il ritmo ma mi ritrovo nuovamente davanti ad una salita. La strada in questo caso si restringe e la folla è ancora più presente. Cancello dalla mente le strategie distratto dagli incoraggiamenti di centinaia di bambini e dall’onda viola e chiassosa di un magnifico coro gospel organizzato sul marciapiede davanti ad una chiesa. A rendere l’atmosfera silenziosa ci pensa il Quartiere ebraico di Williamsburg dove la partecipazione all’evento è inesistente. Riposo le orecchie. La mezza maratona è fissata nel Queens dove pochi chilometri dopo è presente il famigerato Queensboro Bridge, rinomato per il vento che soffia gelido di traverso sui maratoneti. Una volta attraversato sarò di nuovo a Manhattan. La giornata è talmente bella che veniamo graziati dal meteo così che il ponte non presenta nessun pegno da pagare. Evento unico in 60 anni di Maratona di New York, giurano i partecipanti più esperti. Siamo intorno al 25K e mi rammarica vedere un ragazzo fermarsi per un problema al polpaccio. Non faccio in tempo a pensarci che mi ritrovo a percorrere la curva alla fine del ponte animato da un foltissimo pubblico che festeggia il nostro ingresso a Manhattan come fossimo i primi del gruppo, transitato almeno un’ora prima. La stanchezza e la botta di energia che mi arrivano dritti in faccia quasi mi commuovono.

Gli interminabili sali scendi dell’infinita 1st ave sono la rampa di lancio per cercare di abbassare il mio tempo che è molto al di sopra delle mie possibilità. Sinceramente non sto correndo per fare il mio personal best o per dimostrare niente a nessuno ma voglio dare un senso agli allenamenti svolti durante tutta l’estate. Comincio a sentire bruciore all’interno coscia di entrambe le gambe a causa di un ripetuto sfregamento dei pantaloncini. Per fortuna ai lati delle strade ci sono i volontari che oltre a liquidi ed alimenti distribuiscono anche vaselina spalmata su stecchi simil ghiacciolo. In teoria servirebbero ad evitare l’abrasione ai capezzoli che è una delle cose più dolorose che possono capitare quando corri. Non è facile riuscire a prendere un bastoncino in corsa e cercare di convincerli che sei consapevole di quello che stai facendo. In molti, infatti, scambiano la vaselina per cibo commestibile e se la mangiano. Di conseguenza i ragazzi sono esageratamente premurosi e prevenuti nel concedertene uno. La spalmo e dopo un immediato bruciore mi sento sollevato.

Entro ad Harlem.

Una carica emozionale fortissima mi dà un ulteriore spinta per aumentare il ritmo. Stavolta mi metto a correre seriamente senza dedicare tempo a dare il cinque ai bambini ai bordi delle strade o concentrarmi sulle meraviglie che mi circondano. Mancano circa 10K per entrare a Central Park e mettere fine alla gara più suggestiva che ho corso fino ad ora. È bello accelerare il passo alla fine perché c’è la cosiddetta raccolta dei cadaveri. Quelli che hanno dato tutto nella prima parte di gara e che ora sono in panne. Ne supero davvero tanti ma per recuperare il tempo perso nei primi 30K dovrei viaggiare alla velocità di Kipchoge. Vengo colto dai crampi quasi all’altezza del punto dove l’anno precedente mi ero posizionato per fare foto agli atleti. Impreco, rallento, dialogo con i muscoli, penso alla fortuna che ho questa volta ad essere dalla parte giusta della transenna e mi riprendo in fretta. L’ingresso a Central Park è spettacolare e l’incitamento che non è mai mancato per quasi 35K è commovente. Trovo le ultime motivazioni nella sfida con un altro italiano. Entrambi ne traiamo beneficio tagliando il traguardo con dignità.

C’è qualcosa nell’aria di New York che rende il sonno inutile.
(Simone de Beauvoir)

Un sincero ringraziamento ad Antonio ed Annalisa di Terramia che mi hanno concesso questa fantastica opportunità.

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La Mezza Maratona di Rodi

E’ domenica mentre scrivo questo post e sono passati 7 giorni esatti dalla gara; ma oggi a differenza della settimana trascorsa piove e c’è un temporale mattutino.

Quel 29 aprile 2018 alle 6:45, quando già ero praticamente arrivato nella zona adibita a partenza, il sole aveva fatto la sua prima comparsa in maniera piuttosto decisa e spavalda. L’alba rossastra che in veste di fotografo mi avrebbe regalato molte soddisfazioni, in quella di maratoneta mi stava preoccupando e non poco.

La partenza della mezza maratona, cui avrei partecipato e della maratona, cui avrei curiosato, era stabilita alle 7:30.

Conoscendo molto bene l’isola avevo percepito che sarebbe stata una gara che avremmo corso con un ospite invadente e fiaccante: il sole. Così è stato.

Personalmente ho spinto al massimo all’inizio cercando di emulare i tempi del mio personal best e cercando di accumulare un margine decente per poi affrontare da lì a poco le temperature proibitive della competizione che inevitabilmente mi avrebbero rallentato un bel pò. Tattica completamente sbagliata perché al 15K arrancavo pesantemente con la testa che mi chiedeva di sdraiarmi all’ombra di un albero a sorseggiare una fresca limonata anziché proseguire spremendo la viscida, appiccicosa ed indigesta bustina di gel energetico. L’ultimo barlume di dignità, visto il tempo degno di un over 70, è stato quello di decidere di portare a termine l’impegno, con il morale chiuso per momentanea demolizione.

Ad ogni metro mancante ho pesantemente maledetto l’organizzazione ed i greci tutti, rei a mio avviso, d’averci fatto correre in quelle condizioni estreme. Pensare che ho sempre sognato una partenza almeno tiepida; in tutte le gare officiali finora corse ho sempre battuto i denti dal freddo prima del via. In Vietnam pure all’arrivo.

Ovviamente negli altri casi la pistola non ha mai esploso il suo colpo a salve dopo le 7:00 che io ricordi.

Fatto sta che se la distanza della mezza maratona è diciamo facilmente concludibile e sostenibile, lo stesso non si può dire della maratona. Lasciando stare i tempi assolutamente irrilevanti di praticamente tutti i partecipanti, almeno sulla carta, ho davvero ammirato gli impavidi che hanno terminato la 42K. Chi addirittura ha “corso” oltre le 6 ore sotto un sadico sole estivo stra-selettivo. Personalmente non l’avrei finita.

Ulteriore difficoltà il fatto che il percorso presenta dislivelli piuttosto impegnativi da affrontare fisicamente ed oltretutto essendo circuito, a mio avviso, vieni devastato mentalmente. Quando giunto a pochi metri dal mio traguardo ho svoltato a destra seguendo l’indicazione mezza maratona ed ho visto chi mi precedeva proseguire nella corsia parallela pronto a rifarsi un altro giro ho letteralmente pensato “poraccio”.

L’idea di dover ricalcare i passi fatti e ripetere l’esperienza poc’anzi vissuta deve essere davvero sconvolgente.

Dulcis in fundo aggiungiamo pure la scarsa partecipazione di pubblico. Quasi completamente assente per tutto il tragitto e colorata dalle magliette blu dei meravigliosi ragazzi volontari all’arrivo e che hanno prestato assistenza anche nei punti di ristoro. Correre senza spinta, come a me già successo alla Halong Bay Marathon in Vietnam, oltre ad essere triste è un buon pretesto per pregiudicare gara e risultato.

Certo, Rodi non è New York, ci mancherebbe. Anche la scarsa qualità ed assenza di design della medaglia ce lo ricorderà per sempre.

Suggerivo tempo fa di trascorrere qualche giorno delle proprie ferie a Rodi (Grecia) e di approfittarne per partecipare alle gare di varia distanza che si svolgono qui ad aprile. La partecipazione di molti stranieri, per lo più turisti inglesi, ha confermato che non mi sbagliavo più di tanto, anche se con un po’ di esperienza accumulata, il consiglio si riduce a chi non ripone troppe aspettative nella manifestazione locale per la serie di fattori sopra indicati. Il vincitore della maratona, ad esempio, non ne aveva mai corso una in precedenza e dubito che se avesse partecipato a quelle di Londra o Berlino, per dire, sarebbe salito sul podio. Forse sarebbe arrivato tra i primi 100. Ma i se ed i ma sono il paradiso dei coglioni, come si dice. Il senso è che chi è alla ricerca di vere soddisfazioni si confronta con i migliori, chi invece di trofei da appoggiare sopra il caminetto si accontenta  di gare meno pretenziose. Morale della favola bravissimo lui e chi lo ha preceduto perché, ripeto, solo finire la 42K di Rodi in quelle condizioni è veramente da medaglia d’oro.

Meritano una doverosa citazione anche i partecipanti della 10K e 5K che, udite udite, sono partiti alle 12:30. Orario in cui pure i gatti dormono abbracciati ai topi. Come far odiare la corsa ai principianti.

Dopo le tante 10K e questa mezza, riuscirà l’organizzazione ellenica ad appiccicare un altro bib sulla mia bella canotta? Al momento mi han fatto passare la voglia di partecipare alle competizioni paesane e limitarmi a quelle meglio organizzate. Staremo a vedere.

Se ce la metto tutta, non posso perdere. Forse non vincerò una medaglia d’oro, ma sicuramente vinco la mia battaglia personale. È tutto qui.

Pietro Trabucchi

Halong Bay Heritage Marathon. Correre in Vietnam.

L’Heritage Halong Bay Marathon è una manifestazione con pochi precedenti alle spalle e forse per questo offre il fascino della corsa dura e pura senza troppi fronzoli commerciali come avviene di consueto negli appuntamenti del Vecchio Continente, per non parlare degli Stati Uniti, regno incontrastato del marketing estremo. Al ritiro del bib si notano subito le differenze con New York, ad esempio, dove ad accoglierci non ci saranno centinaia di addetti, sicurezza e migliaia di gadget esposti negli stand dei grandi brand sportivi bensì quattro persone dietro ad un tavolo di un’enorme sala conferenze completamente fredda e spoglia.

La prima sfida è quella di assimilare il viaggio, piuttosto impegnativo, ed il fuso orario (+6) che dal punto di vista fisico non è troppo fastidioso.

Nell’immaginario di molti il Vietnam è un’apoteosi di verde, foreste, fiumi marroni, umidità ed insetti. Immagine che ci è stata inculcata in anni di film americani di guerra girati, tra l’altro, al di fuori del territorio vietnamita dove ancora oggi di queste pellicole propagandistiche ne è bandita la proiezione e la produzione. Incredibile pensare che i vietnamiti non hanno idea di chi sia Rambo, altro esempio.

Fatto sta che la Baia di Halong, almeno nel periodo in cui si corre la maratona, ossia in novembre, presenta un clima piuttosto favorevole alla corsa. Alle prime ore della mattina quando ci si presenta al via, la temperatura è addirittura gelida.

Non si scalda nemmeno al nastro di partenza, dove le poche presenze degli atleti, la scarsa affluenza di pubblico e le prime e poche luci dell’alba, rendono l’atmosfera dello start simile a quello delle ultra maratone o delle ultra trail piuttosto che alla 42K cui stiamo partecipando.

Ovviamente non ci sono wave colorate da seguire e poco male se si parte per ultimi come il sottoscritto dato che pensavo che il colpo di cannone (si fa per dire) sarebbe avvenuto mezz’ora dopo…

Sottointeso che sia necessaria una adeguata preparazione fisica per terminare decorosamente una maratona, nel caso specifico è indispensabile presentarsi all’appuntamento fisicamente e mentalmente al meglio solo per finirla (anche senza decorosamente) in quanto il percorso tecnicamente è piuttosto impegnativo. Le gambe vengono messe a dura prova nell’affrontare le due salite più ostiche (e di conseguenza le ripide discese) che ci fanno salire sul punto più alto del percorso che è lo spettacolare Bãi Cháy Bridge. Una all’andata, una al ritorno.

Mentre numerose energie vengono consumate in questo frangente, presto ci si ritroverà pressoché isolati a continuare il nostro percorso. Lì incomincia la parte più difficile dal punto di vista mentale; vuoi perché viene a mancare la componente più bella ed importante delle competizioni, ossia la spinta del pubblico che differenzia un giorno d’allenamento qualunque da quello della gara, vuoi per il mini stress nel cercare le indicazioni per il percorso giusto da seguire. Come non bastasse le strade non sono chiuse al traffico, pertanto la sensazione di correre come dei pazzi numerati tra le vie di Halong è piuttosto presente. I punti di ristoro sopperiscono alla grande alle necessità dei corridori.

Tra tratti di marciapiedi sgarrupati e cantieri aperti, aumenta la solidarietà tra i partecipanti che, arrivati al giro di boa della mezza, devono ripercorrere i loro passi incrociando così gli inseguitori. In totale mancanza di pubblico il farsi forza tra maratoneti diventa scambiarsi un cinque con i più forti o rispondendo al saluto di chi si incontra intorno al 25K (che sarebbe il loro 17mo) e che ti guardano come fossi un marziano.

Questo accade in manifestazioni poco frequentate perché i miei tempi sono ridicoli se paragonati anche a quelli di un buon amatoriale in gare più blasonate, senza scomodare i professionisti che li vedo con il binocolo.

Passo dopo passo ci si avvicina al fatidico arrivo dove nonostante gli aminoacidi gentilmente offerti da Aldo Rock in occasione della maratona di NY, ho accusato un crollo totale che mai mi era capitato prima. Al 40K la mia testa ha deciso che dovevo camminare. Questa sciagurata presa di posizione della mia coscienza che non sono riuscito a contrastare ha dimostrato quanto sia importante avere una persona amica o anche degli sconosciuti che ti incitano a spingere per qualche metro ancora. Ma di pubblico nemmeno l’ombra. Uniche pillole consolatrici l’assurdo doppiaggio dei partecipanti della mezza maratona, ma soprattutto quelli della 10K. Fortunatamente dopo qualche centinaio di metri ed essere stato superato da un giapponese che pensavo d’aver lasciato abbondantemente dietro, ho ripreso a correre e mettermi in scia del nipponico ma senza la necessaria forza per ripassarlo. Traguardo raggiunto ma decisamente spaccato.

Bella la medaglia che viene riconosciuta ai finalisti ed indispensabili i bicchieri di plastica contenenti i noodles al ragù. La fame era talmente insistente che ne ho finiti tre ricolmi utilizzando le bacchette (đũa) con le quali  generalmente faccio fatica anche a tirare su pezzi di cibo più solidi e consistenti.

A proposito del cibo, fattore da non trascurare assolutamente e che nel mio caso è stato uno degli elementi più penalizzanti in assoluto: la sera prima della corsa evitate di cercare fortuna tra i locali di Halong ma optate per una cena presso un albergo che offra cucina internazionale. Poco importa se la qualità non sarà eccellente ma carboidrati, proteine, grassi e zuccheri in qualche modo vanno ingeriti. Personalmente ho corso una maratona con in corpo una zuppa di pollo della sera precedente ed una fetta di cheese cake per colazione la mattina stessa e giuro che al 30K mi sentivo la faccia consumare dalla fame.

Anche quest’ultima parte con gli anni diventerà un simpatico aneddoto da raccontare, ma sicuramente è un errore da non ripetere.

Dammi 10

Avere la fortuna e, perché no, le capacità di poter partecipare ad un evento sportivo podistico sia questo di breve o lunga durata è sempre una bella esperienza.

davCosì è stato il 1 ottobre 2017 anche per la ben riuscita 10K e 5K organizzata dalla Run Greece che ha colorato Rodi (Grecia) di azzurro; colore delle magliette del main sponsor che ben si è integrato con il blu del cielo e del mare che hanno fatto da splendida cornice alla gara.

davMolti dei partecipanti della 10K, duecento per l’esattezza, mi hanno ricordato il mio primo approccio a questo tipo di attività che mi ha poi coinvolto visceralmente fino a farmi diventare maratoneta. Parecchi di questi sono arrivati all’arrivo esausti e con tempi decisamente alti rispetto ai primi, esattamente come era successo a me alle prime manifestazioni. Certo, a vederli adesso sembra quasi impossibile che correre 10K possa ridurti in stati limitrofi al collasso, eppure ci siamo passati tutti da lì. Era il periodo in cui guardavo i maratoneti come persone venute da altri mondi e mi era difficile solo pensare l’idea che un uomo potesse correre per 42K. Eppure dopo i miei primi 10K la voglia di migliorare, per abbassare il tempo ma soprattutto per diminuire la soglia del dolore, ha svolto un compito da ruota del mulino. Una secchiata d’acqua alla volta, pian piano, gira e rigira, il granaio ha cominciato a riempirsi. Gli allenamenti si intensificano, l’asticella viene posta sempre più in alto e così si punta all’impresa successiva: la mezza maratona. Quello è lo step in cui ci si applica alla corsa in modo più passionale. Diciamo che è ancora consentito partecipare alla mezza maratona con atteggiamento e preparazione light. Per la maratona no. Quella non lascia via di scampo come il giudizio divino: se ti sei allenato male o poco, non la finisci. Neanche camminando.

IMG_20171002_015730_473Tornando alla 10K di Rodi, è stata parecchio impegnativa dal punto di vista climatico; farci partire alle 10 di mattina non è stata proprio una mossa geniale ed infatti tutti abbiamo sofferto il sole in faccia che ci ha accompagnato dalla partenza adiacente il Municipio, palazzo costruito dagli italiani durante l’occupazione fascista, per continuare al passaggio nel Porto di Mandraki e Marina Gate, fino ai primi scorci d’ombra in prossimità della porta Pili Italias Akantias, pertugio ricavato nelle mura antiche che caratterizzano e contengono la old town. Personalmente non ero sufficientemente preparato a correre con 27/28 gradi e questo fattore ha influito sul mio tempo finale (42:18) e sulla resistenza.

davFatto sta che questa 10K, che comunque ho terminato 14mo e 4° di categoria (M45), non era in programma e gli allenamenti che sto seguendo sono mirati a finire dignitosamente la prossima maratona che avverrà in Vietnam. E’ stata comunque una piacevole esperienza ed un’ulteriore stimolo a non fermarsi. Partecipare ad una qualunque tipo di gara è inoltre un ottimo test per verificare le proprie condizioni cui spesso si rischia di sottovalutare o, come nel mio caso, di sopravvalutare. L’asfalto non lascia scampo a scorciatoie o inganni ed anche vedere le sagome degli atleti professionisti (o semi professionisti) scomparire all’orizzonte dopo pochi minuti di inutile inseguimento, servono come monito a chi si sente arrivato o appagato dagli sforzi fatti.

Per quanto mi riguarda arrivare dietro a qualcuno con più o meno le mie stesse caratteristiche agonistiche mi infastidisce parecchio, perché significa che lui ha lavorato di più, o forse solamente meglio di me. O significa aver lasciato davanti qualche secondo sufficiente a non qualificarti alla Boston Marathon…

Quindi al lavoro!

 

 

 

 

Porto: Born for Triathlon

La tridimensionalità di Porto non solo valorizza gli aspetti estetici della città lusitana, come precedentemente annotato, ma esalta le attività sportive cui questo luogo si presta ad esserne habitat naturale.

Chi ha piacere di svolgere attività all’aperto come la corsa o il ciclismo, a Porto troverà numerose piste che gli permetteranno di godere appieno ogni singolo centimetro della città.

marginalIl Percorso da Marginal, che segue il corso del fiume Douro per poi costeggiare l’Oceano, con la sua vicinanza all’acqua e le spiagge delimitate da rudi insenature, alimenta la fantasia nell’immaginare i così detti iron man mentre si tuffano e dissolvono la propria immagine tra le onde per poi riapparire come singole miracolose apparizioni centinaia di bracciate dopo; di corsa verso la loro bicicletta e nemmeno distratti dalla bellezza della natura, tanto concentrati sul loro obiettivo. Si susseguono i pensieri e le fantasie mentre si percorre questo splendido sentiero dalla difficoltà bassa, non fosse per le consuete folate di vento e costanti pendenze in leggera salita. Il paesaggio circostante però è un potente anestetizzante dato che nei momenti di difficoltà è la mente il primo, nella maggioranza dei casi unico, ostacolo da superare.

I suggerimenti riportati sui cartelli segnaletici strizzano l’occhio al runner più esperto e cercano complicità nel principiante, avvolgendolo di attenzioni e cure per far sì che l’esperienza della corsa non possa mai trasmettere dei traumi. Così recitano: consulta un medico prima di fare attività fisica costante, cammina almeno tre volte la settimana per un periodo di trenta minuti, adotta una velocità tale da respirare senza affanno, aumenta la distanza gradualmente, utilizza scarpe adeguate ed abbigliamento traspirante, bevi acqua regolarmente. Probabilmente è anche grazie a queste avvertenze che un numero impressionante di portoghesi e non, usufruisca del percorso, sia praticando la corsa a piedi che in bici. Durante le festività una marea di magliette dai mille colori danno vita all’onda umana che con il suo ritmo cadenza le strade.

run

merSe fatta in modo corretto l’attività fisica produce benefici non solo a chi la pratica ma anche alle casse dei comuni che la promuovono ad incominciare dalla sensibile riduzione delle malattie cardio vascolari e disfunzioni derivate dall’obesità. Il miglioramento della vita ed il conseguente cambio di routine permetteranno inoltre ai beneficiari di eliminare gradualmente le cattive abitudini culinarie, preferendo il cibo bio, di conseguenza quasi sempre a km zero, alle patatine fritte e gli hamburger alimentando così non solo in modo adeguato il proprio stomaco ma favorendo il commercio locale a discapito di catene ultrafrittolose americane. Ulteriore introito al Comune deriva dalle manifestazioni sportive che non solo contribuiscono con le partecipazione dei locali ma attirano anche numerosi turisti che, con i soldi risparmiati in sigarette, potranno coccolarsi tra i prodotti e l’abbigliamento cui gli sponsor tecnici provvedono a fornire la città, in particolar modo durante le fiere. Buone nuove anche dal punto di vista del traffico che sgonfiandosi giorno dopo giorno diminuisce il logoramento del manto stradale, la conseguente manutenzione e riducendo ovviamente le emissioni tossiche.

faroPaesi dati per morti e sepolti, come il Portogallo, hanno programmato il loro futuro ed hanno creduto che l’investimento migliore da fare era il ritorno alla semplicità. Una lenta ed efficace educazione alle sane abitudini ed alla sostenibilità hanno rimesso in moto anche la macchina dell’economia che fino a non molto pareva essere egemonia di multinazionali e stregoni industriali, insegnando a tutti che la formula per uscire dalla crisi è mettersi a correre. Letteralmente.

Runners: Ecco perché correre all’estero

Dopo aver impegnato molte ore del giorno e della sera in più o meno impegnativi allenamenti arriva il momento in cui il runner sente l’esigenza di confrontarsi con un cronometro ufficiale. In realtà è spesso proprio questo l’obiettivo motivante dei mesi di preparazione precedenti.

Foto da web

Foto da web

Ultimamente grazie al potente soffio del marketing le vele del running si sono gonfiate ed a beneficiare degli eventi organizzati con cadenze regolari nei luoghi più svariati oltre ai partecipanti stessi sono le varie casse comunali, le industrie di abbigliamento ed accessori, strutture d’accoglienza, compagnie aeree ed agenzie turistiche che però ancora faticano a comprendere le potenzialità di un pacchetto “corri e fuggi”. Su quest’ultimo punto verte l’analisi per cercare di capire come e dove sia più semplice, di conseguenza divertente, indossare il pettorale numerico e microchip tanto desiderato.

Per chi decide di mantenere intatto il paesaggio abituale magari usufruendo delle gare organizzate in prossimità del luogo di residenza (e si presume su territorio italiano visto che il blog si rivolge principalmente a followers italici) o comunque abbinare il week end fuori porta a qualche evento sportivo non potrà esimersi dall’iscriversi alla Fidal sia privatamente o tramite un’associazione sportiva naturalmente versando l’iscrizione annuale.

Recentemente la Federazione italiana di Atletica Leggera propone una formula più comoda rivolta a corridori occasionali che non hanno intenzione di iscriversi ad associazioni o quant’altro: la runcafidalrd, una tessera di valenza annuale che consente agli iscritti di partecipare a tutte (o quasi) le gare patrocinate dalla Fidal appunto. La tessera, naturalmente a pagamento, concede inoltre agli usufruttuari sconti da applicare in diverse occasioni. Parte dell’iscrizione è devoluta per la promozione dell’atletica leggera tra i più giovani e nelle scuole. Una volta pagato pegno alla Federazione Italiana si è obbligati a fare il secondo passo che è quello di rivolgersi ad un medico o ad una clinica specialistica e farsi rilasciare un certificato di idoneità agonistica per la pratica dell’atletica leggera, anch’esso di validità annuale. Anche l’utile visita ha un costo che varia a differenza dai professionisti a cui ci si rivolge ma il prezzo è intuibilmente sempre abbastanza elevato. Per i corridori occasionali e/o fuori età per pensare a prestazioni da campionato italiano, o persone con restrizioni economiche che magari han già difficoltà a saldare l’iscrizione alla gara stessa, questa prassi è decisamente la più difficoltosa da superare così che spesso e malvolentieri in molti rinunciano a partecipare alle gare che, ricordiamolo, non si corrono per vincere ma per coronare la lunga preparazione godendo di un ambiente festoso ed aggregativo.modello3

Giusto o sbagliato che sia in Italia la burocrazia, da sempre protagonista, ci accompagna in ogni nostro movimento tra cui immancabilmente quello ludico e sportivo; indispensabile il nulla osta della Fidal nel caso specifico quindi, altrimenti l’unico ruolo consentito è quello dello spettatore o del partecipante non iscritto alle liste.

La musica cambia per chi vuole correre all’estero dove invece nella maggior parte dei casi la prassi per poter partecipare ad una gara si limita nell’iscrizione online della stessa che include la casellina da barrare obbligatoriamente di dichiarazione di buona salute e sgravio di responsabilità. Questo sistema è molto più appetibile per chi magari vuole confrontarsi una prima volta e provare l’emozione di partecipare ad una competizione senza necessariamente dover far parte di associazioni sportive e via dicendo. Risulta più semplice e paradossalmente in proporzione più economico partecipare ad una gara a Barcellona (ad esempio) piuttosto che a Frittole (paesino immaginario nel film “Non ci resta che piangere”)

Se indiscutibilmente il controllo medico è da ritenersi indispensabile e le donazioni solidali mirate all’accrescimento della cultura sportiva tra i giovani encomiabili, l’aurea protettiva dello Stato Italiano rischia di soffocare l’ennesima risorsa che all’estero viene sfruttata con metodi più commerciali e meno asfissianti.

E togliere l’aria ai corridori non è uno spot propriamente indicato…

Gran Canaria: a misura d’uomo

rDurante le ferie lo scopo principale del turista proveniente da ambienti fortemente industrializzati è quello di fermare per qualche giorno la ruota che nel resto dei suoi giorni fa girare vorticosamente come un criceto; di conseguenza i luoghi più apprezzati e ricercati sono località dove l’anomalo tempo libero possa essere utilizzato al meglio e senza l’abituale stress.

Gran Canaria e senza dubbio una meta che può definirsi a misura d’uomo proprio per questo motivo; la cura per le facilitazioni che riducono al minimo la soglia d’attenzione dovuta ad eventi a rischio consente al visitatore di parcheggiare il cervello (se provvisti) e dedicarsi alle attività più umane.p

Le premesse di esser giunti su un’isola organizzata ed attenta alle esigenze primarie del turista si intuiscono già in aeroporto quando l’unica difficoltà di chi è abituato a pensare complicato perché proveniente da luoghi socialmente primitivi è proprio quella di adattarsi alla semplicità delle prime indicazioni rivolte ai mezzi di trasporto da utilizzare per fare i primi spostamenti. Anche in questo caso, come nella maggior parte delle isole, è facile incontrare persone disponibili e sorridenti e con una percezione del tempo notevolmente rallentata rispetto quella continentale.

La capitale Las Palmas presenta una parte marittima fortemente industrializzata, con il suo porto commerciale molto vasto ed una realtà parallela, anche fisicamente, caratterizzata da un bellissimo lungomare. Mare che bagna un’ampia spiaggia di sabbia accompagnata da una camminata con numerosi locali di diverso genere che animano l’atmosfera sia nelle ore baciate dal sole che in quelle notturne.

tL’ampio investimento in zone pedonali con interminabili piste ciclabili che addirittura accompagnano alcune delle superstrade principali che si ramificano nei vari punti dell’isola, fan sì che ci sia una moltitudine di persone di ogni genere ed età dedite a sport quali il ciclismo, la corsa, skate, rollerblade e chi ne ha più ne metta. Tale sacralità viene riconosciuta anche da rispettosi automobilisti che non si permettono di mancare di precedenza a pedoni o ciclisti, probabilmente momentaneamente obbligati all’uso della macchina per varie esigenze, ma essi stessi abituali attivisti sportivi. L’attenzione non si ferma solamente ai praticanti di sport ma anche ai bambini ed alle famiglie con numerosi parchi giochi sicuri e ben allestiti nonché agli amici quattro zampe che accompagnati dai loro proprietari possono usufruire anch’essi di parchi dedicati. Tutto nel segno della gratuità.

Un uso intelligente delle risorse comunali a favore della comunità e dello sviluppo della stessa.q

Naturalmente non è tutto oro quello che luccica e l’isola vulcanica molto avara dal punto di vista storico e culturale non si è risparmiata in investimenti edilizi che hanno completamente ricoperto di cemento intere zone nella parte più a sud indirizzata al turista più orientato al modello villaggio turistico. Strutture ad alveare si arrampicano ed aggrediscono il naturale suolo vulcanico trasformando di fatto il territorio in un gigantesco parco dei divertimenti con un susseguirsi di abitazioni e piscine artificiali non sempre di buon gusto e rispettose dell’ambiente. Le grosse catene alberghiere la fanno da padrone e la clientela proviene per la maggioranza da Paesi nordici; l’impronta coloniale teutonica è facilmente riconoscibile nell’artificialità di alcune opere a dir poco discutibili. Fatto sta che anche in quella zona lo sport mantiene un’importanza primaria che garantisce così la presenza di un interessante campo da golf che timidamente cerca di equilibrare il massiccio colpo d’occhio degli hotel circostanti. A sud sono presenti anche dei piccoli e curati centri commerciali che ovviamente attirano la clientela russa che ci si fionda gironzolandoci intorno come api sui fiori. Figurarsi se la globalizzazione poteva risparmiarsi anche Gran Canaria, così dalla zona dell’aeroporto civile ci accompagnano fino alla periferia di Las Palmas decine e decine di altri centri commerciali convenzionali con le solite note marche d’arredamento, abbigliamento e via dicendo.c

Una volta messo nelle condizioni di organizzare al meglio il proprio tempo libero al turista crescerà anyche l’appetito che, se non verrà soddisfatto in modo piuttosto squallido alle mense presenti nei vari capannoni delle aree commerciali, si offriranno diverse possibilità culinarie dai prezzi non sempre economici. La moltitudine di locali presenti sull’isola farà sì che non manchi la possibilità di scegliere, magari per una volta evitando di consultare il solito Trip Advisor che a volte ci salva da situazioni imbarazzanti ma spesso beffardamente ci indirizza proprio nei luoghi da evitare.

Da evitare sarebbero anche le giornate di pioggia intensa che quando raramente si presentano causano numerosi disagi alla circolazione del traffico e rendono le piste ciclabili delle vere e proprie trappole a causa della loro scivolosità. Rovesci che hanno anche causato il rinvio della spettacolare mezza maratona LPA NightRun.

 

 

 

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